Claudio Lotito è tornato a Roma dopo le vacanze a Cortina. Secondo molti giornali, il suo rientro avrebbe dovuto coincidere con due annunci fondamentali: il nuovo main sponsor e la presentazione del progetto per lo Stadio Flaminio. Ma, a oggi, nulla di tutto questo è accaduto.
Sono settimane che si parla di “settimana decisiva”: prima del match con il Verona, poi subito dopo, infine al rientro da Cortina. Ora siamo a giovedì e la Lazio non ha diffuso alcun comunicato. Nessun sponsor, nessun progetto depositato. Solo silenzio.
Notizie di facciata?
Il timore è che gli articoli ottimistici pubblicati negli ultimi giorni siano serviti più a proteggere Lotito in uno dei momenti più complicati dei suoi 22 anni di gestione, piuttosto che a raccontare fatti concreti. Ogni volta che la società sembra in difficoltà, spuntano improvvisamente indiscrezioni positive: un nuovo sponsor pronto, un progetto stadio imminente, una trattativa avviata. Ma alla prova dei fatti, raramente queste voci trovano conferma.
Lo sponsor: 5 milioni non bastano
Si era parlato di un nuovo sponsor in arrivo. Qualcuno ha ipotizzato un accordo da 5 milioni l’anno. Ma, rispetto ai 10 milioni di Binance, questa cifra non cambierebbe la situazione economica della Lazio. Anzi, sarebbe insufficiente a risolvere i problemi strutturali. Dopo tre anni senza sponsor sulla maglia, i tifosi si aspettano un annuncio vero, concreto e soprattutto all’altezza della storia del club.
Il nodo Flaminio
Sul fronte stadio, a dicembre Lotito si era vantato dei progressi sul progetto Flaminio. Oggi, nove mesi dopo, la Lazio non ha ancora presentato nulla di ufficiale. E nelle ultime ore il giornalista Alberto Abbate (Il Messaggero) ha detto chiaramente che, a suo avviso, il progetto non passerà mai la sovrintendenza. Un brusco passaggio dall’ottimismo sbandierato alla rassegnazione più cupa.
Un silenzio che fa rumore
La cosa che sorprende di più è il silenzio di Lotito. Un presidente che per 22 anni ha sempre parlato tanto – spesso troppo – e che oggi sembra improvvisamente scomparso dai radar. Ma la spiegazione potrebbe essere semplice: Lotito parla solo quando può vantarsi, mai quando deve assumersi le responsabilità.
Quando le cose vanno bene, ogni successo diventa merito suo.
Quando le cose vanno male, le colpe ricadono sugli altri: l’allenatore, i giocatori, i dirigenti, persino la federazione.
Oggi non ci sono vittorie da esibire:
il mercato estivo è stato bloccato,
l’unico obiettivo di gennaio (Simic) è già sfumato,
lo sponsor non è arrivato,
lo stadio resta un miraggio.
E allora Lotito tace.
Una situazione critica
La Lazio non è a rischio fallimento, come nel 2004 quando Lotito subentrò, ma vive una fase estremamente delicata:
unica squadra di Serie A senza mercato estivo,
probabile blocco anche a gennaio,
classifica già in salita dopo la sconfitta col Como e la vittoria sul Verona.
Il silenzio del presidente, quindi, non sembra essere frutto di “lavoro sotto traccia”, ma piuttosto dell’impossibilità di vantarsi di qualcosa.
Il futuro dirà se arriverà davvero un nuovo sponsor o se il Flaminio diventerà mai la casa della Lazio. Ma al momento restano solo promesse non mantenute e un silenzio che pesa più di mille parole.
👉 E voi tifosi biancocelesti, credete che Lotito stia lavorando nell’ombra o semplicemente non abbia nulla da dire?
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José Mourinho, l’uomo che si autoproclamò The Special One, ha scritto pagine indimenticabili della storia del calcio. Dalla Champions con il Porto al Triplete con l’Inter, fino agli ultimi esoneri che hanno macchiato la sua leggenda. Questa è la parabola dello Special One… diventato, per molti, l’Esonero One.
🎥 Capitolo 0 – Le origini (1996-2002)
La sua avventura inizia nel luglio 1992 quando diventa interprete e assistente di Bobby Robson allo Sporting Lisbona dove con l’allenatore inglese vince praticamente tutto.
Nel 1996 Sir Bobby Robson lo vuole ancora con sé, questa volta al Barcellona, come vice.In Catalogna Mourinho inizia a respirare davvero il grande calcio europeo. In quella stagione, il Barça vince la Coppa del Re, la Coppa delle Coppe e la Supercoppa di Spagna. Durante i festeggiamenti, davanti a migliaia di tifosi, Mourinho prende il microfono e urla: ‘Oggi, domani e sempre con il Barça nel cuore!’
Quando Robson diventa dirigente, Mourinho resta al Barça e diventa il braccio destro del nuovo tecnico Louis van Gaal. Con lui continua a crescere: nel 1998 vince campionato, Coppa di Spagna e Supercoppa UEFA, e l’anno dopo arriva un altro titolo nazionale. Nel maggio del 2000 Van Gaal gli affida la panchina per la finale di Copa Catalunya. Il Barcellona vince 3-0 e per Mourinho arriva il suo primo trofeo da allenatore.
A settembre dello stesso anno arriva la vera occasione: il Benfica lo chiama come primo allenatore. L’esperienza dura poco, solo 9 partite, ma bastano per battere lo Sporting 3-0 e far parlare di sé. Nel 2001 passa all’União Leiria: con lui la squadra vola al quarto posto, sorprendendo tutti. È la vetrina perfetta: nel gennaio 2002 il Porto lo sceglie per la sua panchina. Ed è lì che inizierà davvero la leggenda dello Special One.”
🎥 Capitolo 1 – Il Porto di Mourinho (2002-2004)
“Gennaio 2002: il Porto è in difficoltà e affida la panchina a un giovane José Mourinho. Non è solo: con lui ci sono tre uomini che lo accompagneranno per quasi vent’anni, il preparatore Rui Faria, il collaboratore André Villas-Boas e l’allenatore dei portieri Silvino Louro. Mourinho prende in mano una squadra in crisi e in pochi mesi la porta al terzo posto in campionato, guadagnandosi l’accesso alla Coppa UEFA. È il primo segnale di quello che sta per accadere.
Nella stagione successiva, il 2002-2003, Mourinho plasma un Porto nuovo: richiama in squadra il capitano Jorge Costa, rilancia Deco e costruisce attorno a giocatori come Carvalho, Costinha e Postiga un gruppo solido e feroce. Il risultato? Un dominio assoluto in Portogallo: campionato vinto con un record di punti e la Coppa nazionale.
Ma non basta: in Europa arriva la consacrazione. Il Porto conquista la Coppa UEFA battendo in finale il Celtic 3-2 ai supplementari, in una sfida epica che trasforma Mourinho da promessa a realtà del calcio europeo.
La stagione 2003-2004 è la definitiva esplosione. Dopo aver vinto la Supercoppa portoghese, Mourinho guida il Porto fino al sogno: la Champions League. In finale, a Gelsenkirchen, i Dragões travolgono il Monaco 3-0. È la seconda Champions della storia del Porto, ma soprattutto il biglietto da visita di Mourinho per entrare nell’élite mondiale. Curiosamente, durante la festa, José abbandona il palco: qualche giorno dopo rivelerà di aver ricevuto minacce dai tifosi che lo accusavano di pensare già al Chelsea. Ed era vero: la sua avventura in Portogallo era al capolinea, ma il mito dello Special One era appena nato.”
🎥 Capitolo 2 – Il Chelsea e l’era Abramovich (2004-2007)
Dopo il trionfo col Porto, Mourinho nel giugno 2004 approda al Chelsea, chiamato dal nuovo e ambizioso presidente Roman Abramovich per trasformare i Blues in una potenza. È qui che José si presenta al mondo con la frase che diventerà leggenda: ‘I think I’m a Special One’.
Il suo Chelsea diventa subito una macchina perfetta. Con campioni come Terry, Lampard, Drogba e Čech, i Blues dominano la Premier League: nel 2005 arriva il titolo inglese dopo 50 anni di attesa, con un record incredibile di 95 punti, una sola sconfitta e appena 15 gol subiti in tutta la stagione. Nello stesso anno porta a casa anche la Coppa di Lega.
Nel 2006 Mourinho concede il bis, vincendo ancora il campionato con largo anticipo. Due Premier consecutive: il Chelsea è ormai la squadra da battere in Inghilterra. Ma in Europa manca sempre qualcosa: in Champions i Blues si fermano due volte contro il Liverpool, prima ai gironi, poi in semifinale.
Il 2007 è l’anno delle difficoltà: la squadra arriva comunque a vincere la FA Cup e un’altra Coppa di Lega, ma in campionato deve inchinarsi al Manchester United di Ferguson. Inoltre, i rapporti tra Mourinho e la dirigenza diventano sempre più tesi.
Dopo un avvio deludente nella stagione 2007-08 e un pareggio casalingo in Champions contro il Rosenborg, Abramovich decide che è finita: il 20 settembre 2007 Mourinho lascia il Chelsea. Per la prima volta, lo Special One conosce il sapore dell’esonero, ma allo stesso tempo la sua leggenda cresce: in tre anni ha cambiato per sempre il calcio inglese.
🎥 Capitolo 3 – L’Inter e il Triplete (2008-2010)
Nel giugno 2008 Mourinho torna in Italia, chiamato da Massimo Moratti per riportare l’Inter al vertice europeo. Il suo impatto è immediato: alla prima stagione conquista la Supercoppa Italiana e vince lo scudetto con due giornate d’anticipo. È il suo quinto campionato nazionale, dopo i successi in Portogallo e in Inghilterra.
Ma il capolavoro arriva l’anno dopo, nella stagione 2009-2010. L’Inter parte forte, vince ancora lo scudetto e la Coppa Italia, ma è in Europa che scrive la storia. Nei quarti di Champions elimina il CSKA Mosca, poi in semifinale affronta il Barcellona di Guardiola, campione in carica e considerato imbattibile. All’andata a San Siro i nerazzurri vincono 3-1, al ritorno resistono eroicamente in dieci uomini, consegnando a Mourinho la partita che diventerà il suo manifesto tattico.
Il 22 maggio 2010, al Santiago Bernabéu di Madrid, l’Inter batte il Bayern Monaco 2-0 con una doppietta di Milito e conquista la Champions League dopo 45 anni. È il trionfo assoluto: il primo Triplete della storia del calcio italiano, uno dei più grandi capolavori mai realizzati da un allenatore.
Quella notte Mourinho piange in lacrime, abbraccia Materazzi fuori dallo stadio e poi parte per Madrid: la sua storia con l’Inter si chiude lì, al massimo della gloria.”
🎥 Capitolo 4 – Il Real Madrid (2010-2013)
Dopo il Triplete con l’Inter, Mourinho accetta la sfida più grande: il Real Madrid. È il 2010, e a Madrid tutti hanno un solo obiettivo: fermare il Barcellona di Guardiola, la squadra che incanta il mondo con Messi, Xavi e Iniesta.
Alla sua prima stagione, Mourinho porta subito un titolo: la Coppa del Re vinta in finale contro il Barça. Ma in Champions arriva la solita maledizione: semifinale e ancora eliminazione contro i catalani. La stagione successiva però è quella dell’impresa: il Real vince la Liga con 100 punti e 121 gol segnati, numeri da record assoluto. Mourinho diventa il primo allenatore capace di vincere il campionato in quattro Paesi diversi: Portogallo, Inghilterra, Italia e Spagna.
Eppure, nonostante i trionfi, i problemi non mancano. I rapporti con lo spogliatoio si deteriorano: Casillas, Sergio Ramos e persino Cristiano Ronaldo entrano in conflitto con lui. Le semifinali di Champions diventano un incubo ricorrente: tre anni di fila, sempre fermato a un passo dalla finale.
Nel 2013, con la squadra spaccata e la convivenza ormai impossibile, Mourinho lascia Madrid. Il suo Real ha vinto, ha segnato record, ha spezzato il dominio del Barça, ma non è riuscito a centrare l’obiettivo più importante: la Champions League.
🎥 Capitolo 5 – Il ritorno al Chelsea (2013-2015)
Nel 2013 Mourinho torna a Londra: è di nuovo l’allenatore del Chelsea. Questa volta non si presenta più come The Special One, ma come The Happy One. Il primo anno è di transizione, ma nella stagione successiva costruisce un Chelsea quasi imbattibile. Con Hazard, Fabregas, Diego Costa e Terry al comando, i Blues dominano in Premier League.
Il 2015 è il suo grande ritorno al successo in Inghilterra: Mourinho vince la Premier con tre giornate d’anticipo e aggiunge anche la Coppa di Lega, arricchendo la sua bacheca. Sembrava l’inizio di una nuova era vincente, ma qualcosa si spezza in fretta. La stagione successiva è un disastro: lo spogliatoio si ribella, i risultati crollano e il Chelsea, da campione in carica, si ritrova addirittura vicino alla zona retrocessione.
A dicembre 2015 arriva l’inevitabile: Abramovich lo esonera di nuovo. Per Mourinho è un duro colpo: aveva riportato il Chelsea in cima, ma ancora una volta il suo regno è crollato sotto il peso dei conflitti interni.”
🎥 Capitolo 6 – Manchester United e Tottenham (2016-2021)
Nel 2016 Mourinho riparte dal Manchester United, il club più prestigioso d’Inghilterra. Alla prima stagione conquista subito tre trofei: la Community Shield, la Coppa di Lega e, soprattutto, l’Europa League. Per lo United è la prima volta, e per Mourinho è un altro record: diventa l’unico allenatore ad aver vinto sia la Champions che l’Europa League con due squadre diverse.
Eppure, dietro i successi, emergono i soliti problemi: rapporti difficili con lo spogliatoio, tensioni con Pogba e critiche per il suo calcio difensivo. Nel 2018 la squadra arranca e a dicembre, dopo un avvio disastroso, lo United lo esonera.
Nel 2019 Mourinho torna in panchina, questa volta al Tottenham. L’inizio è promettente: riporta gli Spurs in Champions e li guida fino alla finale di Coppa di Lega. Ma la sua avventura dura poco: in Premier i risultati non arrivano, il suo rapporto con i giocatori si deteriora ancora una volta e nell’aprile 2021 viene esonerato, appena una settimana prima della finale.
Dopo due esperienze in cui non è riuscito a lasciare il segno, l’immagine dello Special One inizia a sbiadire: Mourinho sembra sempre più un allenatore del passato, lontano dai fasti di un tempo.
🎥 Capitolo 7 – La Roma (2021-2024)
Nel maggio 2021 arriva l’annuncio che sorprende tutti: José Mourinho torna in Italia, questa volta sulla panchina della Roma. L’entusiasmo nella capitale è enorme: i tifosi lo accolgono come un eroe, convinti che possa riportare la Roma ai vertici.
Il suo impatto è immediato: alla prima stagione conquista la nuova Conference League, battendo il Feyenoord in finale. È il primo trofeo europeo nella storia della Roma, e Mourinho diventa l’unico allenatore ad aver vinto tutte e tre le competizioni UEFA. Le immagini delle sue lacrime a Tirana fanno il giro del mondo: sembra di rivedere lo Special One dei tempi d’oro.
L’anno dopo porta la Roma fino alla finale di Europa League, persa ai rigori contro il Siviglia. Anche quella cavalcata diventa epica, con prestazioni difensive memorabili come la semifinale contro il Bayer Leverkusen. Mourinho si conferma capace di trasformare le sue squadre in gruppi compatti, pronti a lottare oltre i propri limiti.
Ma la terza stagione segna la rottura. I risultati in campionato non arrivano, il gioco è sempre più povero e i rapporti con la società diventano tesi. A gennaio 2024, dopo l’eliminazione dalla Coppa Italia contro la Lazio e una pesante sconfitta col Milan, la dirigenza decide di esonerarlo.
L’avventura a Roma si chiude così, tra amore infinito dei tifosi e l’ennesimo addio burrascoso. Per molti, Mourinho rimane l’allenatore delle notti magiche europee. Ma per altri, il suo calcio sembra ormai superato.
🎥 Capitolo 8 – Il Fenerbahçe e l’ultimo esonero (2024-2025)
Dopo l’addio alla Roma, Mourinho riparte dalla Turchia: nel giugno 2024 viene presentato come nuovo allenatore del Fenerbahçe. L’obiettivo è chiaro: riportare il club al titolo nazionale e qualificarsi in Champions League. I tifosi lo accolgono come una leggenda, certi che il suo carisma possa fare la differenza.
Ma la storia si ripete: il suo Fenerbahçe fatica in campionato e fallisce la qualificazione ai gironi di Champions. Dopo appena due mesi, il 29 agosto 2025, arriva l’ennesimo esonero.
È l’ultima pagina di una parabola incredibile: da allenatore più vincente e temuto del mondo a tecnico considerato ormai superato, che colleziona più addii amari che trofei. José Mourinho rimane un personaggio unico, capace di dividere, di entusiasmare e di far discutere come nessun altro. Ma la sua leggenda, quella del The Special One, oggi porta con sé anche un altro soprannome: l’Esonero One.”
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Nella storia ultra centenaria della Lazio ci sono tanti momenti importanti, la creazione, il primo pallone, lo scudetto del 1915. Uno dei momenti fondamentali della storia biancoceleste arriva nel 1927 quando Giorgio Vaccaro dice no alla fusione con la Roma. Come in ogni momento importante ci sarà un personaggio che si eleverà ad eroe per tutelare la Lazio.
Giorgio Vaccaro, anche se non ha mai giocato a calcio con la Lazio, rimane una delle figure storiche più importanti del club biancoceleste. Nel 1922 entra nel direttivo della Lazio e successivamente nel 1933 diventa presidente della FIGC e porta in Italia il Mondiale del 1934. Ma ci sono altri fatti per i quali i tifosi laziali ricorderanno sempre Giorgio Vaccaro. Bisogna tornare al al 1927, in Italia governa il fascismo e come molte dittature anche il fascismo usa lo sport per promuovere il proprio movimento. Anche se Mussolini non fu mai un grande appassionato di calcio capiva l’importanza di questo sport. Cosi Mussolini e il partito fascista vollero creare una nuova squadra che portasse il nome della Capitale inglobando tutte le altre squadre presenti nella città di Roma. Italo Foschi fu incaricato dal partito fascista di creare questa fusione fra più club. A Roma c’erano diverse squadre di calcio, fra cui la Lazio che fu la prima squadra di calcio della Capitale.
Si racconta che alla sede del Lazio arrivò un telegramma con l’ordine di “presentarsi urgentemente al federale Italo Foschi per comunicazioni urgenti”. Olindo Bitetti, allora presidente della Lazio, capì subito le intenzioni e chiamò subito l’amico Giorgio Vaccaro. Bitetti aveva capito perchè era stato convocato e quali erano le intenzioni. Foschi voleva fondere tutte le squadre di Roma per creare questo nuovo club di calcio. Ma Vaccaro, che era uomo di sport ma anche un politico scaltro capi che la Lazio aveva un valore centrale in questa fusione, quasi essenziale. Infatti di tutti i club di Roma , la Lazio era fondamentale perche avere l’unico stadio adatto a poter iscrivere la squadra massimo campionato, lo Stadio delle Rondinelle (l’attuale Stadio Flaminio).
Senza di quello, nessuna nuova squadra di sarebbe potuta iscrivere al campionato di calcio italiano. Vaccaro prese a cuore questa vicenda e si mosse velocemente. La prima cosa che fece e chiedere a Bitetti di nominarlo vicepresidente della Lazio. Questa mossa alla fine si rivelerà vincente. Infatti con quesa nomina alla riunione con Foschi si presentò anche Vaccaro. Foschi era convinto, sfruttando il suo potere politico di poter obbligare Bitetti a cedere alle sue richieste, ma con Vaccaro le cose erano diverse. Il Generale Vaccaro era un politico importante, con autorità maggiore del Federale Foschi.
Italo Foschi spiegò il suo progetto di unire tutte le squadre della Capitale per formare la Roma, che avrebbe avuto i colori giallorossi e avrebbe giocato allo stadio delle Rondinelle. Non solo, nella fusione non sarebbe stato preso nessun giocatore della Lazio. Praticamente il piano di Foschi era quello di inglobare la Lazio e farla sparire prendendo però lo stadio dei biancocelesti, che era ovviamente fondamentale per la Roma. Vaccaro, come previsto, non si fece intimidire da queste parole e replico a Foschi: “Foschi, la Lazio è un’istituzione morale dal 1921 per Regio Decreto, con una sua storia, quindi non può scomparire. Se proprio vogliamo creare una nuova società, va bene , ma il suo nome DEVE essere Lazio, i colori bianco e azzurro e il campo La Rondinella”.
Infatti il 2 giugno del 1921 con decreto Regio la Lazio viene nominata Ente Morale. Questo perchè durante la prima guerra Mondiale la Lazio trasformò lo stadio Flaminio in orti per i cittadini romani bisognosi. Questa mossa di grande generosità aiutò moltissimi romani in difficoltà e per questo motivo, dopo la fine della guerra la Lazio fu nominata ente morale.
Italo Foschi capí che c’era poco spazio di manovra, Vaccaro era politicamente molto potente e cosi il Federale fu costretto ad abbandonare la sua idea diaggiungere la Lazio alla sua idea di fusione. Per questo i tifosi laziali ringraziano ancora oggi Giorgio Vaccaro, perché se la Lazio esiste ancora è merito di Giorgio Vaccaro e del Regio Decreto. Si dice anche che Vaccaro abbia pronunciato durante queso colloquio questa storica frase per motivare la sua scelta “La Lazio non viene: La Lazio è. La Lazio è nata prima; i tifosi sono venuti dopo. Per gli altri c’erano i tifosi e gli era stata data una squadra a cui supporto”.
Come spesso accade qualcuno dall’altra sponda ha provato a “reinterpretare” la realtà dicendo che fosse la Lazio a chiedere la fusione per problemi economici con le altre squadre romane. I problemi c’erano, ma erano dalla Fortitudo, una delle squadre più antiche della capitale. La fusione doveva riguardare Lazio, Fortitudo e Alba. Sembrava una operazione fatta e avrebbe permesso alla Lazio di allestire una squadra di livello per il massimo campionato. La cosa saltò perchè al momento in cui si doveva chiudere i debiti della Fortitudo erano decisamente superiori a quanto annunciato precedentemente.
Altra cosa, ovviamente Foschi non poteva uscire perdente dopo questo tentativo di fusione non riuscito e per questo ci furono delle dichiarazioni alla stampa decisamente diverse da quanto realmente accaduto. Su questo, qualcuno ha ricamato provando a cambiare la storia. Ma la realtà alla fine è uscita a galla.
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Il presidente Lotito fa il punto sulla possibilità di trasformare lo Stadio Flaminio nella nuova casa della Lazio. Vincoli e sfide da affrontare, ma la volontà c'è. Scopri i dettagli e i tempi previsti per questa decisione cruciale!
Intervenuto ai microfoni di Radio Laziale, il giornalista del MessaggeroAlberto Abbate ha espresso il proprio punto di vista sul progetto della Lazio legato allo Stadio Flaminio, sottolineando i rischi legati all’iter burocratico e ai ritardi accumulati.
I dubbi sulla sovrintendenza
“Continuo a essere scettico sul Flaminio. Interpreto i ritardi di Lotito perché sa benissimo che dev’essere tutto al dettaglio e, anche se dovesse essere, secondo me il progetto viene bocciato alla sovrintendenza. Ve lo dico chiaro e tondo”.
Secondo Abbate, il presidente biancoceleste starebbe lavorando “sotto traccia” proprio per presentare un piano che abbia maggiori possibilità di passare alla conferenza dei servizi, evitando così ulteriori intoppi.
Il giornalista ha poi fatto riferimento alla nuova normativa sugli impianti sportivi:
“La legge sul commissario negli stadi? È già passata, manca solo il nome del commissario, ma non cambia nulla. Non avrà potere superiore alla sovrintendenza, ne avrà di più rispetto ai Comuni”.
Conclusione
Il progetto del nuovo stadio per la Lazio resta dunque un percorso a ostacoli. Lotito continua a lavorare in silenzio, ma il nodo della sovrintendenza rischia di rappresentare lo scoglio più difficile da superare per vedere il Flaminio trasformato in una nuova casa biancoceleste.
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Per la Roma questa stagione rappresenta un crocevia fondamentale. Non solo sul campo, ma soprattutto nei bilanci. Il club giallorosso, infatti, deve rispettare i parametri stabiliti dal settlement agreement firmato con l’Uefa nel 2022, dopo la violazione delle norme sul fair play finanziario.
L’accordo impone un graduale percorso di rientro: entro il monitoraggio 2026-27, basato sui bilanci chiusi al 30 giugno 2024, 2025 e 2026, la perdita aggregata non potrà superare i 60 milioni di euro.
La situazione dei conti giallorossi
Negli ultimi anni la società ha ridotto progressivamente i deficit:
-219 milioni nel 2021-22
-103 milioni nel 2022-23
-81 milioni nel 2023-24 (ultimo bilancio approvato)
Ai fini Uefa, il rosso 2023-24 viene calcolato attorno ai -60 milioni, considerando l’esclusione di spese virtuose come settore giovanile, calcio femminile, infrastrutture e progetti sociali.
Per la stagione 2024-25, la Roma ha tagliato oltre 30 milioni di costi e generato circa 10 milioni in più di plusvalenze rispetto all’anno precedente. In questo modo la perdita si sarebbe ridotta a circa 30 milioni, che nel computo Uefa equivalgono a un passivo di -10/-15 milioni.
Il problema è che così i giallorossi hanno già consumato la “tolleranza” concessa dall’Uefa: nel 2025-26 sarà necessario tendere al pareggio di bilancio.
I nodi da risolvere
Per rispettare i paletti, la Roma dovrà migliorare i conti di circa 30 milioni rispetto alla scorsa stagione. Ma ci sono fattori che complicano il quadro:
40 milioni di plusvalenze già registrate nel 2024-25, dunque non replicabili facilmente a giugno.
+10 milioni di costi derivanti dall’ultima campagna acquisti.
-12 milioni di ricavi per la scadenza del contratto con lo sponsor di maglia Riyadh Season.
In totale, servono circa 90 milioni da recuperare.
Le possibili soluzioni
Le leve principali sono tre:
Cessioni di mercato: i principali indiziati sono Manu Koné e Ndicka.
Nuovo sponsor di maglia, con trattative già in corso per sostituire Riyadh Season.
Risultati sportivi: migliorare il piazzamento in Serie A e in Europa League significherebbe incassare premi e bonus che alleggerirebbero la necessità di fare plusvalenze.
La linea Friedkin
La proprietà americana ha già immesso oltre un miliardo in cinque anni, ma i soldi dei Friedkin non possono essere considerati per il rispetto della “football earning rule”, che si basa su ricavi e costi reali della gestione sportiva.
Come ha sottolineato il senior advisor Claudio Ranieri:
“Dobbiamo tenere i conti a posto. Vediamo come va il campionato e il percorso in Europa League. Se necessario, sarà inevitabile vendere qualcuno. Non possiamo permetterci di prendere il cartellino rosso: significherebbe restare fuori dalla Champions League anche in caso di qualificazione sul campo”.
Conclusione
La Roma ha ridotto il rosso negli ultimi anni, ma il margine di manovra resta strettissimo. Il 2025-26 sarà la stagione decisiva: tra cessioni, sponsor e risultati sportivi, i giallorossi dovranno colmare un gap vicino ai 90 milioni. Solo così potranno presentarsi al traguardo del 2026 con i conti in regola e senza rischiare nuove sanzioni da parte dell’Uefa.
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L’ex attaccante della Lazio Pierluigi Casiraghi è intervenuto in collegamento a 9 Gennaio 1900, raccontando i suoi anni in biancoceleste e commentando anche l’attuale situazione della squadra guidata da Maurizio Sarri.
Gli anni alla Lazio
“Quelli alla Lazio sono stati gli anni più belli per me, sotto tutti i punti di vista: professionale e personale. Sono stato cinque anni a Roma e ci sono stato benissimo, ho solo bei ricordi”.
Casiraghi ha ricordato soprattutto i derby e le vittorie che hanno segnato la sua esperienza:
“Siamo stati fortunati a perdere pochi derby, io personalmente uno o due al massimo. Sono stati anni di crescita, fino ad arrivare allo scudetto, anche se io ero già andato via. Mi dispiace non aver vissuto quel trionfo, ma era giusto così, c’era un rinnovamento in corso”.
Un legame forte, confermato anche dal punto di vista personale:
“La Lazio direi che è la mia squadra del cuore. A Roma è nato mio figlio, lì ho vissuto la mia maturità calcistica e personale. C’è un po’ tutto in quegli anni”.
Il calcio di ieri e di oggi
Parlando delle differenze tra passato e presente, Casiraghi ha sottolineato come il rapporto tra tifosi e giocatori sia cambiato:
“Prima di Formello eravamo al Maestrelli, il rapporto con i tifosi e i giornalisti era molto più diretto. Oggi è diverso, ma sono i tempi che cambiano ed è giusto così”.
Un pensiero anche sugli attaccanti moderni:
“È difficile paragonare il calcio di oggi a quello di prima. Ora non ci sono tanti grandi attaccanti, forse è il ruolo che manca di più. L’eccezione può essere Kean, che sta facendo bene da un paio d’anni. Non a caso siamo andati a prendere Retegui, che è italo-argentino”.
La Lazio di Sarri
Casiraghi si è espresso anche sulla Lazio attuale, vedendo nella continuità un possibile punto di forza:
“È una delle squadre che ha cambiato meno. L’arrivo più importante è stato quello dell’allenatore, una certezza perché conosce bene il calcio italiano e l’ambiente. La Lazio magari è sottovalutata, ma questo può essere un bene: senza troppe aspettative si può lavorare sotto traccia e sorprendere. La differenza la farà la costanza di rendimento, e su questo Sarri è molto bravo perché è un tecnico sempre sul pezzo”.
Castellanos e il ruolo di centravanti
Un commento infine sull’attacco e sul peso di Castellanos:
“Forse è l’unico attaccante vero che ha la Lazio, poi ci sono Dia e tanti esterni. Ha il peso dell’attacco sulle spalle ma è un ottimo giocatore: vede la porta, sa giocare spalle alla porta e si sacrifica per la squadra. Può crescere tanto, ha qualità e l’attitudine giusta”.
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ROME, ITALY - SEPTEMBER 18: Nicolò Rovella of SS Lazio during a training session, ahead of their UEFA Champions League group stage match against Atletico Madrid, at Formello sports centre on September 18, 2023 in Rome, Italy. (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)
Problemi fisici in casa Lazio al rientro dalla sosta per le Nazionali. Nicolò Rovella è tornato a Formello con un leggero affaticamento all’adduttore. Nulla di grave, ma lo staff tecnico e medico biancoceleste ha deciso di gestirlo con grande cautela, anche in vista del derby ormai alle porte.
Difficile dunque che scenda in campo contro il Sassuolo: al suo posto dovrebbe esserci Cataldi, già titolare nella gara d’esordio a Como.
Le buone notizie per Sarri
Nonostante qualche acciacco, Sarri potrà contare su diversi rientri.
Zaccagni, rientrato dalla Nazionale con una contusione alla caviglia sinistra, sarà regolarmente a disposizione.
Romagnoli torna dopo la squalifica.
Vecino e Pedro hanno ripreso ad allenarsi in gruppo da ieri.
Isaksen, fermo nelle scorse settimane, ha completato il recupero ed è pronto per la convocazione.
Lazzari ko, Patric ancora lontano
Resta invece fermo Manuel Lazzari, alle prese con un affaticamento al polpaccio. La Lazio ha comunicato che lunedì il giocatore si sottoporrà a nuovi controlli: la sua presenza nel derby appare fortemente a rischio.
Situazione complicata anche per Patric, ancora indietro di condizione dopo l’ultimo infortunio e difficilmente arruolabile a breve.
Il programma degli allenamenti
La squadra tornerà in campo domani con una doppia seduta. Attesi anche gli ultimi rientri dalle Nazionali: Dia, Dele-Bashiru, Nuno Tavares e Hysaj. La rifinitura è prevista per la mattinata di sabato, prima della sfida al Sassuolo.
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La Nazionale femminile di pallavolo continua a stupire e a regalare emozioni. Gran parte del merito è di Julio Velasco, il tecnico argentino che, con il suo carisma e la sua esperienza, ha portato le azzurre a scrivere nuove pagine di storia.
Velasco non ha certo bisogno di presentazioni: nel corso della sua carriera ha vinto tutto, dalle Olimpiadi ai Mondiali, dagli Europei agli Scudetti. Il suo nome è legato indissolubilmente alla pallavolo, ma non tutti ricordano che negli anni ’90 ebbe anche un ruolo da protagonista, seppur breve, nel calcio italiano.
L’esperienza con la Lazio di Cragnotti
Era il 1998 quando Sergio Cragnotti, allora presidente della Lazio, decise di puntare su di lui in qualità di direttore generale. Insieme a Velasco arrivò anche Dino Zoff, nominato presidente del club. Una scelta coraggiosa, che voleva dare alla società biancoceleste una guida composta da figure “pulite e spendibili”, come lo stesso Velasco ha raccontato.
La sua avventura a Formello, però, durò appena un anno. Velasco lasciò l’incarico dopo dodici mesi, nonostante un contratto quadriennale già firmato:
“Mi fermai un anno dopo la Lazio che lasciai perché avevo capito che sarebbe finita malissimo. Cragnotti scelse me e Zoff forse perché eravamo due figure pulite. Con lui riuscii a lavorare, ma mi resi conto dei problemi e rinunciai a quattro anni di contratto”.
Dalla Lazio all’Inter
Dopo l’esperienza biancoceleste, Velasco provò un’altra avventura nel calcio con l’Inter, ma anche in quel caso la permanenza fu breve.
“All’Inter c’era confusione. Poco dopo l’esonero di Lippi decisi di salutare. Non ho mai capito cosa volesse Moratti da me. Continuò a pagarmi per non lavorare”.
Un visionario che ha lasciato il segno
Se nel calcio la sua carriera è stata breve, nella pallavolo Velasco è diventato un’icona. Oggi guida la Nazionale femminile italiana, che sotto la sua gestione ha ritrovato entusiasmo e risultati di prestigio.
Un percorso che dimostra, ancora una volta, come il carisma e le idee di Julio Velasco siano state capaci di lasciare il segno in qualsiasi contesto, anche in una parentesi particolare come quella con la Lazio di Cragnotti.
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I Biancocelesti non Saranno Soli a Reggio Emilia. L’amore del Tifo Laziale Strappa Altri 450 Tagliandi, si Preparano a Sostenere la Squadra di Sarri nella Sfida di Domenica.
ROMA – L’amore dei tifosi della Lazio non conosce limiti, e la prossima trasferta ne è la conferma. A pochi giorni dalla sfida contro il Sassuolo, valida per la terza giornata di Serie A, il popolo biancoceleste si prepara per un vero e proprio esodo a Reggio Emilia. La missione è chiara: sostenere la squadra di Maurizio Sarri e spingerla verso la prima vittoria stagionale in trasferta.
I numeri parlano da soli. In pochissimo tempo, i tifosi laziali hanno esaurito i 4.000 posti a disposizione per il settore ospiti del Mapei Stadium. Ma non è finita qui: a dimostrazione di una passione che va oltre le aspettative, sono stati strappati anche 450 biglietti in altri settori dello stadio. A quattro giorni dalla sfida, si prevede un totale di presenze laziali che potrebbe arrivare a toccare quota 5.500, trasformando una trasferta in una vera e propria partita in casa.
Dopo la brutta sconfitta contro il Como e la grande reazione con il Verona, l’obiettivo è dare continuità ai risultati e cancellare definitivamente i fantasmi del passato. E, ancora una volta, i tifosi della Lazio saranno al fianco della squadra.
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Un momento della presentazione, a margine del Trofeo Tim 2015, della Goal Line Technology presso il Mapei Stadium di Reggio Emilia, 12 agosto 2015.
ANSA/ELISABETTA BARACCHI
Sassuolo-Lazio, La Serie A Continua. Sassuolo Calcio ha comunicato ai tifosi biancocelesti le informazioni per la vendita dei biglietti per il Mapei Stadium. Ecco tutti i dettagli per la trasferta.
ROMA – IlSassuolo Calcio ha comunicato le informazioni relative alla vendita dei biglietti per la trasferta della Lazio, in programma domenica 14 settembre alle 18:00. L’appuntamento, valido per la terza giornata di Serie A, si terrà al Mapei Stadium – Città del Tricolore di Reggio Emilia.
Di seguito, tutti i dettagli utili per i tifosi biancocelesti che si preparano a sostenere la squadra di Sarri.
Dettagli Biglietti e Vendita
Capienza del settore Tribuna Nord Ospiti: 4.000 posti.
Prezzo del tagliando: 35 € più commissioni.
Canali di vendita: Online sul circuito Vivatickete nei punti vendita autorizzati.
Vendite: Si chiuderanno alle ore 19:00 di sabato 13 settembre.
Informazioni Importanti
Documenti: Per accedere allo stadio sarà necessario essere in possesso del biglietto e di un documento di riconoscimento in corso di validità. Non è richiesta la tessera del tifoso.
Nominalità: Non sarà possibile effettuare il cambio nominativo del biglietto.
Giorno Gara: Non saranno in vendita i tagliandi del Settore Ospiti il giorno della partita.
Striscioni e Simili: È stato indicato un indirizzo e-mail per inviare le richieste di esposizione di striscioni, drappi e bandiere, secondo le normative vigenti.
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Dopo la Squalifica, il Difensore è Pronto a Giocare con il Sassuolo. Aveva Pensato di Andarsene, ma l’arrivo di Sarri l’ha Convinto a Rimanere. Ora attende una chiamata da Formello per il nuovo contratto.
ROMA – L’attesa è finita. Dopo aver scontato la squalifica di due giornate, Alessio Romagnoli è pronto a tornare in campo con la Lazio nella sfida contro il Sassuolo. Un rientro cruciale per la difesa biancoceleste, che in sua assenza ha mostrato qualche lacuna, ma che ora può contare nuovamente sul suo leader. La storia della sua estate è, però, più complessa di un semplice rientro.
L’Addio Sfumato e il Ritorno di Sarri
Secondo quanto riportato da il Corriere dello Sport, il difensore era vicino a lasciare la Lazio in estate, scoraggiato dal blocco del mercato, dall’esclusione dall’Europa e dalla sensazione di una smobilitazione generale. A fermarlo, però, è stato il ritorno di Maurizio Sarri. I due, infatti, non hanno mai smesso di parlarsi, e il tecnico è riuscito a convincere Romagnoli a restare nella Capitale.
Un Rinnovo Congelato, Ora la Richiesta di un Incontro
Con un contratto da 3 milioni di euro (il secondo più pagato dopo Zaccagni) in scadenza nel 2027, la situazione contrattuale di Romagnoli è ora un punto cruciale per la società. Nonostante l’entourage del giocatore e la Lazio non si siano incontrati per tutta l’estate, l’intenzione del difensore è quella di avere un nuovo confronto per ridiscutere l’accordo. La società, con ogni probabilità, cercherà di spalmare una cifra leggermente più bassa su più anni, mentre il giocatore e il suo agente Raiola attendono solo una chiamata da Formello.
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Il mercato della Lazio continua a vivere di rimpianti e contraddizioni. L’ultimo colpo sfumato è quello di Jan-Carlo Simic, difensore centrale dell’Anderlecht che era stato individuato come obiettivo per gennaio. Stavolta, però, non si è neppure arrivati all’apertura del mercato: l’Al Ittihad ha bruciato tutti i tempi, chiudendo per il giocatore con un’offerta da circa 20 milioni. La Lazio, ancora una volta, è rimasta ferma a guardare.
L’alternativa: Lorenzo Insigne
Con Simic ormai irraggiungibile, l’unico nome rimasto accostato alla Lazio è quello di Lorenzo Insigne. L’ex capitano del Napoli, reduce dall’esperienza deludente in MLS con il Toronto, è tornato in Italia da svincolato e vorrebbe rilanciarsi per provare a conquistare la convocazione al prossimo Mondiale.
Non è un mistero che Maurizio Sarri abbia chiesto alla società di valutare seriamente il suo arrivo: tra i due c’è un rapporto speciale, e proprio sotto la guida del tecnico toscano Insigne aveva vissuto gli anni migliori a Napoli. Tuttavia, in casa Lazio non tutti sono convinti.
Sarri sì, Fabiani no
Il direttore sportivo Angelo Fabiani ha già espresso più volte il suo scetticismo: l’idea della società è quella di portare avanti un progetto giovani, e l’acquisto di un 34enne come Insigne non rientrerebbe in questa linea. Una posizione che stride, però, con i recenti rinnovi concessi a Pedro e Vecino, giocatori esperti ma non certo giovani prospetti.
La spiegazione è semplice: con il blocco del mercato in estate, la Lazio non poteva permettersi di perdere due pedine senza poterle sostituire. In particolare Pedro resta un elemento prezioso per esperienza e duttilità.
I dubbi su Insigne
Al di là dell’età, ci sono interrogativi legittimi sul reale valore di Insigne oggi. Negli ultimi mesi al Napoli era apparso in calo, segnando quasi solo su calcio piazzato. L’avventura in Canada non ha migliorato la situazione: rendimento modesto e ritmo di gioco ben lontano dagli standard della Serie A. Inoltre, se arrivasse a gennaio, Insigne sarebbe reduce da quasi un anno di inattività: un’incognita enorme per un calciatore non più giovanissimo.
C’è poi un problema tattico: Insigne è un esterno sinistro, ruolo già occupato dal capitano Zaccagni. Inserirlo significherebbe spostare Zaccagni in un’altra posizione o cambiare modulo, ipotesi che appare complicata per una squadra che già fatica a trovare equilibrio.
Le vere priorità della Lazio
A ben vedere, l’arrivo di Insigne non sembra risolvere i problemi più urgenti della rosa. La Lazio ha una carenza evidente in difesa, dove al momento ci sono solo tre centrali a disposizione, con il rientro incerto di Patrick. Un altro ruolo da rinforzare è il centrocampo: Dele-Bashiru non ha ancora convinto, Vecino è spesso fermo ai box e i nuovi acquisti devono ancora dimostrare affidabilità.
In quest’ottica, un difensore centrale come Simic sarebbe stato molto più utile rispetto a un esterno d’attacco. Oppure, se proprio si vuole intervenire nel reparto offensivo, l’esigenza maggiore è sulla fascia destra, dove Isaksen e Cancellieri non hanno ancora dato garanzie.
Una scelta da non sbagliare
Insigne rappresenta l’opzione più facile: nessun costo di cartellino e la disponibilità ad abbassarsi l’ingaggio. Ma la Lazio non può permettersi di sbagliare la prossima mossa. L’obiettivo minimo della stagione resta il ritorno in Europa League, indispensabile anche per garantire nuove entrate e costruire un mercato più solido nella prossima estate, quando scadranno i contratti di giocatori ormai fuori dal progetto come Basic, Fares, Kamenovic e Hysaj.
In definitiva, per una società che non ha budget illimitati, la priorità dovrebbe essere investire in profili giovani e funzionali, capaci di colmare le lacune più evidenti della rosa. Insigne, oggi, non sembra essere quel giocatore.
👉 E voi, tifosi biancocelesti: siete d’accordo con Sarri che spinge per Insigne o con Fabiani che lo considera un acquisto inutile?
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Sono tanti i big match della Serie A, ci sono i derby, ci sono le sfide scudetto ma la partita più importante della stagione è sempre Juventus-Inter. Questa partita viene anche chiamata il Derby d’Italia. Ma perche questa sfida viene chiamata cosi?
Ovviamente questo non è un vero derby nel senso stretto della parole, non si affrontano due squadre della stessa città come Roma e Lazio o Inter e Milan, la Juventus è di Torino mentre l’Inter è di Milano. Non è questo il motivo, come non è la ragione per cui Juventus-Inter si chiama derby d’Italia il fatto che le due squadre sono le più titolate d’Italia, quelle ad aver vinto di più nel nostro paese, anche perche qualcuno potrebbe argomentare che il Milan in Europa ha vinto molto di piu della Juventus.
Alcuni pensavano che il motivo fosse perchè Juventus e Inter sono le uniche due squadre a non essere mai retrocesse in Serie B, ma sappiamo che non è più il caso visto che i bianconeri sono andati in Serie B seppur per un anno. No, il motivo per cui Juventus-Inter si chiama derby d’Italia è diverso e allo stesso tempo affascinante.
L’espressione Derby d’Italia risale al 1967 quando Gianni Brera, probabilmente il miglior giornalista sportivo di sempre, scrisse che la sfida fra Juventus e Inter era il Derby d’Italia. Per Brera questa sfida aveva valenza sociale ed era una sfida anche fra due dinastie, all’epoca la Juve era di proprietà della famiglia Agnelli mentre l’Inter era in mano alla famiglia Moratti, due “dinastie” economiche italiane importantissime all’epoca e ancora oggi molto rilevanti, solo che la famiglia Moratti dopo essere tornata in possesso dell’Inter nel 1995 l’ha rivenduta nel 2016 mentre ancora adesso la famiglia Agnelli, grazie alla holding di famiglia Exor è ancora proprietaria della Juventus e non ha mai manifestato l’intenzione di cedere il club.
Da quel momento, dopo che Brera scrisse che Juventus-Inter era il Derby d’Italia, la sfida è sempre stata chiamata cosi. Ma la partita è diventata il Derby d’Italia anche per altri motivi.
Infatti Juve-Inter era anche la sfida che si è disputata maggiormente in Serie A in quanto solo 1 anno, nella stagione 2006/7, la partita non si è disputata perché la Juventus era in Serie B. Mentre per esempio il Derby di Milano o Milan-Juventus si è disputata meno volte in quanto il Milan è retrocesso in Serie B per ben due volte oltre alla retrocessione della Juventus.
Parliamo anche di due club storicamente ed economicamente più forti e che più volte si sono ritrovati a lottare per lo Scudetto. Anche per questo si definisce Derby d’Italia, in passato, molto spesso questa partita ha deciso le sorti dello Scudetto, perchè le due squadre erano in lotta per il titolo.
Inoltre la rivalità fra le due tifoserie è molto accesa, creando una particolare attenzione a questa sfida anche quando questa partita non era fondamentale per lo Scudetto. La rivalità fra tifosi di Inter e Juventus è molto nota, e per esempio i Juventini ci tengono di più a vincere contro l’Inter che il Derby contro il Torino. Discorso simile per gli interisti, ovviamente perdere contro il Milan non fa piacere ma un vero tifoso interista preferisce vincere la partita contro la Juventus.
Quindi questa partita si chiama Derby d’Italia grazie a Gianni Brera che conio questo termine nel lontano 1967 ma sicuramente anche il fatto che negli anni sia diventata una partita sempre più importante e che la rivalità fra tifosi della Juve e dell’Inter sia cresciuto cosi tanto ha fatto si che questa non sarà mai una sfida qualsiasi ma diventi sempre la partita più importante della stagione e per molti sia il Derby d’Italia.
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L’AIA ha ufficializzato le designazioni arbitrali per la terza giornata di Serie A. La sfida tra Sassuolo e Lazio, in programma domenica 14 settembre alle ore 18:00 al Mapei Stadium di Reggio Emilia, sarà diretta da Paride Tremolada della sezione di Monza.
Ad assistere l’arbitro ci saranno Fontemurato e Cavallina come assistenti, mentre il quarto uomo sarà Marinelli. Al VAR è stato designato Meraviglia, coadiuvato dall’AVAR Pairetto.
La squadra arbitrale completa
Arbitro: Tremolada
Assistenti: Fontemurato – Cavallina
IV Uomo: Marinelli
VAR: Meraviglia
AVAR: Pairetto
I precedenti di Tremolada con la Lazio
Il fischietto lombardo ha già incrociato la Lazio in tre occasioni, con un bilancio di una vittoria e due pareggi:
Sassuolo–Lazio 1-1 (stagione 2023/24)
Lazio–Venezia 3-1 (stagione 2023/24)
Lazio–Como 1-1 (stagione 2023/24)
Domenica a Reggio Emilia arriverà dunque la quarta direzione di Tremolada con i biancocelesti.
👉 Tifosi, vi preoccupano i precedenti con Tremolada o pensate che non ci sia da temere nulla?
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La difesa della Lazio ritrova la coppia centrale formata da Mario Gila e Alessio Romagnoli. Con il ritorno del numero 13 dalla squalifica, Sarri può di nuovo affidarsi a due titolari che però vivono una situazione contrattuale complicata e guardano al futuro con più dubbi che certezze.
Il nodo rinnovi
Entrambi i difensori attendevano un rinnovo la scorsa estate, ma il blocco del mercato ha congelato ogni trattativa. La situazione più delicata riguarda Gila, classe 2001, che percepisce circa un milione di euro a stagione e ritiene di meritare un adeguamento.
Il suo entourage, come riportato da Il Messaggero, aveva avuto più di un incontro con il direttore sportivo Fabiani, senza però arrivare a un accordo. In estate, inoltre, erano arrivate diverse offerte dall’estero, in particolare dal Chelsea e dal Bournemouth, tutte respinte dalla Lazio su indicazione di Sarri.
Le prospettive future
Il Real Madrid detiene ancora il 50% sulla futura rivendita del difensore spagnolo, e questo rende la situazione contrattuale ancora più complessa. Gila sembra intenzionato, salvo sorprese, a provare una nuova esperienza nel prossimo futuro.
Per la Lazio, l’ultima occasione per monetizzare senza rischiare di perdere valore sarà probabilmente il mercato di gennaio. Non a caso, nelle ultime settimane sono aumentati i contatti per Simic dell’Anderlecht, possibile sostituto in caso di partenza.
Romagnoli, invece, attende di chiarire il proprio futuro con la società: il suo contratto da 3 milioni di euro annui scade nel 2027, ma anche per lui si è parlato di un possibile adeguamento o di una rimodulazione.
In campo la coppia Gila–Romagnoli torna a garantire solidità, ma fuori dal terreno di gioco il futuro resta pieno di interrogativi. Sarri intanto se li gode, ma la Lazio dovrà presto decidere come gestire due situazioni spinose che rischiano di diventare nodi cruciali della stagione.
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Matteo Guendouzi, centrocampista della Lazio, ha rilasciato un’intervista a Carré parlando dell’inizio di stagione dei biancocelesti, dei suoi obiettivi personali e della mancata convocazione con la Francia.
L’avvio di stagione tra Como e Verona
Il francese ha analizzato le prime due partite di campionato, con una vittoria e una sconfitta all’attivo:
“L’inizio della stagione sta andando bene, abbiamo giocato due partite, una vittoria e una sconfitta. La prima contro il Como l’abbiamo giocata molto male, siamo stati pessimi e bisogna dare merito a loro: è una squadra fantastica, con un grande allenatore che propone un calcio tecnico e di qualità. Hanno meritato di vincere”.
Una sconfitta che la Lazio si è lasciata subito alle spalle:
“In casa ci siamo ripresi, vincendo 4-0 contro il Verona. Ho segnato il mio primo gol della stagione e spero di farne altri: mi sono posto come obiettivo tra i 5 e gli 8 gol, sarebbe fantastico. Ora gioco più avanzato, come numero 8 nel 4-3-3, e posso buttarmi di più in area. L’anno scorso ero più bloccato davanti alla difesa, adesso invece ho più libertà offensiva. So che posso segnare di più e ci proverò: restano ancora 36 partite, vedremo a fine stagione il bilancio”.
La mancata convocazione con la Francia
Guendouzi ha poi commentato l’assenza dalla Nazionale francese:
“Essere escluso dalla Nazionale fa sempre un po’ male al cuore perché l’obiettivo è esserci, ma va bene così. Dimostra che ci sono tanti giocatori forti e molta concorrenza. Non essere stato convocato mi spingerà a lavorare ancora di più, voglio fare grandi prestazioni con la Lazio per meritarmi il ritorno in Francia”.
Il centrocampista resta fiducioso e motivato:
“Guardo il lato positivo, questa situazione è molto incoraggiante per il futuro. Voglio fare una grande stagione sia individualmente che con la squadra e tornare a giocare con la Nazionale francese. Lavorerò duramente per riconquistare il posto”.
👉 Guendouzi appare determinato: più responsabilità in campo con la Lazio e la voglia di tornare protagonista anche in Nazionale.
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Dopo due giornate di squalifica, scontate per il rosso rimediato contro il Lecce a fine della scorsa stagione, Alessio Romagnoli torna finalmente a disposizione di Maurizio Sarri. Una buona notizia per la difesa biancoceleste, che ritrova il suo leader dopo settimane di assenza forzata.
Eppure, in estate il futuro del centrale era stato tutt’altro che certo. Secondo quanto riportato da Il Messaggero, tra l’addio momentaneo di Baroni, l’esclusione dalle coppe europee e la sensazione di una possibile smobilitazione, Romagnoli aveva pensato seriamente di lasciare la Lazio, arrivando perfino a salutare alcuni compagni. Solo il ritorno di Sarri lo ha convinto a restare a Roma: i due, infatti, sono sempre rimasti in contatto anche dopo le dimissioni del tecnico, arrivate a marzo 2024.
Ora però il tema si sposta sul fronte contrattuale. Romagnoli ha un accordo in scadenza nel 2027, con un ingaggio da circa 3 milioni di euro a stagione: è il secondo giocatore più pagato della rosa, alle spalle di Zaccagni. Durante l’estate non ci sono stati incontri ufficiali con la dirigenza, se non un aggiornamento iniziale in cui era stato comunicato che tutti i rinnovi sarebbero stati congelati a causa del blocco del mercato.
Il difensore e il suo agente, Enzo Raiola, attendono ora una chiamata da Formello per avviare un confronto. La Lazio potrebbe proporre una rimodulazione del contratto, con una cifra leggermente inferiore ma spalmata su più anni. Romagnoli, intanto, è pronto a riprendersi il suo posto da titolare già nella prossima sfida contro il Sassuolo, per guidare ancora una volta la retroguardia biancoceleste.
👉 Il campo lo riabbraccia, ma il futuro resta tutto da scrivere: la Lazio dovrà decidere se blindare uno dei simboli della sua difesa o se aprire a scenari diversi.
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Sembrava un obiettivo concreto per gennaio, ma la Lazio dovrà dire addio a Jan-Carlo Simic. Il difensore classe 2005, seguito con attenzione da Maurizio Sarri e finito più volte nei radar biancocelesti, non vestirà la maglia della Lazio: il suo futuro sarà in Arabia Saudita.
Nelle ultime ore, infatti, l’Al Ittihad ha accelerato i contatti con l’Anderlecht e ha chiuso la trattativa. Secondo quanto riportato dal giornalista esperto di mercato Fabrizio Romano, l’accordo tra i due club è stato raggiunto sulla base di circa 20 milioni di euro complessivi, bonus inclusi.
Per il giovane difensore è pronto un contratto quadriennale, segno della forte volontà del club arabo di puntare su di lui come elemento centrale per il futuro.
La Lazio, che aveva messo Simic in cima alla lista dei rinforzi difensivi per gennaio, dovrà così guardare altrove. L’idea era di affondare il colpo una volta sbloccato il mercato invernale, ma l’intervento tempestivo e deciso dell’Al Ittihad ha anticipato i tempi, lasciando Sarri e la dirigenza biancoceleste a mani vuote.
👉 Un’occasione persa per la Lazio, che dovrà trovare un’alternativa per rinforzare il reparto arretrato.
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Ormai da anni il Pallone d’oro è diventato il trofeo più importante nel mondo del calcio. Ogni anno viene eletto chi è stato secondo la giuria il giocatore più forte al mondo in quel anno. Ma la domanda che molti si fanno è quanti italiani hanno vinto il pallone d’oro?
Bisogna fare un passo indietro il Pallone d’oro o Ballon d’or visto che il trofeo è nato in Francia è un premio che è stato istituito nel 1956 dalla rivista francese France Football. L’idea nasce dal giornalista ed ex calciatore Gabriel Hanot. All’inizio questo titolo punta a premiare il miglior calciatore europeo dell’anno. Gli oriundi, ovvero giocatori nati fuori dall’Europa ma con passaporto europeo sono stati considerati però giocatori europei e questo è un dato da non sottovalutare.
Nel 1995 il Pallone d’oro cambiò e da quel anno finalmente anche i non europei potevano vincere questo trofeo. Come unico vincolo dovevano essere in squadre europei. Questo vincolo caddè nel 2007 quando la commissione decise di estendere la possibilità di vincere il Pallone d’Oro a qualsiasi calciatori di qualsiasi squadra.
Ma tornando alla nostra domanda, quanti calciatori italiani hanno vinto il pallone d’Oro? Al momento sono 5 gli italiani che hanno vinto il pallone d’oro.
Omar Sivori
Il primo italiano a vincere il Pallone d’Oro è stato Omar Sivori nel 1961. Sivori non è nato in italia ma ha ottenuto dalla nascita la nazionalità italiana grazie al padre e al nonno italiani. Sivori, centroavanti dalla Juventus, vinse il pallone d’Oro grazie ai titoli conquistati con la Juventus. Sivori vinse precedenti Luis Suarez, che all’epoca giocava con l’Inter. Omar Sivori è diventato il primo italiano a vincere il Pallone d’Oro e anche il primo giocatore che ha militato nel campionato italiano a vincerlo.
Gianni Rivera
Il secondo italiano, ma il primo nato in Italia a vincere il Pallone d’Oro è stato Gianni Rivera. Il numero 10 del Milan vincerà il trofeo nel 1969 grazie alla vittoria agli Europei della Nazionale Italiana. Con la Nazionale Rivera arriverà anche secondo al famoso Mondiale del 1970. Rivera era arrivato secondo al Pallone d’Oro già nel 1963. Da segnalare che dietro Rivera nel 1969 arrivò un altro italiano, Gigi Riva.
Paolo Rossi
Il terzo italiano a vincere il Pallone d’Oro fu Paolo Rossi, detto Pablito. Il centroavanti della Juventus e della Nazionale Italiana vince il trofeo nel 1982 grazie alla Mondiale vinto dall’Italia nel 1982 e dal fatto che Paolo Rossi vinse anche il titolo capocannonieri in quel mondiale spagnolo. La tripletta contro il Brasile e la doppietta in semifinale contro la Polonia oltre al gol in finale contro la Germania consentono a Paolo Rossi di stravincere la competizione e riportare un italiano a vincere il Pallone d’Oro dopo 13 anni.
Roberto Baggio
Il quarto italiano a portare a casa il Pallone d’Oro è stato Roberto Baggio. Il Divin Codino vinse il Pallone d’Oro non per il suo Mondiale, purtroppo tutti si ricorderanno il rigore sbagliato in finale, ma per il suo incredibile talento. Il Pallone d’Oro arriva nel 1993 grazie soprattutto alla vittoria in Coppa Uefa dove è assoluto protagonista. Roberto Baggio purtroppo condizionato dagli infortuni era potenzialmente in grado di vincere più volte questo trofeo ma per colpa dei problemi fisici non ci riuscirà.
Fabio Cannavaro
L’ultimo italiano a vincere il Pallone d’Oro fu Fabio Cannavaro grazie al Mondiale vinto nel 2006. Capitano e leader di quella Italia Cannavaro fu il primo e unico difensore italiano a vincere il Pallone d’Oro. Cannavaro precede nella classifica finale, Gigi Buffon e Thiery Henry. Curiosamente Cannavaro vincerà il pallone d’Oro da giocatore del Real Madrid e non della Juventus.
Quindi la momento sono solo 5 gli italiani ad aver vinto il Pallone d’Oro record che condivide con la Germania. Ci sono tanti italiani che avrebbero meritato maggiore considerazione per il Pallone d’oro ma che per un motivo o per un altro non sono riusciti a vincere l’ambitissimo premio.
Gigi Buffon e Dino Zoff avrebbero sicuramente meritato il Pallone d’Oro, Buffon ci è arrivato ad un passo nel 2006 quando lo vinse Cannavaro. Purtroppo i portieri hanno sempre avuto pochissima considerazione e difficilmente hanno chiuso nella top 3.
È assurdo che Paolo Maldini non abbia mai vinto il Pallone d’Oro, parliamo di un giocatore che con il Milan ha vinto tutto ed è stato per tanti anni capitano dei rossoneri, difficile credere che non abbia portato a casa almeno un Pallone d’Oro ma in realtà è cosi. Come è incredibile che nel 2000 l’anno in cui la Lazio vinse praticamente tutto Alessandro Nesta capitano e simbolo di quella squadra non lo vinse. Discorso simile per Francesco Totti l’anno successivo con la Roma.
Probabilmente anche Gianluca Vialli avrebbe meritato il Pallone d’oro, forse si poteva dare a Vialli il titolo quando la Juventus vince la Champions League nel 1996.
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Dopo il Fallimento del Piano Cessioni, la Società Valuta Nuove Strade per Sbloccare il Mercato. Servono oltre 20 Milioni per Tornare a Operare.
ROMA – I tesseramenti sono ancora congelati e il mercato della Lazio è in una fase di stallo. Dopo un’estate senza colpi in entrata, la società biancoceleste sta lavorando per sbloccare la situazione in vista della finestra di gennaio, e le strade percorribili, a detta deIl Messaggero, sarebbero due.
Il presidente Lotito, rientrato a Roma da Cortina, sa che la prima via, quella delle cessioni, non è stata sufficiente a risolvere il nodo del “costo del lavoro allargato”, il parametro che ancora non permette di operare. Per questo, si valutano nuove soluzioni.
Le Due Strade per lo Sblocco: Sponsor e Fideiussione
La prima riguarda un accordo con una tech company che, tramite un anticipo importante, possa liberare la Lazio dallo stallo finanziario. La seconda, invece, è quella di un’elevata fideiussione bancaria, una garanzia da oltre 20 milioni di euro che permetterebbe al club di tornare a fare mercato e di evitare un nuovo blocco.
Da Formello filtra ottimismo, ma per sapere se le due strade porteranno a un’effettiva svolta bisognerà attendere le prossime mosse della società.
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Il calcio è fatto anche di sliding doors, di occasioni che sembrano a un passo e poi svaniscono all’improvviso. Una di queste riguarda Jacopo Fazzini, oggi centrocampista della Fiorentina, che nel recente passato fu molto vicino a vestire la maglia della Lazio.
A rivelare questo retroscena è stato Fabrizio Corsi, presidente dell’Empoli, che ha raccontato come, nel gennaio della scorsa stagione, Fazzini fosse ormai ad un passo dal trasferimento al Napoli. Eppure il calciatore avrebbe espresso un’altra preferenza: il suo desiderio era approdare alla Lazio.
Le parole di Corsi
Il numero uno del club toscano non ha nascosto un pizzico di rammarico nel ricordare quei giorni concitati di mercato:
“Fazzini sta tirando fuori delle qualità importanti stagione dopo stagione, purtroppo l’anno scorso venne fuori troppo tardi per poterci salvare. Il suo problema era la maturazione, doveva convincersi di essere un giocatore forte. Un peccato che sia maturato così tardi, non solo per noi. La sua cessione? Per noi è stata una pagina dolorosa. L’anno scorso a gennaio l’avevamo venduto al Napoli ma lui voleva andare alla Lazio. Poi si fece male nel riscaldamento dell’ultima partita prima dello stop del mercato e l’affare saltò”.
Il sogno biancoceleste
Il passaggio è emblematico: Fazzini voleva la Lazio. Una scelta di cuore, o forse di prospettiva tecnica. In biancoceleste avrebbe trovato spazio in un centrocampo in rinnovamento, con la possibilità di crescere sotto la guida di Marco Baroni, allenatore noto per la valorizzazione dei giovani e per il suo gioco fatto di idee chiare e movimenti codificati.
Il destino, però, ha deciso diversamente. Un infortunio arrivato nel momento più sbagliato ha fatto naufragare la trattativa, lasciando la Lazio a mani vuote.
Una occasione mancata
Per la Lazio si è trattato di un’occasione persa: Fazzini, oggi alla Fiorentina, sta dimostrando tutte le qualità di cui parlava Corsi, ritagliandosi uno spazio importante in Serie A. In biancoceleste avrebbe potuto rappresentare non solo una pedina utile per il presente, ma anche un investimento per il futuro.
In una società che fatica spesso a inserire giovani di talento italiani nella propria rosa, l’approdo di un profilo come quello di Fazzini avrebbe rappresentato un segnale forte, in linea con le necessità di rinnovamento che tanti tifosi chiedono da tempo.
Il confronto con il Napoli e il Como
Il presidente dell’Empoli ha spiegato come l’accordo con il Napoli fosse praticamente chiuso, ma la volontà del giocatore era indirizzata altrove. Non sorprende: a Roma avrebbe trovato più spazio rispetto a una squadra campione d’Italia che, in quel momento, aveva già un centrocampo ricco di alternative.
Corsi ha poi sottolineato come Fazzini oggi si trovi bene alla Fiorentina, ma che potrebbe essere valorizzato anche in un progetto come quello del Como, con la guida di Fabregas, allenatore molto attento ai giovani.
Lazio e i rimpianti di mercato
La storia di Fazzini si inserisce in una lunga lista di trattative mancate o interrotte che, negli anni, hanno lasciato alla Lazio il rammarico di non aver colto l’attimo giusto. Dai nomi che sfumarono all’ultimo per motivi economici o burocratici, a quelli che preferirono altre destinazioni, fino ai casi – come questo – segnati dalla sfortuna.
La sensazione è che, con più decisione da parte della società e un pizzico di fortuna in più, oggi Fazzini avrebbe potuto vestire la maglia biancoceleste.
Conclusione
Il calcio è pieno di “sliding doors”, e quello di Jacopo Fazzini alla Lazio resta uno dei più curiosi degli ultimi anni. Il talento empolese aveva espresso chiaramente la propria preferenza, ma un infortunio ha cambiato tutto.
Oggi gioca e cresce con la Fiorentina, mentre la Lazio guarda avanti, consapevole che il futuro passa anche dalla capacità di cogliere queste occasioni. Perché un giovane italiano con qualità, voglia e margini di crescita resta esattamente il tipo di giocatore che a Formello servirebbe.
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Quando Ciro Immobile arrivò a Roma nell’estate del 2016, pochi avrebbero scommesso che quel ragazzo di Torre Annunziata sarebbe diventato non solo il capitano, ma anche la più grande leggenda offensiva nella storia della S.S. Lazio. Dopo una stagione difficile al Siviglia e una breve parentesi al Torino, Ciro cercava la sua rinascita. La Lazio cercava il suo eroe. L’unione fu, a dir poco, perfetta.
Ciro Immobile alla Lazio raccoglieva una eredità pesante, prendeva il posto di Miroslav Klose, un altro incredibile campione.
Il suo impatto fu immediato e devastante. Già nella sua prima stagione, Immobile segnò 23 gol in Serie A, contribuendo a riportare la Lazio nelle zone alte della classifica. Non era solo un attaccante, era un lavoratore instancabile che pressava, correva e si sacrificava per i compagni. La sua fame di gol, unita a una generosità tattica che lo rendeva prezioso anche in fase difensiva, lo trasformò rapidamente nell’idolo dei tifosi.
Nel gioco di Simone Inzaghi Ciro Immobile si è saltato. L’allenatore biancoceleste aveva fortemente spinto per prendere Immobile dal Siviglia convincendo Tare a chiudere l’operazione, in molti erano scettici, ma Inzaghi ha saputo ridare fiducia ad un giocatore che sembrava essersi perso. Inzaghi amava un gioco verticale che si sposava perfettamente con le caratteristiche di Ciro Immobile. Sempre sul filo del fuorigioco, Immobile trasformava in gol quasi ogni passaggio filtrante.
E’ anche vero che alla Lazio arrivò un altro giocatore che ha condizionato la carriera di Ciro Immobile ovvero Luis Alberto. Lo spagnolo, sapeva leggere prima i movimenti di Ciro e mandarlo spesso in porta con assist al bacio.
La Stagione dei Record e la Scarpa d’Oro
La vera apoteosi di Ciro Immobile arrivò nella stagione 2019-2020. Fu un anno magico per la Lazio, che lottò per lo scudetto fino alla fine, e per il suo attaccante, che infranse ogni record. Con una media gol impressionante, Ciro non si fermò più, inanellando una serie di prestazioni straordinarie. Il 1° agosto 2020, segnando contro il Napoli, Immobile raggiunse quota 36 gol in campionato, eguagliando il record di Gonzalo Higuaín per il maggior numero di reti in una singola stagione di Serie A.
Quel traguardo non gli valse solo un primato nazionale, ma lo proiettò sul tetto d’Europa. Con quei 36 gol, Immobile si aggiudicò la Scarpa d’Oro, superando giganti del calibro di Robert Lewandowski e Cristiano Ronaldo. Fu un successo straordinario, che riportò un calciatore italiano e della Lazio in cima alla classifica dei marcatori europei, un onore che mancava da troppi anni.
Oltre la Scarpa d’Oro: Il Sorpasso al Mito
Se la Scarpa d’Oro fu il culmine di una stagione perfetta, il record più significativo per i tifosi biancocelesti arrivò pochi anni dopo. Il 14 marzo 2022 con un rigore contro il Venezia Ciro Immobile realizzò il suo gol numero 144 in Serie A con la maglia della Lazio, superando il leggendario Silvio Piola. Un nome sacro, una vera e propria icona che per decenni era stata il punto di riferimento assoluto per ogni attaccante laziale.
Quella rete non fu solo un numero, ma un passaggio di consegne, un gesto simbolico che consacrò definitivamente Immobile nell’Olimpo dei più grandi. Da quel giorno, ogni gol segnato è stato un ulteriore tassello aggiunto a un record che, oggi, lo vede saldamente al primo posto della classifica dei marcatori di tutti i tempi della Lazio, con 207 reti segnate in tutte le competizioni. diventando l’ottavo calciatore a raggiungere il traguardo di 200 reti nel campionato italiano, e il primo a farlo in sole 353 partite disputate. Un traguardo che lo rende un simbolo, un capitano e un’icona immortale per il popolo biancoceleste.
Ciro Immobile diventa anche il primo attaccante italiano nella storia a vincere per quattro volte in carriera la classifica capocannonieri in Serie A
Leadership e Legame con la Curva Nord
Ma Ciro Immobile non è stato solo un prolifico finalizzatore. Negli anni è diventato il leader indiscusso dello spogliatoio e il volto della squadra. La sua leadership, fatta di grinta, di gesti di incoraggiamento verso i compagni e di una straordinaria resilienza, lo ha reso un punto di riferimento per l’intero club. È il primo a scattare per pressare, il primo a incitare nei momenti di difficoltà, il primo a difendere la squadra dalle critiche.
Il suo legame con la Curva Nord, cuore pulsante del tifo laziale, è qualcosa di speciale. Immobile ha sempre ricambiato l’affetto dei tifosi con una dedizione totale alla maglia. Le sue esultanze, spesso rivolte verso la curva, sono un gesto di profondo riconoscimento per il sostegno che riceve. Ha compreso l’importanza di rappresentare un club e una città, diventando un romano d’adozione, una bandiera che lotta per i suoi colori.
L’Eredità di un Campione
Nonostante gli ultimi anni meno prolifici, l’eredità di Ciro Immobile è già scolpita nella storia della Lazio. Ha vinto una Coppa Italia e due Supercoppe Italiane, ha spezzato tabù e infranto record che sembravano inarrivabili. Ha dimostrato che con il duro lavoro, la passione e la fame di successo si possono raggiungere traguardi straordinari.
Ciro Immobile non è solo il miglior marcatore della storia della Lazio. È un simbolo di resilienza, un leader nato e l’incarnazione di una favola calcistica. Per i tifosi biancocelesti, il suo nome non è solo sinonimo di gol, ma di un’era di successi e di un amore indissolubile per la maglia con l’aquila sul petto. Un Re che continuerà a regnare nei cuori e nella memoria di tutti i laziali.
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Il capitano della Lazio, Mattia Zaccagni, ha saltato la sfida della Nazionale contro Israele dopo il colpo subito nel match con l’Estonia. Un infortunio che ha destato preoccupazione tra i tifosi biancocelesti, soprattutto in vista della trasferta contro il Sassuolo di domenica al Mapei Stadium.
L’infortunio con l’Estonia
Durante Italia-Estonia, gara d’esordio di Gennaro Gattuso come commissario tecnico, Zaccagni è stato costretto a lasciare il campo al 21’. La caviglia, colpita duramente, si è gonfiata, costringendo l’attaccante a fermarsi. Nei giorni successivi ha svolto solo lavoro differenziato e fisioterapia, fino alla decisione di non convocarlo per la gara contro Israele.
Nessun rischio con Gattuso
Il CT ha scelto la via della prudenza: «Ha ricevuto una gran botta alla caviglia, ma era solo una contusione. Se fosse stata una partita decisiva, avrebbe fatto un’infiltrazione e sarebbe andato almeno in panchina», ha spiegato il giornalista Daniele Magliocchetti a Radio Olympia. Gattuso, in linea con la sua filosofia, ha preferito non rischiare giocatori non al 100%, mantenendo anche la parola data agli allenatori di Serie A di proteggere i loro uomini.
Verso Sassuolo-Lazio
Le condizioni del capitano non destano particolare allarme. Zaccagni continuerà a lavorare a parte ancora per alcuni giorni, ma l’obiettivo è tornare in gruppo entro venerdì per preparare la trasferta di Reggio Emilia. «Non ha nulla di grave – ha sottolineato Magliocchetti – la Lazio è serena. Giovedì lavoro differenziato, da venerdì tornerà a disposizione».
Una notizia che rincuora Sarri e i tifosi: salvo imprevisti, Zaccagni ci sarà contro il Sassuolo.
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Un nome che ha infiammato per anni il calciomercato italiano torna prepotentemente d’attualità: Sergej Milinković-Savić. L’ex centrocampista della Lazio, oggi in forza all’Al Hilal, potrebbe valutare un clamoroso rientro in Serie A, a parametro zero, riaccendendo i sogni dei top club italiani.
Dalla Lazio all’Arabia Saudita
Milinković-Savić ha lasciato la Lazio nell’estate 2023 dopo otto stagioni indimenticabili in biancoceleste, durante le quali si è consacrato come uno dei centrocampisti più completi del panorama europeo. Il suo trasferimento in Arabia Saudita fu inevitabile: l’Al Hilal mise sul piatto 40 milioni di euro, una cifra che la società di Lotito non poté rifiutare.
Contratto in scadenza e bivio decisivo
Il “Sergente” ha firmato fino a giugno 2026, ma – come riportato da Fabrizio Romano – il club saudita è pronto ad aprire le discussioni per un possibile rinnovo. Una decisione cruciale, che potrebbe cambiare il destino del giocatore. Restare in Arabia, con uno stipendio faraonico, o tornare in Europa per rimettersi in gioco ai massimi livelli?
Juventus, Inter e Milan alla finestra
Il centrocampista serbo, classe 1995, è stato spesso accostato ai principali club italiani. Juventus, Inter e Milan lo hanno monitorato più volte nel corso degli anni e potrebbero tornare alla carica in caso di mancato rinnovo. Milinković-Savić garantirebbe esperienza, fisicità, qualità tecnica e gol: doti che lo renderebbero un rinforzo ideale per qualunque squadra di vertice.
Il futuro del “Sergente”
I prossimi mesi saranno decisivi. Molto dipenderà dalla volontà del giocatore: proseguire la ricca esperienza in Arabia Saudita o inseguire la sfida di un ritorno in Serie A, in un campionato che lo ha visto crescere e imporsi come leader assoluto.
Un’eventuale scelta di lasciare l’Al Hilal a parametro zero aprirebbe scenari clamorosi: il ritorno di Milinković-Savić infiammerebbe il mercato e cambierebbe gli equilibri della Serie A.
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L’attaccante della Lazio Taty Castellanos ha parlato ai microfoni di DSports Radio, aprendo il cuore su ambizioni personali, idoli e futuro. Tra il sogno di riconquistare la Nazionale argentina, il ricordo emozionante del debutto con Messi e il sondaggio del River Plate, le sue parole delineano il profilo di un calciatore determinato e pieno di passione.
Il sogno della Nazionale
Castellanos non nasconde quale sia il suo obiettivo principale: tornare a vestire la maglia albiceleste. «Sappiamo chi siamo come Nazionale: gli ultimi campioni del mondo. Lavoro per esserci sempre, sono qui in Europa per ottenere la convocazione. Per fortuna ho potuto realizzare il sogno di debuttare con la maglia dell’Argentina, in quel momento ti passano tante cose per la testa. Bisogna sempre lavorare in silenzio e quando toccherà a me di nuovo darò il massimo. Indossare quella maglia è la cosa più bella e anche se ci si arrabbia quando non si è convocati, bisogna lavorare al 100% perché non è facile esserci».
Un messaggio chiaro: la sua avventura con la Lazio è anche il trampolino per tornare a convincere Scaloni.
L’ammirazione per Messi
Impossibile non parlare di Leo Messi, leggenda che ha segnato un’epoca. Castellanos racconta con entusiasmo e umiltà: «Messi? Si fa tutto quello che dice lui. È il migliore in questo sport, bisogna goderselo. Quando ho debuttato in Nazionale, i miei amici, la mia famiglia, mi chiedevano cosa facesse, cosa mangiasse. È una cosa pazzesca. Alla mia prima convocazione, quando c’era anche lui, ho visto che aveva lasciato le scarpe da calcio in bagno, mi sono assicurato che non ci fosse nessuno e le ho toccate (ride, ndr.). È incredibile quello che trasmette Messi, è una persona normale. La sua umiltà è incredibile, a noi più giovani ci ha trattato molto bene. […] Mi piacerebbe che mi facesse un autografo da tatuare. Ho già quello di Maradona e mi manca solo il suo».
Parole che mostrano l’emozione di un ragazzo cresciuto nell’era di Messi, capace di trasmettere valori umani prima ancora che calcistici.
Le radici tra MLS e River Plate
Castellanos ha voluto ricordare anche il percorso che lo ha portato in Europa: «La MLS è un campionato competitivo, molto fisico. I primi anni sono stati difficili, poi mi sono ambientato al New York City e abbiamo vinto la MLS. Aver vinto la scarpa d’oro mi ha aiutato molto ad arrivare in Europa».
Infine, la rivelazione di un sondaggio inaspettato del River Plate: «Guardo il calcio argentino, mi piace vedere il River, il Boca, l’altro giorno ho visto il clásico di Rosario. Il sondaggio del River Plate c’è stato: all’epoca mi ha chiamato Matías Biscay. È stato molto bello essere voluto da Gallardo e dal River. Se un giorno dovesse succedere, vedremo».
Tra sogni e futuro
Dalle parole di Castellanos emerge la figura di un calciatore che vive di sogni, ma anche di grande determinazione. Il presente è alla Lazio, dove vuole segnare per convincere Scaloni; il futuro è ancora tutto da scrivere, tra l’Argentina, l’Europa e magari un ritorno in Sudamerica.
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Durante l’ultima puntata di Lazio Social Club, in collegamento a Radio Laziale, il giornalista de Il MessaggeroAlberto Abbate ha fatto il punto sulla situazione della Lazio, soffermandosi in particolare sul futuro di Mario Gila.
Gila e il rischio addio a parametro zero
Secondo Abbate, la volontà del difensore spagnolo sarebbe chiara: lasciare la Lazio a scadenza di contratto, senza rinnovo. L’accordo attuale di Gila con i biancocelesti scade nel giugno 2027, il che garantisce ancora tempo alla società per gestire la situazione. Tuttavia, la prospettiva di un addio a parametro zero è uno scenario che a Formello vogliono assolutamente evitare.
Abbate ha rivelato che già nell’estate appena trascorsa non sono mancate offerte dall’estero, in particolare dalla Premier League, ma la Lazio ha scelto di respingerle. Il motivo? Il blocco del mercato che impediva qualunque sostituzione.
Il mercato di gennaio e l’idea Simic
La Lazio attende la prossima trimestrale di ottobre per capire se il mercato di gennaio sarà sbloccato o meno. In quel caso, la società dovrà decidere come muoversi: valutare l’eventuale cessione di Gila per monetizzare subito o rischiare di perderlo più avanti a condizioni peggiori.
Tra le opzioni per il futuro c’è anche Jan-Carlo Simic, giovane difensore classe 2005 in forza all’Anderlecht, che potrebbe rappresentare un investimento a medio-lungo termine in caso di addio di Gila.
Una scelta strategica per la Lazio
Il caso Gila rappresenta una vera e propria prova di gestione per Lotito e Fabiani: trattenere un giocatore che non sembra intenzionato a rinnovare o anticipare la sua cessione per evitare di perderlo senza incassare nulla.
La decisione potrebbe arrivare già a gennaio, quando la Lazio dovrà capire se la necessità di liquidità avrà la meglio sulla volontà di Sarri di non indebolire ulteriormente la difesa.
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A noi quest’estate hanno tolto il giocattolo del calciomercato. E questo ferisce, perché per il tifoso il mercato non è solo compravendita di calciatori, è passione, è sogno, è speranza. Il calciomercato alimenta l’immaginazione dei tifosi, riempie le discussioni estive, tiene viva la fiamma della curiosità e della fede. Toglierlo significa privare il popolo biancoceleste di una delle poche fonti di entusiasmo in una stagione che si preannuncia complicata.
Eppure, se da un lato il mercato è stato azzerato, dall’altro rimane una certezza: i tifosi della Lazio. Loro non mancano mai, non tradiscono, non smettono di sostenere. Lo si è visto chiaramente dopo la trasferta di Como, quando in un momento difficile la risposta del pubblico laziale è stata forte e compatta. La vera forza della Lazio resta la sua gente, il suo popolo, quella base solida su cui ricostruire e da cui ripartire.
Ed è qui che emerge il nodo cruciale: in 22 anni di gestione societaria, possibile che non si sia mai riusciti – o forse voluto – costruire una vera sintonia con i tifosi? Questo è un problema che va oltre la singola sessione di mercato, oltre i risultati sportivi. È una questione di identità, di appartenenza, di connessione tra chi guida la società e chi la vive ogni giorno sugli spalti. Se non si riesce a creare unità con il proprio popolo, il fallimento è inevitabile. Perché il calcio non è solo numeri e bilanci, ma soprattutto passione condivisa.
La distanza tra presidenza e tifoseria diventa così una frattura che spacca un ambiente che dovrebbe invece restare unito. L’unione è la condizione necessaria per affrontare le difficoltà, per superare i momenti di crisi, per guardare avanti con fiducia. La divisione, invece, indebolisce tutti.
I comunicati stampa scritti con l’AI non aiutano in questo senso, neanche il non dover mai chiedere scusa quando si sbaglia. Lotito e Fabiani non sbagliano mai, anche quando la Lazio arriva settima, anche quando è l’unica squadra con il mercato bloccato.
Già questo non aiuta in più si aggiunge il fatto che la società non pensi mai al tifoso. Ritiro a Formello blindato, si erano fatte promesse di eventi in giro per la città, zero. Dopo una stagione fallimentare non si è fatto nulla per i tifosi, ma questa non è una novità, e un cosa che succede ogni singola stagione.
Un esempio emblematico di questo atteggiamento è quello relativo ad Angelo Peruzzi. Figura rispettata, legata all’ambiente, uomo di equilibrio e mediazione, romano e laziale nell’animo. Eppure, già prima di portarlo in società, il presidente non lo amava. Troppo vicino al popolo, troppo inserito nella romanità, troppo autenticamente laziale. Persone così, sincere e radicate, sembrano non trovare spazio in questa gestione. Eppure, proprio la presenza di figure di questo tipo è ciò che spesso fa da ponte tra società e tifoseria.
Peruzzi non cercava riflettori, non viveva di protagonismo, ma il suo peso specifico era notevole. Era un collante naturale, un mediatore prezioso, un punto di riferimento che parlava la stessa lingua dei tifosi. Allontanare chi incarna questi valori significa spezzare ulteriormente un legame già fragile.
E infatti, nella Lazio di Claudio Lotito manca completamente la lazialità. Non c’è una figura che abbia un passato vero nella storia biancoceleste, nessun dirigente nato o cresciuto classicisticamente nella Lazio. L’unico era Igli Tare, ma anche lui non era un vero laziale: lo ha dimostrato quando, una volta approdato al Milan, ha dichiarato apertamente di essere stato tifoso rossonero. Oggi la Lazio non ha dirigenti che possano incarnare il senso di appartenenza, né uomini di riferimento capaci di rappresentare il legame tra società e popolo. Anzi, Fabiani, attuale direttore sportivo si dice fosse tifoso della Roma, cosi come Floridi. Sembra che Lotito lo faccia di proposito, togliere laziali dalla società e inserire romanisti. E questo non può essere un caso: viene spontaneo chiedersi se Lotito non voglia appositamente tenere lontane figure vicine ai tifosi, per paura di condividere spazi e potere.
Non ci dimentichiamo quello che fece Lotito a Felice Pulici, personaggio di altissimo spessore nonché simbolo di Lazialità. Il portiere del primo scudetto, laureato in legge, stimato dirigente dal 1994 fu allontanato proprio da Lotito senza una vera motivazione.
Alla fine, il paradosso è chiaro: la Lazio ha un patrimonio inestimabile che non è sfruttato, anzi spesso ignorato. I tifosi hanno dimostrato, ancora una volta, di essere l’unica vera certezza di questa squadra. E se in 21 anni di gestione non si è riusciti a valorizzare questo legame, a trasformarlo in una forza comune, allora la sconfitta non è solo sportiva. È culturale, identitaria, profonda.
La Lazio può ripartire solo da loro, dai tifosi, dal loro amore e dalla loro passione. Perché tutto il resto, dai mercati mancati alle figure interne messe da parte, può cambiare. Ma senza il popolo biancoceleste, non resta nulla.
Lotito non vuole figure che lo “oscurino” per questo non ha mai voluto vicino presenze ingombranti o Laziali amati da tifosi, per questo Di Canio come giocatore è durato pochissimo, per questo nella dirigenza Laziale non ci sono ne dirigenti di spessore, ricordiamo che Fabiani non ha mai gestito una squadra finita in Europa, ne Laziali. Se a questo aggiungiamo la boria e l’arroganza di Lotito, non è difficile intuire perchè il tifoso si sente lontano da questa dirigenza. Ma al presidente della Lazio va bene cosi, in 22 anni non ha mai cambiato rotto, segno che il tifoso è importante solo quando apre il portafoglio per l’abbonamento.
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Ci sono quei giocatori non belli da vedere ma efficaci. Attaccanti che magari sembrano goffi in campo ma sanno essere letali. Ecco Libor Kozak era così, non bello o tecnico, ma alla Lazio è stato spesso decisivo. Quando il pallone gravitava in area di rigore sapevi che in un modo o in altro lui sarebbe riuscito a buttarla dentro.
L’attaccante ceco sbarca alla Lazio nel 2008/2009 ma non viene inserito nella prima squadra ma nella Primavera. Qui Kozak si mette subito in mostra segnando gol pesanti. L’anno dopo viene promosso in prima squadra dove gioca solo 3 partite. Per lui non c’è spazio per cui viene girato l’anno successivo al Brescia, in Serie B. Kozak gioca e segna il suo primo gol in Italia, il Brescia viene promosso e lui torna alla Lazio. C’è Edy Reja in panchina che non è un allenatore famoso per lanciare i giovani, ma Kozak quando entra si fa sempre trovare pronto. Alla prima presenza regala l’assist alla seconda presenza segna il 2-0 contro la Fiorentina, nulla di speciale, un tap in su una respinta corta di Frey.
Ma questo è Kozak, pronto a punire ogni minimo errore. Nella Seconda parte del campionato gioca di più segnando una doppietta contro la Fiorentina e chiudendo con 7 goal e 3 assist. L’anno successivo gioca poco ha un problema che lo limita ad inizio campionato ma finisce bene con 2 goal nelle ultime 2 partite contro Atalanta e Inter.
L’anno dopo arriva Petkovic e le cose cambiano, in campionato Libor gioca poco, solo 5 da titolare, ma in Europa League è lui il centravanti. E Kozak in Europa League diventa devastante. Doppietta nella fase di qualificazione. Nel girone altri due goal ma è nella fase ad eliminazione diretta dove Libor si esalta. Contro il Borussia monchengladbach Kozak realizza una doppietta, in una partita assurda, condizionata anche da un due rigori generosi regalai ai tedeschi. Sul 3-2 per il Borussia al 94’ Kozak regala alla Lazio il 3-3. Ah in porta nel Borussia certa un certo Ter Stegen.
Ma Kozak non si ferma, agli ottavi la Lazio incontra un’altra squadra tedesca, lo Stoccarda. All’andata, in Germania la Lazio vince 2-0, al ritorno all’Olimpico c’è il Kozak show. Libor segna due goal in due minuti, al 6’ e all’8’ poi allo scadere mette a segno la tripletta. Purtroppo la Lazio di Petkovic uscirà ai quarti contro il Fenerbahce in una partita condizionata dall’arbitraggio.
Nonostante l’eliminazione Kozak chiude come capo cannoniere della competizione. Purtroppo in Serie A Kozak non può più giocare dopo quello successo l’anno prima in un Milan-Lazio dove il ceco infortunerà due giocatori rossoneri e verrà additato da Galliani come Killer. Quelle parole condizionano gli arbitraggio e ogni volta che Kozak fa un contrasto gli viene sempre fischiato fallo contro. Ma la buona prova in Europa League porta offerte importanti. La Lazio e il giocatore capiscono che in Italia non può giocare e lo vendono all’Aston Vila.
Kozak parte bene il calcio inglese è adatto alle sue caratteristiche, ma la sfortuna è dietro all’angolo. Come per un altro ex laziale, Gigi Casiraghi, un bruttissimo infortunio chiuderà virtualmente la sua carriera. Frattura scomposta di tibia e perone. Kozak resterà a lungo fuori e quando torna non è più lui. Libor lascia l’Inghilterra ma non trova molta fortuna.
Un giocatore che ho amato perché quando entrava la buttava sempre dentro, Libor Kozak sarà sempre ricordato dai laziali, per quella tripletta al Borussia e perché è stato il capocannoniere di Europa League con la Lazio. Uno degli ultimi giocatori uscito dalla primavera della Lazio che è riuscito a fare qualcosa in prima squadra. Dispiace che non sia riuscito a rimanere a Roma e anche che la sua carriera sia stata distrutta da un brutto infortunio.
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Quando si pensa alla Nazionale italiana di calcio, la prima immagine che viene in mente è quella di una squadra vestita di azzurro. Vi siete mai chiesti Perché la maglia dell’Italia è azzurra? L’azzurro è ormai diventato sinonimo di Italia nello sport: non a caso si parla comunemente di “Azzurri” per riferirsi non solo alla selezione di calcio, ma a tutte le rappresentative nazionali, dalle discipline olimpiche al rugby, dal volley al ciclismo.
Eppure, se ci si ferma a riflettere, sorge spontanea una domanda: perché proprio l’azzurro, e non uno dei tre colori del tricolore, cioè verde, bianco e rosso? La risposta ci porta indietro nel tempo, fino alla storia della monarchia sabauda e alle origini stesse dello Stato italiano.
Le origini: il blu Savoia e la Casa Reale
Il colore azzurro non è stato scelto per caso. La sua origine risale alla dinastia dei Savoia, la famiglia reale che ha guidato il processo di unificazione italiana e che ha regnato sul Paese fino al 1946.
Il blu Savoia, noto anche come “azzurro Savoia”, era il colore distintivo della casata, utilizzato già dal XIV secolo negli stemmi, negli stendardi e nelle insegne ufficiali. Non si trattava di una tonalità qualunque, ma di una tinta carica di significati simbolici: secondo la tradizione, richiamava il manto della Vergine Maria, a cui la famiglia reale era particolarmente devota. In un’epoca in cui la religione aveva un peso fortissimo nella vita politica e sociale, l’azzurro era quindi un segno di protezione e di legittimità divina.
Quando l’Italia si unificò nel 1861, diventando Regno d’Italia sotto Vittorio Emanuele II, il blu Savoia divenne un colore di rappresentanza nazionale, accanto al tricolore verde, bianco e rosso. In particolare, veniva utilizzato in cerimonie ufficiali e militari, comparendo nelle coccarde e nei nastri onorifici.
La prima volta della maglia azzurra
La Nazionale italiana di calcio nacque ufficialmente nel 1910. In quell’occasione, durante la prima partita disputata a Milano contro la Francia, gli undici azzurri – o meglio, ancora bianchi – scesero in campo con una divisa candida. Non si trattava di una scelta simbolica, bensì di una soluzione pratica: il bianco era il colore più semplice da reperire, ed era già utilizzato da molte squadre dell’epoca.
L’azzurro fece la sua comparsa per la prima volta il 6 gennaio 1911, in occasione di un’amichevole contro l’Ungheria, disputata all’Arena Civica di Milano. Quel giorno, la Federazione decise di adottare il blu Savoia come colore ufficiale della divisa della Nazionale, proprio in omaggio alla monarchia regnante. Da allora, l’Italia non ha più abbandonato l’azzurro, se non in rare eccezioni.
Perché l’azzurro è rimasto anche con la Repubblica
1982 World Cup Final, Madrid, Spain, 11th July, 1982, Italy 3 v West Germany 1, Italy’s Paolo Rossi celebrates after scoring the opening goal in the World Cup Final (Photo by Bob Thomas Sports Photography via Getty Images)
Con la caduta della monarchia nel 1946 e la nascita della Repubblica Italiana, si sarebbe potuto pensare a un cambio di colore, magari a favore del tricolore o di una divisa che non avesse legami con i Savoia. In realtà, l’azzurro rimase, e anzi si consolidò ancora di più come simbolo sportivo e identitario nazionale.
Le ragioni sono diverse:
Tradizione sportiva: dopo decenni in cui l’Italia era già riconosciuta come “gli Azzurri”, sarebbe stato impensabile cancellare un simbolo così radicato.
Distinzione internazionale: l’azzurro non è un colore comune tra le nazionali di calcio, e questo ha sempre permesso all’Italia di distinguersi sul campo, a differenza del rosso, del bianco o del verde, usati da molte altre selezioni.
Simbolo unitario: col tempo, l’azzurro ha superato le sue origini monarchiche per diventare un colore nazionale, riconosciuto e amato da tutti, indipendentemente dalle ideologie politiche.
Le eccezioni: quando l’Italia non ha giocato in azzurro
Non sempre la maglia azzurra è stata utilizzata. In alcune occasioni, infatti, la Nazionale ha indossato altre divise:
Maglia bianca: utilizzata già nel 1910 e poi come seconda divisa ufficiale, spesso scelta in caso di contrasto cromatico con gli avversari. Alcune vittorie storiche, come quella contro la Germania nel 1970 ai Mondiali in Messico (la celebre “partita del secolo”), arrivarono proprio con la maglia bianca.
Maglia nera: durante il ventennio fascista, l’Italia fu costretta a indossare la maglia nera in alcune partite, come simbolo del regime. Questa scelta venne però abbandonata con la caduta del fascismo.
Maglia verde: in tempi recenti, la Federazione ha lanciato una divisa verde, chiamata “Rinascimento”, indossata nel 2019 contro la Grecia. L’iniziativa voleva celebrare il patrimonio culturale italiano e simboleggiare una nuova generazione di talenti. Nonostante il successo mediatico, resta un’eccezione.
L’azzurro oltre il calcio
L’importanza dell’azzurro non si limita al pallone. Oggi, tutte le rappresentative italiane, dalle Olimpiadi al basket, dal ciclismo alla scherma, vestono questo colore. La parola “Azzurri” è diventata sinonimo di Italia sportiva.
Pensiamo, ad esempio, al ciclismo: la celebre “maglia azzurra” viene assegnata durante il Giro d’Italia al leader della classifica dei Gran Premi della Montagna. O ancora al rugby, dove i giocatori della Nazionale vengono comunemente chiamati “gli Azzurri”.
Un colore identitario e universale
Col passare del tempo, l’azzurro ha perso ogni legame diretto con la monarchia sabauda e si è trasformato in un simbolo universale di italianità nello sport. È un colore che unisce, che racconta la storia del Paese e che accompagna i momenti più esaltanti della nostra storia calcistica: dalle vittorie ai Mondiali del 1934 e 1938, fino ai trionfi di Spagna 1982 e Germania 2006, senza dimenticare l’Europeo vinto a Wembley nel 2021.
Ogni volta che gli Azzurri scendono in campo, milioni di italiani sentono quel colore come proprio, un segno di orgoglio nazionale che va oltre i confini e le generazioni.
Curiosità sulla maglia azzurra
Il blu Savoia non ha una tonalità fissa, e nel corso dei decenni la maglia dell’Italia ha visto diverse sfumature, dal celeste più chiaro al blu intenso.
Il colore ufficiale è oggi identificato con un codice cromatico preciso: Pantone 549 C.
Lo stemma tricolore con la scritta “Italia” sul petto è stato introdotto solo nel dopoguerra, per legare ancora di più la maglia al simbolo nazionale.
In molte cerimonie ufficiali, come le Olimpiadi, il vessillo azzurro accompagna la delegazione italiana accanto alla bandiera tricolore.
Conclusione
La maglia azzurra della Nazionale italiana non è soltanto un capo d’abbigliamento sportivo: è un pezzo di storia, un simbolo che affonda le sue radici nella monarchia sabauda e nella devozione religiosa, ma che nel tempo si è trasformato in un marchio universale di italianità.
Dal 1911 a oggi, l’azzurro ha accompagnato gioie e dolori, vittorie memorabili e sconfitte brucianti, ma sempre con lo stesso significato: rappresentare un Paese intero. Oggi, quando milioni di tifosi cantano l’inno davanti alla tv o sugli spalti, l’azzurro è la nostra seconda pelle, un colore che ci unisce e che continua a scrivere pagine di storia nello sport mondiale.
🔵 Ecco spiegato perché, ancora oggi, l’Italia è e resterà sempre… la Nazionale Azzurra.
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La Lazio comincia a pianificare il futuro. Dopo un’estate condizionata dal blocco del mercato, che ha impedito qualsiasi innesto in entrata, il club biancoceleste si prepara a muoversi con decisione in vista di gennaio. Tra i nomi in cima alla lista dei desideri di Maurizio Sarri spicca quello di Jan-Carlo Simic, giovane difensore centrale classe 2005 dell’Anderlecht, già transitato nel settore giovanile del Milan.
L’obiettivo principale
Secondo quanto riportato da Matteo Moretto, esperto di mercato, la Lazio avrebbe già presentato un’offerta ufficiale al club belga per assicurarsi il cartellino del giocatore. Un passo concreto, che dimostra la volontà della società di regalare a Sarri un rinforzo subito utile, ma anche di costruire in prospettiva una difesa più giovane e solida.
Simic, di nazionalità tedesca, ha un contratto in scadenza nel 2029 con l’Anderlecht ed è considerato uno dei prospetti più interessanti del calcio europeo nel suo ruolo. Già a gennaio scorso era stato cercato con insistenza dal Galatasaray, ma i belgi hanno resistito alle offerte. Adesso la Lazio prova ad affondare il colpo, forte dei rapporti avviati negli ultimi mesi.
Profilo tecnico e prospettive
Nonostante la giovanissima età, Simic ha già accumulato diverse presenze da professionista sia nel campionato belga che in Europa, dimostrando affidabilità e personalità. Difensore centrale moderno, abbina buona struttura fisica a capacità di lettura del gioco e impostazione dal basso, caratteristiche che lo rendono adatto al calcio di Sarri, dove i centrali sono chiamati a partecipare attivamente alla costruzione della manovra.
Per i biancocelesti, rappresenterebbe un investimento a lungo termine, ma al tempo stesso un giocatore in grado di fornire garanzie nell’immediato, andando ad arricchire un reparto che negli ultimi mesi ha vissuto qualche difficoltà e che potrebbe vedere movimenti in uscita a gennaio.
I dettagli economici
La valutazione di Simic si aggira attorno ai 12 milioni di euro, cifra non irrilevante per le casse della Lazio, che però potrebbe essere dilazionata in più tranche. Da tenere in considerazione anche il ruolo del Milan, che grazie a una clausola incasserà il 20% sulla futura rivendita del difensore.
Lotito e Fabiani puntano a limare le richieste dell’Anderlecht, avvicinandosi progressivamente alla cifra richiesta per provare a chiudere l’affare già a gennaio, quando – con il via libera degli organi di controllo – la Lazio potrà tornare a investire.
Un segnale per Sarri e i tifosi
Per Maurizio Sarri sarebbe il primo vero rinforzo della sua seconda avventura in biancoceleste, un segnale concreto della volontà del club di metterlo nelle condizioni di lavorare con una rosa più completa. Dopo mesi di tensioni e un’estate passata senza acquisti, l’arrivo di un giovane talento internazionale rappresenterebbe anche un messaggio forte ai tifosi, desiderosi di vedere la società tornare protagonista sul mercato.
Il nome di Simic è dunque il primo tassello di una strategia che punta a ringiovanire la rosa e a costruire un futuro più competitivo. La trattativa è complessa, ma la Lazio ha deciso di fare sul serio. Sarri aspetta il suo regalo, e la società è pronta a muoversi: gennaio potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase, con Simic pronto a diventare il volto della rinascita biancoceleste.
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