Massimo Maestrelli scrive a suo padre

MAESTRELLI

Caro Babbo,
oggi è il 12 maggio e Giancarlo e Pino ricorderanno in una serata ricca di significati una giornata speciale vissuta 40 anni fa.
Sì babbo, sono passati già 40 anni, a me sembra siano volati e di quel pomeriggio ricordo ogni attimo. Oggi i 65 mila laziali che saranno all’Olimpico rivivranno quella festa indimenticabile: i padri che c’erano e i figli che l’hanno vissuta nei mille racconti.
Il rigore di Giorgio, il campo dell’Olimpico alla fine pieno di gente impazzita di gioia. Questo è il 12 maggio 1974 nell’immaginario collettivo laziale. Io penserò a te. Mio padre circondato da splendide persone calciatori e amici laziali, mio padre che dice no alla Juventus e alla Nazionale per restare alla Lazio.
Ricordo la settimana che precedette la partita desiderata una vita, la “tua” partita. I tuoi silenzi ancora più accentuati del solito, ma ricchi di significati. I tuoi sguardi, la tua calma apparente, seppur in cuore pieno di emozioni e tumulti, ma vissuti senza eccessi e all’interno di sani valori che lo sport ti aveva insegnato e per il quale hai dato la tua vita. Quei valori che ti hanno reso indimenticabile per me, e per chi ama lo sport e non solo laziali. Le cose importanti della vita, dicevi, per te erano altre, la salute, la famiglia, gli affetti più cari.
Scherzavi su quella strana coincidenza che vedeva il giorno del tuo compleanno (7/10) l’inizio del campionato a Vicenza e quello mio e di Maurizio (19/5) l’ultima giornata, contro il Bologna, anche se tu lo scudetto lo conquistasti contro il Foggia una settimana prima, appunto il 12/5.
Proprio il Foggia, unica nota stonata di quella meravigliosa giornata, ahimè, che ti non ti permise di godere fino in fondo quella gioia mai raggiunta prima. Che strano scherzo ti giocò il destino quel giorno, un disegno quasi beffardo. Gioia intrisa di amarezza, due elementi che ti hanno spesso accompagnato nella tua vita, che ad oggi non riesco a spiegare ma un domani avrò più chiaro.
Le stelle avevano già deciso quanto si stava per verificare, tu non hai fatto altro che condurre quel carro, eri tu il predestinato.
Un’immagine ce l’ho di quella giornata. Ricordi quando ti chiedemmo il perché, il momento immediatamente successivo al rigore di Giorgio, che sancì per la prima volta lo scudetto su quella gloriosa maglia che ci è entrata nella pelle, di quelle mani che accarezzano i capelli, di quello sguardo rivolto al cielo e di quella calma assoluta in uno stadio impazzito di gioia: tu ci rispondesti che stavi per riavvolgere il film della tua vita, seppur in un momento che ti vedeva in cima al mondo (ma non certo per te). Niente corse, niente scene tipiche di persone che vivono un tale stato d’animo, niente di niente, solo tu e Renato Ziaco, uno vicino all’altro, assaporando solo come pochi intenditori della vita sanno fare, quegli intensi attimi che ti porti per sempre nel cuore.
Ma c’è una emozione che resta indelebile nella mio cuore: il momento, qualche minuto dopo il fischio finale di Panzino, lo scatto con Maurizio verso di te negli spogliatoi con il cuore in gola, il tuo raggiante sorriso nel vederci, il disinteressarsi completamente di tutto ciò che in quel momento ti circondava, e quell’abbraccio meraviglioso che ci vide tutti e 3 insieme, attimi che sembravano non finissero mai e che porterò sempre con me insieme ad un pallone della partita. Babbo, ora posso dirtelo: sono stati i secondi più belli mai vissuti.
E la nostra festa quella notte dopo la partita? Erano le 4, a casa con noi c’erano, con parte dei tuoi ragazzi, i tuoi più stretti compagni di viaggio, Renato Ziaco, Gigi Bezzi, Nanni Gilardoni, Enrico Bendoni, Sandro Petrucci e un piatto di pasta preparato da mamma Lina, oggi splendida nonna novantenne.
Un semplice piatto di pasta, tanti sorrisi per festeggiare il traguardo professionale per te più prestigioso, che girò per la prima volta il vento calcistico della città, uno scudetto storico per la Lazio e che ha reso ogni laziale orgoglioso e consapevole della forza dei propri colori.
Ti hanno raccontato in storie, libri, documentari, articoli, canzoni, rappresentazioni teatrali: un affetto grande che mi è servito per sentirti ancora vicino. Lo sentirò anche all’Olimpico per questa festa tutta laziale.
Sarà anche la nostra festa, la festa della nostra famiglia. Ti saranno accanto i tuoi figli e nipoti, Tommaso e Federica, Andrea e Alessio accompagnati dalla mamma Monia (come saprai, anche lei figlia di un allenatore della Lazio), Tommaso e Niccolò.
Quando ci hai lasciato avevamo 13 anni, come Tommaso quando perse la mamma Patrizia e Andrea il papà Maurizio, ma credo che questo tu già lo sappia.
Oggi, all’età di 50 anni, nonostante il percorso non sia stato facile e a volte mi ha messo a dura prova, mi sento di dirti che siamo una bella famiglia, cresciuta sulla scia dei tuoi principi e valori, seguendo i comportamenti che avevi tracciato chiaramente, seppur nel tuo breve ma proficuo ruolo assai difficile, tranne per te, di genitore.
Per ultimo voglio dire che ci manchi e ci sei mancato molto ma che i tuoi nipoti hanno imparato a conoscerti e sono fieri di aver avuto un nonno così e credo ti piacerebbero molto, seppur nelle loro diversità caratteriali.
Manchi al popolo laziale che non ti ha mai dimenticato e ce lo dimostra continuamente: babbo, questo è il tuo scudetto più bello.
Ti voglio bene.

Massimo