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C’è un’aquila che vola sul cielo di San Pietro

922987_10201037816295077_190256429_nCi sono storie che meritano di essere raccontate anche se il pallone che la fa da protagonista non è quello bianco o giallo da calcio, ma quello sempre marchiato Nike arancione e nero da basket. Ci sono storie che meritano la vetrina anche se il palcoscenico non è quello dello Stadio Olimpico con le verdi colline di Monte Mario a fare da cornice, ma quello di un piccolo oratorio di Roma appollaiato su una collina che ha come vista la cupola di San Pietro. Ci sono attori che meritano di essere celebrati per l’impresa che hanno compiuto anche se non si chiamano Miro Klose o Francesco Totti ma Riccardo Ferrarese e Riccardo Montesi, o semplicemente “Ferro” “Monte” per gli amici, nomi completamente sconosciuti al grande pubblico. Ci sono allenatori e dirigenti che meritano una standing ovation per il lavoro che hanno fatto, anche se non si chiamano Petkovic e Lotito ma Fabbri, Gelsomini, Santi e Fioravanti, perché il risultato che hanno ottenuto vale molto più della Coppa Italia alzata domenica scorsa dalla Lazio al cielo di Roma. Sì, perché c’è tanta Lazio al di fuori del calcio di cui si parla poco, troppo poco. Una Lazio di gente che lavora per passione, senza mezzi e senza sponsor, che danzerebbe dalla gioia tutti i giorni dell’anno per poter contare sull’8 per mille del budget a disposizione della Lazio Calcio. Una Lazio di dirigenti e giocatori mossi solo dalla passione per il gioco, custodi di quell’ideale che ha dato il via alla nascita della Polisportiva più grande d’Europa e che la tiene in vita dopo 113 anni nonostante mille difficoltà.

La Lazio di basket ieri è tornata in Serie C, battendo in due sole partite Santa Severa. Ben poca cosa dirà chi ha ancora negli occhi e nella mente l’Eldorado che giocava in Serie A e sfornava talenti come Stefano Sbarra e Enrico Gilardi, protagonisti poi dello scudetto vinto con la maglia della Virtus sponsorizzata Bancoroma. Impresa enorme se si pensa che questa squadra ha vinto il campionato di Serie D con tutti ragazzi cresciuti nel vivaio della Petriana, la squadra dell’Oratorio di San Pietro nata nel 1929 e che nel 1996 salì  addirittura in Serie B con Fabrizio Fabbri, che dopo quell’avventura decise di lasciare la panchina. E che dopo 15 anni è tornato ad urlare sul parquet solo ed esclusivamente perché Lazio e Petriana hanno messo su un progetto incentrato sui giovani. Un progetto vero, non come quelli che sbandiera qualcuno nel calcio scimmiottando il modello-Ajax, Arsenal o Borussia Dortmund, a seconda della moda del momento. E basta guardare l’età media della Lazio formata dai giovani della Petriana per capire di cosa stiamo parlando. Una squadra in cui i “vecchi” non hanno ancora compiuto 21 anni, con il gruppo più numeroso che ha appena festeggiato la maturità. Ragazzi che in un campionato durissimo hanno sfidato giocatori di 40 e passa anni, alcuni con esperienze in Serie A2 o in B, oppure vecchi mestieranti delle serie minori che ogni anno cambiano squadra in caccia di un ingaggio per arrotondare lo stipendio ma anche perché non si rassegnano all’idea di dover appendere le scarpette al chiodo. Gente che conosce tutti i trucchi del mestiere, che usa i gomiti, che gioca sporco e che picchia duro quando viene battuta sullo scatto e a volte addirittura sbeffeggiata da ragazzini di 17 anni rapidi e di grande talento. E non è facile per ragazzi così giovani calarsi in una realtà così diversa e così dura. Quando è iniziata questa avventura, in pochi credevano nella possibilità che questa Lazio marcata Petriana potesse conquistare la salvezza, figuriamoci un posto nei playoff o addirittura la promozione in Serie C. Uno scetticismo generale, anche all’interno del gruppo di lavoro.

“Ricordo che quando a giugno scorso Furio Fioravanti mi propose di allenare questa squadra gli risposi che era l’unico modo di farmi tornare in panchina. Come le parole di don Bruno, che è la continuità della nostra storia, il garante dei valori oratoriani della Petriana estesi ora anche alla Lazio e al suo progetto sociale creato dalla famiglia Santi. Ricordo i primi giorni di allenamento, lo scetticismo di tanti. Ricordo benissimo chi ci ha abbandonato ancor prima di cominciare e chi invece tenacemente è rimasto e mi ha aiutato a pilotare questa bellissima barca verso un approdo che sarà solo un nuovo splendido punto di partenza. Gli obiettivi ce li siamo dati giorno dopo giorno. Fino alla vittoria di ieri e a questa promozione che dedico a mio padre Mimì, l’uomo che mi ha insegnato ad amare la Lazio e questi colori”.

Fabrizio Fabbri è laziale, come Fabio Gelsomini, il coach dell’Under 20 che lo ha assistito tutto l’anno e che questi ragazzi se li è cresciuti da quando hanno lasciato il minibasket per passare tra gli Under, facendo tutta la trafila. Un gruppo di grandi talenti, al punto che spesso e volentieri Fabbri e Gelsomini hanno dovuto fare i conti con il “saccheggio” operato dalla prima squadra della Petriana che gioca in C Nazionale, faticando quasi a trovarne 10 da mettere in campo nonostante i 18 giocatori in organico.

Una squadra di grandi talenti e di grandi sorprese. “Mi ricordo”, confida Fabrizio Fabbri, “che in uno dei primi allenamenti dopo aver visto all’opera Lorenzo Scappini, uno dei tre pivot, mi girai verso Fabio Gelsomini e gli dissi che quel ragazzo non poteva giocare a basket, non era proprio in grado. Dio solo sa quanto mi sbagliavo e quante volte ci ha tolto le castagne dal fuoco, fino a conquistarsi un posto nel quintetto base”.

Spirito di sacrificio e grande talento, come quello di Riccardo Montesi, che nell’ultima partita dopo un primo tempo difficile nella ripresa si è caricato sulle spalle la squadra segnando addirittura 27 punti su 76 totali. O come Ferrarese, lo “straniero”, l’unico non cresciuto nel vivaio della Petriana ma che alla fine si sentiva più “petrianino” di tutti gli altri tanto si era inserito nel gruppo e identificato nel progetto.

Spirito di sacrificio e talento, ma anche tanta sana follia. Come quella di Matteo Lorenzi, uno che lanciato in contropiede con un’autostrada verso il canestro si è fermato e ha tirato da tre punti: segnando! Matteo Lorenzi che ieri non c’era nel giorno del trionfo, perché stava sperso su qualche montagna a sostenere un esame, perché visto che di basket non si vive a volte nella scala delle priorità bisogna mettere la laurea in geologia davanti al pallone arancione e nero. E ieri piangeva al telefono per aver perso la partita della promozione. Sì, perché questi non sono giocatori che arrivano agli allenamenti con fuoriserie da decine di migliaia di euro, ma con il motorino o a volte anche a piedi perché abitano nel quartiere. Perché in questo sport “le maglie bagnate di sangue e di sudore” non è solo un ritornello di una canzone, ma la realtà quotidiana. Come la maschera di sangue con cui Federico “Lello” Arena è uscito dal campo in semifinale contro il Fonte Roma Eur per l’ennesima frattura al naso, oppure come la maglia numero 16 bianca di Riccardo Montesi sporca di sangue ieri per una ferita al gomito che non gli ha impedito però di essere l’MVP di questa finale. Oppure come l’urlo agghiacciante del più piccolo del gruppo, il play Melillo (un cognome un destino, ripensando a Phil Melillo, guardia italo-americana dal tiro mortifero che giocò nella Lazio nella stagione 1976-1977), che si è fratturato un dito nella finale d’andata a Santa Severa ma che ha continuato a giocare e ieri è sceso in campo con due dita unite dal cerotto.

Ma ogni ragazzo ha una sua storia. Come Alessandro Cesareni, pronipote dei fratelli Saraceni pionieri della Lazio Calcio, compagni di squadra di Fulvio Bernardini e del mio prozio Aldo Fraschetti, che nella partita più importante della stagione ha indossato i panni del protagonista segnando punti decisivi nella grande rimonta. Come Mohamed Umar, un ragazzo con mezzi straordinari e doti fisiche che lo fanno sembrare un Gani Laval in miniatura, ma che si è perso per strada perché nello sport ci vuole anche e soprattutto testa. Oppure come Dino Vilogorac, giovane gigante croato dalle mani gentili ma dal carattere troppo fragile, che ha abbandonato il gruppo poco prima dei playoff per tornare a casa. Talento e follia, difficili da tenere a bada. La follia che arma la mano di Marco Fabietti che grazie al talento ma anche all’incoscienza di uno nato nel 1996 piazza bombe incredibili quando nessuno ha il coraggio di tirare. Il carattere di Matteo Lombardi che tra urla prese e insulti ha dato vita a siparietti indimenticabili con Fabrizio Fabbri: in altri sport si sarebbe arrivati alla rottura, nel basket e nella famiglia della Lazio targata Petriana no, come dimostra quel dito puntato con la dedica all’allenatore dopo una tripla decisiva ad Aprilia che vale più di mille parole e mille abbracci.

Storie di ragazzi già uomini, come Andrea Battistini, sceso in campo con la morte nel cuore dopo un lutto terribile per guidare la squadra alla vittoria in uno dei rari momenti di grande difficoltà di questa stagione. E il premio per quell’atto di amore, è arrivato proprio dal cielo ieri sera, con quella tripla folle scagliata da uno che per mestiere lotta sotto i tabelloni e che ha sancito il sorpasso a meno di un minuto dal termine. Perché questi ragazzi hanno dimostrato un cuore enorme quest’anno, non mollando mai neanche quando il mondo stava per crollargli addosso. Sotto di 20 punti nel terzo quarto a Santa Severa, hanno stravinto gara uno della finale. Sotto di 17 nel terzo quarto ieri sera, hanno trovato ancora una volta la forza per cambiare il corso della storia.

E alla fine, giovedì sera, in quel pallone stracolmo, le lacrime di gioia si sono mischiate al sudore mentre i ragazzi abbracciavano tutti: genitori, amici, gente della grande famiglia della Petriana targata Lazio festeggiata anche dal presidente Antonio Buccioni. E a tutti, dicevano “grazie”. Loro, gli attori protagonisti, ringraziavano gli spettatori. Ma GRAZIE, rigorosamente maiuscolo, lo dobbiamo dire noi a questi ragazzi, agli allenatori e ai dirigenti, compresi Giacomino Esposito e Antonio Cesareni. GRAZIE perché serate come quella di giovedì ti fanno amare ancora di più la Lazio e lo sport, perché ti fanno riscoprire quei valori che andando dietro al calcio hai finito per dimenticare, o che comunque sei stato costretto a riporre in un cassetto perché nel nome del Dio denaro ti hanno convinto che il risultato viene prima di ogni cosa. Invece no. Ed è bello riscoprirlo vedendo quelle maglie bianche con l’aquila sul petto sporche di sangue e bagnate di sudore.

 

SS LAZIO BASKET 2012-2013

 4)     Leonardo Melillo                   1996          playmaker
5)     Alessandro Cesareni          1992          playmaker
14)   Daniele Maugeri                   1992          playmaker
12)   Marco Fabietti                       1996          guardia
7)     Riccardo Ferrarese             1993          guardia
9)     Matteo Lorenzi                      1993          guardia
10)   Matteo Lombardi                 1993          guardia
16)   Riccardo Montesi                1993          ala
8)     Andrea Battistini                  1993          ala
24)   Lorenzo Scappini                1992          pivot
11)   Leonardo Di Bartolomeo   1994          pivot
19)   Federico Arena                     1993          pivot
25)   Antonio Buonfiglio               1994          guardia
20)   Giacomo Buonocore          1996          guardia
22)   Luca Ruscitti                        1995          ala
18)   Leonardo Gallo                   1995          ala
13)   Dino Vilogorac                     1994          ala/pivot
6)    Mohamed Umar                   1994          ala/pivot

all. Fabrizio Fabbri
vice all. Fabio Gelsomini
Dirigenti: Giacomo Esposito, Antonio Cesareni
Medico: Alessandro Marcaccio

STEFANO GRECO – Laziomillenovecento