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Sarri irritato dopo Inter-Lazio: gelo con la società

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Scontro Sarri Lotito Fabiani Formello Lazio crisi società

Non si respira aria serena in casa Lazio dopo la sconfitta di San Siro.
Durante il post partita di Inter-Lazio, Maurizio Sarri aveva espresso con tono pacato ma fermo la propria delusione per un arbitraggio non all’altezza del match, pur precisando che le decisioni del direttore di gara non avevano influito sul risultato finale.

Poche ore dopo, però, è arrivata la presa di posizione ufficiale del club.
La società biancoceleste, con un comunicato diffuso sui propri canali, ha scelto di smussare e reinterpretare le parole del tecnico, prendendo le distanze da ogni possibile critica nei confronti della classe arbitrale.

Una mossa che, secondo quanto riportato da Il Messaggero, non è stata affatto gradita da Sarri.
Il tecnico toscano, infatti, non sarebbe stato preventivamente informato della nota stampa, ritenendo l’iniziativa una correzione pubblica non necessaria e, soprattutto, un segnale di mancata sintonia tra panchina e dirigenza.

Sempre secondo il quotidiano romano, in casa Lazio si respira un clima di resa dei conti: non solo sul piano dei risultati e del bilancio stagionale, ma anche sul fronte del rapporto tra Sarri e la società.
Il tecnico, già deluso dal mercato estivo e da alcuni atteggiamenti dirigenziali, avrebbe interpretato il comunicato come l’ennesimo segnale di distanza.

Resta ora da capire se il confronto interno porterà a un chiarimento o a una frattura definitiva.
Con la stagione in una fase delicata, e l’Europa ancora in bilico, la Lazio non può permettersi tensioni interne che rischiano di compromettere il finale di campionato.



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Flaminio, i residenti si oppongono al progetto della Lazio

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Veduta aerea dello Stadio Flaminio di Roma progettato da Pier Luigi Nervi.
Il presidente Lotito fa il punto sulla possibilità di trasformare lo Stadio Flaminio nella nuova casa della Lazio. Vincoli e sfide da affrontare, ma la volontà c'è. Scopri i dettagli e i tempi previsti per questa decisione cruciale!

Non tutti vedono di buon occhio la possibilità che lo Stadio Flaminio diventi la nuova casa della S.S. Lazio.
Se da una parte la costruzione di nuovi impianti sportivi viene considerata un’opportunità per occupazione, turismo e riqualificazione urbana, dall’altra chi vive nei quartieri circostanti teme un impatto negativo sulla qualità della vita quotidiana.

Secondo quanto riportato dal Corriere dello Sport, il comitato dei residenti di Flaminio, Parioli e Tor di Quinto ha consegnato all’amministrazione comunale un documento in cui vengono sottolineati “gravi problemi per la qualità della vita” qualora la Lazio decidesse di investire sullo storico impianto progettato da Pier Luigi Nervi.

Il portavoce del comitato, Giulio Castelli, ha evidenziato tre nodi principali: vincolo architettonico, mobilità e vivibilità.
Il progetto elaborato da Claudio Lotito prevederebbe un involucro esterno per adeguare la struttura agli standard moderni e superare i limiti architettonici, ma i residenti temono che questa soluzione non garantisca una vera tutela del patrimonio storico, già oggi in forte degrado.

Sul fronte dei trasporti, le preoccupazioni restano molteplici. Le linee di autobus e tram, spiegano gli abitanti, non sarebbero sufficienti a sostenere l’afflusso previsto nei giorni di gara, mentre la rete metropolitana dovrebbe reggere fino a 16.000 passeggeri aggiuntivi.
Anche la questione parcheggi rimane aperta: quelli attualmente disponibili sarebbero “insufficienti e distanti 3-4 chilometri” dallo stadio.

In sintesi, i cittadini non si dicono contrari per principio al ritorno del Flaminio al calcio di vertice, ma chiedono soluzioni concrete per mobilità, sicurezza e tutela ambientale prima di dare il proprio consenso a un progetto che, inevitabilmente, cambierebbe il volto del quartiere.



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Euro 2032, Abodi accelera: “Un commissario per gli stadi”

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Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, annuncia la figura del commissario per gli stadi in vista di Euro 2032, con il Flaminio tra le priorità.
Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, annuncia la figura del commissario per gli stadi in vista di Euro 2032, con il Flaminio tra le priorità.

L’Italia entra nella fase decisiva per Euro 2032, l’evento che dovrà ridisegnare il volto infrastrutturale del Paese. Ma i cantieri non sono ancora partiti, e il tempo stringe.
Per questo il governo ha deciso di istituire la figura del commissario degli stadi, fortemente voluta dal ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi.

L’obiettivo è chiaro: sbloccare le opere, accelerare i tempi e garantire la realizzazione degli impianti in vista dell’appuntamento europeo.


⚖️ Una legge che non basta più

In un’intervista rilasciata a Il Corriere dello Sport, Abodi ha ricordato che in Italia esiste già una legge sugli stadi, approvata dodici anni fa e più volte aggiornata, ma che da sola non è sufficiente:

“Non incide sulle volontà, sulla determinazione e sulla capacità di collaborazione dei club e delle amministrazioni comunali,” ha spiegato il ministro.

Un richiamo diretto a quella inerzia burocratica e amministrativa che negli ultimi anni ha bloccato numerosi progetti sportivi, tra cui proprio quello dello Stadio Flaminio.

Abodi ha anche sottolineato che, negli ultimi anni, sono state introdotte norme per semplificare le procedure, tra cui:

  • la possibilità di delocalizzare le compensazioni commerciali e industriali all’interno dello stesso comune;
  • il riconoscimento degli stadi come infrastrutture strategiche nazionali, con tutti i benefici amministrativi che ne derivano.

🏟️ Il caso Flaminio: “Non può attendere altro tempo”

Tra i dossier più caldi c’è proprio quello del Flaminio, lo storico impianto nel cuore di Roma che da oltre un decennio attende un progetto di riqualificazione.
Il ministro ha confermato che il commissario potrà intervenire direttamente anche su questo fronte:

“Il decreto di nomina lo prevede per gli stadi delle città candidate a Euro 2032, ma credo che il problema dei vincoli possa essere affrontato con la Soprintendenza in modo costruttivo.”

Parole che aprono un nuovo spiraglio anche per la Lazio di Claudio Lotito, da tempo interessata a ristrutturare il Flaminio, magari attraverso il diritto di superficie per 99 anni.

Abodi ha ribadito che per procedere sarà indispensabile presentare un progetto di fattibilità completo di piano economico-finanziario asseverato.
Solo in questo modo si potrà dare il via libera a un intervento che riporti il Flaminio “alla dignità e alla funzionalità perdute tredici anni fa”.


⏱️ Una corsa contro il tempo verso Euro 2032

La nomina del commissario rappresenta, di fatto, una svolta nella gestione delle infrastrutture sportive italiane.
Con l’Europeo alle porte, il governo punta a superare ostacoli burocratici e tempi infiniti, creando una figura con poteri straordinari capace di coordinare ministeri, comuni e club calcistici.

Un modello simile a quello già adottato per altre grandi opere pubbliche, con l’obiettivo di restituire agli italiani stadi moderni, sicuri e sostenibili.

Per la Lazio e per Roma, il Flaminio resta una priorità simbolica e strategica: uno stadio nel cuore della città, a misura di tifoso, che potrebbe finalmente restituire ai biancocelesti una casa vera.



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Cos’è il diritto di superficie che invoca la Lazio per il Flaminio

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Stadio Flaminio, il progetto della Lazio fermo da mesi: tra dichiarazioni ottimistiche e documenti ufficiali che smentiscono ogni progresso.
Stadio Flaminio, il progetto della Lazio fermo da mesi: tra dichiarazioni ottimistiche e documenti ufficiali che smentiscono ogni progresso.

Da settimane si parla della volontà di Claudio Lotito di dare finalmente alla S.S. Lazio uno stadio di proprietà, o quantomeno una casa stabile. Nelle ultime dichiarazioni del presidente biancoceleste, rilasciate a Il Corriere dello Sport, è emersa chiaramente la seconda ipotesi sul tavolo: il diritto di superficie sullo Stadio Flaminio.

Ma cosa significa, in concreto, questa formula giuridica? E perché potrebbe rappresentare la chiave per la rinascita del Flaminio?


📘 Cos’è il diritto di superficie

Il diritto di superficie è un diritto reale di godimento che permette a un soggetto — detto superficiario — di costruire e mantenere una costruzione su un terreno che appartiene a un altro proprietario.

In parole semplici, chi ottiene questo diritto può realizzare edifici, impianti o strutture sportive su un terreno non suo, mantenendo però la proprietà della costruzione, distinta da quella del suolo.

La normativa di riferimento si trova negli articoli 952 e seguenti del Codice Civile, e prevede che il diritto possa essere:

  • A tempo determinato (per esempio 50 o 99 anni);
  • A tempo indeterminato, in casi particolari.

Quando il diritto è temporaneo, allo scadere del termine la proprietà della costruzione può tornare automaticamente al proprietario del terreno, salvo rinnovo o diverso accordo.


🏗️ Perché è utile nelle grandi città

Il diritto di superficie è uno strumento urbanistico molto utile nei contesti metropolitani, dove il terreno edificabile è scarso o di proprietà pubblica.
Permette infatti di realizzare opere importanti senza dover acquistare l’area, riducendo i costi iniziali per il soggetto privato (come una società sportiva) e mantenendo il controllo del suolo in mani pubbliche.

È un istituto spesso usato per impianti sportivi, parcheggi, centri commerciali o complessi residenziali, e viene costituito attraverso atto pubblico o contratto notarile.


🏟️ Il caso della Lazio e dello Stadio Flaminio

Nel caso specifico della Lazio, Lotito ha dichiarato di essere “pronto a comprare il Flaminio o ad ottenere un diritto di superficie per 99 anni”.
Questa seconda opzione consentirebbe alla società di ristrutturare, modernizzare e gestire lo stadio per quasi un secolo, pur restando il terreno e la struttura di proprietà del Comune di Roma.

Per la Lazio significherebbe avere una casa propria di fatto, gestita in totale autonomia economica e sportiva, con la possibilità di inserire lo stadio nel bilancio societario come bene patrimoniale temporaneo.
Al termine del periodo (99 anni), la proprietà tornerebbe al Comune, salvo rinnovo o trasformazione del diritto in vendita definitiva.

Dal punto di vista finanziario, il diritto di superficie è una via intermedia: meno onerosa rispetto all’acquisto, ma comunque vantaggiosa rispetto all’attuale situazione dello stadio Olimpico, che resta di proprietà pubblica e condiviso con la Roma.


⚖️ In sintesi

Il diritto di superficie:

  • È un diritto reale su cosa altrui (ius in re aliena).
  • Permette di costruire e mantenere un edificio separato dal suolo.
  • Può essere a tempo determinato o indeterminato.
  • Consente di godere e disporre della costruzione anche senza essere proprietari del terreno.
  • Alla scadenza, la proprietà può tornare al titolare del suolo.

Per questo Lotito considera il diritto di superficie una soluzione praticabile e immediata per lo Stadio Flaminio, in attesa che il Comune dia il via libera al progetto.



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Lotito spinge per il Flaminio: “Siamo pronti a comprare”

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Claudio Lotito durante un’intervista in cui parla del futuro Stadio Flaminio della Lazio, tra acquisto e diritto di superficie.

Claudio Lotito torna a parlare dello Stadio Flaminio e lo fa con la consueta decisione che lo contraddistingue.
Il presidente della Lazio, intervistato da Il Corriere dello Sport, ha ribadito la volontà di procedere con una delle due opzioni sul tavolo: l’acquisto diretto del Flaminio o il diritto di superficie per 99 anni.

“Siamo pronti a comprare il Flaminio oppure a ottenere un diritto di superficie per 99 anni. Ho avuto l’ultima conversazione con Gualtieri giusto ieri. Sto continuando a sollecitare. Ci aspettiamo una svolta immediata”, ha dichiarato Lotito.

Due ipotesi, dunque, ma una sola preferenza: la proprietà piena dello stadio.
Secondo il patron biancoceleste, infatti, l’acquisto consentirebbe alla società di patrimonializzare la struttura e farla pesare nei bilanci, rafforzando la solidità economica del club.

“La Lazio ha già 300 milioni di patrimonio e lo stadio ci farebbe diventare ancora di più un modello in Europa”, ha sottolineato Lotito.

Il nodo economico: piano asseverato ancora assente

Nonostante le dichiarazioni di intenti, il progetto resta al momento fermo sulla scrivania del Campidoglio.
Come riporta Il Corriere dello Sport, la Lazio non ha ancora presentato il piano economico asseverato, documento indispensabile per procedere con la trattativa formale con il Comune di Roma.

Il motivo? Lotito avrebbe preferito attendere, risparmiando così circa 4-5 milioni di euro che sarebbero andati a fondo perduto in caso di bocciatura del piano.
Una mossa prudente dal punto di vista economico, ma che rischia di rallentare ulteriormente una vicenda già lunga anni.

Flaminio, tra passato e futuro

Lo Stadio Flaminio rappresenta molto più di una semplice struttura sportiva. È un simbolo della città di Roma, progettato da Pier Luigi Nervi e teatro di pagine storiche dello sport italiano.
Oggi, però, versa in condizioni di abbandono e necessita di una ristrutturazione profonda stimata in decine di milioni di euro.

Per la Lazio, riportarlo a nuova vita significherebbe tornare a casa dopo anni di convivenza forzata all’Olimpico.
Un sogno inseguito da generazioni di tifosi biancocelesti, che vedono nel Flaminio la sede naturale della propria identità sportiva e culturale.

Attesa per la risposta del Campidoglio

La palla ora passa all’amministrazione comunale, con il sindaco Roberto Gualtieri e l’assessore Onorato chiamati a valutare le prossime mosse.
Lotito chiede una “svolta immediata”, ma l’iter burocratico e la complessità del progetto fanno pensare che servirà ancora tempo.

Una cosa però è certa: la Lazio vuole lo stadio, e Lotito non intende arretrare.
Che sia un acquisto o un diritto di superficie, l’obiettivo è dare al club una casa di proprietà, trasformando il sogno del Flaminio in realtà.



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Mercato Lazio, rischio saldo zero anche in estate

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Lotito su Olympia: 'Non volerà più! Cercate nuove soluzioni'
Db Roma 18/08/2013 - Supercoppa Italiana / Juventus-Lazio / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Claudio Lotito

Per il mercato di gennaio la Lazio vive ancora nell’incertezza.
Nonostante i piccoli segnali di miglioramento nei conti, il club biancoceleste attende ancora il verdetto ufficiale della nuova commissione FIGC sullo sblocco del mercato.

La situazione resta delicata: la società di Claudio Lotito sembra essere appena sopra la soglia minima prevista dal parametro del “costo del lavoro allargato”, ma non abbastanza da considerarsi fuori pericolo.


Mercato soft a gennaio

In sostanza, la Lazio rischia di poter operare solo con il provvedimento “soft”, ovvero con la possibilità di intervenire sul mercato a saldo zero: ogni acquisto dovrà essere finanziato da una cessione di pari valore.

Non si tratta di un blocco totale, ma di una restrizione importante, che impedisce manovre significative.
È lo stesso scenario che aveva già frenato la società nella scorsa estate, portando a un mercato caratterizzato da occasioni, parametri zero e prestiti, più che da veri rinforzi mirati.

Se confermata, questa condizione limiterebbe ancora una volta la libertà operativa di Fabiani e Sarri, costretti a muoversi entro margini strettissimi.


Effetti sulla trimestrale di marzo

Liberare completamente il mercato a gennaio avrebbe un duplice effetto: permettere operazioni più dinamiche nel breve termine e migliorare i parametri in vista della trimestrale del 31 marzo, data chiave per l’approvazione del bilancio e la pianificazione del mercato estivo.

Il problema è che, al momento, la Lazio non sembra aver risanato la situazione nella sua completezza.
Questo significa che, salvo interventi straordinari di Lotito, anche la sessione di giugno potrebbe svolgersi a saldo zero.

Una prospettiva preoccupante per un club che, già da tempo, fatica a competere economicamente con le principali rivali.


Il rischio di un ridimensionamento

Operare per due sessioni consecutive con un mercato vincolato al saldo zero significherebbe una cosa sola: ridimensionamento tecnico e strategico.
Non solo sarebbe difficile rinforzare la squadra, ma anche gestire i rinnovi contrattuali e trattenere i giocatori più ambiti.

Senza un incremento dei ricavi e senza un intervento diretto del presidente Lotito, la Lazio rischia di trovarsi intrappolata in una spirale di immobilismo.

Come già accaduto negli ultimi mesi, ogni decisione di mercato sarebbe subordinata a una cessione: una condizione che rende impossibile pianificare progetti a lungo termine.


Il nuovo parametro UEFA: dal 80% al 70%

A complicare ulteriormente il quadro c’è il nuovo parametro UEFA che prevede una soglia più bassa tra costi e ricavi, destinata a passare dal 80% al 70%.
Il rispetto di questa nuova regola potrebbe diventare esecutivo già dal 31 marzo.

Alcune società di Serie A, inclusa la Lazio, hanno chiesto alla Lega e al Consiglio Federale di derogare o posticipare l’entrata in vigore del nuovo limite per evitare penalizzazioni e restrizioni ancora più severe.

Tuttavia, al momento, non c’è alcuna certezza che la FIGC accolga questa richiesta.


Lotito deve intervenire

La palla ora passa a Claudio Lotito.
Sarà il presidente biancoceleste a dover trovare la soluzione per invertire la rotta, aumentando i ricavi strutturali e garantendo maggiore libertà operativa.

Senza una svolta concreta, la Lazio rischia di affrontare un 2025 all’insegna della stagnazione, con la prospettiva di un ulteriore ridimensionamento tecnico e societario.



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11 Novembre: Gabriele Vive, Il Ricordo di un Tifoso Che Non Sarà Mai Dimenticato

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Una foto commemorativa o un ritratto di Gabriele Sandri, con lo sfondo dello Stadio Olimpico o dei colori della Lazio, che esprime un senso di ricordo e affetto.

Oggi ricorre l’anniversario della scomparsa di Gabriele Sandri. Il ricordo di un tifoso della Lazio, un simbolo di una passione interrotta troppo presto. La sua memoria, unita e viva, continua a risuonare sui gradoni dell’Olimpico.

ROMA – L’11 novembre non è un giorno come gli altri. È la data che, da diciotto anni a questa parte, è segnata dal dolore e dal ricordo per la scomparsa di Gabriele Sandri. Un ragazzo, un tifoso della Lazio, che ha perso la vita in circostanze drammatiche, lasciando un vuoto incolmabile in tutti coloro che lo conoscevano e nell’intera comunità sportiva.

Gabriele era un volto noto dell’ambiente biancoceleste, un giovane la cui passione per i colori della Lazio era autentica e viscerale. La sua tragica scomparsa ha scosso profondamente il mondo del calcio, superando i confini della rivalità e trasformando il suo nome in un simbolo: non solo di una passione smisurata, ma anche di una ferita che ancora oggi il calcio italiano non ha saputo rimarginare completamente.

Un Ricordo Vivo e Indelebile

La memoria di Gabriele Sandri è più viva che mai. Non c’è partita, non c’è trasferta, in cui il suo nome non risuoni sui gradoni dell’Olimpico e degli stadi d’Italia. I tifosi della Lazio, di ogni età e di ogni curva, continuano a onorarlo con striscioni, cori e iniziative che mantengono accesa la fiamma del suo ricordo.

Il suo volto è inciso nelle maglie, negli striscioni e nel cuore della Curva Nord. Ed è proprio in questa unità che si trova la forza per guardare avanti, con la consapevolezza che la sua memoria ha unito il mondo Lazio, trasformando il dolore in un monito costante.

Oggi, come ogni 11 novembre, la comunità laziale si stringe attorno alla sua famiglia e a chi lo ha amato, ricordando Gabriele non solo per la tragica fine, ma soprattutto per la gioia e la lealtà che esprimeva per i colori biancocelesti.

Gabriele Vive. Per sempre.



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Biglietti Lazio-Lecce: Al Via la Vendita con le Nuove Tariffe “Ridotto Donne” e “Promo 4 Insieme”

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Una grafica promozionale del "Ridotto Donne" e "Promo 4 Insieme" della Lazio, con i loghi del club e immagini che richiamano la famiglia.
As Roma’ supporters before the Italian Serie A soccer match between SS Lazio and AS Roma at the Olimpico stadium in Rome, Italy, 12 November 2023. ANSA/FABIO FRUSTACI

La S.S. Lazio annuncia l’apertura delle vendite per il match del 23 novembre contro il Lecce. Attivate due nuove promozioni, con sconti dedicati alle donne e ai gruppi di 4 persone. La guida completa all’acquisto, alle agevolazioni e agli accessi all’Olimpico.

ROMA – La S.S. Lazio ha comunicato ufficialmente l’apertura della vendita dei biglietti per la gara di campionato Serie A Enilive Lazio-Lecce, in programma domenica 23 novembre alle ore 18:00 allo Stadio Olimpico. Per incentivare la partecipazione, il club biancoceleste ha introdotto due nuove e importanti promozioni: il Ridotto Donne e la Promo 4 Insieme.


Le Nuove Tariffe Agevolate: Ridotto Donne e Promo 4 Insieme

SettoreInteroInvalidi civili al 100% e accompagnatoreRidotto Under 16Aquilotto Under 14 (*)4 INSIEME (****)Ridotto Donne (*****)
TR. D’ONORE Centrale CON HOSPITALITY300€======820 €==
TR. D’ONORE LAT. DESTRA150€======410 €==
TR. MONTE MARIO TOP70 €35€35€OMAGGIO185 €35€
TR. MONTE MARIO LAT.55€30€30 €OMAGGIO150€30€
TR. TEVERE GOLD70€35€35€OMAGGIO185 €==
TR. TEVERE TOP65€30€30€OMAGGIO170 €
30€
TR. TEVERE40 €22€22€==110 €==
TR. TEVERE PARTERRE CENTRALE40€22 €22€==110€==
TR. TEVERE PARTERRE LAT.40€22€22€==110€==
TR. TEVERE NON DEAMB. IN CARROZZELLA5 €==========
TR. TEVERE ACCOMPAGNO. NON DEAMB. IN CARR.30 €==========
CURVA MAESTRELLI30 €18€18 €OMAGGIO80€20€
DISTINTI SUD EST30€18€18€OMAGGIO80€20€
DISTINTI SUD OVEST – OSPITI30€==========

Al costo dei biglietti online, verrà applicata una commissione di servizio pari al 3,80%.

(*) I biglietti ridotti Invalidi Civili al 100% e la Tribuna Tevere non deambulanti entrambi con accompagnatore, posso essere acquistati solo presso i negozi Lazio Style 1900.

(**) Possono acquistare un tagliando Ridotto Under 16 i ragazzi nati dal 01/01/2009.

(***) Tutti i ragazzi nati dal 01/01/2011 accompagnati da un genitore (o parente entro il 4° grado) in possesso di biglietto a pagamento, potranno accedere gratuitamente allo stadio ritirando contemporaneamente l’apposito tagliando nominativo omaggio e il biglietto a pagamento dell’accompagnatore.

L’operazione Omaggio Under 14 si potrà essere effettuata esclusivamente presso uno dei Lazio Style 1900 e, solo il giorno della gara, presso la biglietteria di Via Nigra. Il ritiro del biglietto omaggio under 14, deve esser fatto in contemporanea all’acquisto del biglietto dell’adulto. Clicca qui per leggere le indicazioni degli omaggi under 14.

(****) Per poter usufruire dell’iniziativa 4 insieme, è obbligatorio acquistare tutti e 4 i biglietti e contemporaneamente.

(*****) Per poter usufruire dell’iniziativa Ridotto Donne, sarà necessario essere in possesso di una card Lazio Eagle o 1900.

I bambini di 4 anni nati dal 01/01/2021 accedono allo stadio gratuitamente e senza biglietto presentando un documento di identità o la tessera sanitaria.

  • Ridotto Donne (Nuova Promozione): Sarà possibile acquistare un singolo biglietto a tariffa ridotta in alcuni settori dello stadio, solo se si è in possesso di una card Lazio Eagle o 1900.
  • Promo 4 Insieme: Permette di acquistare 4 biglietti dello stesso settore ad un prezzo vantaggioso. Per usufruirne, è obbligatorio acquistare tutti e 4 i biglietti contemporaneamente.

Modalità di Acquisto e Punti Vendita

La vendita dei tagliandi si apre martedì 28 ottobre alle ore 17:00 e sarà possibile acquistare i biglietti tramite:

  • ON-LINE: Tramite il circuito Vivaticket. Verrà applicata una commissione di servizio del 3,80%.
  • Punti vendita Vivaticket.
  • Lazio Style 1900: Per l’acquisto delle tariffe agevolate speciali (Invalidi al 100% e Disabili in carrozzella con accompagnatori) e per il ritiro degli Omaggi Under 14.

Tariffe Speciali e Under 14

  • Omaggio Under 14: I ragazzi nati dal 01/01/2011 accompagnati da un genitore (con biglietto a pagamento) possono accedere gratuitamente, ritirando il tagliando omaggio solo ed esclusivamente presso i Lazio Style 1900 (o Via Nigra il giorno gara) in contemporanea all’acquisto del biglietto dell’adulto.
  • Ridotto Under 16: Per i ragazzi nati dal 01/01/2009.
  • Disabilità/Invalidi: Le tariffe agevolate con accompagnatore (*), possono essere acquistate solo presso i negozi Lazio Style 1900.

Accesso e Regolamento Stadio

  • Controllo Identità: È obbligatorio esibire un documento di identità all’ingresso per ogni singolo spettatore, inclusi i minorenni.
  • Max Biglietti: Nella vendita libera, il numero massimo di tagliandi acquistabili da una singola persona è di quattro.
  • Accessi Olimpico: Sono specificati i diversi varchi di accesso per i vari settori (Via dei Gladiatori, Piazza Lauro De Bosis, Viale delle Olimpiadi, Via Nigra-Stadio dei Marmi, Piazza Piero Dodi).
  • Cambio Nominativo: È consentito per biglietti e abbonamenti (per tariffa corrispondente), tranne che per i biglietti del settore ospiti (la cui vendita sarà comunicata nei prossimi giorni).
  • Striscioni Non Censiti: Obbligatorio presentare una richiesta entro 48 ore dall’evento inviandola a: SLO@SSLAZIO.IT.


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Atalanta, via Juric: arriva Palladino ma è la scelta giusta?

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Ivan Juric esonerato dall’Atalanta dopo la sconfitta col Sassuolo: al suo posto arriva Raffaele Palladino, ex tecnico della Fiorentina.

L’Atalanta ha deciso: Ivan Juric non è più l’allenatore dei bergamaschi.
L’esonero è arrivato dopo la pesante sconfitta interna contro il Sassuolo, ma la verità è che il destino del tecnico croato era segnato da settimane.

L’Atalanta non vinceva in Serie A da agosto, la classifica era diventata preoccupante e le prestazioni troppo deludenti per una squadra che negli ultimi anni, con Gasperini, aveva abituato tutti a un calcio spettacolare, europeo, vincente.

In realtà, non serviva un genio per capire che Juric non fosse il profilo adatto per raccogliere l’eredità di Gasperini.


Juric: un 2024 da incubo

Negli ultimi dodici mesi, la carriera di Ivan Juric è stata un continuo precipitare.
In poco più di un anno:

  • un esonero,
  • una retrocessione record,
  • e una rescissione contrattuale al Southampton.

Tre esperienze, tre fallimenti.

Nonostante questo, l’Atalanta lo aveva scelto in estate per rilanciare il progetto tecnico post-Gasperini. Una scelta sorprendente, quasi rischiosa, che si è rivelata fallimentare.

L’ex tecnico di Torino e Roma non è mai riuscito a dare un’identità chiara alla squadra. L’Atalanta ha perso certezze, entusiasmo e — cosa ancora più grave — la capacità di fare paura agli avversari.


Palladino: la nuova scommessa di Percassi

Al suo posto è arrivato Raffaele Palladino.
Una scelta che, a prima vista, sembra più logica di quella di Juric, ma che lascia comunque qualche dubbio.

Palladino viene da una stagione difficile con la Fiorentina, chiusa al sesto posto e con un’uscita prematura in Conference League.
Nonostante un mercato importante e una rosa competitiva, i viola avevano ambizioni da Champions, ma hanno chiuso l’annata con più rimpianti che progressi.

Il tecnico campano, che due anni fa sembrava una delle rivelazioni del calcio italiano grazie all’ottimo lavoro con il Monza, non è riuscito a compiere il salto di qualità che tutti si aspettavano.

Le sue dimissioni, arrivate pochi giorni dopo il rinnovo, sono state la conferma di un progetto finito troppo presto.


L’eredità pesante di Gasperini

Il problema di fondo, però, va oltre i nomi.
Chiunque fosse arrivato dopo Gian Piero Gasperini avrebbe avuto un compito quasi impossibile.

L’allenatore piemontese ha scritto una delle pagine più straordinarie nella storia recente dell’Atalanta:

  • tre qualificazioni consecutive in Champions League,
  • una semifinale di Coppa Italia,
  • la valorizzazione di decine di giocatori,
  • e una crescita strutturale e identitaria senza precedenti.

Gasperini non era solo un tecnico, ma un costruttore di mentalità.
Sostituirlo con Juric — reduce da una retrocessione e da un periodo nero — è stato un segnale di ridimensionamento, più che di continuità.


Palladino è davvero l’uomo giusto?

Ora tocca a Palladino.
Un tecnico giovane, ambizioso, ma ancora tutto da dimostrare a certi livelli.

Il suo calcio basato su possesso e verticalità può anche piacere, ma l’Atalanta è un contesto complesso: una squadra abituata a ritmo, intensità, automatismi perfetti, pressing alto e coraggio tattico.

Inoltre, molti giocatori considerano Bergamo una tappa intermedia verso club più grandi.
Per gestire uno spogliatoio così, serviva un tecnico carismatico, esperto e autorevole.

Ecco perché in tanti sognavano un nome come Roberto Mancini, che si sarebbe proposto alla dirigenza nerazzurra: un profilo di esperienza internazionale, capace di dare continuità all’ambizione europea dell’Atalanta.

Ma Percassi ha scelto un’altra strada: una nuova scommessa.


Una questione di ambizioni

L’Atalanta oggi deve decidere cosa vuole essere:

  • continuare a stare nell’élite del calcio italiano,
  • oppure ridimensionarsi e tornare una squadra da metà classifica.

Con Gasperini, Bergamo era un punto d’arrivo.
Con Juric e ora Palladino, rischia di tornare a essere un trampolino di passaggio.

E se l’obiettivo resta l’Europa, non si può puntare solo su progetti “a basso rischio”: serve un allenatore di caratura internazionale, in grado di tenere alta la tensione e il prestigio del club.


Conclusione

L’esonero di Ivan Juric era inevitabile.
Ma la scelta di Raffaele Palladino non è esente da rischi.

Dopo il capolavoro Gasperini, l’Atalanta si trova a un bivio storico:
continuare a crescere oppure tornare nell’anonimato.

La palla ora passa a Palladino, ma le perplessità restano tante.
E se anche questa scommessa dovesse fallire, a Bergamo servirà una rifondazione profonda — non solo in panchina, ma anche nelle ambizioni.



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La caduta della Umbro: da regina del calcio a marchio dimenticato

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Maglia Umbro della Lazio anni ’90, simbolo di un’epoca d’oro in cui il marchio inglese vestiva i club più iconici del calcio europeo.
Maglia Umbro della Lazio anni ’90, simbolo di un’epoca d’oro in cui il marchio inglese vestiva i club più iconici del calcio europeo.

Per molti tifosi nati tra gli anni ’80 e i primi 2000, Umbro (o Ambro, come si pronunciava in Italia) evoca ricordi indelebili.
Le sue maglie — semplici, pulite, eleganti — erano il simbolo di un calcio romantico, lontano dalle strategie di marketing globale.

Bastava guardare la Lazio di Cragnotti, il Manchester United di Cantona o la nazionale inglese di Shearer per capire cosa significasse indossare una maglia Umbro: tradizione, qualità e stile.
Oggi, invece, il marchio britannico è relegato a un ruolo secondario.
Ma come è potuto accadere che la regina delle maglie da calcio sia diventata un marchio quasi dimenticato?


Gli anni d’oro: Umbro e il dominio europeo

Negli anni ’80 e ’90, il calcio era ancora un affare europeo.
I grandi marchi che dominavano il mercato erano Adidas, Umbro, Robe di Kappa, Lotto, tutti nati e cresciuti nel Vecchio Continente.

Gli Stati Uniti, ancora lontani dal fenomeno “soccer”, non avevano capito la potenza economica e culturale del calcio.
Questo permetteva a brand come Umbro di espandersi e di vestire club di altissimo livello:

  • Manchester United, la squadra simbolo della Premier League nascente;
  • Nazionale inglese, vero orgoglio del marchio;
  • Lazio, durante il periodo d’oro di Cragnotti, con le leggendarie maglie celesti Umbro tra le più amate di sempre.

Il marchio inglese era sinonimo di classe britannica e artigianalità sportiva.
Non era solo sponsor tecnico: era un’icona culturale.


L’arrivo dei giganti: l’invasione americana

A cavallo tra gli anni ’90 e 2000, però, il mondo del calcio cambia.
Diventa globale, mediatico, commerciale.
E le grandi multinazionali americane si accorgono del suo potenziale economico.

Marchi come Nike e Puma entrano in campo con potenza di fuoco finanziaria mai vista prima.
Offrono contratti milionari ai club europei, pronti a strappare le sponsorizzazioni storiche ai brand europei più piccoli.

La Lazio, ad esempio, dopo anni con Umbro, passò a Puma:
non per la qualità dei materiali, ma per le cifre offerte.
Cragnotti non poté resistere.

Nel frattempo, Nike si lanciò alla conquista del calcio con un obiettivo chiaro: distruggere il monopolio di Adidas e diventare il marchio numero uno del pallone.


La mossa decisiva (e fatale): l’acquisizione del 2008

Nel 2008, Nike compie la mossa che segnerà il destino di Umbro:
acquista il marchio britannico per 285 milioni di dollari.

Sulla carta, un matrimonio perfetto.
L’idea era quella di sfruttare la tradizione di Umbro nel calcio europeo per rafforzare la presenza Nike nel mercato del football.
Ma la realtà fu ben diversa.

Invece di far crescere il marchio, Nike lo svuotò dall’interno.
Prese tutte le sue sponsorizzazioni più prestigiose — Manchester United, nazionale inglese, club di Premier League — e le trasferì sotto il proprio logo.

Nel giro di pochi anni, Umbro si ritrovò senza più squadre di punta.
Un marchio storico, senza identità e senza visibilità.


Dal dominio alla scomparsa

Nel 2012, appena quattro anni dopo l’acquisizione, Nike decise di disfarsene:
vendette Umbro a Iconix Brand Group per 225 milioni di dollari, 60 milioni in meno rispetto al prezzo d’acquisto.

Una perdita economica evidente, ma soprattutto una distruzione strategica.
Umbro, privata delle sue sponsorizzazioni e della sua rete, divenne un guscio vuoto.

Era finita un’era.
La Umbro dei Cantona, dei Gascoigne, dei Mancini, non esisteva più.


Il lento tentativo di rinascita

Negli ultimi anni, Iconix ha provato a rilanciare Umbro.
Il marchio ha mantenuto una piccola presenza nel calcio britannico e sudamericano, ma la concorrenza è feroce: Nike, Adidas, Puma, New Balance, Under Armour, Mizuno e nuovi brand asiatici dominano il mercato.

Il mondo delle maglie da calcio non è più artigianato e passione: è marketing globale, collaborazioni fashion, edizioni limitate.
E in questo contesto, Umbro — con la sua identità “old school” — fatica a trovare spazio.


La nostalgia dei tifosi

Per chi ha vissuto quegli anni, però, Umbro non è un marchio qualunque.
È sinonimo di un’epoca in cui le maglie erano un simbolo di appartenenza e non un prodotto commerciale.

Basta guardare una maglia Umbro della Lazio o del Manchester United per sentire la differenza: il colletto, i materiali, i dettagli.
C’era stile, tradizione, identità.

Oggi, chi vuole rivivere quella magia deve cercare su eBay o nei mercatini vintage.
E quelle maglie, anche dopo 30 anni, restano bellissime — forse più di molte di oggi.


Conclusione

La storia di Umbro è quella di un marchio iconico divorato dalla globalizzazione del calcio.
Un’azienda nata per vestire le passioni dei tifosi e finita vittima delle logiche del business.

Per noi nostalgici, resta il ricordo di un tempo in cui una maglia Umbro non era solo un capo sportivo, ma un pezzo di cuore.



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Impatto della tecnologia delle slot machine sul gioco online e sui mercati finanziari

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Innovazione e gioco—adesso non ci sono quasi barriere fra i due, o almeno così sembrerebbe guardando gli ultimi anni. Slot, roulette, blackjack online: ormai queste versioni digitali hanno poco a che vedere con le vecchie macchine rumorose dei casinò degli anni Ottanta. Secondo dati raccolti da Global Market Insights per il 2024, pare che solo il ramo delle slot machine digitali abbia mosso oltre 16,8 miliardi di dollari. 

Previsioni su cosa succederà? Difficile essere sicuri, ma molti analisti azzardano una crescita costante per almeno altri dieci anni. In realtà, la tecnologia segue percorsi tutti suoi: le slot, per una serie di motivi (strategici, culturali, forse anche commerciali), sembrano ricevere attenzione particolare dagli sviluppatori. Intanto, realtà virtuale, intelligenza artificiale, blockchain—tutta questa roba opera in silenzio dietro lo schermo, creando ambienti, regole di sicurezza, logiche di mercato, e finendo pure per muovere qualcosa sui principali mercati finanziari.

Dai rulli meccanici agli algoritmi intelligenti


Ormai nel 2024 la slot classica (quella leva, tre simboli…) è più un ricordo che altro. Con l’arrivo di realtà aumentata e virtuale, i giocatori si spostano in mondi digitali sempre più elaborati: grafica che si fa quasi ipnotica, animazioni che inseguono gusti e preferenze diverse ogni mese. Gli sviluppatori? Hanno scommesso tutto su quello che viene chiamato “user experience”—che poi, detta così, diventa un’ossessione per la sorpresa. 

Chi si collega oggi su una qualsiasi piattaforma trova una quantità di funzioni che non c’era nemmeno qualche anno fa: mini-giochi, storie a episodi, quell’effetto “vediamo fin dove posso arrivare” che crea dipendenza. Secondo ITIS Magazine, la tecnologia delle slot machine online ha rivoluzionato non solo la grafica ma anche la possibilità di accedere in ogni momento, da qualunque dispositivo. 

Se ci si ferma ai numeri, sembra che tra il 2021 e il 2024 gli utenti attivi siano aumentati di circa il 30%. Possibile che la vera chiave sia l’adattamento allo smartphone, che ormai è nelle mani di tutti. E poi c’è la dimensione dei social: condividere successi, statistiche, magari piccoli tornei lampo, tutto questo continua a cambiare le regole del gioco—letteralmente.

Sicurezza, trasparenza e blockchain nel nuovo scenario digitale


Blockchain viene citata sempre più spesso nel gioco online. È una tendenza che dal 2022 si è fatta sentire: via via più casinò adottano sistemi di pagamento che promettono sicurezza (e in parte la garantiscono), rendendo ogni transazione verificabile e tracciata. Più trasparenza significa meno diffidenza, almeno per quella parte di utenti rimasta scettica o poco convinta in passato, specie su rischi di frode. 

Un report di La Mia Finanza suggerisce che almeno il 42% delle piattaforme utilizzi soluzioni di crittografia avanzata e accettatori innovativi per le valute. L’intelligenza artificiale porta il discorso ancora oltre: bonus e promozioni su misura, basati sull’osservazione delle abitudini, persino alcune estrazioni vengono ricontrollate tramite la blockchain. Sempre più aziende quotate nel gioco—perlomeno quelle più visibili—sembrano godere di un’aura di affidabilità nuova, il che, per ora, si rispecchia anche nei valori lampanti delle loro azioni.

Mercati finanziari e investimenti nel settore del gambling digitale


Ormai è difficile trovare una linea netta tra il mondo del gioco e quello degli investimenti finanziari. L’effetto delle nuove tecnologie su slot machine e dintorni sta avendo qualche impatto anche nei piani alti della finanza. Per alcune aziende attive nello sviluppo di software o nei servizi gaming, il loro valore in Borsa risulta—secondo quanto si legge in Global Market Insights—cresciuto parecchio negli ultimi tempi, con tassi previsti attorno al 5,6% annuo tra il 2025 e il 2034. 

Non sorprende che i fondi e i grandi investitori istituzionali vogliano una fetta di questi guadagni virtuali, allargando il portafoglio su società dedicate all’innovazione digitale. La regolamentazione, ora più presente, e l’arrivo di pagamenti elettronici e criptovalute, sembrano rafforzare la fiducia nel settore. Viene da pensare che nei prossimi anni assisteremo a fusioni o acquisizioni tra giganti, il tutto accompagnato da qualche scossone nei listini globali—o almeno è quello che si vocifera.

Jackpot progressivi, nuove frontiere e accessibilità globale


Tecnologia, certo, ma non solo: a cambiare, ultimamente, sono anche i modelli di gioco. Le slot a jackpot progressivo (quelle con i premi che aumentano di continuo) funzionano per mezzo di sistemi che valorizzano la massa di utenti connessi nello stesso istante. Nel 2023, secondo le stime di Top Trade, pare che oltre il 35% delle puntate mondiali siano state piazzate su giochi con montepremi cumulativo. L’arrivo delle slot “a tema”—un mix di cinema, sport, e cultura pop—ha portato a bordo nuovi giocatori, molti dei quali piuttosto giovani o, comunque, abbastanza curiosi da provare cose diverse. L’accessibilità, oggi, non dipende quasi più dal luogo: basta uno smartphone di fascia media e si può entrare nel vivo delle piattaforme più note, senza grandi impedimenti tecnici. L’integrazione fra logiche di gioco e canali social ha dato il via a nuove forme di intrattenimento, con esperienze a volte continue, soggettive, magari anche redditizie per chi ci sta dentro. Tuttavia tutto questo comporta anche qualche rischio: servono più controlli sui sistemi di sicurezza e massima attenzione sulle movimentazioni economiche, perché—come si sa—le falle possono spuntare dove meno te lo aspetti.

Gioco responsabile nella trasformazione digitale


L’avanzata tecnologica sulle slot machine promette benefici, ma è tutt’altro che priva di controindicazioni. Sì, molte piattaforme ormai propongono strumenti seri come auto-esclusione o limiti personalizzabili, così da poter mettere uno stop tempestivo a situazioni a rischio; però, non è sempre semplice distinguere tra uso consapevole e gioco problematico. Secondo dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, soltanto nel 2023 in Italia oltre 120.000 giocatori hanno deciso di attivare meccanismi di auto-esclusione. Resta sempre centrale il ruolo di educazione, controllo dell’età, e campagne di sensibilizzazione, che provano a mantenere un equilibrio fra dinamiche di crescita economica e attenzione alla salute sociale. E forse, guardando avanti, questa sarà la vera sfida.



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Chi ha vinto più Palloni d’Oro nella storia del calcio

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Da Di Stéfano a Van Basten, da Cristiano Ronaldo a Lionel Messi: ecco chi ha vinto più Palloni d’Oro nella storia del calcio e il record assoluto.

Il Pallone d’Oro è il riconoscimento personale più prestigioso del mondo del calcio.
Istituito nel 1956 dalla rivista francese France Football, premia ogni anno il miglior giocatore del mondo, scelto da una giuria internazionale di giornalisti sportivi.

Ma chi è il calciatore che ne ha vinti di più nella storia?
Da Alfredo Di Stéfano fino a Lionel Messi, ripercorriamo le carriere dei grandi campioni che hanno inciso i loro nomi sull’oro più ambito del calcio.


Dalle leggende del passato ai primi plurivincitori

Negli anni ’50 e ’60, il Pallone d’Oro era un affare riservato agli europei, ma già allora nacquero i primi miti: Stanley Matthews, Di Stéfano, Raymond Kopa e Lev Yashin, unico portiere della storia a vincerlo (1963).

Con il passare degli anni, alcuni calciatori iniziarono a imporsi più volte.
Tra i doppi vincitori figurano nomi immortali come:

  • Franz Beckenbauer (1972, 1976)
  • Ronaldo “il Fenomeno” (1997, 2002)
  • Kevin Keegan (1978, 1979)
  • Karl-Heinz Rummenigge (1980, 1981)

Campioni che hanno segnato un’epoca, ma che si sono fermati a due.


Il club dei “tre Palloni d’Oro”: Cruyff, Platini e Van Basten

Salendo di livello, solo tre leggende sono riuscite a vincere tre volte il Pallone d’Oro.

🟠 Johan Cruyff

Il genio olandese, simbolo del calcio totale, trionfò nel 1971, 1973 e 1974.
Con l’Ajax prima e il Barcellona poi, rivoluzionò il modo di intendere il gioco, portando in campo la filosofia che avrebbe poi ispirato intere generazioni di allenatori, da Guardiola a De Zerbi.
Cruyff era un calciatore elegante, visionario e incredibilmente moderno.

⚪⚫ Michel Platini

Negli anni ’80, il numero 10 francese divenne il simbolo della Juventus e della nazionale francese.
Vincitore di tre Palloni d’Oro consecutivi (1983, 1984, 1985), Platini guidò i bianconeri alla Coppa dei Campioni e alla Coppa Intercontinentale.
Un regista offensivo dotato di classe, intelligenza tattica e un piede destro da chirurgo.

🔴⚫ Marco van Basten

Forse l’attaccante più elegante e letale della sua generazione, Van Basten vinse tre volte il premio (1988, 1989, 1992).
Con il Milan di Sacchi e Capello segnò gol spettacolari e divenne simbolo del calcio totale.
La sua carriera fu purtroppo segnata da infortuni, ma bastarono pochi anni per consacrarlo tra i più grandi.


I giganti dell’era moderna: Ronaldo e Messi

Con l’arrivo del nuovo millennio, il Pallone d’Oro si è trasformato in una sfida a due tra Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, i due calciatori più vincenti e dominanti dell’epoca moderna.

⚽ Cristiano Ronaldo – 5 Palloni d’Oro

Il fuoriclasse portoghese ha trionfato nel 2008, 2013, 2014, 2016 e 2017, vincendo con il Manchester United e il Real Madrid.
La sua potenza fisica, la fame di vittorie e la costanza nel segnare lo hanno reso un’icona mondiale.
Ronaldo ha vinto in quattro campionati diversi (Inghilterra, Spagna, Italia, Portogallo) e ha dimostrato di essere competitivo in ogni contesto.

“Non è solo talento, è ossessione per la perfezione.”

🟡 Lionel Messi – 7 Palloni d’Oro

E poi c’è lui: Lionel Messi, l’uomo dei record.
Il capitano dell’Argentina e simbolo eterno del Barcellona ha vinto sette Palloni d’Oro (2009, 2010, 2011, 2012, 2015, 2019, 2021).

Con la maglia blaugrana ha conquistato tutto: 10 campionati, 4 Champions League, 6 Scarpe d’Oro e oltre 700 gol.
Con la nazionale argentina ha completato la sua leggenda vincendo la Copa América 2021 e il Mondiale 2022 in Qatar, dove è stato eletto miglior giocatore del torneo.

Messi è poesia calcistica: dribbling, visione di gioco, intelligenza tattica e una naturalezza nell’essere geniale.


Il significato del Pallone d’Oro

Il Pallone d’Oro non è solo un premio individuale: è il riconoscimento dell’eccellenza, della dedizione e della costanza ai massimi livelli.
Dietro ogni vittoria c’è una storia di sacrificio, di lavoro quotidiano e di talento puro.

Dagli anni ’50 a oggi, il trofeo ha raccontato l’evoluzione del calcio:

  • dai pionieri romantici del passato
  • ai fuoriclasse globali del presente
  • passando per rivoluzionari come Cruyff e Van Basten

E se oggi Lionel Messi è il re indiscusso, la domanda resta aperta:
chi sarà il prossimo a superarlo?


Conclusione

Sette Palloni d’Oro per Lionel Messi, cinque per Cristiano Ronaldo.
Due carriere che hanno ridefinito il calcio moderno e ispirato generazioni di tifosi.

Ma al di là dei numeri, resta una certezza: ogni Pallone d’Oro racconta una storia, un’epoca e un modo unico di vivere il calcio.



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Qual è la squadra più antica del mondo?

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Lo Sheffield Football Club, fondato nel 1857: il club più antico del mondo riconosciuto dalla FIFA, simbolo delle origini del calcio moderno.
Lo Sheffield Football Club, fondato nel 1857: il club più antico del mondo riconosciuto dalla FIFA, simbolo delle origini del calcio moderno.

Ciao a tutti gli appassionati di calcio e curiosi della storia di questo magnifico sport.
Oggi vi porto indietro nel tempo, in un viaggio che ci riporta alle origini del calcio, alla scoperta della squadra più antica del mondo.

Questa non è solo una questione di date e di record: è un tuffo nell’anima del gioco più amato del pianeta, nelle sue radici culturali e nella sua evoluzione.


Le origini del calcio: tra passione e comunità

Quando pensiamo alla nascita del calcio, immaginiamo campi di terra, scarponi pesanti e palloni di cuoio.
Uomini di ogni classe sociale che si riunivano per giocare, mossi da una sola passione: calciare quel pallone e stare insieme.

Il calcio nasce così, come un linguaggio universale capace di unire le persone.
E se ogni nazione ha le sue leggende, ogni squadra ha una storia — ma alcune sono cominciate molto prima di tutte le altre.

Capire qual è la squadra di calcio più antica del mondo significa viaggiare indietro di oltre un secolo e mezzo, nel cuore dell’Inghilterra vittoriana, dove tutto ebbe inizio.


I pionieri: dallo Sheffield FC al Notts County

Nell’Ottocento, il football si stava ancora formando.
Diverse città inglesi cominciarono a fondare club sportivi, ma due nomi spiccano su tutti:

  • Notts County, nato nel 1862
  • Stoke City, le cui radici risalgono al 1863

Eppure, andando ancora più indietro, troviamo una data che precede tutti: 1857.
È l’anno in cui nasce lo Sheffield Football Club, fondato da Nathaniel Creswick e William Prest, due giovani appassionati di sport che volevano dare un’organizzazione al gioco del calcio.


Sheffield FC, 1857: la nascita del calcio moderno

Lo Sheffield Football Club è riconosciuto ufficialmente dalla FIFA come la squadra di calcio più antica del mondo ancora esistente.
Il suo motto, “Not for oneself but for all” (“Non per sé, ma per tutti”), racchiude perfettamente lo spirito con cui nacque il club: comunità, passione, sportività.

Nel 1859, il club redasse il primo regolamento scritto della storia del calcio, le famose Sheffield Rules, che introdussero concetti fondamentali tuttora presenti nel gioco moderno:

  • il calcio d’angolo,
  • la rimessa laterale,
  • la traversa,
  • i falli e la figura dell’arbitro.

Queste regole ispirarono la nascita della Football Association nel 1863, la federazione che ancora oggi governa il calcio inglese.


Il primo derby della storia

Il 26 dicembre 1860, giorno di Boxing Day, lo Sheffield FC disputò la prima partita ufficiale della storia del calcio contro l’Hallam FC, altra squadra della città.
Si giocò a Sandygate Lane, tuttora riconosciuto come lo stadio più antico del mondo.
Il risultato?
Una vittoria dello Sheffield per 2-0.
Quella partita rappresenta l’inizio ufficiale del calcio competitivo: il primo derby, la prima rivalità, la prima storia tramandata fino a oggi.


Dalla fondazione della FA alle prime trasferte

Nel 1863, con la nascita della Football Association, lo Sheffield FC divenne membro fondatore della federazione, contribuendo a unificare le regole e a diffondere il gioco in tutta l’Inghilterra.

Due anni dopo, nel 1865, arrivò un’altra prima volta: la prima partita fuori città.
Lo Sheffield affrontò il Nottingham al Midland Cricket Ground, vincendo 1-0.
Fu l’inizio del calcio “nazionale”, l’antesignano dei campionati che oggi conosciamo.


Un club leggendario e simbolico

Riconoscere lo Sheffield FC come la squadra più antica del mondo non è solo un omaggio alla sua longevità, ma al suo impatto culturale.
In più di 165 anni di storia, il club ha attraversato guerre, crisi economiche, rivoluzioni sociali e tecnologiche, ma non ha mai smesso di rappresentare lo spirito autentico del calcio.

Ancora oggi, il club milita nelle divisioni minori inglesi, ma è considerato un patrimonio mondiale del calcio.
Nel 2007, in occasione del 150° anniversario, la FIFA e la FA hanno celebrato ufficialmente lo Sheffield come “the oldest football club in the world”, riconoscendo il suo contributo fondativo allo sport.


Le radici del calcio vivono ancora

Ogni volta che lo Sheffield FC scende in campo, non è solo una partita: è una lezione di storia vivente.
È il ricordo di un tempo in cui il calcio non era business, ma passione pura.
Un ponte tra il passato e il presente, un filo che collega i pionieri del XIX secolo ai campioni moderni che oggi fanno sognare miliardi di tifosi.

Ecco perché conoscere lo Sheffield FC significa conoscere le origini del calcio stesso.
Perché ogni gol, ogni fischio d’inizio, ogni sogno che nasce su un campo di terra… ha radici che affondano nel 1857, a Sheffield.


Conclusione

La squadra più antica del mondo non è solo un nome su un libro di storia, ma una testimonianza vivente di come il calcio sia diventato ciò che conosciamo oggi:
un linguaggio universale, un’emozione che unisce popoli e generazioni.

Lo Sheffield FC è il punto di partenza di tutto.
Da lì è nato il calcio moderno.



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Perché Diego Armando Maradona non vinse mai il Pallone d’Oro

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Diego Armando Maradona con la maglia del Napoli, il genio argentino che nonostante i trionfi non vinse mai il Pallone d’Oro.
Diego Armando Maradona con la maglia del Napoli, il genio argentino che nonostante i trionfi non vinse mai il Pallone d’Oro.

Diego Armando Maradona è considerato da milioni di tifosi e addetti ai lavori il calciatore più forte di tutti i tempi.
Un genio capace di cambiare la storia del calcio e di rendere grande una città come Napoli.
Eppure, nonostante la sua grandezza, Maradona non ha mai vinto il Pallone d’Oro, il riconoscimento individuale più prestigioso nel mondo del calcio.
Un’ingiustizia che ancora oggi fa discutere.


Un talento unico, nato per incantare

Nato il 30 ottobre 1960 a Lanús, in Argentina, Maradona mostrò fin da bambino un talento fuori dal comune.
Dopo gli esordi nell’Argentinos Juniors, passò al Boca Juniors, prima di approdare in Europa: prima al Barcellona, poi al Napoli, dove scrisse pagine indimenticabili di storia.

In azzurro, tra il 1984 e il 1991, trasformò una squadra provinciale in una potenza europea, vincendo due Scudetti (1987 e 1990), una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e, soprattutto, la Coppa UEFA del 1989.
Maradona era il simbolo del riscatto del Sud Italia, il capitano che univa un popolo e faceva sognare un’intera generazione.


Il Mondiale del 1986: l’apice della leggenda

Con la Nazionale argentina, Maradona raggiunse l’apice della carriera nel Mondiale di Messico ’86.
Guidò l’Albiceleste al titolo mondiale, segnando due dei gol più famosi della storia del calcio:
la “Mano de Dios” e il “Gol del Secolo” contro l’Inghilterra, quando dribblò mezza squadra avversaria prima di depositare la palla in rete.

Fu il torneo della consacrazione definitiva, la dimostrazione che Maradona poteva vincere da solo, trascinando una squadra intera con il suo talento, la sua grinta e la sua genialità.


Il mistero del Pallone d’Oro mancato

E allora perché non ha mai vinto il Pallone d’Oro?
La risposta non è legata al rendimento in campo, ma a una vecchia regola discriminatoria del premio assegnato da France Football.

Fino al 1995, infatti, il Pallone d’Oro era riservato esclusivamente ai calciatori europei che militavano in squadre europee.
Una limitazione che escluse fuoriclasse come Pelé, Zico, Romário e, appunto, Maradona.

Solo a partire dal 1995 la regola fu modificata, permettendo ai giocatori di qualsiasi nazionalità di essere candidati, purché militassero in club europei.
E nel 2007 arrivò un’ulteriore apertura: il premio divenne accessibile a tutti, anche a chi giocava fuori dal continente europeo.


Gli anni in cui Maradona avrebbe meritato il Pallone d’Oro

Facendo un passo indietro, è facile immaginare almeno tre edizioni che Maradona avrebbe meritato di vincere:

  • 1986 – L’anno del Mondiale vinto in Messico. Il Pallone d’Oro andò all’uruguaiano Belanov, ma nessuno mise in dubbio che il vero re fosse Diego.
  • 1989 – Il Napoli trionfò in Coppa UEFA con Maradona leader e ispiratore. Il premio, invece, finì a Van Basten.
  • 1990 – Maradona trascinò il Napoli al secondo Scudetto e portò l’Argentina in finale mondiale. Il Pallone d’Oro fu assegnato a Lothar Matthäus.

In ognuna di queste stagioni, Maradona fu protagonista assoluto, ma non poté essere premiato per una mera questione di regolamento.


Un premio “alla carriera” come risarcimento morale

Nel 1996, France Football decise di correggere parzialmente l’errore storico, assegnandogli un Pallone d’Oro alla carriera.
Un riconoscimento simbolico, per onorare la carriera di un campione che aveva segnato un’epoca e influenzato generazioni di calciatori.

Non bastò a cancellare l’amarezza, ma servì a riconoscere l’enorme impatto che Maradona ebbe sul calcio mondiale.


Un artista del pallone, non solo un atleta

Maradona non era solo un calciatore.
Era un artista, un poeta del pallone.
Ogni tocco, ogni giocata, ogni gesto tecnico raccontava una storia.
Era l’incarnazione del calcio come emozione, come arte popolare.

La sua scomparsa nel novembre 2020 ha scosso il mondo intero, ma il suo mito continua a vivere in ogni campo, in ogni tifoso, in ogni bambino che sogna con un pallone tra i piedi.


Conclusione: un Pallone d’Oro che vale più dell’oro

Maradona non ha mai sollevato il trofeo dorato, ma ha conquistato i cuori di milioni di persone.
E forse, alla fine, questo è il riconoscimento più grande.

Perché ci sono premi che si vincono con i voti,
e altri — come quello di Diego Armando Maradona — che si vincono con la magia.



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Profili Lazio – Luca Marchegiani: il Duca tra i pali biancocelesti

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Luca Marchegiani con la maglia della Lazio: il portiere del “rigore a Giannini” e simbolo di eleganza e sicurezza tra i pali biancocelesti.
Luca Marchegiani con la maglia della Lazio: il portiere del “rigore a Giannini” e simbolo di eleganza e sicurezza tra i pali biancocelesti.

C’è un momento che ogni tifoso della Lazio ricorda con un sorriso:
il rigore parato da Luca Marchegiani a Giuseppe Giannini nel derby contro la Roma, nei minuti finali.
Una parata che non vale solo due punti, ma un pezzo di storia.

Marchegiani si distende sulla destra, respinge il tiro del “Principe”, e la Curva Nord esplode.
Quella fotografia resta impressa nella memoria collettiva: il portiere elegante, glaciale, che si guadagna per sempre il soprannome di “Il Duca”.


Dall’arrivo a Formello alla sicurezza tra i pali

Quando nel 1993 Sergio Cragnotti lo porta a Roma dal Torino, la Lazio cercava stabilità.
Negli anni precedenti, tra Valerio Fiori e Fernando Orsi, la porta biancoceleste non aveva mai avuto un padrone sicuro.
Fiori era fortissimo tra i pali, ma fragile nelle uscite; l’ambiente Olimpico, si sa, non perdona.

Con l’arrivo di Luca Marchegiani, la Lazio trova finalmente un leader silenzioso, un portiere carismatico e completo.
Fortissimo nelle uscite alte, preciso nelle letture, sempre elegante nei movimenti: l’esatto opposto del suo predecessore.

“Con Marchegiani la difesa tornò a respirare — raccontano molti ex compagni — trasmetteva sicurezza anche nei momenti più tesi.”


L’uomo delle parate decisive

Tra le tante imprese, impossibile dimenticare la finale di Coppa Italia 1998 contro il Milan, quella della rimonta da 0-1 a 3-1.
Nei minuti finali, il Milan riversa in area decine di cross: Marchegiani le prende tutte.
Arriva fino al limite dell’area piccola per anticipare gli attaccanti rossoneri, dominando con sicurezza e tempismo perfetto.

Era un portiere tecnicamente pulito e mentalmente glaciale.
In un’epoca in cui molti estremi difensori rimanevano ancorati alla linea di porta, Marchegiani era già moderno: usciva, comandava, parlava.


Il rigore del derby e la consacrazione

Ma il suo momento iconico resta quel rigore nel derby, nella stagione 1997-98.
All’Olimpico, nel finale di partita, la Roma ha la possibilità di pareggiare.
Sul dischetto va Giannini, il “Principe”.
Marchegiani intuisce, vola alla sua destra, e devia in corner.
L’Olimpico esplode in un boato liberatorio: “Ha parato Marchegiani!”.

Quell’episodio entra nel mito e lo consacra definitivamente tra i più amati di sempre dai tifosi laziali.


Un portiere vincente e… troppo modesto

Nel suo palmarès con la Lazio figurano uno Scudetto (2000), due Coppe Italia, una Supercoppa Italiana e una Supercoppa Europea.
È uno dei portieri più vincenti della storia del club.

Eppure, nonostante i trofei, Marchegiani è rimasto sempre umile.
Raramente parla di sé; preferisce elogiare compagni come Nesta, Mihajlovic, Verón.
Mai una parola fuori posto, mai un tono sopra le righe.
Un atteggiamento che riflette la sua personalità: discreta, seria, da “Duca” appunto.


Il dopo Lazio e l’eredità

Dopo lo Scudetto, la Lazio decise di puntare su Angelo Peruzzi, e le presenze di Marchegiani si ridussero.
Anche a causa di un problema alla spalla che lo condizionò nella stagione 1999-2000.
Nonostante ciò, rimase sempre professionale, pronto, e utile alla causa.

Molti tifosi ritengono che avrebbe potuto giocare ancora qualche anno da titolare:

“Forse poteva dare ancora tanto alla Lazio, ma accettò il ruolo da secondo con eleganza, da grande uomo e professionista.”


Un’eredità pesante

Oggi, tra i pali della Lazio, si sono succeduti portieri importanti — da Peruzzi a Strakosha, fino a Provedel — ma per molti tifosi Marchegiani resta il simbolo dell’equilibrio perfetto: reattività, tecnica, classe e leadership.

In una classifica ideale dei migliori portieri biancocelesti degli ultimi 30 anni, il podio è chiaro:
Marchegiani, Peruzzi e Strakosha.
Tre epoche diverse, un solo filo conduttore: la Lazio e la sua storia tra i pali.



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Lazio, il paradosso Guendouzi: corre tanto ma crea poco

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Matteo Guendouzi durante una partita della Lazio: tanto impegno e corsa, ma poca incisività offensiva nel gioco di Sarri.

Matteo Guendouzi divide i tifosi della Lazio.
C’è chi lo considera il vero motore del centrocampo biancoceleste e chi, invece, lo giudica inutile perché non segna e non crea occasioni da gol.
La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: il francese è un ingranaggio utile, ma non decisivo, e il problema non è lui, bensì il modo in cui è stato inserito in un reparto privo di equilibrio tecnico.


Guendouzi non è Luis Alberto, e nemmeno Milinković

Chi si aspettava che Guendouzi fosse il nuovo Luis Alberto o l’erede di Sergej Milinković-Savić ha sbagliato valutazione.
Il centrocampista francese non è un regista, non è un trequartista, e non sarà mai un uomo da 10 gol o 10 assist a stagione.
È un giocatore di corsa, di dinamismo, di rottura. Il classico mediano moderno che copre, recupera, riparte e sostiene la squadra.

Guendouzi è più vicino a Rino Gattuso che a Milinković: non illumina il gioco, ma dà equilibrio e sostanza.
In un centrocampo con Luis Alberto o Rovella accanto, può essere determinante.
In un centrocampo con Basic o Dele-Bashiru, invece, diventa un doppione inutile.


Un centrocampo sbilanciato: troppa corsa, poca qualità

Il problema della Lazio non è Guendouzi, ma la composizione del reparto.
Sarri si trova spesso costretto a schierare terzetti come Cataldi–Guendouzi–Basic, o Guendouzi–Dele-Bashiru–Basic: tanta corsa, tanto pressing, ma pochissima creatività.
Chi costruisce? Chi fa l’ultimo passaggio? Chi accompagna gli attaccanti in area?

La risposta, purtroppo, è nessuno.
Nessuno di questi giocatori ha caratteristiche da rifinitore.
Basic ha segnato un gol fortunoso con la Juventus e raramente incide in zona offensiva; Cataldi è un equilibratore, ma non un play visionario; Guendouzi, appunto, corre tanto ma non inventa.

Il risultato è un centrocampo “operaio”, utile a chiudere le linee di passaggio ma incapace di creare superiorità o occasioni pulite.


Guendouzi funziona se ha accanto un cervello

Per sfruttare al meglio il francese, serve accanto a lui un cervello calcistico: un Luis Alberto, un Rovella, o anche un Camada nel suo ruolo naturale.
Guendouzi è l’anello di congiunzione tra difesa e regia, non l’architetto del gioco.

Il Milan di Ancelotti ne è l’esempio: accanto a Gattuso c’erano Pirlo e Seedorf.
In quella struttura, Gattuso era indispensabile.
In una Lazio dove mancano i “Pirlo” e i “Seedorf”, Guendouzi appare come un corpo estraneo — ma solo perché gli mancano i complementi giusti.


Manca qualità, non intensità

Il paradosso biancoceleste è evidente: negli ultimi anni la Lazio è passata da un centrocampo ricco di talento (Luis Alberto–Leiva–Milinković) a uno fatto di corsa e fatica.
Da troppa qualità a nessuna qualità.
E oggi la squadra corre tanto, ma produce poco.

Le statistiche lo confermano: tra Guendouzi, Cataldi e Basic, i gol stagionali sono appena 3, gli assist 2.
Numeri troppo bassi per un reparto chiamato a sostenere un attacco già in difficoltà.


Il problema è di costruzione

Guendouzi, dunque, non è un errore.
È una tessera del puzzle messa nel posto sbagliato.
Non è un male assoluto, ma un giocatore complementare che da solo non può cambiare il volto della Lazio.

Con un centrocampo più tecnico accanto, potrebbe diventare una risorsa preziosa.
In questa Lazio, priva di equilibrio, finisce per sembrare un pesce fuor d’acqua.


Conclusione

Guendouzi non è da bocciare, ma da capire e valorizzare.
La sua utilità dipende dal contesto: accanto ai giocatori giusti può essere un fattore, accanto ai suoi “doppioni” no.
Il vero problema della Lazio, oggi, non è lui — è la mancanza di un centrocampo armonico e complementare, capace di bilanciare corsa e qualità.



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Caos Lazio: società contro Sarri, clima sempre più teso

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Scontro Sarri Lotito Fabiani Formello Lazio crisi società

Nelle ultime 48 ore in casa Lazio è successo qualcosa di inspiegabile e preoccupante.
Dopo la sconfitta a San Siro contro l’Inter, Maurizio Sarri aveva espresso alcune considerazioni sugli arbitri italiani, giudicate da tutti come moderate e condivisibili.
Il tecnico biancoceleste aveva detto che “gli arbitri di Serie A sono scarsi” e aveva proposto di aprire alla possibilità di far arbitrare anche direttori di gara stranieri. Nessuna accusa diretta, nessun riferimento al risultato o a presunti torti.

Eppure, ventiquattro ore dopo, la Lazio ha pubblicato un comunicato ufficiale per “rettificare” le parole del suo allenatore, difendendo la classe arbitrale italiana e prendendo implicitamente le distanze da Sarri.


Un comunicato che divide

Un gesto che ha lasciato basiti tifosi, giornalisti e addetti ai lavori.
Sarri non aveva attaccato l’arbitro Manganiello, né aveva parlato di episodi determinanti per il risultato finale.
Aveva semplicemente sottolineato un errore evidente: il mancato giallo a Lautaro Martínez per un fallo su Zaccagni.

Molti si sono chiesti il motivo del comunicato.
Se l’intento era quello di evitare una squalifica o una multa al tecnico, la reazione appare sproporzionata: in questa stagione altri allenatori, come Antonio Conte e Thiago Motta, hanno criticato duramente il VAR o la classe arbitrale, senza che le rispettive società si dissociassero pubblicamente.


Una frattura sempre più evidente

Dietro il comunicato si intravede una spaccatura profonda tra l’allenatore e la dirigenza.
Non è la prima volta che accade. Già alcune settimane fa, dopo le parole di Sarri sul mercato bloccato (“Se l’avessi saputo, non avrei firmato”), erano trapelate indiscrezioni secondo cui l’allenatore avrebbe comunque accettato un rinnovo dopo lo stop imposto dalla Covisoc.

Una notizia interpretata da molti come un modo per indebolirlo pubblicamente.
Poi, prima di Inter-Lazio, il ds Fabiani aveva provato a ricucire lo strappo: “Il rapporto con Sarri è ottimo.”
Ma le scelte successive, soprattutto il comunicato di domenica, vanno nella direzione opposta.


“Così non si può andare avanti”

Il punto, oggi, è chiaro: la Lazio sembra divisa al suo interno.
Sarri da una parte, deluso dalla mancanza di chiarezza sul mercato di gennaio e sull’organizzazione generale; la società dall’altra, infastidita dal carattere diretto e poco diplomatico del tecnico.

“Se Sarri avesse insultato l’arbitro, capirei il comunicato ma in questo caso sembra solo una ripicca verso il proprio allenatore. Una relazione così non può andare avanti.”

Il rischio è che il conflitto degeneri in una guerra fredda interna, dannosa per squadra e ambiente.
Lotito e Fabiani, invece di difendere l’allenatore, sembrano più preoccupati di correggerlo pubblicamente.


Due visioni inconciliabili

Da un lato, Sarri rappresenta l’allenatore che pretende chiarezza e coerenza.
Vuole sapere se potrà muoversi a gennaio, se il mercato sarà sbloccato, se potrà rinforzare la rosa.
Dall’altro, la società cerca un tecnico “gestibile”, più allineato, come lo fu Marco Baroni, sempre diplomatico anche nei momenti più critici.

Sarri, invece, è l’opposto: diretto, scomodo, schietto.
È un allenatore che parla quando qualcosa non va — e questo a Formello non piace.


Una crisi che viene da lontano

La tensione attuale è lo specchio di una gestione societaria confusa.
Alla Lazio manca una struttura forte: il tecnico deve spesso occuparsi anche di aspetti manageriali e comunicativi, ruoli che in altri club vengono svolti da figure dirigenziali competenti.

“L’allenatore della Lazio non fa solo l’allenatore, Deve fare il club manager, il portavoce, gestire i media e perfino difendere la società. Ma se la società invece lo attacca, è la ricetta perfetta per il fallimento.”


Conclusione: serve chiarezza, subito

O la società difende Sarri apertamente, o cambia rotta.
Le vie di mezzo non esistono: un allenatore esposto e non protetto non può lavorare serenamente.
Fabiani e Lotito dovranno decidere se proseguire con il tecnico toscano fino a giugno o mettere fine a un rapporto ormai logorato.

Nel frattempo, il campo non aspetta. E i tifosi, sempre più disillusi, si chiedono:
chi difende davvero la Lazio?



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Lazio, doppia buona notizia per Sarri: Tavares e Castellanos verso il rientro

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Giocatori della Lazio impegnati nelle prove tattiche a Formello sotto la supervisione di Maurizio Sarri, in preparazione per la partita contro il Lecce.

Buone notizie per Maurizio Sarri e per il mondo biancoceleste.
Alla ripresa del campionato, la Lazio potrà contare nuovamente su due pedine fondamentali: Valentin Castellanos e Nuno Tavares.
Entrambi sono ormai prossimi al rientro dopo le rispettive noie muscolari, e dovrebbero essere a disposizione del tecnico per la prossima sfida in Serie A.


Tavares recupera: “Lesione o affaticamento, ora è pronto”

Per Tavares la paura è ormai alle spalle.
Il comunicato ufficiale del club aveva parlato di una “lesione di basso grado al soleo sinistro”, mentre Sarri aveva ridimensionato l’allarme, parlando di “semplice affaticamento”.
In ogni caso, la verità è che il portoghese ha completato il percorso di recupero e torna ad allenarsi in gruppo.

Nelle ultime settimane Adam Marusic era stato costretto agli straordinari, adattandosi sia a destra che a sinistra in base alle rotazioni con Lazzari e Pellegrini.
Il rientro di Tavares restituirà finalmente equilibrio e soluzioni sulle fasce, offrendo a Sarri la possibilità di alternare uomini e gestire le energie in vista del tour de force di dicembre.


Castellanos pronto al rientro: sollievo in attacco

Buone notizie anche in avanti, dove Valentin “Taty” Castellanos è tornato pienamente disponibile.
L’argentino ha superato il fastidio muscolare che lo aveva tenuto ai box e sarà arruolabile per la ripresa della Serie A.
La sua presenza rappresenta un sospiro di sollievo per Sarri, che finora ha dovuto affidarsi a un Dia poco brillante e a un Noslin ancora in cerca della migliore condizione.

Con Castellanos di nuovo al centro dell’attacco, la Lazio ritrova un punto di riferimento offensivo, soprattutto in un momento in cui i biancocelesti hanno bisogno di concretezza sotto porta.


Situazione infortuni: Rovella e Cancellieri restano ai box

Servirà invece maggiore pazienza per Matteo Cancellieri e Nicolò Rovella, due casi più delicati.
L’ex Verona è fermo per una lesione miotendinea di secondo grado alla coscia sinistra: lo staff medico non vuole rischiare ricadute e seguirà un percorso graduale di recupero.

Più complessa la situazione di Rovella, alle prese con una fastidiosa pubalgia.
Il centrocampista ha scelto la terapia conservativa, ma solo aumentando i carichi di lavoro si capirà se la strategia sta funzionando.
In caso contrario, sarà necessario un intervento chirurgico, che allungherebbe di molto i tempi di recupero.

La sosta servirà a chiarire definitivamente il suo quadro clinico, fondamentale per Sarri, che considera Rovella un elemento chiave per l’equilibrio tattico della squadra.


Gli altri indisponibili

Restano ancora ai margini Dele-Bashiru e Gigot, entrambi fuori dalla lista Serie A.
Il difensore francese è reduce da un intervento alla caviglia, mentre il centrocampista nigeriano non è ancora rientrato in gruppo e dovrà aspettare gennaio per tornare a disposizione.


Lazio, la luce in fondo al tunnel

L’infermeria biancoceleste comincia finalmente a svuotarsi.
Con i rientri di Tavares e Castellanos, Sarri potrà tornare a ruotare gli uomini e gestire meglio le forze.
La speranza è che anche Rovella e Cancellieri possano rientrare presto, per restituire alla Lazio quella profondità di rosa che finora è mancata.



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Rambaudi: “Lotito ha fallito, deve andare via”

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Roberto Rambaudi, ex attaccante della Lazio, critica duramente Lotito: “Nessuna empatia con l’ambiente, è arrivato il momento di lasciare.”
Roberto Rambaudi, ex attaccante della Lazio, critica duramente Lotito: “Nessuna empatia con l’ambiente, è arrivato il momento di lasciare.”

Duro attacco di Roberto Rambaudi, ex attaccante biancoceleste, nei confronti del presidente Claudio Lotito e un commento tutt’altro che morbido anche sul momento di Maurizio Sarri.
Ai microfoni di una testata sportiva, l’ex giocatore della Lazio non ha usato mezzi termini, toccando i nervi scoperti del club biancoceleste: la distanza tra società e tifosi, il futuro incerto dell’allenatore e la sensazione di immobilismo che aleggia intorno all’ambiente.


“Lotito non ha mai creato empatia con la Lazio”

Parole pesantissime quelle di Rambaudi, che individua nel presidente il principale responsabile del malessere attuale:

“Il brutto di Lotito è che in tutti questi anni non ha creato empatia con l’ambiente, e questa è una cosa molto grave. È arrivato a un punto di non ritorno: deve andare via. C’è depressione nell’ambiente, non si recupera più la situazione. Ha avuto modo di fare il salto ma non ha voluto, non ha potuto o non è stato in grado.”

Un giudizio netto, che riflette il clima teso che si respira tra tifoseria e dirigenza.
Da settimane il rapporto tra Lotito e il mondo Lazio sembra essersi incrinato definitivamente: le contestazioni allo stadio, le promesse non mantenute (stadio, sponsor, mercato bloccato) e il calo dei risultati hanno acuito una frattura ormai profonda.


“Sarri ha ragione, ma deve assumersi le sue responsabilità”

Rambaudi ha poi analizzato anche la posizione di Maurizio Sarri, reduce dalle polemiche per la dichiarazione “Accetterò tutto fino a giugno, poi vedremo”:

“Il futuro di Sarri? Giuste le lamentele, ma sbagliate le tempistiche. Quello che critico a un tecnico come lui, che ha vinto e ha esperienza, è che ha anche la possibilità di cambiare le cose. Se invece non gli piacciono, è giusto che se ne vada.”

Un invito chiaro alla coerenza: il tecnico, secondo l’ex biancoceleste, ha il diritto di chiedere rinforzi, ma anche il dovere di dare una scossa al gruppo, evitando di trascinare la stagione nell’incertezza.


Una Lazio in crisi d’identità

Le parole di Rambaudi si inseriscono in un contesto già complicato.
Dopo la sconfitta con l’Inter, la Lazio ha confermato tutti i limiti strutturali di una rosa corta e disomogenea.
Il malumore dei tifosi cresce, la squadra alterna buone prestazioni a blackout preoccupanti, e la sensazione di “fine ciclo” è sempre più palpabile.

Da un lato Sarri chiede chiarezza e mezzi per competere, dall’altro Lotito difende il proprio operato.
Nel mezzo, un ambiente stanco, diviso e deluso.


Rambaudi chiude senza appello

“Lotito è arrivato al capolinea. Non è più in grado di trasmettere entusiasmo. Serve un cambio di rotta vero, non promesse. Perché la Lazio merita di più.”

Parole che fanno rumore, soprattutto perché arrivano da chi quella maglia l’ha indossata con orgoglio.
E che aggiungono un’altra voce autorevole al coro di critiche verso una gestione sempre più contestata.



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Alberto Santi di DAZN in esclusiva: “La Lazio non deve autosabotarsi”

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Alberto Santi, telecronista DAZN, analizza la Lazio dopo la sconfitta con l’Inter: “Ha limiti ma potenziale, non deve autosabotarsi.”
Alberto Santi, telecronista DAZN, analizza la Lazio dopo la sconfitta con l’Inter: “Ha limiti ma potenziale, non deve autosabotarsi.”

Una Lazio con limiti evidenti ma con margini di crescita.
È questa la fotografia tracciata da Alberto Santi, telecronista di DAZN, che ha analizzato il momento dei biancocelesti dopo la sconfitta di San Siro contro l’Inter.
Ai microfoni, Santi ha offerto una riflessione lucida e schietta sulla squadra di Sarri, sulle difficoltà di mercato e sul futuro dell’allenatore toscano.

“La Lazio non deve autosabotarsi”

“È una Lazio che non deve fare l’errore di autosabotarsi — ha dichiarato Santi — perché è una squadra che ha chiaramente dei limiti. Non si è potuta muovere sul mercato e questo incide. È un po’ come in Formula 1: se tutte migliorano e tu resti fermo, anche se vai a 300 km/h hai comunque perso terreno.”

Il cronista di DAZN individua nella mancata crescita della rosa uno dei principali fattori del rallentamento biancoceleste.
La Lazio, priva delle coppe europee, potrebbe trovare una certa continuità, ma le assenze e la scarsa profondità della panchina restano un problema enorme.

“A centrocampo, Vittorio, a momenti chiamano me e te a giocare — scherza Santi — perché mancano davvero tutti. È una squadra che corre e lotta, ma che oggi paga la mancanza di qualità e di alternative.”

“Una squadra che non molla, ma serve equilibrio”

Nonostante i limiti tecnici, Alberto Santi ha apprezzato la prova della Lazio a San Siro:

“Mi è piaciuta la Lazio ieri sera. Tolto l’inizio, in cui ha sofferto l’aggressività dell’Inter, non è mai uscita dalla partita. Se il colpo di testa di Gila fosse finito dentro, forse staremmo raccontando un’altra storia. È una squadra che ha potenzialità e che secondo me può solo migliorare.”

Santi sottolinea anche quanto pesino le assenze, soprattutto quella di Rovella, elemento chiave per dare equilibrio tattico alla squadra:

“Rovella è fondamentale, perché è uno di quei giocatori che ti dà ordine. È il simbolo di ciò che manca a questa Lazio.”

“Basic simbolo delle emergenze”

Il giornalista di DAZN individua un simbolo dell’attuale situazione biancoceleste:

“Basic fino a un mese fa era fuori lista Serie A, e oggi ha deciso Lazio–Juventus. Questo racconta tutto. Sarri fa miracoli, ma serve una struttura più stabile. Se ogni due settimane la formazione cambia per squalifiche e infortuni, costruire diventa impossibile.”

E proprio su Guendouzi, Santi non risparmia una critica:

“È un giocatore esperto, ma con il centrocampo decimato non puoi farti buttare fuori così. Sono errori che una squadra come la Lazio non può permettersi. Ecco perché dico: attenzione all’autosabotaggio.”

“Sarri? Dichiarazioni realistiche, non polemiche”

Le parole di Maurizio Sarri dopo Inter-Lazio — “Accetterò tutto fino a giugno, poi vedremo” — hanno fatto discutere.
Per Santi, però, si tratta di una presa di posizione logica e comprensibile:

“Mi sembrano dichiarazioni realistiche. Sarri non vuole fare la vittima sacrificale. Se non può far mercato, è normale che valuti la sua posizione. Ha allenato Chelsea e Juve, ha vinto in Europa e in Italia, e ha riportato la Lazio in Champions. È un tecnico serio, che non si accontenta.”

Il commentatore aggiunge:

“Non è una minaccia alla società, ma un messaggio chiaro: lui ci mette la faccia, ma pretende coerenza. Finirà la stagione per rispetto dei giocatori e dei tifosi, poi deciderà.”

Una Lazio fragile ma viva

Il quadro tracciato da Santi è quello di una squadra imperfetta ma ancora viva, in grado di reagire nonostante le difficoltà.
La speranza è che la sosta e il mercato possano restituire energie e idee a un gruppo che, pur senza coppe, può ancora dire la sua.

“La Lazio ha potenziale, ma deve smettere di farsi male da sola — conclude Santi — e Sarri è l’uomo giusto per tenerla in carreggiata. A patto che la società lo metta in condizione di lavorare.”

Cosa ne pensate delle parole di Alberto Santi sulla Lazio?



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Comunicato Ufficiale Lazio sulle Dichiarazioni di Sarri: “Lavoro Arbitrale Non Ha Influenzato il Risultato”

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Nicolò Rovella esce dolorante dal campo durante Cagliari-Lazio.

La S.S. Lazio interviene sulle dichiarazioni post-partita di Maurizio Sarri, precisando che l’operato dell’arbitro non ha influito sull’esito del match. Il club ribadisce l’importanza di sostenere la crescita della classe arbitrale e guarda al confronto odierno in FIGC.

ROMA – La S.S. Lazio ha diramato un comunicato ufficiale in riferimento alle dichiarazioni rilasciate dal tecnico Maurizio Sarri al termine della gara di campionato contro l’Inter, in cui l’allenatore aveva espresso critiche piuttosto dure nei confronti della classe arbitrale.

La Precisazione sul Lavoro Arbitrale

Nel comunicato, il club biancoceleste intende chiarire la posizione ufficiale della società:

“La S.S. Lazio, in riferimento alle dichiarazioni rese dal tecnico Maurizio Sarri al termine della gara di campionato, precisa che – come lo stesso allenatore ha successivamente chiarito – il lavoro dell’arbitro non ha in alcun modo influenzato l’andamento della partita né il risultato finale.”

Questa puntualizzazione serve a smorzare le polemiche, attribuendo le considerazioni di Sarri a un momento di “comprensibile tensione sportiva” dettato dall’immediato post-partita.

Sostegno alla Crescita della Classe Arbitrale

Il comunicato prosegue sottolineando l’importanza di supportare il processo di rinnovamento della classe arbitrale italiana:

“In un periodo di grande cambio generazionale all’interno della classe arbitrale, è fondamentale che questo processo venga accompagnato e sostenuto con equilibrio, valorizzando la formazione e la crescita dei giovani arbitri.”

Una presa di posizione che mira a favorire un clima di maggiore serenità e collaborazione, fondamentale per lo sviluppo del calcio italiano.

Confronto in FIGC: Un Momento di Riflessione

Infine, la S.S. Lazio guarda al confronto odierno organizzato da FIGC e Lega Serie A come un’occasione costruttiva:

“Nella mattinata di oggi, il confronto organizzato da FIGC e Lega Serie A rappresenterà l’occasione più opportuna per esaminare con serenità quanto stiamo vivendo, in un momento di confronto e riflessione che coinvolge tutto il movimento calcistico, con l’obiettivo comune di far crescere ulteriormente il livello del nostro calcio e di tutte le sue componenti.”

Il club evidenzia la volontà di partecipare a un dialogo costruttivo per il bene dell’intero sistema calcistico, mirando a un obiettivo comune di crescita e miglioramento.



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Il “Sì con Scadenza” di Sarri: La Promessa alla Lazio fino a Giugno, poi il Bivio Decisivo

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Probabili formazioni Lazio Atalanta: i giocatori in campo allo Stadio Olimpico per il match di Coppa Italia.
Maurizio Sarri in panchina all’Olimpico: il tecnico annuncia che resterà fino a giugno, ma chiede risposte e investimenti alla società.

L’analisi delle parole di Maurizio Sarri post Inter-Lazio: un patto d’onore con la squadra e i tifosi fino a giugno, ma anche un chiaro messaggio alla società. Rinforzi e rinnovi sono la chiave per il futuro, altrimenti l’idillio può finire.

ROMA – Maurizio Sarri non le manda a dire. Il tecnico della Lazio, dopo la sconfitta contro l’Inter, ha parlato chiaro in conferenza stampa, come solo lui sa fare. Senza veli, senza infingimenti, con quella franchezza che spesso brucia più di qualsiasi critica.

Un Patto d’Onore con Scadenza

Le sue parole risuonano come pietre, un “sì” alla Lazio, ma con un orizzonte ben definito:

“Io quest’anno fino a giugno accetterò tutto, ho fatto una promessa ai miei giocatori e al popolo laziale e la tiro fino in fondo.”

È un patto d’onore, un impegno verso lo spogliatoio e verso quella gente che in lui vede ancora una certezza. Un legame che trascende il professionismo e si fa sentimento. Ma dietro l’amore, c’è la scadenza. E quella data, giugno, suona come un bivio decisivo per il futuro del tecnico e della società.

Fiducia Reciproca, ma con Pretese Chiare

Sarri non minaccia, ma avverte. Non alza la voce, ma lascia un messaggio inequivocabile: o la società si muove, o la storia rischia di interrompersi. Servono rinforzi, servono risposte, servono segnali: un terzino, una mezzala, un attaccante. E, soprattutto, serve la volontà di proteggere ciò che è stato costruito: i rinnovi, l’identità, il progetto tecnico. Il tecnico toscano non parla di rivoluzioni, ma di coerenza.

“Penso che la società si esporrà nei prossimi giorni, immagino.”

Una frase apparentemente diplomatica, in realtà una richiesta di confronto. La sosta, in questo senso, diventa un’occasione perfetta per sedersi, parlarsi, ritrovarsi. Perché la fiducia reciproca è ancora lì, ma va alimentata con azioni concrete.

Idillio a Tempo, Sentimento Vero

Sarri ama la Lazio. L’ha detto e dimostrato. Ne conosce i difetti, le tempeste, le fragilità, ma anche il calore unico che solo Roma sa dare. Il suo legame con il popolo biancoceleste resta forte, sincero, pieno di rispetto. Ma oggi questo idillio ha un orizzonte chiaro: giugno.

Se la società non lo seguirà nel progetto, se non arriveranno le risposte che chiede, l’allenatore è pronto a lasciare. Non per fuga, ma per coerenza. Non per stanchezza, ma per dignità. Perché Sarri è fatto così: o lo segui fino in fondo, o non ti aspetta. E forse è proprio questa la sua forza e la sua condanna, in una Lazio che oggi deve scegliere se rimanere ancorata al presente, o costruire davvero il futuro.



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Sarri Post Inter-Lazio: “Gap Grosso, ma Fasi Offensiva e Mentale in Crescita. Arbitri? È Ora di Noleggiarli dall’Estero!”

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Maurizio Sarri conferenza stampa Formello vigilia Juventus Lazio

Maurizio Sarri analizza la sconfitta di San Siro, riconoscendo la superiorità dell’Inter ma esaltando la reazione e le occasioni create dalla Lazio. Dura critica agli arbitri e un’apertura sulla promessa fatta alla squadra e ai tifosi.

MILANO – Dopo il 2-0 incassato a San Siro contro l’Inter, il tecnico della Lazio Maurizio Sarri ha commentato la partita in conferenza stampa, offrendo un’analisi lucida e senza filtri, toccando temi tecnici, mentali e, immancabilmente, arbitrale.


“Gap Grosso, ma la Squadra Sta Crescendo”

Sarri ha riconosciuto la superiorità dell’avversario, ma ha trovato spunti positivi nella reazione della sua squadra.

“Ci sono due considerazioni da fare, la prima di carattere tecnico: fra noi e l’Inter il gap è grosso; poi a livello di mentalità, sono soddisfatto della squadra e della sua reazione perché rischiavamo la disfatta, abbiamo sofferto inizialmente e siamo rimasti in partita fino alla fine. Negli ultimi minuti abbiamo avuto occasioni nette per rimettere in piedi la partita. Il gap c’è, è bello ampio, mi rendo conto che la mia squadra sta crescendo.”

Una crescita che, secondo Sarri, si è vista anche nella fase offensiva.

“Non penso che tante squadre vengono a San Siro e hanno 3/4 palle gol nette. La fase offensiva oggi c’è stata. Sono soddisfatto in questo momento, un mese fa non lo ero. Se potessi comprare un attaccante da 40 gol ovviamente sarei più soddisfatto.”


La Promessa alla Lazio e l’Interrogativo sul Mercato

Un passaggio importante è stato quello sul suo futuro e sul mercato di gennaio.

“Io quest’anno fino a giugno accetterò tutto, ho fatto una promessa ai miei giocatori e al popolo laziale e la tiro fino in fondo. Poi penso che la società si esporrà nei prossimi giorni immagino.”

Una dichiarazione che rassicura sulla sua permanenza, ma che lascia intendere un’attesa per le mosse della società.


Nervosismo, Guendouzi e la Critica agli Arbitri

Sarri ha difeso Guendouzi dalle accuse di eccessivo nervosismo e ha poi lanciato una stoccata decisa alla classe arbitrale italiana.

Su Guendouzi: “Non lo ricordo più nervoso di un paio di anni fa, mi sembra sia sugli stessi livelli, gioca sui nervi e va bene così. Nel derby ha preso un’espulsione stupida, da lì il suo atteggiamento è cambiato. Mi sembra che riesca a contenersi maggiormente. Noi nelle ultime partite siamo la squadra che ha preso meno ammonizioni e siamo terzi nelle classifica globale a livello di sanzioni. La mentalità si sta raddrizzando.Sugli Arbitri: “Io ero nervoso per un semplice motivo. Non è stato ammonito Lautaro su un fallo su Zaccagni, e l’arbitro ha fatto uscire Zaccagni senza farlo rientrare. Si incazzava pure Padre Pio lì. L’arbitro non ha inciso sul risultato, l’Inter ha fatto meglio e avrebbe vinto comunque. Penso sia l’ora di noleggiare gli arbitri all’estero perché non ne vedo più all’altezza, sicuramente non lo ero quello di stasera.”


Infortunati: Romagnoli e il Caso Rovella

Infine, un aggiornamento sulle condizioni degli infortunati, con particolare preoccupazione per Rovella.

“Chi conto di recuperare io ha poco significato. Se non gli danno il via libero medico…” Su Romagnoli e Rovella: “Rovella non lo vedo da quaranta giorni, l’ho visto solo di sfuggita. Non so quali possono essere i suoi tempi, è l’infortunio più problematico. Romagnoli ha chiesto il cambio precauzionale, dopo un po’ di minuti il muscolo gli si induriva come contro il Cagliari.”

La Lazio va alla sosta con una sconfitta contro la capolista, ma con la consapevolezza di una crescita mentale e offensiva che fa ben sperare per il futuro, in attesa di recuperare gli infortunati e di eventuali mosse societarie.



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Inter-Lazio, carattere sì ma qualità zero: l’Inter mostra il divario

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Mattia Zaccagni, capitano della Lazio, esulta con grinta dopo un gol, indicando lo stemma.

Una sconfitta che ci sta, ma che fa riflettere.
La Lazio esce battuta da San Siro con un 2-0 firmato Inter e una prestazione che, come ha sottolineato Maurizio Sarri nel post partita, mette in luce due verità: il carattere non manca, ma la qualità sì.

Non è stata una disfatta, ma il confronto con i nerazzurri ha messo a nudo tutte le carenze tecniche di una squadra che combatte, corre, ma non crea.

Questa non è più l’Inter dei tempi d’oro

Lo stesso Sarri lo ha fatto capire: il gap tecnico resta enorme, ma l’Inter di oggi non è la corazzata di qualche anno fa.

“L’Inter è più forte, ma non è imbattibile”, è il messaggio implicito.

La difesa nerazzurra concede, il centrocampo non brilla come un tempo, Lautaro è tornato al gol ma vive un momento altalenante.
Eppure, è bastato poco per mettere in crisi la Lazio.
Pressing alto, ritmo, intensità — armi che contro una squadra con poca qualità diventano micidiali.

Dalla regia al caos

Il problema è chiaro: il centrocampo della Lazio non costruisce.
Una volta era il punto di forza con Leiva, Luis Alberto e Milinković-Savić.
Oggi, con Cataldi, Basic e Guendouzi, è il reparto più debole tra le prime dieci.

Non c’è regista, non c’è geometria, non c’è chi serve gli attaccanti.
Guendouzi corre tanto, ma quasi sempre all’indietro. Cataldi si impegna, ma fatica a gestire la pressione alta.
E quando il pressing avversario si alza, i biancocelesti si perdono.

“Correre non basta — è la palla che deve muoversi veloce, non i giocatori.”

Un concetto che Sarri conosce bene, ma che la Lazio attuale fatica a mettere in pratica.

Una Lazio operaia ma prevedibile

La squadra lotta, questo va riconosciuto.
Dopo il crollo contro il Como, il gruppo ha reagito con orgoglio.
Contro l’Inter non si è mai arreso, ha corso e lottato fino all’ultimo, segno che la mentalità è viva.

Ma nel calcio la corsa serve a poco se manca l’intelligenza tattica e la qualità nei piedi.
Troppe palle perse, troppi errori in uscita, troppa prevedibilità in attacco.

I biancocelesti si affidano alle giocate individuali di Zaccagni e Isaksen, gli unici capaci di accendere la luce.
Non è un caso che proprio Zaccagni, tornato in forma, sia stato il migliore in campo anche a San Siro.

Errori che pesano

Due gol regalati: prima Isaksen, poi Cataldi.
Errori banali che una squadra come l’Inter non perdona.
Eppure, dietro le sbavature individuali c’è un problema collettivo: la Lazio non sa più uscire palla al piede, non riesce a costruire e non ha un vero regista.

La difesa balla, il centrocampo non filtra, l’attacco è isolato.
La fotografia di una squadra che lotta, ma non basta.

Mercato e realtà

Parlare di Champions oggi sembra un’illusione.
Il divario tecnico è evidente, e senza interventi seri a gennaio sarà difficile anche blindare un posto europeo.
Ma con il mercato ancora in bilico, la sensazione è che il vero nemico della Lazio sia la sua immobilità.




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Sarri: “Resto fino a giugno, ho dato la mia parola. Poi si vedrà”

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Probabili formazioni Lazio Atalanta: i giocatori in campo allo Stadio Olimpico per il match di Coppa Italia.
Maurizio Sarri in panchina all’Olimpico: il tecnico annuncia che resterà fino a giugno, ma chiede risposte e investimenti alla società.

Un sì, ma con scadenza.
Maurizio Sarri ha parlato come solo lui sa fare: diretto, sincero, senza filtri.
Il tecnico biancoceleste ha chiarito il suo futuro ai microfoni dopo la gara di San Siro, ribadendo la fedeltà alla Lazio ma tracciando al tempo stesso una linea netta:

“Io quest’anno fino a giugno accetterò tutto. Ho fatto una promessa ai miei giocatori e al popolo laziale e la tirerò fino in fondo.”

Parole che pesano come pietre.
Non una minaccia, ma una dichiarazione d’amore con scadenza.
Un patto d’onore che lega l’uomo, prima ancora dell’allenatore, alla sua squadra e ai suoi tifosi.
Dietro quella promessa, però, c’è anche un messaggio chiaro: il tempo della pazienza sta finendo.

Fiducia reciproca, ma con pretese precise

Sarri non alza i toni, ma manda un segnale inequivocabile.
Non servono proclami, bastano i fatti.
Il tecnico chiede alla società di muoversi, di dare continuità a un progetto tecnico che, pur tra mille difficoltà, ha dimostrato solidità e potenzialità.

Servono rinforzi — un terzino, una mezzala, un attaccante — ma soprattutto serve una direzione.
Il messaggio è semplice: senza investimenti, non c’è crescita.

“Penso che la società si esporrà nei prossimi giorni, immagino”,
ha dichiarato con apparente calma.
Ma dietro la diplomazia c’è la richiesta di un confronto vero, di una chiarezza che manca da troppo tempo.

La sosta di novembre diventa così un punto di svolta: il momento per guardarsi negli occhi, per capire se l’allenatore e il club sono ancora sulla stessa lunghezza d’onda.

Un amore sincero, ma a tempo

Nonostante tutto, il legame tra Sarri e la Lazio resta fortissimo.
Il tecnico toscano ha sposato la causa biancoceleste con passione e coerenza, trasformando una squadra fragile in un gruppo compatto, capace di chiudere lo scorso campionato con la miglior difesa d’Italia.

Conosce bene i limiti della società, ma anche il calore unico del popolo laziale.
Sa cosa significa allenare a Roma, vivere l’Olimpico, respirare l’amore viscerale di una tifoseria che, nonostante tutto, continua a credere in lui.

Ma la scadenza è lì, scritta tra le righe: giugno 2025 come bivio.
Se non arriveranno risposte concrete, Sarri è pronto a chiudere il suo ciclo.
Non per rancore, ma per coerenza.
Non per stanchezza, ma per dignità.

Perché, come sempre, Sarri resta fedele a se stesso: o lo segui fino in fondo, o ti lascia indietro.
E forse è proprio questa la sua grande forza — e allo stesso tempo la sua condanna — in un ambiente che spesso preferisce le promesse ai fatti.

Lazio, il futuro è ora

La palla ora passa a Lotito e Fabiani.
Il tecnico ha lanciato un messaggio preciso: la Lazio deve scegliere se rimanere ancorata alla sopravvivenza o fare il salto definitivo verso un progetto ambizioso.

La fiducia reciproca c’è ancora, ma non durerà all’infinito.
Sarri ha acceso la miccia, e ora serve una risposta concreta, non l’ennesima promessa.

Giugno non è poi così lontano.



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Cataldi: “Ho chiesto scusa ai compagni per l’errore”

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Una foto del centrocampista della Lazio, Danilo Cataldi, con espressione delusa, durante un'intervista post-partita.
"Danilo Cataldi della Lazio parla dei giorni difficili dopo le dimissioni di Sarri e della vittoria contro il Frosinone. Condivide responsabilità e spera che la situazione possa essere risolta internamente."

Dopo la sconfitta di San Siro contro l’Inter, Danilo Cataldi ha parlato ai microfoni di Lazio Style Channel per analizzare la prestazione della Lazio.
Il centrocampista romano ha riconosciuto la superiorità dell’avversario, ma ha voluto sottolineare la compattezza del gruppo e l’importanza di una gara che potrà servire per crescere, soprattutto dal punto di vista mentale.


“Abbiamo preso due gol evitabili”

Cataldi ha iniziato la sua analisi soffermandosi sull’approccio e sugli episodi decisivi della partita:

“Sicuramente l’approccio non è stato dei migliori, abbiamo preso due gol evitabili, è stato un peccato. Difficile venire a giocare qui e prendere gol dopo due minuti, siamo stati bravi a rimanere in partita. Mi dispiace per quella palla persa da me che ha portato al 2-0. Poi la traversa di Gila, penso che questa partita ci farà crescere tanto.”

Un errore tecnico, quello sul raddoppio nerazzurro, che Cataldi non ha nascosto, assumendosi la responsabilità dell’episodio ma sottolineando la reazione della squadra dopo lo shock iniziale.


“Siamo un gruppo compatto, non ci arrendiamo mai”

Nonostante il risultato negativo, il centrocampista ha voluto ribadire l’atteggiamento positivo del gruppo biancoceleste, messo alla prova da una lunga serie di assenze:

“Penso che sull’impegno a questa squadra non si possa dire niente, siamo andati al massimo in tutte le partite. Abbiamo molti giocatori fuori, ci siamo uniti e abbiamo cercato di fare il meglio possibile. Anche questa sera la squadra si è comportata bene. È stata unita, compatta, ma anche a livello difensivo non ricordo grosse occasioni per l’Inter se non quella di Sucic. Gara decisa da un paio di situazioni che pesano quando giochi contro una squadra forte come l’Inter.”

Una Lazio che, pur colpita dagli infortuni e da una rosa corta, ha mostrato spirito di sacrificio e coesione, valori che Sarri considera fondamentali per costruire la mentalità vincente.


“Ho chiesto scusa ai compagni per l’errore”

Cataldi, da vero leader, ha poi voluto soffermarsi sul suo errore personale:

“Il minutaggio di tutte queste gare giocate da titolare ha aiutato la mia condizione fisica. Stasera purtroppo c’è stato un mio errore tecnico che ha portato al 2-0 dell’Inter e infatti ho chiesto scusa ai ragazzi. Sicuramente da quel punto di vista devo migliorare.”

Un gesto di maturità che conferma l’assunzione di responsabilità di uno dei senatori del gruppo.


“Vecino è sempre stato importante”

Infine, una battuta sul compagno Matías Vecino, sempre più centrale nelle rotazioni del centrocampo biancoceleste:

“Vecino? Non lo scopro certo io, è un giocatore importante e lo è sempre stato. A livello tattico non entro nel merito, poi sta al mister metterlo nelle condizioni migliori per lui e per la squadra.”


Lazio, segnali di crescita

La sconfitta di San Siro lascia l’amaro in bocca, ma anche la consapevolezza che la Lazio, nonostante le difficoltà, sta ritrovando unità e continuità mentale.
Le parole di Cataldi vanno nella stessa direzione di quelle di Sarri: la squadra è viva, compatta e pronta a ripartire già dal prossimo impegno contro il Lecce, dopo la sosta per le nazionali.



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Sarri dopo Inter-Lazio: “Sconfitta che fa crescere”

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Maurizio Sarri scuro in volto in conferenza stampa dopo il pareggio contro il Cagliari.

Al termine della sconfitta di San Siro contro l’Inter, Maurizio Sarri ha parlato ai microfoni di DAZN per commentare la prestazione della Lazio.
Una gara complicata, iniziata nel peggiore dei modi con un gol subito dopo appena due minuti e mezzo, ma che ha comunque offerto al tecnico segnali incoraggianti sul piano della mentalità e della reazione della squadra.


“Gol subito subito, ma poi siamo rientrati in partita”

L’analisi di Sarri parte proprio dal difficile avvio:

“Quando entri a San Siro e prendi gol dopo due minuti e mezzo diventa dura, contro una squadra più forte di noi. Abbiamo traballato ma poi siamo rientrati in partita e abbiamo avuto le nostre occasioni. Non è stata una gara disastrosa da parte nostra. Dispiace che i due gol siano venuti su due palle perse in maniera banale. Questo ci lascia un po’ di amaro in bocca. Poi abbiamo fatto anche una discreta prestazione contro una squadra più forte.”

Una sconfitta, dunque, che lascia rimpianti ma anche qualche nota positiva: la Lazio, dopo un inizio choc, non si è sciolta, riuscendo a restare in partita fino al termine del match.


“Ci manca un attaccante d’area”

Il tecnico biancoceleste ha poi parlato del momento offensivo della squadra, ammettendo che l’assenza di un vero centravanti d’area pesa:

“Noi ora un attaccante da area di rigore non lo abbiamo, hanno altre caratteristiche. L’unico può essere il Taty, gli altri interpretano tutti il ruolo diversamente. In questo momento qualcosa dentro l’area stiamo pagando, anche se abbiamo avuto due palle gol, e non è facile.”

Un riferimento chiaro alla difficoltà di trovare gol facili, nonostante la buona costruzione di gioco.


“Mentalità in crescita, non siamo crollati”

Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda la mentalità del gruppo, aspetto su cui Sarri ha sempre insistito:

“È una squadra che dal punto di vista della mentalità sta crescendo. Dopo il primo gol potevamo uscire dal campo dal punto di vista mentale; invece, la squadra si è ripresa rimanendo in partita fino alla fine. Aspetti positivi ci sono sicuramente e ripartiamo da questi.”

Parole che testimoniano come, nonostante il risultato, il tecnico veda progressi nella tenuta psicologica e nella reazione alle difficoltà.


“Mercato? Aspetto l’ufficialità”

Infine, Sarri ha commentato anche la situazione infortunati e le prospettive di mercato, mantenendo toni cauti:

“È inevitabile quando ti trovi in una serie di difficoltà che si posano una sull’altra e anziché allentarsi si moltiplicano. O vai a fondo o reagisci e i ragazzi sono stati bravi a reagire. Io non vi so dare date sui rientri, perché non ho certezze da questo punto di vista. La speranza c’è, vediamo.”

Sul fronte mercato, il tecnico ha aggiunto:

“A me non m’hanno ancora detto se il mercato è aperto o no, quindi non siamo entrati in tanti discorsi che vanno sui particolari. Penso che il mercato sia aperto, ma aspetto l’ufficialità e poi parleremo dei dettagli.”

Un messaggio chiaro: la Lazio resta in attesa della decisione definitiva sullo sblocco del mercato, condizione necessaria per intervenire a gennaio.




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Le Nostre Pagelle di Inter-Lazio 2-0: Un Approccio Fatale. Zaccagni Si Salva, Isaksen e Lazzari Non Periferici. Sarri: Un Match ad “Alto Rischio”

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Turnover Lazio Torino: Maurizio Sarri fornisce indicazioni alla squadra durante un allenamento a Formello.

Sconfitta per la Lazio a San Siro. Zaccagni (6,5) lotta da solo. Isaksen (5) e Lazzari (5) non trovano le misure. Per Sarri (5,5), una partita che si decide subito sull’approccio. Gila (6) sfortunato.

MILANO – La Lazio si arrende all’Inter a San Siro con un secco 2-0. Una sconfitta maturata sin dai primi minuti, complice un approccio troppo morbido e la grande efficacia dei nerazzurri. Nelle nostre pagelle, analizziamo le prestazioni individuali dei biancocelesti in una serata difficile, con pochi a salvarsi e molti a non trovare le giuste contromisure.


Le Nostre Pagelle Biancocelesti

  • PROVEDEL 6: Il tiro di Lautaro è imprevedibile, si infila sotto la traversa mentre la traiettoria esce verso il palo. Può solo guardare. In uscita bassa non arriva sul cross basso di Dimarco per Bonny. Incolpevole sui gol, fa il suo.
  • LAZZARI 5: Due situazioni simili in due minuti, la seconda è quella in cui si scansa mentre Isaksen corre all’indietro pressato. Quando gliela rubano, sta più avanti rispetto ai calciatori dell’Inter ed è tagliato fuori. Dimarco, poi, gli sfila alle spalle per l’assist del 2-0. Serata da dimenticare.
    • Dal 68′ PELLEGRINI 6: Entra quando ormai i giochi sono praticamente fatti. Spara addosso a Sommer il tiro che avrebbe accorciato le distanze. Un’occasione d’oro sprecata.
  • GILA 6: La rete interista nasce all’improvviso, nessuno era preparato a quella palla persa. Si fa sorprendere nel secondo tempo da Lautaro, lascia rimbalzare il pallone, probabilmente subisce fallo, ci voleva comunque più determinazione. Sfortunato sul colpo di testa che colpisce l’incrocio e poi la linea di porta. La sfortuna lo punisce.
  • ROMAGNOLI 5,5: Recuperato in extremis, il suo utilizzo è stato il dubbio di tutta la settimana. Bonny lo sorprende in area, colpisce dietro di lui calciando a porta vuota. Non al meglio, si vede.
    • Dal 75′ PROVSTGAARD 6: Nel finale prende il posto che aveva desiderato nei giorni di preparazione al match. Entra a giochi fatti, non può fare miracoli.
  • MARUSIC 6: Confermato a sinistra visto l’impiego di Lazzari. Con Dumfries è una bella sfida tra “trattori”, tutto sommato se la cava anche se la spinta offensiva è inesistente. Poi cambia corsia con Pellegrini in campo. Senza infamia e senza lode.
  • GUENDOUZI 5,5: Non chiude in tempo sul destro di Lautaro, non si aspetta un errore simile dei compagni sulla destra. Cerca di accompagnare le ripartenze, non sempre viene premiato. Nella ripresa ci prova dal limite, Sommer blocca senza problemi. Poco incisivo.
  • CATALDI 5,5: Prova a coordinare tutti quelli che gli ruotano intorno: indica i movimenti e a chi scaricare il pallone per evitare il pressing nerazzurro e cercare gli spazi per affondare. Grande lancio con il sinistro per Zaccagni, nasce l’azione più pericolosa fino all’intervallo. La stanchezza si fa sentire col passare dei minuti, tanto da spingere Sarri al cambio. Troppa fatica.
    • Dal 65′ VECINO 6: Aveva accorciato subito male su Zielinski al limite, la Lazio si salva per il tocco di mano di Dimarco a inizio azione. Ingresso onesto.
  • BASIC 5,5: Meno in palla rispetto alle altre partite stagionali, nel conto va messo naturalmente il valore dell’avversario. Poco coinvolto nella manovra, non riesce proprio a esprimersi. Sottotono.
  • ISAKSEN 5: Mangiato da Bastoni, traccheggia troppo, gliela sfilano e l’Inter passa. Non si può iniziare così molli a San Siro. Il resto non è così meglio: rimane il danno a inizio gara che compromette tutto prima ancora di iniziare. Errore grave.
    • Dal 65′ PEDRO 6: Tenta col mancino, viene fischiato per la doppietta alla penultima della scorsa stagione. Anche per lui il trattamento dell’Inter non è dolce. Sufficiente.
  • DIA 5: Buona sponda di testa per Isaksen, crea i presupposti per la prima occasione biancoceleste, almeno potenziale. Poi Acerbi gli prende le misure e vince tutti i duelli. Neanche stasera tira mezza volta in porta. Inesistente.
    • Dal 65′ NOSLIN 6: Centravanti per mezzora, recupero compreso. C’è poco da fare. E infatti fa poco. La sua presenza non cambia l’inerzia.
  • ZACCAGNI 6,5: Tartassato dai falli dell’Inter, ne fa ammonire tre e sono pure pochi. Si accentra e prova il destro, non era semplice dopo aver tagliato fuori un paio d’avversari. Si innervosisce alla lunga, è pure comprensibile. Manganiello ne grazia diversi di interisti. Regala a Pellegrini un assist d’oro sciupato. L’ultimo a mollare.
  • ALL. SARRI 5,5: Colpito a freddo, se ci voleva un’impresa all’inizio, figuriamoci dopo il gol subìto in apertura. La Lazio torna a casa con una sconfitta che difficilmente poteva essere evitata, soprattutto con un approccio simile. Prepara la partita, ma l’avvio è fatale.


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Inter-Lazio 2-0: Lautaro e Bonny Stendono Sarri a San Siro. Nerazzurri Inarrestabili

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Gustav Isaksen in maglia Lazio durante il riscaldamento all'Olimpico.

La Lazio cade a San Siro contro l’Inter di Chivu, che vince 2-0 grazie ai gol di Lautaro Martinez e Bonny. Partenza a razzo dei nerazzurri, la Lazio fatica a reagire e si prepara alla sosta con una sconfitta.

MILANO – La Lazio non riesce nell’impresa di San Siro e cade sotto i colpi dell’Inter, che si impone per 2-0 nel posticipo dell’11a giornata di Serie A Enilive. La squadra di Cristian Chivu dimostra la sua superiorità fin dalle prime battute, ipotecando la vittoria con i gol di Lautaro Martinez e Bonny. Un risultato che conferma l’ottimo momento dei nerazzurri e ferma la rincorsa biancoceleste.

La partita, in programma domenica 9 novembre 2025 alle ore 20:45 allo Stadio Giuseppe Meazza, ha visto una Lazio in difficoltà, incapace di contenere l’aggressività e la qualità dell’Inter, specialmente nel primo tempo. Maurizio Sarri e i suoi ragazzi si preparano ora alla sosta per le Nazionali con l’amaro in bocca di una sconfitta netta.


Il Tabellino del Match

INTER (3-5-2): Sommer; Akanji, Acerbi, Bastoni; Dumfries (56 Carlos Augusto), Barella, Calhanoglu (81 Frattesi), Sucic (56 Zielinski), Dimarco; Bonny (81 Esposito), Lautaro Martinez (71` Thuram). A disp.: Martinez, Calligaris, De Vrij, Luis Enrique, Diouf, Zopolato, Bisseck. All.: Cristian Chivu.

LAZIO (4-3-3): Provedel; Lazzari (68 Pellegrini), Gila, Romagnoli (75 Provstgaard), Marusic; Guendouzi, Cataldi (65 Vecino), Basic; Isaksen (65 Noslin), Dia (65` Pedro), Zaccagni. A disp.: Mandas, Furlanetto, Patric, Hysaj, Belahyane. All.: Maurizio Sarri.

Marcatori: 3 Lautaro Martinez (I), 62 Bonny (I).

Arbitro: Gianluca Manganiello (sez. Pinerolo) Assistenti: Berti – Cecconi IV ufficiale: Bonacina V.A.R.: Di Paolo A.V.A.R.: Aureliano

NOTE. Ammoniti: 25 Sarri (L), 33 Akanji (I), 37 Sucic (I), 52 Dumfries (I), 72 Zaccagni (L). **Recupero:** 1 pt, 5′ st.


La Cronaca del Match

Partenza Fulminante dell’Inter: La partita inizia nel peggiore dei modi per la Lazio. L’Inter parte a razzo e, dopo soli 3 minuti, trova il gol del vantaggio con Lautaro Martinez, che fulmina Provedel e porta i nerazzurri sull’1-0. Un colpo durissimo per la squadra di Sarri, che fatica a trovare le contromisure all’aggressività interista.

Primo Tempo di Dominio Nerazzurro: Il primo tempo vede l’Inter gestire il vantaggio e creare ulteriori pericoli. La Lazio non riesce a reagire con convinzione, subendo il pressing e la qualità degli avversari. I biancocelesti provano a costruire qualche azione, ma senza mai impensierire seriamente la porta di Sommer. Il gioco è spezzettato anche da diverse ammonizioni, tra cui quella per Maurizio Sarri.

Il Raddoppio Interista e i Tentativi di Sarri: Nella ripresa, la Lazio cerca di alzare il baricentro, ma al 62′ arriva la doccia fredda del raddoppio interista. È Bonny a siglare il 2-0, mettendo un’ipoteca sulla partita e spegnendo le speranze biancocelesti. Sarri tenta di scuotere i suoi con una tripla sostituzione al 65′: fuori Cataldi, Basic e Isaksen per Vecino, Noslin e Pedro. Seguono poi i cambi di Lazzari con Pellegrini (68′) e Romagnoli con Provstgaard (75′), ma il risultato non cambia.

Finale senza Scosse: Il match prosegue senza ulteriori sussulti significativi. L’Inter controlla la partita fino al fischio finale, che sancisce il 2-0 definitivo. Per la Lazio una sconfitta che fa riflettere, ma che servirà da stimolo in vista della ripresa del campionato dopo la sosta.



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Lazio al Nasdaq? La Quotazione del Cadice Riaccende l’Ottimismo a Formello

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Claudio Lotito intervistato da Sky Sport a bordo campo prima di Lazio-Bologna.
Foto Cafaro Gerardo/LaPresse 11 10 2014 Salerno (Italia) Stadio "Arechi" sport calcio Salernitana vs Savoia Campionato italiano di calcio Lega Pro girone C 2014/2015 Nella Foto: Claudio LotitoPhoto Cafaro Gerardo/LaPresse 11 10 2014 Salerno (Italy) "Arechi " Stadium sport soccer Salernitana vs Savoia Italian Football Championship League Lega Pro group C 2014/2015 In The picture : Claudio Lotito

Dalla Borsa di New York Arrivano Segnali Positivi. Il Cadice Raccoglie 400 Milioni in un Giorno, e la Lazio, Già Quotata in Borsa a Milano, Spera di Seguire un Percorso Simile di Internazionalizzazione.

ROMA – Mentre la Lazio si prepara alla difficile sfida di San Siro contro l’Inter, da Formello filtra soddisfazione e ottimismo per una questione che non riguarda strettamente il campo, ma le ambizioni finanziarie e l’internazionalizzazione del club.

La notizia che sta facendo il giro del mondo del calcio è la quotazione del Cadice (club spagnolo di Serie B) al Nasdaq, l’indice della Borsa valori di New York. La capitalizzazione di mercato è stata eccezionale, spiega il Corriere della Sera: il club ha raccolto 400 milioni di euro in un solo giorno.

Il Sogno Nasdaq e i Contatti Precedenti

Questo successo riaccende l’interesse e la speranza in casa biancoceleste. Come avevamo anticipato in anteprima, alcuni dirigenti della Lazio si erano recati al Nasdaq già a luglio proprio per sondare il mercato. C’era stato anche un incontro con Jordan Saxe, Senior Executive del Nasdaq, con cui si era cominciato a riflettere su possibili percorsi di crescita, innovazione e internazionalizzazione del club.

Il Cadice ci ha messo tre anni per preparare la quotazione. A Formello, forte della propria unicità di club già quotato in Borsa a Milano, si spera di far prima. La mossa, se andasse in porto, aprirebbe nuove prospettive finanziarie e di sviluppo, rafforzando l’immagine della società a livello globale.



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