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Serie A

Highlander Lotito

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POLI

Abbiamo sentito molte volte parlare degli “highlander”e per anni abbiamo pensato che quei guerrieri immortali scozzesi fossero solo personaggi frutto della fantasia, come quelli portati sugli schermi nel 1986 da Russell Mulcahy e interpretati da Sean Connery e Christopher Lambert. Invece, no. Gli “highlander” che vivono per secoli esistono veramente e noi ne abbiamo un esempio proprio in casa nostra. Ha solo 57 anni all’anagrafe (anche se ne dimostra almeno 10 di più, perché è immortale, mica perfetto…), ma ne aveva poco più di 30 quando una mattina del 9 gennaio del 1900, insieme ad un gruppo di amici, seduto su una panchina a piazza della Libertà decise di fondare la Lazio. Il suo nome, è Claudio Lotito!

Per anni abbiamo creduto che i padri fondatori della Lazio, capeggiati da un giovane ufficiale dei bersaglieri, fossero solo 9: Luigi Bigiarelli, appunto, insieme al fratelli Giacomo, poi  Odoacre Aloisi, Arturo Balestrieri, Alceste Grifoni, Giulio Lefevre, Galileo Massa, Alberto Mesones e Enrico Venier. Questi sono i nomi scolpiti nella storia e nella targa che campeggia a piazza della Libertà. Ma, in realtà, erano dieci. Il decimo era un rampante im-prenditore (volutamente staccato…) romano. Al contrario degli altri, non era un atleta, non aveva ideali olimpici, non sapeva assolutamente nulla di sport e ancora meno di calcio, quel gioco importato dall’Inghilterra. Ma era nipote di un Carabiniere, figlio di un uomo che “faceva cose” (molto segrete), quindi anche lui volle partecipare per spirito di servizio alla nascita di qualcosa. Quindi, si fece prestare qualche lira e partecipò alla nascita della Società Podistica Lazio.

E mentre gli altri si interrogavano su quali colori sociali e quale nome dare alla società che stavano fondando, lui prese la parola e con un latino quasi perfetto fece un discorso di un paio d’ore che stordì tutti i presenti e li convinse a chiamare la società Lazio e a adottare come colori quelli della Grecia. Il succo del discorso, fu più o meno questo. “Io so tesserato da sempre con la Ginnastica Roma, che è la società per cui tifiamo fin dalla sua fondazione in famiglia, ma ora quelli pretendono di fare un aumento di capitale, quindi ho deciso di lasciare quei colori e di dar vita a una nuova avventura. Propongo di chiamarla Lazio, come la Regione, perché in futuro la cosa potrebbe tornarci utile, visto che la Regione c’ha più soldi del comune. E ve lo dico io che so imprenditore, ma soprattutto prenditore. Come colori, usiamo quelli della bandiera della Grecia, così con la scusa delle Olimpiadi scriviamo un bel comunicato e facciamo subito breccia”.

Storditi, gli altri nove compagni di avventura decisero di dar retta a quel piccolo e occhialuto socio fondatore, al quale fu affidata la gestione finanziaria della società. Poi, però, al momento di versare la quota sociale svanì nel nulla e di lui si persero le tracce. Perché gli “highlander”, fanno spesso così. Compaiono e poi scompaiono, per riapparire dopo anni, a volte dopo decenni. Ma non si allontanano mai del tutto, perché la prima tata che hanno avuto (e si sa, la prima tata non si scorda mai, come del resto il fidanzato della tata) gli ha insegnato che l’amore è per sempre. Quindi, in tutti i momenti di difficoltà il nostro “highlander” si è sempre riaffacciato per salvarci, incurante del fatto che gli altri soci avevano cancellato il suo nome dall’elenco dei padri fondatori. Fu lui a sostenere in volo Prini in quel tuffo che portò al gol che il 24 settembre del 1958 regalò alla Lazio la vittoria con la Fiorentina e la prima Coppa Italia. Fu lui a suggerire a Juan Carlos Lorenzo di segnalare alla Lazio Giorgio Chinaglia e fu sempre lui, da dietro la porta, a ingannare Trentini sussurrandogli che Chinaglia avrebbe tirato il rigore alla sua sinistra. In realtà, lui voleva dire alla sinistra di Chinaglia, Trentini pensò alla sua di sinistra e alla fine il pallone rotolò in rete. Fu lui a spingere alle spalle Giuliano Fiorini il 21 giugno del 1987 in quel finale di Lazio-Vicenza, così come fu lui con la sua presenza al San Paolo a sostenere Poli in quel volo per consentirgli di incornare il pallone della vittoria nello spareggio con il Campobasso. Non c’era contro il Taranto, bloccato insieme a migliaia di comuni mortali sulla Roma-Napoli (succede anche agli “highlander”…) e infatti la squadra perse di misura.

Voi non lo avete mai visto, ma in realtà lui c’era, c’è sempre stato nei momenti importanti. Quello che Sandro Petrucci chiamava lo “stellone”, ovvero quell’entità che proteggeva sempre dall’alto la Lazio salvandola ad un passo dal baratro. In realtà era lui, l’highlander. Noi pensavamo fossero le migliaia e migliaia di laziali volato in cielo a proteggerci, invece era Lui, Claudio Lotito.

Per qualche anno, il nostro “highlander” è volato in altri lidi, ma non è mai scomparso del tutto. La leggenda narra che fu visto una volta all’Olimpico in occasione di un derby di fine millennio, ma non era sicuramente lui (anche se gli somigliava come si possono assomigliare solo due gemelli monozigoti), perché quello sorrideva ed esultava dietro la Ferilli dopo un gol della Roma. Ma nel momento di difficoltà, spogliandosi dei panni dell’highlander il socio fondatore Lotito è tornato. E come aveva annunciato 104 anni prima, quel nome Lazio fu utile per ottenere l’appoggio della regione e del governatore dell’epoca, Francesco Storace. Fu lui a dare la benedizione all’operazione e i fondi a Lotito per portarla a termine, regalandogli l’immortalità sportiva: socio fondatore e salvatore. Ineguagliabile. Anche perché, pagando con i soldi della Lazio i conti dei debiti fatti in passato per pagare gli ingaggi dei giocatori che hanno consentito alla Lazio di Cragnotti di vincere tutto o quasi in Italia e in Europa, il nostro “highlander” si è potuto prendere i meriti di tutti quei trionfi: dallo scudetto alla Supercoppa d’Europa, passando per i successi in Coppa Italia e in Supercoppa italiana, ma anche per quello in Coppa delle Coppe.

Ha vinto tutto lui, dal 1958 a oggi. E visto che ha continuato a vincere anche quando si è spogliato dai panni dell’highlander e rinunciando all’immortalità pur di apparire in prima persona, ha deciso che lui resterà comunque per sempre alla Lazio, lasciando la società al figlio. Perché 114 anni sono tanti, ma solo per noi mortali. Per un “highlander”, sono poco più che un battito di ciglia…

Chiaramente non c’è nulla di vero… O forse sì? Magari un giorno, oltre a raccontarci di essere stato lui e non Vincenzo D’Amico a salvare la Lazio quel giorno contro il Varese, in uno dei prossimi 7562 comunicati Lotito ci racconterà di esser stato lui a fondare la Lazio e a darle quel nome. Tanto, dopo quello che abbiamo sentito e visto in questi fieci anni e dopo quello che abbiamo letto nelle ultime settimane, nulla ci può più stupire!

STEFANO GRECO – LAZIOMILLENOVECENTO



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