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Insulti, maleducazione e becerume…Frasi e battute infelice sul Laziale ferito dal petardo

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CURVA SUD ROMA

Chi non muore si rivede, così recita il famoso proverbio. In questo caso è proprio il caso di dire: chi muore, comunque in qualche modo poi, si rivede. Parliamo di morte calcistica, ci mancherebbe, in un periodo così tragico per il paese nessuno vorrebbe mai parlare di lutti. Ma una giovane società romana di nome A.S Roma, poco tempo fa, precisamente il 26 Maggio, ha ricevuto una vera e proprio funzione sacra. Goliardia anche questa, e tanta ironia. Con le morti non si gioca, è ovviamente un modo di dire, ma neanche con i feriti però.

Ieri sera, allo Stadio Olimpico, un ragazzo ha perso diverse dita di una mano per esplodere un petardo. L’occasione era delle più ghiotte, al 71esimo del secondo tempo. Ormai già da molto i laziali ricordano quel minuto, quel minuto storico in cui i cugini hanno subito l’amaro trapasso e si sono sciolti molto più facilmente di come si sono fusi 86 anni fa. Senza mettersi seduti ad un tavolo ad unire i puntini delle varie società romane, ma semplicemente con un cross, una mezza papera di un portiere e la zampata del bosniaco venuto con i scarpini in spalla per fare la panchina, e invece ha scritto la storia. Eh già, sarebbe molto meglio rispettare quel povero ragazzo e la sua famiglia, ovvio che non stava facendo nulla di particolarmente edificante, ma i cuginetti giallorossi, forse ancora leggermente frustrati dalla mazzata inflitta in Coppa dai rivali storici, dovrebbero evitare di fare ironia.

Sul web infatti impazzano le foto del ragazzo con la mano insanguinata, seguita da commenti a dir poco riprovevoli sul fatto che lo scopo del tifoso era ricordare il minuto 71. “Così te impari!” dicono alcuni, “Ora poi contà le 7 vittorie della Roma con le dita, visto che tre te so’ saltate” dicono altri. Frasi che si possono evitare, ma comunque non si vogliono dispensare consigli, solo fare cronaca e magari ricordare ai tifosi giallorossi di non perdere mai il lume della ragione, anche se il tanto dolore porta frustrazione e lo smacco subìto, seguito dalla rapida risalita, conduce l’animo ad uno spirito di rivalsa e rivincita.

Ma, sempre se ce ne fosse bisogno, ricordiamo che rivincita non c’è. E nel calcio, a volte si è incudine e a volte martello, l’importate e saper usare bene il martello però, perchè tanto prima o poi, si torna ad essere schiacciati dal peso dell’arnese, e così via sino alla prossima metamorfosi. Da preda a cacciatore, da vittima a carnefice. Ma mai bisogna scivolare nella maleducazione e nella cattiveria, anche se in fondo allo stomaco, insieme a qualche soddisfazione temporanea e qualche gioia occasionale, si possiede ancora quel magone che alle 19.27 del 26 Maggio 2013 è comparso, e che mai scomparirà.

di Fabiano Di Stefano

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