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Cataldi Carica la Squadra: “Servirà una Lazio con l’Anima. Dobbiamo Fare Qualcosa di Più”

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Una foto del centrocampista della Lazio, Danilo Cataldi, con espressione determinata, durante un'intervista pre-partita.
Danilo Cataldi nasce a Roma il 6 agosto 1994. Centrocampista, cresce nella Lazio, dove vince, da titolare, il campionato Primavera. Pochi mesi dopo passa in prestito al Crotone, in Serie B. L’anno successivo torna alla Lazio, debuttando e trovando spazio in Serie A. Tra gennaio 2017 e maggio 2018 va in prestito al Genoa e al Benevento, prima di tornare definitivamente in biancoceleste. Con la Lazio ha vinto una Coppa Italia e una Supercoppa italiana. Regolarmente convocato da tutte le selezioni giovanili azzurre, dall’Under 18 all’Under 21, con la quale arriva terzo agli Europei del 2017.

Il centrocampista, alla sua 250ª partita in biancoceleste, parla ai microfoni di Lazio Style Channel prima del match con il Genoa. “Sono orgoglioso della mia storia con la Lazio”.

GENOVA – In un momento delicato per la Lazio, reduce dal derby perso e con un centrocampo decimato dalle assenze, la carica arriva da chi la maglia la sente più di tutti. A pochi minuti dal fischio d’inizio di Genoa-Lazio, Danilo Cataldi è intervenuto ai microfoni di Lazio Style Channel con parole dirette e cariche di significato.

“Servirà una Lazio con l’Anima”

Il centrocampista biancoceleste non ha usato mezze misure, chiedendo alla squadra di mostrare carattere e di lottare per la vittoria.

“Servirà tutto, servirà mettere in campo una Lazio con l’anima, che vuole prendersi punti, il Genoa è una buona squadra mette molta intensità, servirà una grande partita. La bussola non la dobbiamo perdere, c’è stata una crescita di prestazioni anche col derby, perdere un derby poi a Roma sappiamo cosa significa, viene tutto trascurato per il risultato negativo, ma la Lazio è cresciuta e ora bisogna fare qualcosa di più a livello di squadra, di atteggiamento, ci siamo detti questo in settimana, dobbiamo fare qualcosa in più.”

250 Partite di Orgoglio e Storia d’Amore

Per Cataldi, la partita contro il Genoa ha un sapore speciale. È la sua 250ª presenza con la maglia biancoceleste.

Cataldi interviene anche ai microfoni di Sky e Dazn:

“250 partite con la Lazio? Sono tante, mi rendono orgoglioso, la mia storia con la Lazio è aprticoalr ema è bella pr questo, ci siamo lasciati, poi ritrovati, ora ci siamo ritrovati di nuovo, speriamo di non lasciarci. Per me la Lazio e la squadra sono sempre al primo posto.”

Quando si perde un derby non è mai una settimana come le altre. Non è stato bello, ma il calcio è questo perché dopo una settimana c’è un’altra partita e ti devi rimettere subito in pista. Veniamo qui stasera per cercare di portare via i tre punti”.

“Questo è sempre stato uno dei miei obiettivi, cercare di fare tanti anni qua, sapete quello che provo io per la Lazio. A volte non è facile, magari vorresti fare di più ma non è così. Penso sia importante far capire cosa vuol dire la Lazio e tutti insieme bisogna uscire da questo momento che non è dei migliori, soprattutto perché i risultati offuscano l’opinione di tanti. Quando si perde un derby così, si dice che magari non meritavamo di perdere. Il derby però si è perso e abbiamo tre punti dopo quattro partite di campionato, quindi stasera bisogna dimostrare di essere giocatori da Lazio”.



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Genoa-Lazio: Formazioni Ufficiali. Sarri Ritorna al 4-2-3-1 con Basic Titolare

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Una grafica o un'immagine che mostra le due squadre, Genoa e Lazio, schierate con i loro moduli di gioco e i nomi dei giocatori titolari.

Le Scelte di Maurizio Sarri per la 5ª Giornata di Serie A contro il Genoa di Vieira. Il Tecnico Sceglie una Sorprendente Modifica Tattica e Lancia un Messaggio di Riscatto.

GENOVA – L’attesa è finita. La Lazio scende in campo a Marassi per la quinta giornata di campionato contro il Genoa. I due allenatori, Maurizio Sarri e Patrick Vieira, hanno appena diramato le formazioni ufficiali, svelando le loro scelte per il match che segna un’importante occasione di riscatto per i biancocelesti.

In casa biancoceleste, Sarri sorprende tutti con una modifica tattica. L’allenatore ha scelto di schierare una formazione con il 4-2-3-1, un modulo che non si vedeva da tempo a Formello. Una scelta che premia Basic, titolare al fianco di Cataldi in mezzo al campo, con Zaccagni, Dia e Cancellieri a supportare Castellanos. In difesa, Romagnoli torna al centro, con Gila, Pellegrini e Marusic.

Dall’altra parte, Vieira risponde con un 4-2-3-1 molto aggressivo, con Leali in porta, e Ostigard e Vasquez al centro della difesa. Il centrocampo è nelle mani di Masini e Frendrup, mentre in attacco Malinovskyi, Vitinha e Ellertsson supporteranno Colombo.


Formazioni Ufficiali

GENOA (4-2-3-1): Leali; Norton-Cuffy, Ostigard, Vasquez, Martin; Masini, Frendrup; Ellertsson, Malinovskyi, Vitinha; Colombo. A disp.: Martinez, Bani, Sabelli, Strootman, Thorsby, Galdames, Ekuban, Messias, Fini, Retegui, Puscas, Jagiello. All.: Vieira.

LAZIO (4-2-3-1): Provedel; Marusic, Gila, Romagnoli, Pellegrini; Cataldi, Basic; Cancellieri, Dia, Zaccagni; Castellanos. A disp.: Mandas, Furlanetto, Hysaj, Nuno Tavares, Patric, Provstgaard, Farcomeni, Pinelli, Isaksen, Noslin, Pedro. All.: Sarri.



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Basic titolare, fuori Nuno Tavares

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Sarri si affida a Toma Basic: dopo Genoa e Torino, il croato può diventare l’arma tattica della Lazio anche da esterno sinistro.

Ecco la formazione scelta da Maurizio Sarri contro il Genoa. Come previsto e viste le tante assenze a centrocampo torna Toma Basic dal primo minuto, vicino Danilo Cataldi. In difesa fuori Nuno Tavares, dopo il pessimo derby, al suo posto Luca Pellegrini.

Ecco le scelte di Sarri

Provedel, Marusic, Gila, Romagnoli, Pellegrini, Basic, Cataldi, Dia, Cancellieri, Zaccagni, Castellanos.

Si tratta di un 4-2-3-1 con Zaccagni e Cancelleri ai lati e Dia che torna nella versione trequartista come ai tempi di Marco Baroni. Rivedremo la Lazio spumengiante dell’inizio della passata stagione?



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L’Arabia Saudita si compra Electronic Arts

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L'Arabia Saudita si compra EA

Electronic Arts (EA), uno dei colossi mondiali dell’industria videoludica, è in procinto di un drastico salto strategico: un gruppo di investitori guidato dal Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita, con Silver Lake e Affinity Partners, ha raggiunto un accordo definitivo per acquisire il 100 % della società.

Gli azionisti di EA riceveranno 210 USD per azione in contanti — una proposta che incorpora lo stake già posseduto da PIF nella società (9,9 %) e prevede 36 miliardi di equity più 20 miliardi di debito.

È un’operazione mastodontica: si tratta del più grande take-private interamente in contanti sponsorizzato nella storia. L’operazione è soggetta all’approvazione regolatoria e degli azionisti, e dovrebbe concludersi nel primo trimestre del FY 2027.

Motivazioni e contesto strategico

  • EA afferma che questa trasformazione consentirà maggiore flessibilità per innovare nel mercato dell’intrattenimento, integrando gaming, sport e tecnologie future.
  • PIF, già investitore nel settore gaming ed esports, rafforza la sua strategia di diversificazione oltre l’energia e lo sviluppo economico nazionale.
  • Silver Lake porta esperienza nei grandi investimenti tecnologici; Affinity Partners, guidata da Jared Kushner, completa il pool con capitale e rete negli Stati Uniti.

Per EA, uscire dai vincoli del mercato pubblico può significare prendere decisioni a lungo termine con minore pressione sui trimestri, investire in rischi maggiori senza la vigilanza costante degli investitori istituzionali e riallocare risorse verso titoli “core” come sportivi e shooter.

Termini finanziari e rischi dell’operazione

  • Equity + debito: la struttura dell’operazione prevede 36 mld in capitale proprio e 20 mld in debito, di cui 18 mld saranno attivati al momento della chiusura.
  • Premium e valutazione: il prezzo di 210 USD/azione rappresenta un premio del 25 % rispetto al valore non influenzato delle azioni (168,32 USD) prima dell’annuncio.
  • Clausole e penali: sono previsti termini di protezione, come una penale di 1 mld USD se l’accordo venisse abbandonato o se emergesse un’offerta superiore entro un anno, o nel caso di ritardi regolatori oltre il termine previsto.
  • Delisting: con la chiusura, le azioni EA verranno rimosse da tutte le borse pubbliche.

Tuttavia, non mancano i rischi: l’indebitamento elevato può comprimere la capacità di investimento futuro, l’approvazione regolatoria (soprattutto in diverse giurisdizioni tecnologiche e antitrust) rappresenta un ostacolo non banale, e il consenso degli azionisti è essenziale.

Impatti sul mercato gaming, sviluppatori e competizione

  1. Libertà strategica: EA potrà ragionare su cicli di sviluppo più lunghi, acquisizioni o ristrutturazioni con una prospettiva di lungo termine.
  2. Concorrenza: con Microsoft che ha acquisito Activision Blizzard, Tencent già presente in tanti studi, e aziende come Epic, Unity e Take-Two attive, EA vuole mantenere il passo.
  3. Pressione sul modello “live services”: sempre più centrali nel modello di ricavi, le scelte in termini di monetizzazione e sostenibilità potrebbero essere riviste con meno pressioni di mercato.
  4. Ambiente regolatorio e geopolitico: l’ingresso significativo di PIF nel controllo di un grande publisher globale può sollevare discussioni politiche e regolamentari su influenza, sicurezza dei dati e controllo strategico.

Prospettive per i giocatori e le IP

Molte IP iconiche EA — Madden, FIFA / EA Sports FC, Battlefield, The Sims, Apex Legends, Dragon Age — continuano a rappresentare il cuore dell’offerta.

Un EA privato potrebbe osare innovazioni “dirompenti” su gameplay, tecnologie emergenti (realtà virtuale, cloud gaming, AI generativa) o modelli ibridi senza il timore della reazione immediata del mercato.

Allo stesso tempo, i fan possono essere cauti: trasparenza, supporto post-lancio e relazioni con la community saranno fattori cruciali per conservare fiducia e reputazione.

Conclusione

L’acquisizione di EA da parte di PIF, Silver Lake e Affinity Partners è un punto di svolta nel settore del gaming. Non è solo un’operazione finanziaria record: è una mossa che può riscrivere i rapporti di forza nell’industria, ridisegnare il modo in cui le grandi case sviluppano giochi e scelgono investimenti, e mettere sotto osservazione gli equilibri regolatori globali.

Per EA e per i suoi fan, il futuro assume un profilo più rischioso ma anche più libero. Per chi osserva come investitore o commentatore, questo affare sarà una lente di osservazione privilegiata su come il business dei videogiochi evolve nell’era post-quotazione.



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Beppe Signori e la Nazionale

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Beppe Signori e la Nazionale - Lazio Story

E’ strano ma i giocatori della Lazio non hanno avuto molta fortuna in Nazionale. Non penso solo a Ciro Immobile ma mi riferisco anche a tanti simboli della Lazialità del passato. Penso a Giorgio Chinaglia a Vincenzo D’Amico e a Beppe Signori. Tre campioni che avrebbero meritato una storia diversa in Nazionale.

Se quelle di Giorgio Chinagli e Vincenzo D’Amico le ho vissute solo per sentito dire quella di Beppe Signori me la ricordo benissimo avendola vissuta in prima persona. Ancora adesso sembra inspiegabile che il 3 volte capocannoniere di Serie A abbia avuto così poco spazio in Nazionale. E ricordiamo che erano gli anni 90 anni in cui la Serie A era il campionato più bello e più forte del Mondo. 

Insomma essere capocannonieri in Serie A all’epoca significava essere veramente dei campioni, essere capocannonieri con una squadra che lottava per la Coppa UEFA e quindi non aveva una squadra di fenomeni intorno era ancora più difficile. Il problema di Beppe Signori è stato Arrigo Sacchi. 

L’ex allenatore del Milan era stato preso dalla Nazionale per portare l’Italia a vincere il Mondiale, strapagato Sacchi aveva piena libertà di azione. Fissato sul 4-4-2 che tanto successi gli aveva portato in rossonero, Sacchi non comprese che le tattiche sono importanti ma vanno adattate ai giocatori. Beppe Signori era il bomber della Nazionale ma Sacchi non lo vedeva adatto al suo calcio.

Signori, ala nel 4-3-3 di Zdenek Zeman e seconda punta nel 4-4-2 di Dino Zoff nella Nazionale di Arrigo Sacchi si ritrova esterno di centrocampo nel 4-4-2 sacchiano, una scelta difficilmente comprensibile che limita il talento laziale. Sacchi vuole un attaccante piccolo di solito Roberto Baggio e un centroavanti vero ma non può ovviamente mettere in panchina il tre volte capocannonieri della Serie A per cui lo mette centrocampista esterno sinistro. 

Signori pur di giocare in Nazionale accetta il ruolo, ma è evidente che così non può andare. Ai Mondiali del 1994 l’Italia è una delle favorite, e Beppe Signori è ancora una volta il capocannonieri della Serie A con 23 reti in 24 partite, una media mostruosa. Non solo, nelle ultime 3 amichevoli prima del Mondiali Sacchi lo schiera di punta e Beppe segna 3 goal. E’ evidente che in quel ruolo può fare benissimo, ma Sacchi è rigido e si vede che non è contento di questo tripudio di Signori. Contro l’Irlanda a furor di popolo Sacchi schiera l’attacco Baggio-Signori. L’Italia va sotto e per Sacchi non ci sono dubbi, il colpevole è Signori. All’intervallo Sacchi mette dentro Massaro e “retrocede” Signori a centrocampo. L’Italia perderà quella partita anche grazie alla scelta di Arrigo Sacchi.

Contro la Norvegia Signori gioca esterno di centrocampo, Pagliuca si fa espellere, l’Italia resta in 10 Signori fa una partita mostruosa e regala anche l’assist per il gol vittoria.  Sacchi però non è contento e nei quarti e in semifinale lo mette in panchina. Per la finale Baggio non sta bene, e Signori potrebbe ritrovarsi finalmente non solo titolare ma anche in attacco ma Sacchi all’ultimi decide di rischiare Baggio. E’ la goccia che fa traboccare il vaso, Signori si arrabbia e litiga con Sacchi. Così l’allenatore decide di non farlo neanche entrare in finale. Un autogoal che ci costerà caro visto che Signori è un rigorista perfetto e in finale l’Italia perderà proprio ai rigori. 

Qualche giornale romano giustamente “condanna” Sacchi spiegando che la decisione di non mettere in attacco Signori è una scelta folle. Lo stesso Arrigo Sacchi anni dopo ammetterà che su Signori ha sbagliato. Anche Beppe Signori in una recente intervista ha detto che l’unica cosa della sua carriera che non rifarebbe è quel litigo ai Mondiali con Sacchi. Un peccato perché forse Beppe Gol ci avrebbe regalato un Mondiale ma non bisogna dimenticare che non mettere in attacco il 3 volte capocannoniere di Serie A è una scelta che ancora adesso si fa fatica ad accettare.



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Serie A, corsa Scudetto: Milan favorito, Roma sorpresa

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“Milan festeggia la vittoria contro il Napoli: rossoneri candidati al titolo in Serie A”

La Serie A entra nel vivo con una corsa Scudetto che si preannuncia tra le più avvincenti degli ultimi anni. Dopo l’ultima giornata, tre squadre si ritrovano in vetta alla classifica: Milan, Napoli e Roma. Il campionato, forse non spettacolare come la Premier League, offre però un equilibrio che mancava da tempo e regala colpi di scena a ogni turno.

Milan, la mano di Allegri e la solidità ritrovata

Il successo del Milan contro il Napoli rappresenta un segnale forte. Allegri ha dato alla squadra quella compattezza difensiva che era mancata nelle stagioni passate. Lo schema 3-5-2, più pragmatico che spettacolare, sta funzionando: i rossoneri subiscono poco e capitalizzano le occasioni create.

Il ritorno di Rafael Leao, anche se non ancora al meglio, aggiunge un’arma devastante per il gioco in ripartenza. A brillare è stato soprattutto Christian Pulisic, migliore in campo insieme a Mike Maignan, tornato protagonista con interventi decisivi.

Non è un Milan scintillante, ma concreto, molto simile al Napoli di Conte della scorsa stagione: niente coppe europee, massimo focus sul campionato e una striscia positiva che alimenta l’entusiasmo dei tifosi.

Napoli, una sconfitta che non deve preoccupare

La sconfitta di San Siro non ridimensiona il Napoli. Conte paga le troppe assenze: Rrahmani, Buongiorno, Lukaku e altri titolari fondamentali erano fuori causa. Nonostante questo, i partenopei hanno giocato alla pari per lunghi tratti.

Il problema maggiore resta la condizione fisica di alcuni elementi chiave come McTominay e Højlund, apparsi in ombra. L’impegno in Champions League potrebbe pesare sul lungo periodo, ma con il pieno recupero degli infortunati il Napoli resta, sulla carta, la rosa più completa della Serie A.

Roma, la sorpresa firmata Gasperini

La vera rivelazione è la Roma di Gian Piero Gasperini. Difesa granitica, grande cinismo e una capacità di soffrire che la rende avversario ostico per chiunque. I giallorossi hanno perso una sola partita (in casa contro il Torino), ma hanno dimostrato grande solidità difensiva: il miglior biglietto da visita per una squadra che vuole ambire in alto.

Il gol di Dovbyk contro il Verona potrebbe rappresentare la svolta in attacco. Nonostante qualche dubbio sull’investimento economico, l’attaccante ucraino può essere decisivo se rifornito di palloni giocabili.

Juventus, troppe ombre nella corsa Scudetto

La Juventus delude. Contro l’Atalanta è arrivato solo un pareggio, con una prestazione poco convincente. Il centrocampo bianconero appare privo di qualità nella costruzione e mancano alternative valide in attacco.

Leggi anche: Serie A, scoppia il caso stipendi arbitri: Mazzoleni denuncia ritardi nei pagamenti

La sensazione è che la Juve debba puntare più a confermare un posto in Champions League che a lottare realmente per lo Scudetto.

Conclusione: corsa aperta e incerta

Il Milan appare oggi la candidata più solida allo Scudetto, ma la stagione è lunga. Il Napoli resta la squadra più attrezzata, la Roma può essere la mina vagante e la Juventus deve ritrovare identità.

Una corsa a quattro che promette scintille e che riporta entusiasmo in un campionato spesso criticato, ma che quest’anno sta regalando grande equilibrio.



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Perchè Lotito deve vendere la Lazio

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Perchè Lotito deve vendere la Lazio

C’è secondo me un motivo chiaro che deve farvi capire perchè Lotito deve vendere la Lazio? Non deve vendere la Lazio perchè è della Roma o perchè, come dice qualcuno Lotito non vuole andare in Champions. No, Claudio Lotito ha un sogno chiaro: vincere con la Lazio, portare lo scudetto a Formello e magari regalare ai tifosi biancocelesti anche una storica Champions League. Ma vuole farlo a modo suo, senza investimenti esterni, senza mettere capitale fresco, puntando tutto sull’autosufficienza del club. Il problema, sempre più evidente, è che questo modello ha mostrato i suoi limiti: può garantire stabilità, ma non consente alla Lazio di andare oltre un certo livello.

Un mercato che racconta i limiti

L’estate appena trascorsa è stata l’ennesima dimostrazione. La Lazio, reduce dalla Champions League, aveva la grande occasione per rafforzare la rosa e puntare in alto. Eppure, alla fine, è stata la big di Serie A che ha speso di meno. I nomi accostati al club — da Greenwood a Berardi, fino a Zielinski o Chiesa — sono rimasti sogni di mezza estate. Non per cospirazioni o ostacoli esterni, ma semplicemente perché Lotito non ha le risorse per competere su certe cifre: cartellini da 30 milioni e ingaggi da 4–5 milioni netti restano fuori portata.

L’unica spesa significativa? I 15 milioni investiti per un giocatore del Verona, operazione che ha sollevato più di un dubbio, così come due anni fa gli 8 milioni per Cancellieri. Quando c’è da aiutare società amiche, il portafoglio si apre; quando si tratta di portare un top player che possa cambiare il volto della squadra, la Lazio si tira indietro.

Non è una questione di fede, ma di risorse

La riflessione è chiara: Lotito non è romanista, non vuole affossare la Lazio. Al contrario, il presidente sogna di vincere. Ma non ha le risorse economiche per farlo. La Roma, pur tra mille debiti, ha portato a casa acquisti come Dybala, Azmoun, Ndicka o Renato Sanches. Il Napoli, l’Inter e il Milan viaggiano su cifre irraggiungibili per la Lazio.

Il risultato è che i biancocelesti restano in seconda fascia: ogni anno tra il quinto e l’ottavo posto, con la speranza di agguantare la Champions solo se una o due big falliscono.

Marketing e sponsor: un treno perso

Il problema non è solo di tasca, ma anche di struttura e visione. La Lazio è ferma agli anni ’80 nella gestione societaria. Non c’è una strategia di marketing internazionale, il club non sfrutta l’appeal di giocatori come Kamada sul mercato asiatico, e da due anni manca un main sponsor di maglia. Binance è ormai un ricordo e non è stato sostituito.

Tutte queste mancanze si riflettono direttamente sul mercato: se i ricavi non crescono, non si può spendere di più. E così la Lazio resta ferma, mentre le altre corrono perchè al contrario aumentano i ricavi e quindi possono investire di più sul mercato.

Un progetto senza crescita

In oltre vent’anni la Lazio di Lotito ha garantito stabilità e qualche soddisfazione (Coppe Italia, Supercoppe, qualificazioni europee), ma il salto definitivo non è mai arrivato, la Lazio non ha mai lottato per lo Scudetto o raggiunto per più anni consecutivi la qualificazione in Champions League. Senza un cambio di passo, il futuro appare scritto: bilanci positivi ma squadra sempre dietro alle big, con un tetto insuperabile.

La domanda che divide i tifosi

Ecco perché tanti invocano la cessione. Non perché Lotito sia un “nemico della Lazio”, ma perché il suo modello ha raggiunto il massimo possibile. “Se vi va bene restare tra quinto e ottavo posto, allora teniamoci Lotito. Se volete sognare di più, serve un presidente capace di mettere più soldi e strutturare il club come una grande azienda internazionale”.

La riflessione è netta, e chiama in causa i tifosi: meglio la stabilità del metodo Lotito o il rischio del cambiamento per provare a crescere davvero?



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Sarri costretto al cambiamento: Lazio col 4-2-3-1 a Marassi

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Maurizio Sarri conferenza stampa Formello vigilia Juventus Lazio

Definire “strana” la stagione della Lazio 2025/26 sarebbe riduttivo. In soli quattro mesi i biancocelesti hanno vissuto una serie di prime volte storiche, spesso negative. Dalla sconfitta interna con il Lecce al derby perso, passando per un avvio di campionato con tre ko nelle prime quattro giornate — evento mai registrato sotto la gestione Lotito — fino al blocco totale del mercato estivo, senza nuovi acquisti.

Ora, alla vigilia della sfida con il Genoa, arriva un’altra novità assoluta: Maurizio Sarri abbandonerà il 4-3-3 per schierare la Lazio col 4-2-3-1, una scelta mai vista in oltre 100 partite del tecnico toscano sulla panchina biancoceleste.

Un ritorno al passato dopo dieci anni

Sarri non utilizzava il 4-2-3-1 dal 13 settembre 2015, quando alla guida del Napoli affrontò da ex l’Empoli in una partita terminata 2-2. Già dalla settimana successiva, proprio contro la Lazio, nacque ufficialmente il suo iconico 4-3-3 con un roboante 5-0.

Dieci anni dopo è ancora la Lazio a segnare un punto di svolta, ma questa volta non per una scelta ideologica: è l’emergenza a costringere Sarri a rinunciare al suo credo tattico.

Emergenza senza precedenti a centrocampo

Il centrocampo biancoceleste è letteralmente decimato. Vecino, clinicamente recuperato da un mese, è fuori dai convocati. Dele-Bashiru e Rovella non hanno retto un tempo intero nel derby. A complicare tutto ci sono state le ingenuità di Belahyane e soprattutto di Guendouzi, leader designato ma protagonista di un’espulsione pesante in un momento delicato.

Così, contro il Genoa, Sarri avrà a disposizione soltanto:

  • Cataldi regista unico e imprescindibile,
  • il reintegrato Basic, di nuovo in lista a scapito di Dele-Bashiru ,
  • e un Vecino ancora a mezzo servizio.

Un reparto ridotto all’osso, mai visto negli anni recenti, che costringe il tecnico a modificare radicalmente i suoi schemi.

Una rivoluzione obbligata

Il 4-2-3-1 nasce più dalla necessità che dalla convinzione: due mediani davanti alla difesa per coprire le lacune fisiche e tattiche, tre trequartisti a sostegno dell’unica punta. Una formula che Sarri non ama, ma che in questo momento rappresenta l’unica alternativa praticabile.

Il paradosso è che proprio il principio più forte del suo calcio — la fedeltà assoluta al 4-3-3 — viene messo da parte. Una rinuncia che pesa, ma che testimonia quanto la Lazio sia in difficoltà a livello numerico e qualitativo.

Lazio, momento cruciale della stagione

La trasferta di Marassi arriva in un momento chiave: i biancocelesti devono interrompere una striscia negativa e ritrovare fiducia. Per riuscirci serviranno compattezza e sacrificio, più che la fedeltà a un sistema di gioco.

Se la scommessa del 4-2-3-1 dovesse funzionare, Sarri potrebbe anche valutare di riproporlo in futuro, ma resta evidente come l’attuale rosa non sia costruita a sua immagine e somiglianza. Il blocco del mercato e gli infortuni hanno reso questa Lazio fragile e incompleta.



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Marušić verso la top 10 presenze con la Lazio

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Adam Marušić con la maglia della Lazio festeggia le 321 presenze, vicino alla top 10 della storia biancoceleste

Adam Marušić, classe 1992, si prepara a scrivere un’altra pagina significativa della storia della S.S. Lazio. Il terzino montenegrino, arrivato a Roma nel 2017 dall’Oostende, ha rappresentato negli anni una costante di affidabilità e duttilità, conquistando la fiducia dei vari allenatori che si sono susseguiti: da Simone Inzaghi a Maurizio Sarri, fino all’attuale guida del “Sarri bis”.

Un traguardo prestigioso

Nella sfida contro il Genoa, Marušić toccherà quota 321 presenze ufficiali in biancoceleste. Un traguardo che lo porta all’undicesimo posto nella classifica all time dei giocatori più presenti con la maglia della Lazio, a sole cinque lunghezze dal decimo posto occupato da Felipe Anderson (326 partite).

Entrare nella top 10 delle presenze significherebbe consolidare un legame ancora più forte con la tifoseria e con la storia del club, che da sempre celebra non solo i grandi campioni, ma anche i calciatori capaci di garantire continuità e spirito di sacrificio.

La carriera biancoceleste di Marušić

Marušić non è mai stato un calciatore appariscente, ma si è distinto per professionalità, dedizione e duttilità. Capace di giocare su entrambe le fasce, il montenegrino ha rappresentato un punto di riferimento per la Lazio, soprattutto nei momenti in cui la rosa necessitava di adattamenti tattici.

Il suo percorso testimonia come la Lazio abbia saputo valorizzare non solo i grandi talenti offensivi, ma anche i giocatori che incarnano il vero spirito di squadra.

Un simbolo di continuità

A differenza di tanti protagonisti di passaggio, Marušić è diventato sinonimo di affidabilità: un calciatore sempre pronto a mettere al servizio della squadra la sua corsa e il suo sacrificio. Non a caso, negli anni, ha collezionato minutaggi importanti in Serie A, in Coppa Italia e nelle competizioni europee.

Il suo nome inizia così a essere accostato a quello di altre bandiere biancocelesti, simboli di longevità e continuità, figure che hanno saputo scrivere pagine storiche del club capitolino.

L’eredità biancoceleste

Se manterrà questo ritmo, Marušić potrà non solo raggiungere Felipe Anderson, ma anche scalare ulteriormente la classifica. Diventare uno dei giocatori con più presenze nella storia della Lazio significherebbe entrare in una cerchia ristretta di simboli, celebrati dalla Curva Nord e tramandati tra i tifosi come esempio di dedizione alla maglia.

La sua avventura in biancoceleste dimostra che per diventare parte della storia non servono solo i gol o le giocate da fuoriclasse: a volte bastano costanza, sacrificio e fedeltà. E Marušić ne è la prova vivente.



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Castellanos: zero gol in trasferta con Sarri, un paradosso

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Taty Castellanos in azione con la maglia della Lazio, cerca il primo gol in trasferta con Sarri

Il dato che più sorprende i tifosi biancocelesti riguarda il rendimento di Taty Castellanos lontano dall’Olimpico sotto la guida di Maurizio Sarri. In 20 presenze complessive in trasferta, l’attaccante argentino non è mai riuscito a trovare la via del gol, un’anomalia che stride fortemente con il suo passato recente.

È una statistica che grida all’ironia: proprio fuori casa Castellanos ha firmato le sue due doppiette in Serie A, contro Frosinone e Como, dimostrando che ha il potenziale per rendersi pericoloso anche lontano da Roma.

Quando la casa è il suo regno

I numeri attuali lo confermano: in stagione, Castellanos ha segnato finora 1 gol, e tutti i suoi gol finora sono arrivati in casa (ovvero nessuno in trasferta).

Questo dato emerge chiaramente anche nei grafici statistici di rendimento: le sue prestazioni al San Siro, al Marassi o in altri stadi lontani da Roma risultano sterili dal punto di vista realizzativo. La sua “zona di comfort” sembra essere l’Olimpico.

Le possibili cause

Più ipotesi possono spiegare questo paradosso:

  1. Carico psicologico – giocare lontano da casa comporta pressione diversa, e forse Castellanos sente maggiormente questa differenza.
  2. Schemi tattici e incubazioni – con Sarri, la squadra può cambiare atteggiamento tattico in trasferta, penalizzando certe corse o movimenti dell’attaccante.
  3. Supporto minore – fuori casa, gli esterni o i centrocampisti possono avere più difficoltà a servire palloni utili, riducendo le occasioni per il bomber.
  4. Sfortuna e circostanze – palo, decisioni arbitrali, errori minimi: in alcuni casi basta poco per non ribaltare la statistica.

Il contrasto con le doppiette passate

Che sia un’anomalia lo conferma il suo recente storico. Le sue due uniche doppiette in Serie A sono arrivate proprio in trasferta, quando militava in altri club: contro Frosinone e Como. Quindi, tecnicamente, sa farlo. È come se Sarri non sia ancora riuscito a “sbloccarlo” fuori casa.

In un campionato così competitivo, un attaccante che rende solo in casa è un vincolo pesante per la squadra.

Implicazioni decisionali per Sarri

Se Castellanos non riesce a contribuire in trasferta, Sarri dovrà ragionare:

  • Deve cambiare il modo di servire la punta, magari con movimenti più larghi?
  • Deve alternarlo con un attaccante che ha maggiore peso fuori casa?
  • Deve abbassare le aspettative e adattare l’attacco quando si gioca lontano?

Il peso della statistica sulla stagione

In una stagione dove ogni punto conta, il fatto che Castellanos non segna mai fuori casa è un handicap che può pesare nei momenti decisivi. Se la Lazio vuole competere seriamente per le posizioni alte, non può avere un attaccante “monodirezionale”.

Se fosse un avversario, lo evidenzieremmo come debolezza da attaccare: “mettiamolo sotto pressione fuori casa, non lascialo respirare”. È un punto su cui gli avversari, e gli allenatori, possono lavorare.



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Sarri sorprende: Basic titolare contro il Genoa, fuori Dele-Bashiru

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Sarri si affida a Toma Basic: dopo Genoa e Torino, il croato può diventare l’arma tattica della Lazio anche da esterno sinistro.

La Lazio di Maurizio Sarri si prepara alla delicata trasferta di Genova contro il Genoa con alcune decisioni che faranno discutere. Il tecnico biancoceleste, infatti, ha scelto di reinserire Toma Basic nella lista dei convocati e di lanciarlo addirittura da titolare, mentre a sorpresa resterà fuori Fisayo Dele-Bashiru, frenato da un infortunio più lungo del previsto.

Il centrocampista croato, rimasto ai margini del progetto tecnico negli ultimi mesi, vede così riaprirsi uno spiraglio importante per rientrare nelle rotazioni. Una scelta che sa di fiducia da parte di Sarri, soprattutto in una fase in cui la Lazio ha bisogno di alternative valide a centrocampo.

Dele-Bashiru: infortunio più lungo e Coppa d’Africa

La grande sorpresa è però l’esclusione di Dele-Bashiru. Il centrocampista nigeriano, arrivato in estate con grandi aspettative, dovrà stare fermo ancora un mese a causa di un problema fisico. A questo si aggiunge un ulteriore ostacolo: a gennaio sarà impegnato con la Coppa d’Africa, il che costringerà la Lazio a fare a meno di lui per un periodo ancora più lungo.

La società avrebbe preferito un’altra soluzione: mantenere Dele-Bashiru nella lista e sacrificare Manuel Lazzari, che invece resta a disposizione. Una divergenza di vedute che testimonia come in casa Lazio le decisioni tecniche di Sarri pesino molto, anche quando non coincidono con le valutazioni dirigenziali.

Vecino ancora out: l’infermeria resta piena

Oltre a Dele-Bashiru, la Lazio dovrà fare i conti anche con l’assenza di Matías Vecino. L’uruguaiano non ha ancora recuperato dal problema muscolare che lo tiene fermo da settimane e salterà anche la sfida contro il Genoa. Il suo rientro appare incerto e Sarri dovrà ancora una volta fare affidamento su un centrocampo ridotto.

Con Basic che torna protagonista e Vecino ancora fermo ai box, la Lazio dovrà trovare nuove soluzioni per mantenere equilibrio e qualità in mezzo al campo. Una sfida non da poco, soprattutto contro un Genoa che in casa sa sempre rendere la vita difficile agli avversari.

Le scelte di Sarri tra tattica e necessità

La scelta di puntare su Basic rappresenta un compromesso tra necessità e strategia. Da una parte Sarri recupera un elemento che conosce bene e che, nonostante le difficoltà, può garantire fisicità e inserimenti. Dall’altra, l’esclusione di Dele-Bashiru priva la Lazio di un profilo giovane e dinamico, capace di dare alternative tattiche diverse.

Il tecnico toscano, da sempre molto legato al suo credo tattico, si affida ancora una volta ai giocatori che danno maggiori garanzie immediate, anche se il rischio è quello di limitare la crescita di elementi nuovi.

Prospettive e prossime sfide

La gara contro il Genoa sarà un banco di prova importante per capire se queste scelte pagheranno. La Lazio ha bisogno di continuità in campionato, dopo un avvio altalenante, e la gestione dell’organico in una stagione così fitta di impegni diventa fondamentale.

Il ritorno di Basic potrebbe rappresentare una carta vincente, ma il vero nodo resta l’infermeria: con Vecino e Dele-Bashiru out, Sarri dovrà spremere al massimo Milinković-Savic, Guendouzi e Cataldi. Il rischio è quello di arrivare a gennaio con un centrocampo già stremato.

Intanto, i tifosi si dividono: c’è chi accoglie con favore la scelta di dare fiducia a Basic e chi invece critica l’esclusione di Dele-Bashiru, visto come un investimento per il futuro.

Quel che è certo è che la Lazio non può più permettersi passi falsi: la trasferta di Genova dovrà dare risposte concrete, sia sul piano del gioco che su quello dei risultati.



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Biglietti Lazio-Torino: Tutte le Info per Assicurarsi il Posto all’Olimpico

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Un momento di gioco concitato tra Lazio e Atalanta allo Stadio Olimpico.

Aperta la vendita per la prossima gara casalinga di Serie A. Scopri come acquistare i biglietti, le tariffe agevolate e le modalità di accesso allo stadio.

ROMA – La Lazio torna a casa dopo la trasferta di Genova e si prepara ad affrontare il Torino nella prossima gara di campionato. La S.S. Lazio ha comunicato l’apertura della vendita dei biglietti per il match, in programma sabato 4 ottobre alle ore 15:00. Un’occasione da non perdere per sostenere la squadra all’Olimpico.


Come Acquistare i Biglietti

Sarà possibile acquistare i tagliandi in diverse modalità:

  • Online: Tramite il circuito Vivaticket, con una commissione di servizio del 3,80%.
  • Punti vendita Vivaticket: Presso tutti i punti autorizzati.
  • Lazio Style 1900: Per le tariffe agevolate (Invalidi al 100% e Disabili in carrozzella, entrambi con accompagnatori) e per gli omaggi Under 14.

Importante: I possessori di Fidelity Card Millenovecento o Eagle (non abbonati) possono richiedere che il titolo d’ingresso venga caricato elettronicamente sulla tessera, anche online.

Tariffe e Promozioni

  • Ridotto Under 16: Per i ragazzi nati dal 01/01/2009.
  • Omaggio Under 14: Per i nati dal 01/01/2011, accompagnati da un genitore (o parente entro il 4° grado) con biglietto a pagamento. L’operazione va effettuata esclusivamente presso i Lazio Style 1900 e, il giorno della gara, presso la biglietteria di Via Nigra.
  • Bambini 4 anni: I nati dal 01/01/2021 accedono gratuitamente senza biglietto, esibendo un documento d’identità o la tessera sanitaria.
SettoreInteroInvalidi civili al 100% e accompagnatoreRidotto Under 16Aquilotto Under 14 (*)
TR. D’ONORE CON HOSPITALITY300 €
TR. D’ONORE LAT. DESTRA150 €
TR. MONTE MARIO TOP 80 €55 €55 €OMAGGIO
TR. MONTE MARIO LAT.55 €35 €35 €OMAGGIO
TR. TEVERE GOLD80 €55 €55 €==
TR. TEVERE TOP75 €45 €45 €OMAGGIO
TR. TEVERE49 €30 €30 €==
TR. TEVERE PARTERRE CENTRALE43 €28 €28 €==
TR. TEVERE PARTERRE LAT.38 €25 €30 €==
TR. TEVERE NON DEAMB. IN CARROZZELLA5 €======
TR. TEVERE ACCOMPAGNO. NON DEAMB. IN CARR.30 €======
CURVA MAESTRELLI30 €18 €18 €==
DISTINTI SUD EST30 €18 €18 €==
DISTINTI SUD OVESTOSPITI30 €======

Accesso e Regolamento Stadio

  • Punti di accesso: Specifici per ogni settore (Via dei Gladiatori, Piazza Lauro De Bosis, Viale delle Olimpiadi, Via Nigra-Stadio dei Marmi, Piazza Piero Dodi).
  • Documento d’identità: Obbligatorio per tutti, inclusi i minorenni, per il controllo all’ingresso. Le patenti di ultima generazione senza luogo di residenza non saranno considerate idonee alla vendita.
  • Acquisto massimo: Quattro biglietti per persona nella vendita libera. È possibile presentare copia del documento d’identità per gli altri tre.
  • Cambio nominativo: Possibile per biglietti e abbonamenti (questi ultimi solo per tariffa corrispondente), cliccando qui [inserisci il link fornito dalla Lazio]. Il cambio nominativo è sempre vietato per i biglietti del settore ospiti.
  • Striscioni non censiti: Obbligatorio presentare una richiesta entro 48 ore dall’evento a SLO@SSLAZIO.IT.


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I tifosi Laziali si sono abituati alla mediocrità?

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I tifosi Laziali si sono abituati alla mediocrità?

ROMA — La domanda che serpeggia tra i tifosi biancocelesti è tanto scomoda quanto inevitabile: ci siamo abituati alla mediocrità? La Lazio di Claudio Lotito continua a dividere la propria tifoseria, generando un dibattito acceso che va oltre i risultati sul campo e tocca l’essenza stessa delle ambizioni del club.

Una tifoseria spaccata

La frattura è evidente. Da una parte c’è chi sostiene la società, sottolineando la stabilità economica garantita da Lotito e ricordando come la Lazio, con continuità, sia riuscita a qualificarsi in Europa. “Bisogna avere pazienza, il progetto è a lungo termine”, dicono i difensori del presidente.

Dall’altra parte, invece, cresce la frustrazione di chi considera questa gestione incapace di portare la Lazio al livello delle big. “Ogni anno le stesse lacune, ogni anno mercati incompleti: così non vinceremo mai nulla”, ribattono i contestatori.

Il mercato sotto accusa

La sessione estiva ha lasciato più ombre che luci. Su otto acquisti, solo due — Boulaye Dia e Nuno Tavares — sono stati titolari fissi, salvo poi crollare nelle ultime settimane tra infortuni e prestazioni altalenanti. Noslin, l’investimento più oneroso, raramente è partito dall’inizio; Castrovilli è stato già ceduto a gennaio; Gigot e Munz restano comparse; mentre Dele-Bashiru è un giovane ancora acerbo.

Una campagna acquisti più da “scommessa” che da squadra con ambizioni Champions, che ha lasciato scoperti reparti chiave come l’attacco e le fasce difensive.

Una rosa corta e fragile

I problemi si ripetono stagione dopo stagione: panchina corta, alternative di livello insufficiente, emergenze continue alla prima assenza. Emblematici i ruoli di centravanti e terzino, dove l’assenza di titolari ha puntualmente messo in crisi la squadra.

Maurizio Sarri prima e Marco Baroni oggi hanno fatto il massimo con il materiale a disposizione, ma nessun allenatore può compiere miracoli senza una rosa competitiva. La Lazio resta una squadra da quinto–settimo posto, costretta a sperare nei passi falsi delle altre big per sognare il quarto posto.

Criticare non significa essere “contro”

Il dibattito si accende anche tra i tifosi: chi critica la gestione viene spesso accusato di “non essere laziale”. Ma la realtà è che la critica nasce dall’amore per i colori biancocelesti e dal desiderio di vederli tornare a competere ad alti livelli. Limitarsi a ringraziare Lotito per aver salvato la Lazio vent’anni fa non basta più: i tifosi chiedono una programmazione seria, rinforzi veri e un cambio di mentalità.

Il bivio della Lazio

La domanda resta aperta: i laziali devono accettare la mediocrità come nuovo standard, o pretendere di più? Senza investimenti, senza una visione a lungo termine e senza la capacità di strutturare la società come una moderna multinazionale del calcio, la Lazio rischia di restare intrappolata in un limbo eterno.

👉 La riflessione è chiara: criticando non si tradisce la Lazio, ma la si ama davvero.
E tu, cosa ne pensi? Ti accontenti di una Lazio da settimo posto o credi che sia arrivato il momento di pretendere di più?



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Lazio, la riflessione “spartiacque” su Claudio Lotito: meriti, limiti e perché oggi il club rischia di restare un’outsider

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Lazio, la riflessione “spartiacque” su Claudio Lotito

ROMA — Un video diventato “spartiacque” ha riacceso il dibattito su Claudio Lotito. Non l’ennesima invettiva, ma una riflessione strutturata su ciò che la presidenza ha dato alla Lazio e su ciò che — negli ultimi anni — le ha tolto in prospettiva. “Lotito va criticato quando sbaglia e apprezzato quando fa le cose giuste”, la premessa. Il punto è proprio qui: riconoscere i meriti, senza chiudere gli occhi davanti ai limiti che stanno impedendo ai biancocelesti di compiere il salto definitivo.

Dal salvataggio al soffitto di cristallo

Nessuno può cancellare il passato: nel 2004 Lotito ha salvato la Lazio dal baratro finanziario, riportandola a conti in ordine e stabilità. In vent’anni, il club è rimasto competitivo, ha vinto trofei nazionali, ha frequentato l’Europa. Ma, allo stesso tempo, la Lazio è rimasta outsider: capace di inserirsi nella corsa Champions quando una big fallisce la stagione, meno capace di presentarsi da favorita. Il dato citato nella discussione è crudo: tre qualificazioni in Champions League nell’era Lotito. Non per colpa di arbitri o congiure, bensì per una scelta di fondo: non investire quando bisognava accelerare.

Il paragone proposto è con l’era Calleri: imprenditore determinante per la rinascita post-crisi, ma poi consapevole dei propri limiti e del bisogno di passare il testimone a chi potesse alzare l’asticella (Cragnotti). La sensazione è che la Lazio di Lotito sia arrivata a un tetto: quinto/sesto posto come orizzonte naturale, con picchi isolati quando il contesto aiuta.

Il nodo degli investimenti: il “bilancio prima di tutto”

Il cuore della critica è economico-gestionale. La Lazio, secondo questa analisi, reinveste ciò che incassa (cessioni, premi UEFA, diritti TV), ma non mette capitale fresco per scalare. E quando non investi, nel calcio 2025, resti fermo mentre gli altri avanzano. Il risultato? Sessioni di mercato fluide solo in uscita, rinforzi mirati ma non risolutivi, organico che si accorcia nelle rotazioni, obiettivi che si assestano sul “galleggiare”.

L’obiezione più ricorrente — “Se pensi di saperlo fare, comprati la Lazio” — viene rispedita al mittente: non serve essere milionari per esercitare diritto di critica. Serve invece discutere su fatti e strategie. E i fatti, oggi, raccontano di una società prudente al punto da rinunciare ad accelerazioni che, in alcune stagioni, avrebbero potuto trasformare un “più 30 a bilancio” in un posto Champions — con ritorni economici e sportivi superiori nel medio periodo.

Struttura corta e brand debole: le occasioni perdute

La Lazio, viene sottolineato, arranca fuori dal campo. Marketing, commerciale, ticketing, contenuti digitali: reparti troppo snelli per un club che ambisce all’élite. E così si perdono finestre preziose:

  • Sponsor di maglia: periodi senza main partner proprio nelle stagioni a massima esposizione (Europa/Champions) significano ricavi e visibilità che evaporano.
  • Internazionalizzazione: l’arrivo di Kamada e la partnership con Mizuno erano l’occasione perfetta per presidiare il Giappone con sito multilingua, tour, campagne retail e contenuti dedicati. Opportunità rimaste a metà.
  • Programmazione: altri club pubblicano da mesi le date dei Summer Tour, attivano membership internazionali e piani di pricing dinamico. La Lazio, troppo spesso, insegue.

L’impressione è di una gestione familiare in un calcio industriale: ogni decisione passa dal presidente, i processi rallentano, la reattività si abbassa. In un mercato ipercompetitivo, la differenza la fa la capacità di anticipare, non di rincorrere.

Politiche commerciali e biglietteria: stadio pieno come asset

Il tema prezzi e pacchetti ricorre: per un club che sogna uno stadio proprio, abituare oggi 45–50 mila persone all’Olimpico è un investimento sul domani. Pacchetti modulati, offerte per famiglie e studenti, funnel in lingua per i tifosi dall’estero, customer care dedicato: sono pratiche standard altrove, ancora poco strutturate a Formello. Eppure uno stadio pieno pesa anche sul campo, oltre che nei dossier da presentare a partner e istituzioni.

Progetto sportivo: dall’anno in corso al “piano a 5 anni”

La critica più severa riguarda l’assenza di una roadmap: dove vuole essere la Lazio tra cinque anni? Nel calcio moderno, tutte le grandi aziende definiscono Five Year Plans: ricavi target, crescita del brand, infrastrutture, mercato, vivaio. La Lazio sembra vivere di contingenze, tra stagioni buone da celebrare e annate di transizione da archiviare, senza che l’asticella cambi davvero.

Perché la discussione spacca (e deve spaccare)

Il dibattito è acceso perché non si mette in discussione il passato, ma si chiede ambizione per il futuro. Non è questione di “romanismo” o di complotti — argomenti che indeboliscono ogni critica seria — bensì di visione industriale. La città, la storia, la base tifosa globale: la Lazio ha i fondamentali per crescere. Servono capitale, struttura, coraggio.

Le strade davanti (in sintesi)

  • Aprire il capitale o allargare il management, inserendo figure forti su commerciale, marketing, digital, ticketing e contenuti;
  • Investire quando serve: trasformare un bilancio “troppo prudente” in volano sportivo (qualificazione Champions = ricavi futuri);
  • Internazionalizzare: sito multilingua, e-commerce globale, tour, progetti academy e partnership media;
  • Programmare: definire un piano a 5 anni su ricavi, stadio, settore giovanile e posizionamento sportivo.

Conclusione: oltre lo status quo

La sintesi della riflessione è chiara: Lotito ha portato la Lazio fin qui e questo resterà nei libri. Ma il calcio è cambiato: oggi per salire di livello servono passi che il presidente, finora, non ha voluto o saputo compiere. E allora la domanda, legittima, è se non sia tempo di passare il testimone o, quantomeno, di cambiare radicalmente passo.

Perché i tifosi non si accontentano di “navigare”: vogliono provare a vincere, stabilizzarsi in Champions, vedere un club moderno all’altezza della città e della sua storia. È qui che lo spartiacque del 2 febbraio traccia una linea: riconoscenza per il passato, ambizione per il futuro. Ora serve scegliere da che parte stare.



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Beppe Signori e la Lazio: un ritorno possibile?

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Beppe Signori con la maglia biancoceleste: simbolo della Lazio anni ’90 e possibile futuro tecnico nel settore giovanile.
Beppe Signori con la maglia biancoceleste: simbolo della Lazio anni ’90 e possibile futuro tecnico nel settore giovanile.

Beppe Signori, uno dei simboli della Lazio anni ’90 e idolo indiscusso per un’intera generazione di tifosi biancocelesti. Per molti, il numero 11 resta il volto della Lazialità, l’uomo che ha riportato la squadra verso il calcio che conta, con i suoi gol e la sua determinazione.

Il più grande rammarico di tanti laziali – e anche il mio – è che Signori non abbia mai vinto nulla con la Lazio. Andò via proprio l’anno prima che arrivassero i primi trofei. Una beffa per un calciatore che ha dato tutto in campo e che avrebbe meritato di sollevare almeno una coppa con l’aquila sul petto.

Un campione dimenticato

Dopo l’addio alla Lazio, la società non ha mai realmente omaggiato o reinserito Signori in un ruolo tecnico o dirigenziale. Le vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto ne hanno sicuramente frenato la carriera da allenatore, ma nel 2021 la giustizia sportiva lo ha riabilitato completamente. Nonostante ciò, a distanza di anni, nessuna panchina gli è stata affidata, nemmeno nei campionati minori.

Un segnale evidente che nel calcio italiano, senza le giuste connessioni, anche un grande del passato può essere lasciato ai margini.

Il sogno di Signori

Proprio nel giorno del suo compleanno, Signori ha confessato che gli sarebbe piaciuto allenare il settore giovanile della Lazio. Ma ha anche sottolineato che “i matrimoni si fanno in due”, un chiaro riferimento alla mancata apertura della società guidata da Claudio Lotito.

In effetti, la Lazio di oggi non ha mai puntato realmente sugli ex giocatori: l’unica eccezione è Tommaso Rocchi, attualmente inserito nel vivaio, ma dopo anni di lontananza dal club.

Perché Signori sarebbe utile

Non è detto che un grande ex diventi automaticamente un buon allenatore. Ma quando si tratta di settore giovanile, la tecnica e l’esperienza possono fare la differenza. Pensiamo a cosa significherebbe per un ragazzo di 12-13 anni imparare i calci di punizione da uno dei migliori specialisti al mondo negli anni ’90.

Prima della tattica esasperata, i giovani hanno bisogno di imparare il controllo palla, il tiro, i fondamentali. Signori, con la sua esperienza, potrebbe portare un contributo unico, unendo competenza tecnica e senso di appartenenza.

La Lazio ascolterà?

Resta da capire se Lotito e il direttore sportivo Angelo Fabiani vorranno aprire questa porta. Per alcuni, la figura di Signori sarebbe “scomoda”, ma un presidente lungimirante dovrebbe pensare prima di tutto al bene della società.

I tifosi hanno ancora negli occhi i gol, la grinta e il cuore di Beppe. Riabbracciarlo in un ruolo tecnico nel settore giovanile sarebbe un segnale forte, di riconciliazione e di rispetto verso una delle bandiere più amate.

E voi, cosa ne pensate? Vi piacerebbe rivedere Signori alla Lazio, magari a insegnare calcio ai giovani biancocelesti?



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Top 5 difensori centrali Lazio: la classifica

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Alessandro Nesta con la maglia biancoceleste: il miglior difensore centrale della storia recente della Lazio.

Dopo aver parlato dei portieri, è il momento di proseguire con un altro ruolo fondamentale: i difensori centrali. Come già detto, considero solo i calciatori che ho realmente visto giocare, quindi si parte dalla metà degli anni ’80 fino a oggi. È una classifica inevitabilmente soggettiva, che lascia fuori tanti nomi importanti, ma che fotografa i cinque difensori più forti con la maglia della Lazio negli ultimi quarant’anni.

5° posto – Angelo Adamo Gregucci

Arrivato nel 1986 con la presidenza Calleri, Gregucci è rimasto sette stagioni alla Lazio, collezionando 187 presenze e 12 reti. Alto, fisicamente possente ma anche veloce, è stato protagonista del passaggio dalla Serie B alla Serie A. Nel suo cuore lazialità vera: nonostante non fosse romano, ha sempre dichiarato di sentirsi biancoceleste. La convocazione in Nazionale allo stadio Olimpico resta uno dei momenti più emozionanti della sua carriera.

4° posto – André Dias

Uno dei pilastri dell’era Lotito. Arrivato nel 2010 per appena 2,5 milioni di euro, formò con Giuseppe Biava una delle coppie centrali più solide del decennio. Dias garantiva forza aerea e leadership, Biava copriva con anticipo e marcature. Insieme permisero alla Lazio di risalire dalle difficoltà e lottare per l’Europa. In quattro stagioni, Dias collezionò 111 presenze e 5 gol, diventando un punto fermo della difesa biancoceleste.

3° posto – Sinisa Mihajlovic

Portato a Roma da Sven-Göran Eriksson nel 1998, Mihajlovic è stato reinventato difensore centrale dopo aver iniziato come esterno sinistro. A Lazio ha vinto tutto: scudetto, Coppa delle Coppe, Supercoppa europea, Coppe Italia e Supercoppe italiane. In sei stagioni ha collezionato 126 presenze e 20 reti, molte delle quali su calcio piazzato grazie a una delle punizioni più letali della storia del calcio. Non velocissimo, ma intelligente tatticamente e leader in campo, era fondamentale sia in difesa sia in impostazione.

2° posto – Jaap Stam

Arrivato nell’estate 2001 dal Manchester United per circa 50 miliardi di lire, Stam si impose subito come uno dei difensori più completi della Serie A. Potente fisicamente, veloce, forte di testa e con grande personalità, formò con Alessandro Nesta una delle coppie centrali più forti del mondo. La sua esperienza alla Lazio è stata segnata da infortuni e dalla squalifica per nandrolone, ma resta uno dei centrali più dominanti mai visti in biancoceleste. Con la Lazio ha giocato 70 partite segnando 3 gol, vincendo una Coppa Italia nel 2004.

1° posto – Alessandro Nesta

Il simbolo della Lazio vincente di fine anni ’90. Cresciuto nel vivaio biancoceleste, Nesta ha debuttato in prima squadra nel 1994 e in pochi anni è diventato capitano e leader. Difensore completo: veloce, elegante, forte di testa, impeccabile nelle scivolate e con una tecnica fuori dal comune. Indimenticabile il suo gol in finale di Coppa Italia contro il Milan nel 1998, così come lo scudetto del 2000 vinto da protagonista. Con la Lazio ha vinto Coppa delle Coppe, Supercoppa europea, Coppe Italia e Supercoppe italiane, prima di essere ceduto al Milan nel 2002 per motivi economici. Nesta resta il miglior difensore centrale della storia recente biancoceleste.

Una top five che fa discutere

Restano fuori difensori di grande valore come Biava, spesso sottovalutato, o altri che hanno lasciato un buon ricordo, ma i cinque citati rappresentano il meglio visto in campo con la maglia della Lazio. Una classifica che inevitabilmente farà discutere: ed è giusto così, perché la passione biancoceleste vive anche di confronti e ricordi.

E voi, siete d’accordo con questa top five? Scrivetelo nei commenti e raccontate la vostra classifica personale.



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Top 5 portieri Lazio: la classifica definitiva

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Angelo Peruzzi in maglia biancoceleste: miglior portiere della Lazio nella top 5 definitiva.
MILAN - APRIL 27: Angelo Peruzzi of Lazio in action during the Serie A match between Inter Milan and Lazio, played at the Giuseppe Meazza San Siro Stadium in Milan, Italy on April 27 2003. (Photo by Grazia Neri/Getty Images)

Dalla stagione 1983/84 a oggi, la Lazio ha visto passare tanti portieri. Alcuni hanno lasciato il segno, altri meno. Questa è la top five dei migliori che hanno difeso i pali biancocelesti negli ultimi quarant’anni. Una classifica che non comprende leggende come Felice Pulici, che non ho avuto la fortuna di vedere all’opera, ma solo portieri osservati e valutati sul campo.

5° posto – Fernando Orsi

Un portiere che forse in pochi avrebbero inserito, ma che ha meritato il posto. Non altissimo, ma agilissimo e reattivo, capace di comandare la difesa con carisma. Ha vissuto più stagioni da protagonista, a volte titolare, a volte seconda scelta, ma sempre pronto a dare il massimo. Orsi ha rappresentato un punto fermo in anni difficili e lazialità pura.

4° posto – Marco Ballotta

Il recordman della Champions League, il portiere più anziano ad aver giocato nella competizione. Alla Lazio ha avuto più vite: riserva, titolare d’emergenza, chioccia per i giovani. Sicuro con i piedi, carismatico, leader silenzioso e capace di garantire sempre affidabilità. Un portiere che, pur partendo spesso come secondo, si è ritagliato un ruolo speciale nella storia biancoceleste.

3° posto – Federico Marchetti

I primi due anni alla Lazio sono stati semplicemente straordinari. Parate decisive contro Napoli e Juventus hanno fatto il giro d’Italia e gli hanno aperto anche le porte della Nazionale. Poi infortuni e difficoltà lo hanno limitato, ma resta uno dei portieri più completi e forti degli ultimi decenni. Un estremo difensore che, nel suo periodo migliore, ha regalato sicurezza e spettacolo ai tifosi.

2° posto – Luca Marchegiani

Il portiere dello Scudetto 2000, delle coppe vinte con l’era Cragnotti e di tanti derby storici. Abilissimo nelle uscite alte, un vero maestro del ruolo. Personalità, sicurezza, capacità di leggere le situazioni: Marchegiani era un leader silenzioso che trasmetteva fiducia all’intera difesa. Memorabili anche i rigori parati, come quello a Giannini in un derby. Un gigante della storia recente biancoceleste.

1° posto – Angelo Peruzzi

Il miglior portiere visto alla Lazio. Arrivato tardi, ma capace di fare la differenza in ogni stagione giocata in maglia biancoceleste. Tra i pali era impressionante: rendeva semplici le parate più difficili, con riflessi da fenomeno e una presenza fisica che intimidiva gli attaccanti. Non impeccabile nelle uscite alte, ma devastante in quelle basse. L’unico limite era la fragilità fisica, che lo costringeva spesso a saltare diverse partite. Ma quando c’era, Peruzzi era semplicemente insuperabile.

Una top five che fa discutere

Restano esclusi portieri come Muslera, Strakosha e Sereni, che hanno avuto stagioni importanti ma non abbastanza da entrare nella top five. È inevitabile che questa classifica faccia discutere: il ruolo del portiere è sempre soggetto a gusti, ricordi ed emozioni. Ma una cosa è certa: chi ha difeso i pali della Lazio ha scritto pagine importanti della storia biancoceleste.

E voi, siete d’accordo con questa classifica? Quali portieri inserireste nella vostra top five?



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Fares dice no all’estero: resta alla Lazio e spera nella Serie A

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Un triennale da oltre 700mila euro a stagione in Russia, un sondaggio arrivato da Abu Dhabi: queste le proposte concrete ricevute da Mohamed Fares nelle ultime settimane. Ma l’esterno biancoceleste, fuori dai piani della Lazio, ha deciso ancora una volta di restare in Italia, declinando offerte che avrebbero potuto aprirgli scenari economici più vantaggiosi.

Le offerte rifiutate

Il primo “no” è arrivato alla Russia, dove era pronto un contratto triennale con cifre importanti, specialmente se paragonate all’attuale situazione di Fares, fuori rosa alla Lazio e senza minuti nelle gambe. Successivamente è spuntata la pista araba: un club di Abu Dhabi ha sondato il terreno, con Maurizio Setti – ex presidente del Verona – pronto a rilanciarsi nel calcio lontano dall’Italia.

Un contatto reale, ma non accompagnato da quelle cifre milionarie tipiche del mercato arabo che spesso spingono i calciatori a trasferirsi. Nessuna proposta capace di spostare davvero gli equilibri, tanto da convincere l’esterno a declinare anche questa opzione.

La scelta di restare

Fares, dopo aver consultato il suo entourage, ha scelto la strada più difficile: restare in Italia e attendere una nuova occasione. Una decisione che sorprende, considerando che al momento il giocatore non rientra nei piani tecnici della Lazio e continua a lavorare lontano dai riflettori.

L’obiettivo è chiaro: trovare uno spiraglio in Serie A, magari già a gennaio, con un club disposto a puntare su di lui. Una scommessa personale che testimonia la volontà del giocatore di rilanciarsi nel massimo campionato italiano.

Fares e la Lazio, un rapporto mai decollato

Arrivato dal Verona nell’estate 2020, Fares non è mai riuscito a imporsi con la maglia biancoceleste. Gli infortuni e una condizione fisica altalenante hanno limitato il suo rendimento, costringendolo a vivere stagioni tra prestiti (Genoa, Torino) e panchina.

Oggi si ritrova ai margini della rosa, ma non ha perso la speranza di rimettersi in gioco. Il rifiuto delle offerte estere va letto proprio in quest’ottica: meglio aspettare in Italia piuttosto che accettare un’esperienza lontana, senza reali prospettive sportive.

Lotito e il mercato invernale

La situazione di Fares è anche un tema societario. Claudio Lotito continua a lavorare sul fronte finanziario per migliorare l’indice di liquidità, così da avere più margini in vista del mercato invernale.

In questo contesto, la permanenza di Fares potrebbe diventare un peso economico, ma anche un’opportunità se a gennaio si presentasse un club disposto a credere nel suo rilancio.

Conclusione

Il futuro di Fares resta incerto, ma la sua scelta è chiara: niente Russia, niente Abu Dhabi, solo la speranza di una nuova occasione in Serie A. Una decisione che divide: da un lato la coerenza e la voglia di restare competitivo, dall’altro il rischio di restare fermo ai margini senza prospettive concrete.



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Vicario-Provedel, la sliding door della Lazio

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L’estate del 2022 rimarrà una delle più delicate nella recente storia della Lazio. La squadra di Maurizio Sarri si trovò improvvisamente senza portieri: Strakosha aveva lasciato a parametro zero, Reina aveva chiesto la rescissione e l’unico rimasto a Formello era il giovane Mario Dòmis, destinato a fare il terzo.

In quel momento la dirigenza biancoceleste, guidata da Igli Tare e Claudio Lotito, dovette prendere una decisione cruciale: scegliere il nuovo numero uno. Una scelta che, tre anni dopo, continua a far discutere.

Carnevali, Vicario e il muro dell’Atalanta

Il primo nome sulla lista era Marco Carnesecchi, talento dell’Atalanta reduce da una stagione positiva alla Cremonese in Serie B. Sarri lo voleva, il preparatore dei portieri lo spingeva, ma i pessimi rapporti con il club bergamasco e l’infortunio alla spalla bloccarono tutto.

Il secondo obiettivo diventò Guglielmo Vicario. Reduce da una stagione straordinaria con l’Empoli, il portiere era considerato tra i migliori della Serie A. Il presidente Corsi, però, chiedeva tra i 12 e i 15 milioni dopo averlo riscattato dal Cagliari per 8. La Lazio non volle spingersi oltre i 10 e la trattativa si arenò.

L’arrivo di Provedel e il boom iniziale

A quel punto, la Lazio cambiò direzione. Prima arrivò Luis Maximiano dal Granada, pagato 11 milioni, ma il debutto contro il Bologna fu disastroso: espulsione dopo pochi minuti.

Fu allora che la Lazio chiuse con lo Spezia per Ivan Provedel, costato appena 3 milioni. Un affare sulla carta minore, ma che si trasformò subito in una favola: Provedel prese la maglia da titolare e chiuse la stagione con 21 clean sheet. Un rendimento straordinario, culminato anche nella convocazione in Nazionale.

Il declino e il rimpianto

La seconda stagione segnò la svolta negativa. Provedel alternò grandi parate a errori pesanti, fino al famoso gol segnato di testa contro l’Atletico Madrid, che rimase l’unico vero lampo. A fine campionato arrivarono critiche pesanti e la perdita della maglia azzurra.

Nel frattempo, Vicario al Tottenham diventava uno dei portieri più affidabili della Premier League. Leader degli Spurs, vinse anche l’Europa League e si consacrò come secondo portiere della Nazionale dietro Donnarumma. Il suo valore di mercato è oggi vicino ai 35 milioni.

Mandas, il nuovo protagonista

Il definitivo sorpasso avvenne nella terza stagione: un infortunio di Provedel aprì le porte ad Alexandros Mandas, che sfruttò l’occasione e si prese il posto da titolare. Oggi il greco è considerato il futuro tra i pali biancocelesti, mentre Provedel è finito ai margini.

La domanda di fondo

La Lazio ha risparmiato circa 10 milioni scegliendo Provedel invece di Vicario. Ma tre anni dopo, quella decisione appare come una mancanza di visione a lungo termine. Con Vicario, la Lazio avrebbe avuto un portiere giovane, in crescita e capace di garantire sicurezza per il presente e valore economico per il futuro.

Un risparmio che oggi sembra un boomerang: la Lazio ha vissuto una stagione altalenante, con un ruolo chiave – quello del portiere – che continua a rappresentare un problema strutturale【link interno: analisi sul rendimento stagionale della Lazio】.

Conclusione

La sliding door Vicario-Provedel resta un caso emblematico di scelte di mercato che segnano il destino di un club. Nel calcio moderno, risparmiare può significare perdere l’occasione di costruire basi solide per il futuro.



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Lazio il freno a mano tirato fuori dal campo: sponsor, marketing e struttura societaria al centro del dibattito

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ROMA — Non solo campo e risultati. La discussione che attraversa il mondo biancoceleste in questi giorni guarda anche (e soprattutto) alla Lazio come azienda: organizzazione interna, politiche commerciali, strategie di marketing, gestione biglietteria e presenza internazionale. Temi riemersi con forza durante una diretta del lunedì sera con Luca Ciampi e Federico Farcomeni, nella quale sono emerse criticità note ma ancora irrisolte: dalla mancanza di uno sponsor di maglia stabile all’assenza di una “media house” strutturata, fino alle difficoltà nel trasformare i picchi di visibilità in ricavi e crescita del brand.

Sponsor di maglia, occasione mancata

La fine del rapporto con il precedente main partner ha lasciato la Lazio senza sponsor in un momento di massima esposizione: Champions League, riflettori internazionali e perfino episodi virali (come il gol di Provedel in Europa, citato come case-study di visibilità globale). «Una vetrina così importante non può trovarci impreparati», il succo degli interventi in diretta. Il punto non è soltanto estetico: lo sponsor di maglia è leva di ricavo e di branding. In un’era in cui i club capitalizzano ogni contenuto e micro-momento, presentarsi “in bianco” è percepito come un’occasione persa.

Struttura corta: quando l’organico limita l’ambizione

Dal confronto è emersa una diagnosi chiara: l’organigramma è troppo snello per un club che ambisce a stare stabilmente in Europa. Poche persone a presidiare aree cruciali – commerciale, marketing, ticketing, comunicazione, partnership internazionali – significano tempi lunghi, reattività ridotta e ritardi operativi. Dalla predisposizione delle campagne abbonamenti (anche per la Champions) alla negoziazione con gli sponsor, fino alla cura del sito e delle lingue: il rischio è di viaggiare a velocità ridotta in un contesto dove gli altri club corrono.

L’osservazione più frequente: “Senza una parola del presidente non si muove nulla”. In un sistema così centralizzato, ogni processo rallenta e l’execution si fa complicata.

Branding e mercati esteri: Giappone caso-scuola

Tra gli esempi portati, il Giappone: l’arrivo di Kamada e il kit tecnico Mizuno rappresentavano l’innesco perfetto per attivare una strategia mirata (contenuti in lingua sul sito, tour pre-season, campagne co-branded, retail dedicato). Invece, secondo le testimonianze raccolte, mancano perfino asset minimi in inglese/giapponese sul portale ufficiale e in alcuni Paesi è difficile acquistare materiale della Lazio. Un cortocircuito commerciale: il brand c’è, l’accesso no.

Qui il confronto con i club più strutturati è impietoso: presidio dei canali locali, partnership media, programmi membership global, attivazioni con i distributori del tecnico-sponsor. Tutto ciò, per la Lazio, resta una frontiera ancora da esplorare sistematicamente.

Dallo Stadio Flaminio alla “media house”: visione e strumenti

Il capitolo Stadio Flaminio tocca corde identitarie e strategiche. L’assenza di un’infrastruttura di proprietà limita i ricavi “matchday” e la possibilità di disegnare una fan experience proprietaria. Ma anche senza uno stadio nuovo, oggi i club spingono su contenuti, data strategy e contenitori digitali: la famosa “media house”. In casa Lazio, dicono gli ospiti, la squadra che produce e monetizza contenuti sarebbe troppo piccola per reggere la domanda dell’ecosistema (TikTok, OTT, app, membership, premium). In termini sportivi: mancano i cambi proprio dove servirebbe accelerare.

Prezzi, pacchetti e biglietteria: il fattore “stadio pieno”

La discussione scivola poi sul pricing: curve a 45–50 € per gare europee, mini-pacchetti tardivi o non modulati, obblighi e tessere che complicano l’accesso ai tifosi stranieri. Il messaggio è chiaro: lo stadio pieno genera valore sportivo (spinta della casa) e valore futuro (domani uno stadio di proprietà ha bisogno di una base fidelizzata). Serve una gestione più flessibile: bundle dinamici, early bird, agevolazioni per i tifosi “seriali”, canali d’acquisto snelli in più lingue, customer care dedicato.

“Il 70–75% dei ricavi arriva da diritti TV, ma lo stadio pieno crea abitudine, appartenenza e dati: capitale per i partner e per il giorno in cui avrai uno stadio tuo”.

Partnership e network: aprire porte, non chiuderle

Altro passaggio: l’importanza di coltivare relazioni oltre il trasferimento di un singolo calciatore. La vendita di un big a un club medio-orientale, ad esempio, potrebbe diventare il primo mattone per partnership istituzionali, progetti di academy, eventi e hospitality business. Lo stesso vale per i mercati asiatici: tour mirati, coinvolgimento del testimonial (Kamada), clinic con la Primavera, hub digitali locali. Sono investimenti che richiedono struttura e tempo, ma generano ritorni (economici e reputazionali).

Comunicazione: ringraziare la curva, guidare la community

C’è poi la dimensione simbolica, ma non per questo meno concreta: riconoscere il valore della Curva dopo una coreografia importante, comunicare con continuità scelte e obiettivi, valorizzare i momenti condivisi. È una leva di reputazione che pesa anche sul business: engagement più alto, community più attiva, sponsor più interessati.

Cosa può fare la Lazio (subito e nel medio periodo)

  • Allargare l’organigramma nelle aree chiave (commerciale, marketing, digital, ticketing): più teste, più velocità.
  • Sponsor di maglia: task force, target internazionale, pacchetti modulari (Champions-only, half-season, sleeve sponsor).
  • Internazionalizzazione: sito multilingua (almeno EN/JP), e-commerce globale, accordi retail con Mizuno nei mercati chiave, content locali.
  • Ticketing dinamico: pacchetti 2–3 gare, pricing family/studenti, funnel in lingua per tifosi esteri, customer care dedicato.
  • Media & dati: team contenuti, membership premium, CRM per conoscere e valorizzare i tifosi; più contenuti proprietari = più sponsorability.
  • Roadmap Flaminio: narrazione chiara su tempi e step; nel frattempo, potenziare l’esperienza Olimpico (fan zone, hospitality, servizi).

Conclusione: l’altra metà della classifica

La Lazio resta un marchio potente, con storia, tifoseria e attrattività europea. Ma il calcio del 2025 è competizione anche fuori dal campo: chi corre in marketing, struttura e contenuti guadagna metri quando la palla non rotola. Il messaggio emerso dal confronto è netto: serve coraggio gestionale. Un piccolo indebitamento “fruttifero”, come dicono i manager, per investire dove il ritorno è misurabile: persone, processi, piattaforme, mercati.

Perché lo scudetto dell’organizzazione si decide da lunedì a venerdì. E spesso vale quanto i tre punti della domenica.



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Lazio, rebus lista: Sarri pensa a un’esclusione

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Turnover Lazio Torino: Maurizio Sarri fornisce indicazioni alla squadra durante un allenamento a Formello.

Un puzzle complicato, una decisione che pesa. In casa Lazio sono ore di riflessione a Formello per gestire l’emergenza a centrocampo. Il reintegro di Toma Bašić è ormai dato per certo, ma resta aperto il grande interrogativo: chi lascerà il posto in lista per far spazio al croato?

Come riportato da Il Messaggero, i principali indiziati sono gli infortunati, con un dibattito acceso tra le idee di Maurizio Sarri e quelle della società.

I nomi a rischio

I candidati principali all’esclusione sono Manuel Lazzari e Fisayo Dele-Bashiru. La novità emersa in queste ore riguarda la posizione del tecnico toscano, che preferirebbe sacrificare il centrocampista nigeriano.

Una scelta forte, dettata dal rendimento al di sotto delle aspettative mostrato da Dele-Bashiru in questo inizio di stagione. Un segnale che Sarri vorrebbe dare al gruppo, pur sapendo che in teoria il giocatore dovrebbe rientrare dall’infortunio dopo la sosta di ottobre.

La posizione della società

Il club, però, non sembra convinto. La Lazio non vorrebbe “bruciare” un calciatore su cui ha investito per il futuro e che rappresenta una scommessa tecnica e patrimoniale. Per questo motivo la dirigenza spinge per una soluzione alternativa, che permetta di tutelare l’ex Hatayspor.

Nel mirino, oltre a Lazzari, c’è anche Matías Vecino. L’uruguaiano non ha ancora dato le giuste garanzie fisiche e Sarri valuterà le sue condizioni nei prossimi giorni. Se dovesse emergere una nuova indisponibilità, anche lui potrebbe finire clamorosamente tra gli esclusi fino a gennaio.

Un problema che va oltre il campo

La questione non riguarda solo il piano tecnico, ma anche quello economico. Claudio Lotito è impegnato parallelamente sul fronte societario per sbloccare l’indice di liquidità, condizione fondamentale per poter operare nel mercato invernale.

Il presidente è fiducioso di riuscirci, consentendo così al DS Angelo Fabiani di proseguire nel percorso di ringiovanimento della rosa. Ma nell’immediato c’è da sciogliere un nodo complicatissimo, che rischia di lasciare il segno nello spogliatoio

Sarri tra segnali e necessità

La posizione di Maurizio Sarri è chiara: la squadra deve ricevere un messaggio forte, e le esclusioni non devono dipendere solo dagli infortuni, ma anche dal rendimento e dall’atteggiamento. In questo senso, il tecnico toscano continua a richiedere un cambio di mentalità a un gruppo che troppe volte ha mostrato limiti caratteriali oltre che tecnici.

Conclusione

La decisione definitiva non arriverà prima di sabato. Sarri vuole valutare attentamente le condizioni di tutti i giocatori coinvolti, mentre la società cerca una mediazione.

Una cosa è certa: la Lazio vive un’emergenza senza precedenti e il rebus sulla lista rischia di diventare un caso interno di rilievo. In un momento così delicato, ogni scelta potrebbe avere conseguenze sul prosieguo della stagione.



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Per quale squadra tifa Ricky Buscaglia?

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Ricky Buscaglia, telecronista Sky e DAZN, tifoso del Calcio Lecco, squadra della sua città natale.

Nel panorama del giornalismo sportivo italiano, Ricky Buscaglia è uno dei volti e delle voci più riconoscibili. Telecronista per Sky Sport e DAZN, ha raccontato negli anni alcune delle sfide più memorabili della Champions League e dei campionati europei. In molti, tra i tifosi della Lazio e non solo, si sono chiesti per quale squadra faccia il tifo.

La risposta è semplice: Ricky Buscaglia è tifoso del Calcio Lecco, la squadra della sua città natale.

Le origini e la passione per il calcio

Nato il 23 dicembre 1973 a Lecco, Buscaglia ha 48 anni e ha coltivato sin da bambino una grande passione per lo sport e per la comunicazione. Figlio di un critico cinematografico che lavorava a Radio Svizzera Italiana (RSI), Ricky è cresciuto con le voci storiche di “Tutto il calcio minuto per minuto”, in particolare quella di Sandro Ciotti, modello e ispirazione per le sue future telecronache.

Da piccolo giocava a calcio, ma già allora era più interessato a commentare le azioni che a segnare gol: un segno evidente della strada che avrebbe intrapreso.

La carriera da telecronista

Il percorso professionale di Buscaglia comincia dalle radio locali, fino ad approdare nel 2003 alle prime esperienze televisive: RossoAlice HomeTV, Eurosport e Mediaset Premium. Nel tempo si afferma come una delle voci di riferimento per la Serie A, le competizioni europee e i Mondiali.

Tra le partite più memorabili da lui raccontate, figurano sfide pirotecniche come Manchester City-Monaco 5-3, Werder Brema-Valencia 4-4 e Borussia Dortmund-Legia Varsavia 8-4, ancora oggi record di gol in una singola partita di Champions League.

Il momento più emozionante? Il debutto ai Mondiali 2018, con la sfida inaugurale tra Marocco e Iran: una partita poco rilevante per molti, ma simbolo di un traguardo personale enorme.

Il cuore a Lecco

Nonostante abbia commentato squadre di livello mondiale e calcatori di fama internazionale, Buscaglia è rimasto fedele alla sua città. Il suo cuore batte infatti per il Calcio Lecco 1912, conosciuto semplicemente come Lecco. Una passione genuina e lontana dalle logiche delle grandi squadre, che conferma come la sua voce resti imparziale e professionale quando racconta le partite della Serie A o delle coppe europee.

Un professionista stimato

La telecronaca, per Ricky, è un’arte che richiede emozione e competenza: “Il telecronista deve accompagnare lo spettatore senza mai diventare protagonista, ma esaltando il momento”. Una filosofia che lo ha reso apprezzato da migliaia di tifosi in tutta Italia, Lazio compresa, dove spesso è stato riconosciuto come voce equilibrata e competente.



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Zemanlandia, il primo anno di Zeman alla Lazio

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Zemanlandia, il primo anno di Zeman alla Lazio

Qualche anno fa c’è stata una Lazio bellissima e divertente, era la Lazio di Zdenek Zeman, chiamata Zemanlandia. Una Lazio che regalò spettacolo ma non vinse nulla, in grado di schiantare corazzate e poi perdersi in un bicchiere d’acqua. Un sogno che accese il cuore di molti tifosi della Laziali.

Sergio Cragnotti allora presidente della Lazio diede una scossa inattesa nel 1994 tagliò nettamente con il passato portando a Roma Zdenek Zeman. Il boemo era l’allenatore del Foggia dei miracoli in grado di conquistare la salvezza in Serie A grazie al calcio spettacolare. Cosa che in quegli anni era particolarmente insolita. Le piccole si salvavano grazie al catenaccio. Cragnotti sognava di portare la Lazio al successo con il bel gioco di Zeman dopo averci provato con il calcio italico di Zoff. Zeman era un taglio non solo con il passato ma anche con il calcio italiano. Era l’epoca di Arrigo Sacchi del 4-4-2, Zeman invece era il profeta del 4-3-3 un calcio ultra offensivo e non basato sulla solidità difensiva.

L’arrivo alla Lazio

Cambio radicale anche considerando l’allenatore della Lazio, Dino Zoff, abituato ad un calcio più difensivo. Ma a Roma c’è già Beppe Signori che con Zeman si è scoperto bomber nel Foggia. Quella estate alla Lazio arrivano fra gli altri Rambaudi, Chamot Marcolin e Venturin. La Lazio scopre il 4-3-3 ma il passaggio non è facilissimo. Alla terza di campionato la Lazio inciampa contro il Milan di Gullit per 2-1 poi arrivano due pareggi contro Parma e Fiorentina. 

Ma la Lazio ha un attacco stratosferico e guidato da Zeman può fare sfracelli. Contro il Napoli arriva il primo 5-1 della stagione, Signori è in panchina ma segnano Boksic, WInter, Casiarghi e Negro. Il primo 5-1 della stagione perché un paio di settimane dopo arriva il secondo contro il Padova. Ricordo quella partita, io arrivai al 15’ del primo tempo (avevo il mio campionato la mattina) e in Curva mio cugino mi disse, perdiamo 1-0. Io ridendo gli dissi, adesso ne facciamo 5, e così fu. 

Nasce Zemanlandia

Quella era la Lazio di Zeman, un attacco terrificante guidato da Beppe Signori. Ma vicino a Beppe c’era Rambaudi e Casiraghi, senza dimenticarsi Alen Boksic. E il centrocampo della Lazio andava a 2000 con Di Matteo in regia e WInter e Fuser ai fianchi pronti ad affondare il colpo. La coperta era corta, la difesa ballava anche perché Cravero era un difensore centrale lento e con la difesa alta soffriva tantissimo, Chamot era veloce ma poco attento. 

Quando girava la Lazio era uno spettacolo, quando però il meccanismo si inceppava era un incubo, come al Derby di andata perso nettamente per 3-0. Nel primo anno di Zeman la Lazio fece 7 goal al Foggia e superò il Milan 4-0. Ricordo come fosse ieri l’8-2 contro la Fiorentina, che era una ottima squadra allora guidata da Rui Costa e Batistuta. Ma la Lazio era un’altra cosa, quando girava era uno spettacolo per gli amanti del calcio. Di quella partita ricordo che avanti 7-2 la Lazio ebbe un calcio di rigore al 90’ e tutta la Curva Nord chiese di fallo battere a Marchegiani (il portiere di quella Lazio). Sul dischetto invece andò Casiraghi che siglo il suo poker. 

La Lazio chiuse quel campionato con 5 vittorie consecutive con un 3-0 alla Juve campione d’Italia e un 4-1 sull’Inter. La squadra di Zeman chiuse seconda a 10 punti dalla Juve, ma ci arrivò solo all’ultima giornata, perché il Parma crollò nel finale. Nell’almanacco resterà il secondo posto ma in realtà l’avversaria scudetto della Juve fu il Parma, la Lazio non fu mai veramente in lotta.

Battere 3-0, così nettamente la Juve campione d’Italia era qualcosa di mai visto a Roma. La Lazio di Zeman spazzò via la Juve di Lippi grazie al calcio champagne. 3 gol negli ultimi 20 minuti per regalare ai Laziali una gioia.

 In Coppa UEFA la Lazio si arrese ai quarti contro il Borussia Dortmund dell’ex Riedle che segnò al 90’ il 2-0 che ci condannò. Quella partita fu anche ricordata per la scomparsa di Alen Boksic. Con la Lazio sotto 1-0 nella ripresa il croato scappò nello spogliatoio, probabilmente per fare pipi, lasciano la Lazio in 10’ per qualche minuto e facendo imbufalire Zeman. Quella fu la migliore annata di Zeman alla Lazio. Dopo le cose non andarono meglio e nel 97 fu esonerato.

Ecco il rimpianto maggiore della Lazio Zemaniana e non essere mai andata molto avanti in Europa nonostante una squadra fortissima. Zemanlandia fu un sogno che non si realizzò mai completamente un po’ per colpa dei limiti del calcio di Zeman, un po’ per sfortuna un po’ per la forza delle altre squadre. 

L’idea di Zeman era affascinante e nessuna squadra come la Lazio del 1994 abbracciò e portò Zemanlandia al massimo, ma non fu mai sufficiente per vincere un titolo. Un peccato ma alcune di quei successi rimarranno indelebili nei cuori dei tifosi della Lazio.



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Genoa-Lazio: Sarà Ayroldi l’Arbitro del Monday Night. Tutti i Nomi del Team Arbitrale

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Una foto ravvicinata di un fischietto da arbitro, con uno sfondo neutro e un'illuminazione drammatica, a simboleggiare l'autorità della direzione di gara.

La Lazio cerca il riscatto contro il Genoa: la partita affidata a Giovanni Ayroldi. Svelata la sestina arbitrale completa per il match di Marassi.

ROMA – La Lazio si prepara a scendere in campo per il monday night contro il Genoa, con l’obbligo di rialzare la testa dopo la sconfitta nel derby. Un match cruciale, specialmente considerando le pesanti assenze a centrocampo per Maurizio Sarri. La sfida, in programma a Marassi, sarà diretta da Giovanni Ayroldi.

La Sestina Arbitrale al Completo

La designazione arbitrale è stata ufficializzata e vedrà il fischietto di Molfetta, Giovanni Ayroldi, dirigere l’incontro. Ecco la sestina arbitrale completa che sarà impegnata a Marassi:

  • Arbitro: Ayroldi
  • Assistenti: Cecconi – Zingarelli
  • IV Uomo: Zanotti
  • Var: Abisso
  • Avar: Dionisi

La squadra arbitrale è pronta per gestire un match che si preannuncia teso e combattuto, fondamentale per le ambizioni di entrambe le formazioni.



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Come Lotito Ha SPACCATO La Tifoseria Biancoceleste?

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La nuova aquila della Lazio, Flaminia, viene presentata sul prato dell'Olimpico, simboleggiando la nuova fase del club.

ROMA — Claudio Lotito è riuscito in ciò che per decenni i rivali della Lazio avevano soltanto tentato: dividere la tifoseria biancoceleste. Non sul campo, non con le vittorie o con i trofei, ma con il suo modo di gestire la società. Una spaccatura che ricorda i “Guelfi e Ghibellini” del Medioevo e che oggi, più che mai, indebolisce la squadra e i suoi sostenitori.

Una frattura sempre più profonda

Da un lato ci sono i sostenitori del presidente, pronti a difenderlo in ogni circostanza. Per loro, anche il mercato dell’estate 2024 — nonostante le lacune evidenti e l’assenza di veri colpi — sarebbe stato positivo, con una Lazio addirittura più forte dello scorso anno. Dall’altro lato, c’è chi vede in Lotito il principale responsabile di ogni problema, al punto da attribuirgli colpe persino in situazioni in cui non lo è direttamente.

Il risultato è una tifoseria spaccata, incapace di trovare una linea comune e, quindi, vulnerabile agli attacchi esterni: la Lazio diventa facile bersaglio di media ostili e spesso subisce direzioni arbitrali discutibili, come accaduto nel discusso Lazio–Milan della scorsa stagione.

Il ruolo della comunicazione

Uno dei nodi più gravi è l’assenza di una comunicazione efficace. Da oltre un anno la Lazio non ha un vero responsabile in questo settore, e quando parla il presidente spesso “sparla”, creando più problemi che soluzioni. Le parole di Lotito — che si tratti delle condizioni fisiche di Castrovilli o delle trattative di mercato smentite poi dal ds Fabiani — finiscono per minare ulteriormente la credibilità del club.

In questo vuoto, la narrazione “pro-Lotito” continua a esercitare fascino su una parte di tifosi, mentre l’altra parte scivola in un’opposizione totale che non ammette sfumature.

Una crescita impossibile senza investimenti

La verità, probabilmente, sta nel mezzo. Lotito non è un presidente che rema contro la Lazio: il suo sogno resta vincere, ma vuole riuscirci spendendo il meno possibile. È qui che il suo metodo si scontra con la realtà del calcio moderno. Senza investimenti e senza un aumento dei ricavi — marketing, sponsor, internazionalizzazione del brand — la Lazio non può competere alla pari con le grandi d’Italia ed Europa.

Così i biancocelesti rischiano di passare, in pochi anni, dal contendere un posto Champions a rincorrere la Conference League, superati da realtà come Fiorentina e Atalanta, fino ad arrivare a misurarsi con club emergenti come il Monza.

Una tifoseria che deve ritrovare unità

La divisione interna è il vero tallone d’Achille. Contestare Lotito con insulti o cori di morte è inutile e dannoso, così come difenderlo a prescindere da ogni critica. La Lazio ha bisogno di una tifoseria unita, capace di spingere la società verso un futuro diverso. Senza questa coesione, il rischio è rimanere prigionieri di un limbo eterno: abbastanza forti per restare in Serie A, ma mai pronti per sognare davvero in grande.


👉 E tu, da che parte stai? La Lazio di Lotito può ancora crescere o è destinata a restare in questo limbo?



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Formello, Confronto Acceso: Guendouzi, Belahyane e Tavares Chiedono Scusa alla Squadra

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Una foto del centro sportivo di Formello, con un gruppo di giocatori e lo staff che si confrontano in un cerchio, a simboleggiare l'incontro.
infermeria lazio

Sarri e Fabiani a Rapporto per 30 Minuti, poi Arrivano le Scuse dei Protagonisti in Negativo. Il Centro Sportivo Si Ricompatta Dopo il Derby.

ROMA – Un clima teso, ma necessario per ricompattarsi. A Formello la ripartenza dopo il derby è stata accesa da un confronto serrato, voluto da Maurizio Sarri e dal direttore sportivo Angelo Fabiani. Prima dell’allenamento, i due hanno tenuto la squadra a rapporto per oltre mezz’ora, affrontando un avvio di stagione complicato e il pesante ko nella stracittadina, segnato da errori individuali e troppo nervosismo.

Le Scuse dei Protagonisti in Negativo: Guendouzi, Belahyane e Tavares

In questo clima, spiega Il Messaggero, sono arrivate le scuse dei protagonisti in negativo. Mattéo Guendouzi e Reda Belahyane, espulsi nel finale del derby, hanno chiesto perdono ai compagni. In particolare il francese, che pagherà due giornate di squalifica per la reazione contro l’arbitro Sozza, lasciando il centrocampo in piena emergenza.

Scuse anche da parte di Nuno Tavares, finito sul banco degli imputati per il gol decisivo subito e per l’uscita furiosa dall’Olimpico. Un pomeriggio teso, ma utile a provare a ricostruire compattezza nel momento più difficile. La speranza è che questo confronto possa servire a rimettere in carreggiata la squadra, in vista dell’importante match di lunedì contro il Genoa.



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Lazio, spogliatoio in crisi: il vero rischio non è la retrocessione

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Giocatori della Lazio delusi in campo: il vero problema biancoceleste è lo spogliatoio diviso.

I timori di alcuni tifosi biancocelesti parlano chiaro: “Così si rischia la Serie B”. La classifica non sorride e le prestazioni della Lazio non convincono. Ma secondo diversi osservatori e analisti, il problema principale non è la qualità della rosa – giudicata mediocre ma non da retrocessione – quanto lo stato di salute dello spogliatoio.

Una rosa non da Champions, ma neanche da Serie B

La Lazio 2024/25 è una squadra che, sulla carta, non sembra attrezzata per la Champions League e probabilmente nemmeno per l’Europa League. Tuttavia, allo stesso tempo, non ha le caratteristiche di una squadra destinata a lottare per la salvezza. In un campionato sempre più livellato, con un Napoli più forte ma non dominante come un Manchester City e con le “piccole” più competitive, la Lazio dovrebbe posizionarsi in zona medio-bassa ma senza drammi.

Il vero nodo, però, è un altro.

Lo spogliatoio in ebollizione

La situazione interna appare delicata. Nuno Tavares, Matías Vecino, Mario Gila, Mattia Zaccagni e soprattutto Matteo Guendouzi sono soltanto alcuni dei nomi finiti sotto i riflettori per atteggiamenti discutibili, cali di rendimento o malumori.

Guendouzi, arrivato in un contesto di Champions League con Maurizio Sarri in panchina, oggi si trova in una squadra fuori dall’Europa e lontana dagli obiettivi ambiziosi. Ha perso anche la Nazionale francese e il suo malcontento è palpabile. Discorso simile per Nuno Tavares, apparso distratto e con la testa altrove, e per Zaccagni, che – nonostante parole d’amore per la maglia – non avrebbe disdegnato un passaggio al Napoli.

A tutto questo si aggiungono le voci di un Mario Gila scontento per lo scarso ingaggio e il mancato rinnovo, con club italiani e inglesi interessati a lui.

L’assenza della società

Il vero macigno, secondo molti, è l’assenza di una figura di riferimento nella società. Dopo l’uscita di scena di figure come Angelo Peruzzi, manca un dirigente capace di gestire le tensioni quotidiane e fare da tramite tra squadra e presidenza.

Igli Tare in passato svolgeva un ruolo simile, ma oggi Fabiani non appare incisivo. Lotito, accentratore per natura, si limita a decisioni strategiche e raramente interviene nello spogliatoio. Il risultato è una rosa “in autogestione”, priva di guida fuori dal campo.

Un aspetto che pesa enormemente: gli esempi di Marotta all’Inter o di Giuntoli al Napoli dimostrano come la forza di una società solida possa incidere direttamente sui successi sportivi.

Sarri, un grande allenatore ma non un gestore

Maurizio Sarri non ha mai nascosto il suo limite: non è un “gestore di uomini”, ma un allenatore tattico e metodico. Il tecnico chiede disciplina, applicazione e impegno sul campo, ma lascia in secondo piano gli equilibri interni e le dinamiche extra-campo.

In un contesto di tensione, questa caratteristica diventa un problema. Una squadra con giocatori scontenti e senza una guida societaria rischia di non rendere, indipendentemente dal valore tecnico.

Il vero pericolo

Il rischio non è la retrocessione diretta, ma l’implosione di uno spogliatoio spaccato. Giocatori che pensano già al mercato di gennaio, prestazioni al di sotto del livello e una società assente possono generare un effetto domino devastante.

La Lazio ha bisogno di una figura di raccordo, capace di motivare, mediare e dare obiettivi chiari al gruppo. Senza, il rischio di un campionato anonimo e complicato cresce.



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Nuovo stadio Lazio: Lotito rilancia sul Flaminio

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Stadio Flaminio, il progetto della Lazio fermo da mesi: tra dichiarazioni ottimistiche e documenti ufficiali che smentiscono ogni progresso.
Stadio Flaminio, il progetto della Lazio fermo da mesi: tra dichiarazioni ottimistiche e documenti ufficiali che smentiscono ogni progresso.

Il tema del nuovo stadio della Lazio torna prepotentemente al centro del dibattito. Claudio Lotito, presidente biancoceleste, ha ribadito la sua intenzione di portare avanti un progetto che rappresenta una delle sfide più ambiziose del suo mandato. Nonostante i conti della società non brillino, la realizzazione di un impianto di proprietà rimane una priorità strategica, capace di cambiare il futuro economico e sportivo del club.

Lotito: «Vedrete se non farò lo stadio»

A pochi giorni dalla pubblicazione del bilancio al 30 giugno 2025, Lotito ha rilasciato un’intervista al Messaggero nella quale ha confermato la sua volontà di non fermarsi:
«Vedrete se non farò lo stadio, ma non ho la bacchetta magica. Ci vuole tempo».

Una dichiarazione che sintetizza bene il mix di determinazione e realismo con cui il presidente sta affrontando un iter complesso, tra ostacoli burocratici, costi elevati e procedure tecniche obbligatorie.

Il sogno Flaminio

Al centro del progetto rimane lo Stadio Flaminio, impianto storico della Capitale oggi in disuso. Lotito vorrebbe trasformarlo nella nuova casa della Lazio, un obiettivo che richiede però molto più di un annuncio pubblico. Nei giorni scorsi si è infatti svolto un incontro riservato in Campidoglio, con l’obiettivo di fare il punto sui prossimi passi da compiere.

Per procedere, la società dovrà presentare documenti “asseverati”, certificati da periti tecnici che ne garantiscano l’affidabilità. Un passaggio costoso e impegnativo, ma fondamentale per arrivare all’apertura della Conferenza dei Servizi, organismo incaricato di dare il via libera definitivo al progetto.

Una svolta per la Lazio

Se concretizzato, il nuovo stadio rappresenterebbe una svolta epocale per la Lazio. Attualmente, il club disputa le sue partite casalinghe allo Stadio Olimpico, condiviso con la Roma. Una condizione che non permette alla società di massimizzare i ricavi, né di offrire ai tifosi un’esperienza personalizzata.

Con un impianto di proprietà, la Lazio potrebbe:

  • Incrementare sensibilmente i ricavi da biglietteria e hospitality.
  • Migliorare i servizi e l’esperienza matchday dei tifosi.
  • Valorizzare il proprio brand a livello internazionale.
  • Avvicinarsi agli standard dei grandi club europei, dotati di stadi moderni e multifunzionali.

Tempistiche e incognite

La strada resta lunga e tortuosa. Gli step burocratici non garantiscono automaticamente il via libera e la tempistica potrebbe allungarsi di anni. Tuttavia, la pressione politica e la necessità di adeguarsi agli standard internazionali potrebbero accelerare il percorso.

I prossimi mesi saranno decisivi: entro la fine del 2025, la Lazio dovrà dare segnali concreti di avanzamento, soprattutto sul fronte documentale e finanziario【link interno: analisi sui bilanci della Lazio 2025】.

Conclusione

Il progetto del nuovo stadio Lazio resta ancora lontano dal concretizzarsi, ma la volontà di Lotito è chiara. Tra ostacoli burocratici, investimenti ingenti e strategie politiche, il Flaminio ristrutturato rimane un sogno vivo. Starà al club trasformarlo in realtà, per regalare ai tifosi biancocelesti una casa finalmente all’altezza della loro passione.



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Euro 2032, San Siro a rischio esclusione

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Una veduta del Terzo Anello Verde (Settore Ospiti) dello Stadio San Siro (Meazza) di Milano, illuminato di notte.

Una notizia che ha il sapore del clamoroso: lo stadio San Siro potrebbe non ospitare alcuna partita di Euro 2032, il campionato europeo di calcio che l’Italia organizzerà insieme alla Turchia. A rivelarlo è stato il presidente della FIGC, Gabriele Gravina, che ha sottolineato come il “Meazza” non rispetti attualmente i requisiti richiesti dalla UEFA.

“San Siro non risponde ai requisiti per ospitare l’Europeo – ha dichiarato Gravina –. L’augurio che mi sento di fare è che la parte politica, insieme a Inter e Milan, riesca a trovare la migliore soluzione per Milano”. Parole che hanno subito acceso il dibattito su quello che è considerato uno dei templi del calcio mondiale, ma ormai al centro di una disputa senza fine sul suo futuro.

Milano rischia l’esclusione

La UEFA ha stabilito che entro il 31 luglio 2026 la FIGC dovrà presentare la lista definitiva degli stadi italiani destinati a ospitare le partite dell’Europeo. Si tratta di impianti che dovranno avere un progetto approvato, finanziato e cantierabile entro marzo 2027. In pratica, una corsa contro il tempo per Milano, che al momento rischia concretamente di restare fuori.

Lo scenario, se confermato, sarebbe paradossale: la città più internazionale d’Italia, culla di due dei club più prestigiosi d’Europa, potrebbe non avere alcun ruolo in una delle competizioni calcistiche più importanti al mondo.

Roma verso il doppio impianto

Mentre Milano vive questa incertezza, Roma potrebbe addirittura contare su due stadi: l’Olimpico e il futuro impianto che la Roma intende realizzare nei prossimi anni. “Non posso pensare a Euro 2032 senza la città italiana più internazionale e aperta all’Europa” ha ribadito Gravina, lasciando intendere che la capitale avrà un ruolo centrale nella competizione.

Il nodo San Siro

Il problema del Meazza è ormai noto da tempo. Inter e Milan hanno più volte annunciato l’intenzione di abbandonarlo per costruire nuovi impianti moderni e multifunzionali, in linea con gli standard europei. Tuttavia, tra ricorsi, vincoli storici e resistenze politiche, i progetti si sono sempre arenati.

La decisione di Gravina mette pressione alle istituzioni locali e ai club: senza un progetto concreto e cantierabile entro pochi anni, Milano rischia davvero di restare esclusa da Euro 2032, un colpo durissimo all’immagine della città e del calcio italiano

Un’occasione da non perdere

L’Europeo del 2032 rappresenta per l’Italia un’opportunità unica, non solo dal punto di vista sportivo ma anche economico e turistico. Basti guardare a quanto accaduto con Euro 2020, disputato in più nazioni e che ha portato all’Olimpico di Roma oltre 60mila spettatori per la finale inaugurale.

Restare fuori significherebbe privare Milano e San Siro di un palcoscenico che avrebbe portato visibilità internazionale, investimenti e ricadute positive per l’intera area metropolitana.

Conclusione

Il futuro di San Siro è appeso a un filo. Gravina è stato chiaro: senza interventi rapidi e concreti, il Meazza non sarà idoneo a ospitare Euro 2032. Tocca ora alla politica, a Inter e Milan, trovare una soluzione che consenta a Milano di restare protagonista in una competizione che segnerà la storia del calcio europeo.



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Per quale squadra tifa Pierluigi Pardo? Tra giornalismo, carriera e indiscrezioni sul suo cuore calcistico

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Per quale squadra tifa Pierluigi Pardo?

Quando si parla di telecronisti e giornalisti sportivi che hanno lasciato un segno nel panorama italiano, il nome di Pierluigi Pardo è uno dei primi a emergere. Voce storica delle telecronache di Serie A e Champions League, conduttore apprezzato e volto televisivo ormai riconosciuto da milioni di appassionati, Pardo ha costruito negli anni una carriera brillante. Ma una domanda continua a stuzzicare tifosi e curiosi: per quale squadra tifa davvero Pierluigi Pardo?

Dalle origini a Roma alla passione per lo sport

Romano del quartiere Trieste, figlio di un dirigente del CONI, Pierluigi Pardo cresce in un ambiente dove lo sport è parte integrante della quotidianità. Si laurea in Economia alla Sapienza nel 1999, ma ben prima aveva mostrato un interesse profondo per il mondo sportivo. Già nel 1991 frequenta il corso per arbitri di pallacanestro della FIP, superando l’esame finale: un primo passo che testimonia quanto la sua vita fosse destinata a intrecciarsi con il mondo delle competizioni.

Il trampolino di lancio con Michele Plastino

La vera svolta arriva grazie al Piccolo Gruppo di Michele Plastino, un laboratorio di giornalismo e comunicazione che ha formato alcuni dei più importanti telecronisti italiani come Sandro Piccinini, Massimo Marianella e Fabio Caressa. Qui Pardo affina il suo stile e muove i primi passi da professionista, alternandosi tra esperienze radiofoniche e televisive. Tra il 1999 e il 2001 divide le sue giornate tra la Procter & Gamble, dove lavora come marketing assistant brand manager, e le telecronache su Tele+, senza dimenticare la radio nelle emittenti romane.

Una carriera tra Serie A, Champions e talk show

Il suo percorso lo porta ben presto a diventare uno dei volti più riconoscibili del calcio in TV. Telecronista, conduttore e opinionista, Pardo ha raccontato negli anni sfide memorabili di Serie A, Champions League ed Europei, portando nelle case degli italiani emozioni e competenza. La sua voce è diventata sinonimo di serate di calcio europeo, e la sua figura si è affermata anche come conduttore di talk sportivi capaci di unire cronaca e intrattenimento.

La domanda che divide i tifosi: Per quale squadra tifa Pierluigi Pardo?

Nonostante la sua lunga carriera da professionista imparziale, il pubblico continua a chiedersi per quale squadra tifi realmente. Ufficialmente, Pardo ha sempre dichiarato di non avere una squadra del cuore, ribadendo più volte la necessità di mantenere equilibrio e imparzialità nel suo lavoro.

Eppure, secondo diversi appassionati, dietro questa neutralità si celerebbe una simpatia particolare. Molti sono convinti che Pardo sia in realtà un tifoso della Roma, complice la sua provenienza romana e alcune sfumature colte nel suo modo di raccontare le partite giallorosse. Si tratta, però, di indiscrezioni mai confermate.

L’imparzialità come marchio di fabbrica

Che sia romanista o meno, una cosa è certa: Pierluigi Pardo ha sempre mantenuto un atteggiamento professionale e imparziale nelle sue telecronache. È questo che gli ha permesso di conquistare credibilità e rispetto sia tra colleghi sia tra milioni di tifosi, al di là delle simpatie personali. Nel mondo delle telecronache, dove spesso si accusano i giornalisti di “tifare” troppo apertamente, Pardo è riuscito a difendere un equilibrio raro.

Conclusioni

La verità sul tifo di Pierluigi Pardo forse resterà un mistero. Lui stesso ha ribadito più volte che il suo unico vero interesse è raccontare lo sport nella sua essenza, con passione e professionalità. Che sia Roma o un’altra squadra, ciò che conta è l’impatto che ha avuto nel mondo del giornalismo sportivo: un impatto forte, riconosciuto e rispettato.

Per i tifosi la curiosità resterà, perché nel calcio le domande sul “vero tifo” dei protagonisti non passeranno mai di moda. Ma per ora, Pardo rimane soprattutto quello che ha sempre voluto essere: la voce del calcio, non di una sola squadra.



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