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Storia S.S. Lazio

Simbolo della Lazio del -9 ed emblema di un calcio che non c’è più : GIULIANO FIORINI

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FIORINI
Parlare di Giuliano Fiorini è come raccontare a chi non l’ha vissuto un calcio che oggi, purtroppo, non c’è più. Con la sua genuinità e la sua bonarietà tipicamente emiliana, Giuliano Fiorini è uno dei simboli di quel calcio in cui andavano in voga i “centravanti-boa”, chiamati a piazzarsi al centro della difesa avversaria per difendere con spinte, gomitate e spallate, palloni da smistare ai compagni, oppure ad aprire con il loro fisico dei varchi in cui far infilare il centrocampista di turno. Giuliano lotta, suda, impreca e sbuffa, ciondolando sempre la testa, con quei calzini perennemente abbassati e la maglia fuori dai pantaloni. E’ amato dai compagni, odiato dagli avversari, adorato dai tifosi, sopportato dagli arbitri. Per farvi capire chi è Giuliano Fiorini, vi racconto due aneddoti che lui stesso mi ha confidato una sera a cena.
Durante la partita, Fiorini si lamenta continuamente per i falli che lui dice di aver subito e che l’arbitro regolarmente non gli fischia a favore. E, quando non gli viene assegnata la punizione, Giuliano guarda con espressione stupita il direttore di gara e gli dimostra tutto il suo dissenso e la sua incredulità in modo plateale, scuotendo il capoccione, allargando le braccia in segno di protesta o mandandolo platealmente a quel paese, ma sempre con un sorriso accennato sulle labbra. E’ una vera pentola di fagioli, brontola in continuazione, ma gli arbitri però lo conoscono bene, spesso lo redarguiscono per il suo atteggiamento, altre volte fanno finta di non sentirlo. Una volta, pressato dal marcatore di turno, Fiorini cade a corpo morto in area di rigore. L’arbitro corre verso di lui e gli urla in faccia deciso: “Fiorini, la smetta di simulare! Si alzi immediatamente!”. “Ma cosa ha capito?”, gli risponde lui, steso per terra, voltando il capo con gli occhi sgranati. “Ma chi lo vuole il rigore? Ma no, ma mica ci ho provato. È che non ce la faccio veramente più, non vede? Non mi reggono le gambe. Che vuole che simuli?”. L’arbitro si mette a ridere e lo aiuta a rialzarsi.
L’altro aneddoto, è legato ai tempi del Genoa. Fiorini non conduceva certo una vita da atleta, amava la buona cucina e non disdegnava qualche bicchiere di vino. Prima di una partita, esagera e durante l’incontro comincia a sentirsi male. Non riesce a respirare, fatica a scattare, ma all’improvviso ha un guizzo, gli capita il pallone giusto e segna proprio sotto la gradinata Nord, si inginocchia e poi si piega in avanti con la faccia a terra, come un musulmano durante la preghiera. I tifosi impazziscono, i compagni si avvicinano e scoppiano a ridere. In realtà, Fiorini non sta esultando e tantomeno piangendo dalla gioia per il gol segnato, si è solo piegato in due per i dolori e ha vomitato in campo.
Ma Giuliano Fiorini non è solo questo. E’ un giocatore con l’istinto innato del gol e ha una buona tecnica nonostante la mole fisica. Cresciuto nel vivaio del Bologna, dove ha esordito in serie A appena diciassettenne, è esploso segnando 21 gol in una stagione in serie C a Piacenza. Un exploit che ha convinto il Bologna a riportarlo a casa, all’età di 23 anni, per affiancarlo all’ancora più giovane nuovo talento del calcio italiano, Roberto Mancini. Dopo due stagioni a Bologna in A con 11 gol segnati, arriva il trasferimento a Genova, dove con la maglia rossoblù segna solo 14 reti in due stagioni, ma diventa un idolo, al punto che la piazza si rivolta quando la società lo cede all’odiata Lazio. In biancoceleste lo porta Giorgio Chinaglia, che rivede in Fiorini qualcosa del Long John calciatore. L’avvio è promettente: gol vittoria all’esordio con il Palermo e un’ottima intesa con Oliviero Garlini, che chiude la stagione conquistando il titolo di capocannoniere della serie B. Ma un problema al tallone d’Achille lo costringe a rallentare gli allenamenti e poi ad operarsi. Chiude la stagione con appena 3 gol all’attivo in 18 partite. Nella seconda stagione, però, diventa il leader della squadra. Il 26 luglio del 1986, quando nel ritiro di Gubbio arriva nel primo pomeriggio la notizia che per l’ennesimo scandalo la Lazio è stata condannata addirittura alla retrocessione in serie C, dopo il discorso di Fascetti alla squadra Giuliano Fiorini si alza e per primo dice: “Io resto qua, qualunque cosa succeda”. E con quelle sue parole, si porta dietro tutti, pure i compagni più restii. Anche in campionato, nei momenti di difficoltà spesso e volentieri si carica la squadra sulle spalle, scuote i compagni più giovani o più timidi, carica l’ambiente con i suoi gol e la sua gestualità. Fiorini forma con Caso e Terraneo l’asse centrale della squadra. Con i 6 gol segnati il suo non è un campionato memorabile, ma grazie a quel settimo gol, segnato il 21 giugno del 1987 allo stadio Olimpico, entra per sempre nella leggenda. Come nel film di Nick Hornby, Fever Pitch, l’eroe entra in scena quando tutto sembra perduto. Per più di 80 minuti, sostenuta e sospinta da oltre 70.000 tifosi, la Lazio si getta all’assalto della porta del Vicenza per segnare quel gol che significa “sopravvivenza”. Ma Dal Bianco, più che i panni del portiere sembra indossare quelli del capitano che comanda il plotone di esecuzione, pronto a eseguire la condanna a morte della Lazio. Con il passare dei minuti, la speranza lascia quasi il posto alla disperazione, alla consapevolezza di essere realmente ad un passo dalla serie C e forse addirittura alla fine di una storia durata 87 anni. Ma come nel film di Hornby, l’eroe improbabile entra in scena: Fiorini si ritrova tra i piedi un tiro-cross sbagliato di Podavini, controlla di tacco a seguire, si gira e tocca il pallone quanto basta per abbattere il muro eretto da Dal Bianco. Ero allo stadio quel giorno. Mai in vita mia ho sentito un boato così fragoroso, ma soprattutto interminabile. In quell’esultanza, più di 70.000 persone sfogano in un istante mesi di paure, di frustrazioni e di speranze che a soli 7 minuti dalla fine del campionato sembrano perse. Dopo quel gol ho visto gesti di isteria collettiva. Ho visto uomini di una certa età piangere come bambini, ho visto gente quasi fluttuare nell’aria senza riuscire più a toccare terra in un’esultanza sfrenata, rabbiosa. Solo a ripensare a quei momenti, solo a rivedere per la millesima volta le immagini di quel gol, la corsa di Fiorini verso la Nord, l’esultanza dei compagni e Giuliano che rientra in campo stremato, quando la partita è già ricominciata, qualsiasi laziale non può non provare un brivido, non può impedire ad una lacrima di scendere, sentendo quel groppo alla gola che si prova soltanto ricordando i momenti importanti della vita. Poi le lacrime di Fiorini, nudo e stremato, sorretto dagli addetti della Lazio, travolto dall’abbraccio dei tifosi, quasi consegnato nelle mani dell’amico Terraneo, l’altro Giuliano di quella banda del –9. Immagini indimenticabili, come indimenticabile resta quel gol di Fabio Poli nello spareggio vinto a Napoli contro il Campobasso, la rete che ha messo la parola fine ad un incubo durato quasi 11 mesi.
Quanto quella squadra sia nel cuore della gente, quanto Giuliano Fiorini sia entrato di diritto nella storia della Lazio, si è capito il giorno del Centenario. Nella serata in cui la società festeggia un secolo di vita, alla fine di una giornata in cui la squadra di Eriksson ha fatto un importante passo avanti verso la conquista del secondo scudetto, l’applauso più fragoroso di un Olimpico stracolmo è riservato proprio a Giuliano Fiorini, presentato con queste parole: “Fu lui a segnare quel gol grazie al quale siamo ancora in vita”. Già, perché quel suo gol al Vicenza forse ha cambiato veramente la storia della Lazio. Ma questa storia, al contrario di Fever Pitch di Nick Hornby, non ha un lieto fine. Dopo quel gol, Fiorini è costretto a lasciare la Lazio in punta dei piedi, ad emigrare a Venezia, quasi senza neppure un grazie per quello che ha fatto per la Lazio, nonostante gli infortuni che lo hanno tormentato e condizionato in quelle due stagioni romane. L’addio alla Lazio è di fatto un addio al calcio. Finita la carriera da calciatore, una volta appesi gli scarpini al chiodo Fiorini si rifugia nella sua Bologna. Ogni tanto, fa un salto a Roma per trovare i vecchi amici, per regalarsi qualche serata di allegria e di nostalgia.
Il 5 agosto del 2005, poi, a soli 47 anni, Giuliano Fiorini ci ha lasciato. Un brutto male ce lo ha portato via, spegnendo per sempre quel sorriso che resterà però acceso nella memoria di chi lo ha amato o anche solo semplicemente conosciuto e apprezzato per quello che sapeva dare, per le emozioni che sapeva trasmettere. Per lui, nella prima giornata della stagione 2005-2006, c’è un mazzo di fiori depositato da Paolo Di Canio sotto la Curva Nord, a fianco di quella maglia numero 9 con l’aquila sul petto e una striscione che dimostra l’affetto della gente laziale per quello che resterà per sempre l’uomo che ha salvato la Lazio dal baratro in quella sfida con il Vicenza: Anche tu nel paradiso degli eroi… Ciao Giuliano!

STEFANO GRECO

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Accadde Oggi

45 anni senza il “Maestro”, un pezzo della storia della Lazio

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45 anni fa ci lasciava Tommaso Maestrelli, figura storica della storia della Lazio, quasi mitologica, che i laziali di tutte le età ricordano. Anche chi non l’ha mai visto, ricorda con amore il “Maestro”.

Guidò una banda di Laziali alla conquista dello scudetto, il primo storico scudetto della storia della Lazio, e instaurò un rapporto meraviglioso con ogni suo calciatore.

Oggi dopo 45 anni siamo qui a ricordarlo, perché su c’è er maestro che c’è sta a guarda…

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Focus

Secolo XX, Via Vittorio Veneto, Roma

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Un pezzo di Romanità intriso di Lazio e Dolce Vita

Per capirla, andrebbe percorsa, esprimendoci in romanesco, “a ‘na certa maniera”. Dimenticate zaino in spalla, blue jeans, airpods e gingilli di manifattura moderna; su la camicia bianca, collo alla francese e nodo della cravatta nera stretto, strettissimo. Per l’inverno si scelgano anche colori kashà, con microfantasie e fini trame ricamate da sapienti artigiani. Attendete pazientemente le ore notturne, permettendo alle brulicanti vie dell’Urbe di smaltire la calca e il brusio diurno e accingetevi a raggiungere piazza Barberini in direzione Porta Pinciana. La strada che percorrerete sarà via Veneto, o Vittorio Veneto.

Nata sul finire dell’Ottocento in piena febbre edilizia post-impresa di Porta Pia, essa rappresenta uno spaccato storico e urbano della storia capitolina e italiana, resa celebre dalle figure più note della risorta scena cinematografica italiana del dopoguerra. Se ad oggi ne apprezziamo il patrimonio storico e identitario, va ricordato come tale strada venne alla luce in virtù all’abbattimento di un edificio dall’inestimabile valore artistico come Villa Ludovisi, descritta con ammirazione dallo scrittore britannico Henry James, il quale ebbe addirittura a dire che non v’era “…nulla di più bello a Roma”. La pesante eredità artistica e urbanistica che raccoglieva la nascente via ha però cozzato con le necessità della nuova borghesia liberale romana e, da poco tempo, italiana, di legittimare la propria presenza in quel che rappresentava il coronamento del sogno risorgimentale di mazziniana memoria: l’Unità dell’Italia con Roma Capitale. Via Vittorio Veneto collega due principali Rioni dell’Urbe: il III Colonna e il XVI Ludovisi, partendo, come detto in precedenza, da Piazza Barberini (attuale Centro Storico) e confluendo verso le antiche Mura Aureliane, si fiancheggiano Palazzo Piacentini e Palazzo Biagi, rispettivamente sedi istituzionali dei Ministeri di Sviluppo Economico e Lavoro, nonché il Palazzo Margherita, sede dell’Ambasciata americana a Roma. Si comprende dunque la funzionalità che tale arteria assume, riflettendo anche sull’origine vittoriosa ed epocale che il nome richiama, ma fermarci all’importanza meramente politica e urbanistica sarebbe riduttivo, quasi offensivo. In via Vittorio Veneto nacquero e si susseguirono nel corso del Novecento numerosi locali alla moda e bar di fama internazionale, come l’attualmente in voga Harry’s Bar, dove venivano costantemente paparazzate celebrità del calibro di Mel Gibson, Woody Allen e Marcello Mastroianni, protagonista quest’ultimo dei ruggenti anni ’60, ambíto seduttore e attore di punta del pluripremiato film La dolce vita di Federico Fellini. Oltre ad essere stata minuziosamente ricostruita a Cinecittà, nel famoso cuore pulsante del periodo della Dolce Vita sono state girate alcune scene del colossal La grande bellezza, capolavoro di Paolo Sorrentino, odierno erede di Fellini, a testimonianza di come il fascino della via Veneto resista al tempo.

Il susseguirsi di numerosi avvenimenti burrascosi risalenti ai primi due decenni del secolo Ventesimo coinvolsero integralmente l’ambiente laziale. La Società Polisportiva, nata pochi anni prima dall’intuizione di giovani ardimentosi romani, si apprestava a lasciare per sempre la sede di via delle Coppelle per approdare proprio in via Vittorio Veneto, nel mezzo dell’edificazione della Roma Umbertina. In un ex convento da poco restaurato, dopo aver battezzato vittoriosamente il Campo della Rondinella, la Lazio decise di trasferirsi in via Vittorio Veneto ex numero civico 7. Nella casa dei biancocelesti, al di fuori del contesto sportivo e a coronamento dell’elezione ad Ente Morale da parte di S. M. il Re Vittorio Emanuele III, si alternarono numerosi eventi culturali come concerti d’orchestra diretti da artisti del calibro di Carlo Zecchi e Teofilo De Angelis, l’organista Marco Enrico Bossi e la violinista Maria Fiori, eletta poi socia benemerita, con la partecipazione inoltre delle popolarissime voci del tenore Giacomo Lauri Volpi e dei baritoni Antonio Cotogni, Carlo Galeffi e Benvenuto Franci. L’elenco non si ferma qui, poiché il quartier generale della Polisportiva conquistò un ruolo sempre più alto tra i ritrovi intellettuali di Roma: le assemblee culturali che vi si svolgevano, infatti, videro addirittura la partecipazione di Umberto di Savoia e Grazia Deledda, scrittrice di punta del Secolo XX. La sede, dotata di ampli ed eleganti saloni, ospitava le sezioni di scherma, boxe, ballo, ginnastica, filodrammatica, football, sport atletici, nuoto, canottaggio, escursionismo e persino la direzione di un giornale di vocazione sportiva e in pieno stile liberty, denominato Lazio e diretto da Cesare Mariani. Sebbene la dislocazione delle sedi non è tutt’oggi ben chiara nella mappa del complesso edificio, nell’epoca del Presidente Ballerini la Polisportiva si distinse ancora una volta per altruismo e benemerenza: nel maggio-giugno 1915 fu istituito un Asilo per ospitare bambini poveri, orfani o figli dei soldati impegnati in guerra.

La conferma del patrimonio nazionale che ricopre una squadra come la Lazio è dunque scritto nelle testimonianze storiche, nelle mura e negli edifici di una Città che non ha mai smesso di onorare con i fatti. In via Veneto, come su Ponte della Regina Margherita o in Piazza della Libertà, c’è un pezzo di lazialità che ogni tifoso dovrebbe approfonditamente conoscere.

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Intervista

Intervista al Presidente Antonio Buccioni

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In esclusiva su Since1900, una lunga e piacevole intervista con il numero uno della Polisportiva biancoceleste

Il Presidente della Polisportiva S. S. Lazio Antonio Buccioni ha gentilmente concesso un’intervista a noi di Since1900, dimostrando cordialità e grande apertura verso la platea biancoceleste. Al Presidente vanno i nostri ringraziamenti e i migliori auguri di buon compleanno, con la speranza che per ancora tanti anni possa essere la guida della Polisportiva più antica d’Europa.

Partiamo proprio dalla Polisportiva: Lei in qualità di Presidente cosa può dirci sulla situazione generale? A che punto siamo? È abbastanza competitivo il movimento sportivo laziale?

È una domanda che fatta oggi assume una problematica diversa da quella che sarebbe potuta essere due mesi fa. Avrei detto che, per quel che oggi si chiama brand, la Lazio ha un fascino che io stesso fatico a comprendere fino in fondo. Chiunque si avvicini alla Lazio o anche soltanto viene a trovarmi, viene quasi persuaso dal voler ampliare la famiglia. Noi viviamo in un Paese dove non ci sono sponsor, in una città dove non c’è industria, dove Istituzioni pubbliche da tanti anni non erogano più nessun tipo di provvidenza a favore dello sport e abbiamo grossi problemi impiantistici, eppure c’è un “fascino Lazio” che porta il movimento quindi ad espandersi. A titolo di esempio, abbiamo un progetto per la creazione di una sezione di tennis tavolo, che purtroppo da 15 anni non abbiamo più. Questo è quanto avrei detto due mesi fa, oggi rincaro la dose. Non abbiamo vissuto l’esperienza delle guerre ma questa è una situazione eccezionale ed epocale assimilabile a quella di una guerra e su tante cose non ho chiarezza di quello che sarà. Su un aspetto sicuramente sì: il giorno in cui si ricomincerà a vivere normalmente, non sarà semplicemente il giorno della ripresa che segue l’ultimo giorno prima della chiusura totale. Ci saranno dei cambiamenti che toccheranno anche lo sport. Apparentemente dovranno esserci meno risorse e possibilità, sarà una situazione non dissimile da quella post 1945 e dovrebbe favorire chi lavora stabilmente con delle difficoltà e handicappare chi lavora con il lusso. In queste situazioni ho tenuto saldi i rapporti con i Presidenti delle circa ottanta Associazioni che rappresentano la Lazio per spronarli a rendersi conto della spirali e delle pieghe che prenderanno le diverse discipline sportive, per anticiparsi e comprendere meglio degli altri i comportamenti da assumere a riguardo. Se agiremo in questa direzione, la Lazio non deve avere paura del futuro.

Anche perché parliamo di una Società sana, non solo calcisticamente, dunque non bisognerebbe temere il futuro…

Sì, soprattutto considerando che si tratta di una Società che ha molti settori e che dunque non hanno un bilancio unico. Tutte comunque abituate a lavorare con difficoltà oggettive. Chi lavora abitualmente in difficoltà ha oggettivamente più destrezza rispetto a chi si trova improvvisamente con delle privazioni.

Avvicinarsi oggi allo sport non è interesse primario di tutti, specialmente nelle nuove generazioni. C’è qualche responsabilità da parte delle Istituzioni e dei vertici dello sport, a livello sia nazionale che europeo?

Sebbene io non sia incline all’ottimismo, la domanda forse è formulata in maniera radicale. I ritardi nei confronti di aree geografiche e socio-culturali ci sono, ma alla fine certi movimenti si impongono. Una volta lo sport era considerato qualcosa di elitario, superfluo e assolutamente non necessario. Con un processo davvero molto lungo, sebbene con defaillance colossali, siamo giunti a considerare che lo sport è imprescindibile per la salute umana. Il progresso comunque c’è stato, seppur con molte difficoltà: ho chiari ricordi circa la maldestra organizzazione scolastica e in particolare riguardo le sole due ore settimanali di educazione fisica e quel che accadeva agli inizi degli anni ’70 purtroppo accade anche oggi. Per questo mi riferisco alla falla colossale del sistema scolastico. Si tratta di un modo di approcciare allo sport che è addirittura nocivo ed è totalmente da archiviare.

Dunque Lei, riguardo questa situazione, cosa si sente di dire alle generazioni future?

Io mi auguro che, riferito alla nostra piccola patria di sentimenti che è la Lazio, ci possa essere da un lato un pieno adeguamento alla storia, con un preciso modo di essere nello sport adottando una costante ricerca dell’attualità addirittura anticipando i tempi rispetto agli altri; ideologicamente parlando, invece, mi auguro si possano mantenere le radici e lo spirito dei ragazzi del 9 gennaio del 1900 che crearono un Sodalizio con una intento dirompente rispetto alla società di allora. Cioè portare lo sport, fino a quel momento appannaggio di qualche nobile e limitato a discipline classiche come scherma, danza classica e rudimenti di nobles artes, a diventare uno sport moderno e popolare. Dunque ancoraggio ideale alle proprie radici e adeguamento organizzativo costante a quello che lo sport a livello planetario ci mostra.

Messaggio bellissimo il Suo. Lei ha parlato di ideali, noi aggiungeremmo anche il concetto di “valore”. Quale per Lei meglio identifica la Lazialità?

Intendere lo sport come cimento costante prima di tutto nei confronti di se stessi e verso l’avversario, il quale non va mai temuto ma sempre rispettato. Che poi è la lezione che ci si tramanda, dicendole alla laziale, “di padre in figlio” ed è quello che mi hanno lasciato i padri della Lazialità.

C’è stato per Lei un atleta che più di tutti ha consacrato e fatto suo più di altri questo concetto?

Tra i calciatori, Ezio Sclavi per abnegazione che tale da, come affermò Pennacchia nel ’69, “sconfinare anche nello stoicismo”. Da questo punto di vista c’è ne sarebbero a onor del vero esempi innumerevoli che non sono isolati. Mi viene in mente Maura Furlotti per il calcio femminile, che ha disputato quasi 500 partite in Serie A, annoverano 4 scudetti e 3 Coppe Italia, collezionando circa 100 presenze con la Nazionale Italiana. Sono esempi, grazie a Dio, ricorrenti.

A proposito di storia: per chi non ha vissuto lo Scudetto del ’74 o anche quello del 2000, Laziowiki è una vera e propria enciclopedia che fa da punto di riferimento. Che legami ha con la Polisportiva e quanto è importante questo contributo che offre?

Sono indubbiamente rapporti idilliaci e di fraterna collaborazione. Sono molto affezionato a Fabio Bellisario, a Barbara Dorelli che ora è Presidente di Laziowiki e socia della Canottieri Lazio. Hanno fatto cose meravigliose. Aggiungo, anche per dovere di ruolo, che sono tra i migliori ma non gli unici, non volendo comunque sminuire nessuno. Un grande lavoro, specialmente sul pianeta calcio, lo svolge il Centro Studi Millenovecento che può contare su studiosi di primo livello. Ho avuto il grande onore di essere invitato a scrivere diverse prefazioni per Laziowiki ed è stata una bella soddisfazione.

Tornando al discorso puramente strutturale: nascono spesso suggestioni intorno allo stadio Flaminio. Come vede un riutilizzo dell’impianto per la sezione calcistica della Lazio?

“Su questo sono perentorio: non vedo alcuna possibilità di riutilizzo per la Lazio calcio. Gli impianti moderni hanno standard ben precisi e il Flaminio, per aderirvi, dovrebbe essere smantellato e ricostruito portando via con sé il carico di ricordi che conserva. Con grande rammarico sentimentale (sono stato battezzato il 19 settembre del 1965 quando mio padre mi portò al Flaminio a vedere Lazio Varese, terza di campionato ’65-66) devo ammettere che quell’impianto non è funzionale per il calcio e l’abbattimento violerebbe quello che di fatto è un patrimonio artistico e culturale. Potrebbe essere utile alla causa laziale per ambienti indoor. Per tutti gli sport all’aperto (tra cui rugby, calcio femminile, hockey su prato) non vi sono strade praticabili. A peggiorare la situazione c’è stato il cambiamento del nostro Paese nell’approccio allo sport negli ultimi 25 anni. Andando ancora indietro negli anni, nei trafiletti dei giornali sportivi si poteva ancora trovare spazi sufficientemente ampi dedicati ad altri sport; la situazione oggi è diversa, magari perché parlare di calcio in via esclusiva apporta maggiori guadagni. Sarà efficace come strategia, ma rappresenta davvero la morte dello sport. In altri Paesi, nelle aree geografiche socio-culturali affini all’Italia come ad esempio in Francia, la situazione cambia di poco: sebbene negli anni ’70 il rugby abbia fatto da contraltare al calcio e tutt’oggi esistono interessi nei confronti di Formula 1, basket e pallavolo, il calcio ha assoluta leadership. Se nel Flaminio di allora ad una partita d rugby ci sarebbero stati circa 1500 paganti a fronte dei probabili oggi 400 spettatori (spronati comunque dal titolo gratuito del biglietto). Dunque, per concludere, l’indoor presenta un discorso diverso: c’è una piscina che potrebbe essere sfruttata, potrebbero stabilirsi sezioni di scherma o ginnastica artistica, potrebbe prendere forma un museo. “

Lei ha parlato di calcio femminile: sembra che a livello nazionale ci sia una certa rinascita, una nuova primavera. Come si colloca in questa rinascita la Polisportiva Lazio?

Domanda interessante. Il movimento di rinascita c’è ed è figlio dell’interesse dei club professionistici maschili, sostanzialmente obbligati a dotarsi del settore femminile. Juventus, Milan, Fiorentina hanno prontamente recepito le direttive; la Juventus sta avviandosi a ricalcare il ruolo e il sentiero che da sempre riveste nel calcio maschile. La Lazio è stata la superpotenza del calcio femminile italiano dal 1969 al 2003, è stata una società che ha vinto 5 Scudetti e 4 Coppe Italia, una sorta di Coppa UEFA ed ha insegnato alla nazione cosa vuol dire un settore giovanile degno di questo nome. La Società storica ha avuto meriti straordinari nella collocazione della disciplina nello sport italiano: esisteva una Federazione Italiana Giuoco Calcio Femminile distaccata dalla Federcalcio; la Lazio, nell’estate del 1986 non si affiliò più a questa organizzazione bussando alle porte della Federcalcio, facendo appello alla Legge istitutiva del CONI che non prevede il sesso come requisito per distinguere un’attività di carattere sportivo. Dunque, grazie alla Lazio, la Federcalcio è stata obbligata ad istituire una sezione femminile inglobando titoli e meriti della preesistente Federazione distaccata, dotandola di diversa dignità. Quella della Lazio fu una difficile battaglia di libertà e di modernità. La Società storica della Lazio femminile sopravvive, nell’ultima divisione; la Lazio calcio ha invece creato, sulla scia delle altre squadre professionistiche, una propria sezione femminile che, prima dell’emergenza sanitaria, stava disputando un ottimo campionato in quella che per noi è la Serie B maschile. Mi auguro arrivino le possibilità per unificare le due situazioni in casa Lazio, per preservare la ricchezza di un contesto che ho vissuto da vicino. Metà squadra Nazionale era biancoceleste, tale da chiamarla “Lazionale”, dunque mi auguro la fine di questa dicotomia interna.

A proposito di battaglie di non proprio scontato esito: a che punto siamo con l’assegnazione dello Scudetto del 1915?

Io sono indignato per quello che è successo. Con il Presidente Federale Carlo Tavecchio è stata insediata una Commissione di altissimo spessore professionale, culturale e morale che ha sancito la legittimità di un’attribuzione dello Scudetto del 1915 ex aequo alla Lazio. Il Consiglio Federale avrebbe dovuto semplicemente prendere atto di questo e procedere alla proclamazione. Il Presidente Gravina ha ritenuto di insediare una nuova Commissione per una serie di situazioni, probabilmente nessuna destinata a buon esito (la circostanza a me lascia indifferente, comunque diversa da quella che ci riguarda). Siccome esiste un principio di diritto che si chiama “ne bis in idem”, credo sia stato semplicemente operato male. Anche da questo punto di vista bisognerebbe parlare: si vorrebbe insinuare una probabile vittoria del Genoa ai danni della Lazio? Significherebbe ignorare e contraddire i principi dello sport. È una partita che doveva disputarsi e non si è disputata. Mi rendo conto che parlare più di un secolo dopo è molto facile, ma credo non si sia disputata per ragioni psicologiche e per non incidere sulla coscienza della popolazione, piuttosto che per ragioni logistiche. Il Primo Conflitto Mondiale ha interessato, a differenza del Secondo, regioni come Veneto, Friuli e Trentino Alto Adige con i modi e tempi che conosciamo; le partite in quel giugno 1915 a Roma si sarebbero potute tecnicamente giocare, parlando in termini semplici e brutali. Attendiamo ancora, dunque. Certamente la prima Commissione a cui ho fatto riferimento ha detto quel che doveva dire, essendo forte di una composizione di enorme prestigio senza laziali all’interno (anzi…), con i crismi di un’autorevolezza assoluta. Sembra che si abbia qualche timore a procedere.

“Strategie di comunicazione a difesa e promozione a difesa della Società Sportiva Lazio” è un convegno tenutosi ad aprile dello scorso anno a cui Lei ha partecipato. Alla Lazio spesso non ci si riferisce col dovuto rispetto e riguardo in virtù di quello che rappresenta, cioè la Polisportiva più grande d’Europa, e di quello che ha dato al panorama sportivo nazionale. Secondo Lei quali ragioni si celano dietro certi atteggiamenti, in voga soprattutto negli ambienti della stampa?

Prima aggiungo qualche precisazione e qualche correzione, sebbene mi sembra di capire che la pensiamo allo stesso modo. Noi abbiamo tre aspetti da considerare. Il primo è una mia battaglia personale da imputare a due situazioni negative e cioè l’impreparazione del giornalismo sportivo e della comunicazione sportiva e l’appiattimento supino alle logiche del calcio post-professionistico. Quando si parla della Lazio, alla seconda parola di solito si va in errore. L’Organismo che io presiedo è la Società Sportiva Lazio, la nostra sezione di Football è la Lazio calcio; nell’accezione generale la Lazio calcio è diventata la Lazio e la Società è diventata la Polisportiva, è una locuzione che io non amo e trovo cacofonica, si tratta di verità storica. Poi c’è un discorso legato alla Polisportiva attorno alla quale io non percepisco negatività; di solito intorno al 9 gennaio (compleanno della Polisportiva, ndr) vedo una esaltazione per certi aspetti, almeno quelli rigorosamente di qualità, anche eccessive, laddove quasi arrossisco. Non posso riscontrare delle negatività riferite al mondo che io rappresento. Poi c’è un terzo aspetto legato strettamente al fenomeno calcistico: essendo estremamente sintetici, spesso e volentieri sembriamo un’eccezione quando in determinate circostanze siamo una regola. Regola di cui molta gente ci addita come esempio, riguardo quindi a fenomeni più generali. Le ragioni che si celano sono da ricercare in tutti i sentimenti più negativi del mondo: la superficialità, che è quello più colposo e meno doloso, è in qualche caso persino premeditazione ideologica. ”

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