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L’uomo in più di quella Lazio vincente : ROBERTO MANCINI

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MANCINI

Tra i cento uomini che hanno fatto la storia della Lazio, solo uno è riuscito a vincere almeno un trofeo sia da giocatore che da allenatore: Roberto Mancini. Raccontare la storia del “Mancio” non è facile, almeno per me. Da tifoso, l’ho amato alla follia come giocatore prima e come allenatore poi. Da giornalista, con lui non sono mai riuscito ad impostare un rapporto sereno, soprattutto quando è passato dal campo alla panchina. Troppo abituato ad avere intorno un gran numero di “cortigiani” o di “servi sciocchi”, non mi ha mai perdonato il mio modo di essere che mi porta a dire sempre quello che penso, a riferire quello che altri preferiscono non dire per non correre il rischio di compromettere certi rapporti di amicizia che, in realtà, non sono  poi così solidi o “veri”. A lui dava fastidio il fatto che io venivo sempre a sapere quello che succedeva dentro lo spogliatoio e, soprattutto, che non avevo nessun timore a rivelarlo parlando in radio o nei miei servizi per La7. E’ così per la lite furiosa lite con Peruzzi, è così quando dopo la sconfitta di Praga che costò alla Lazio l’eliminazione dalla Champions League 2003-2004 dissi senza problemi che aveva perso il controllo della squadra. O meglio, che il rapporto tra lui e una parte della squadra era, diciamo così, compromesso. Non me lo perdonò mai. Pochi giorni dopo, mentre ero nella Club House di  Formello ospite di una convention organizzata dalla Canon, mi fece mandare un bigliettino (che ancora conservo) da Laura Zaccheo, addetto stampa della Lazio e sua amica personale, rifiutando però un confronto faccia a faccia per chiarire il perché di quella frase che  scrisse e che tengo per me. Il confronto va in scena lo stesso qualche giorno dopo, quando entro negli spogliatoi di Formello per affrontarlo, per ribadirgli che mai e poi mai avrei fatto decidere a lui o a qualunque altro giocatore, allenatore o dirigente che cosa potevo o non potevo dire e che piuttosto che accettare una cosa del genere, avrei smesso di fare quel lavoro. Dopo duro quel confronto, i rapporti sono leggermente migliorati, anche se non sono mai stati idilliaci. Ma nonostante questo, per me Roberto Mancini resta uno dei più grandi giocatori che ho visto giocare con la maglia della Lazio. Per me, la squadra del primo anno di Mancini allenatore ha giocato il più bel calcio che ho visto giocare alla Lazio. Un mix perfetto tra il modello zemaniano tutto spettacolo e quello più pragmatico di Eriksson. E sono ancora convinto, a distanza di sette anni, che senza le cessioni di Nesta e Crespo quella Lazio nel 2003 avrebbe vinto il suo terzo scudetto.

Quando a giugno del 1997 Roberto Mancini firma il contratto con la Lazio, preferendola all’Inter di Moratti e di Ronaldo, per me e per molti tifosi della Lazio quel giorno è una sorta di Natale anticipato. Quella firma, unita a quella di Eriksson, mi convince del fatto che il tanto sospirato salto di qualità è oramai vicino. Il “Mancio”, nonostante i 32 anni e le 15 stagioni da professionista sulle spalle, si presenta come solo i grandi sanno fare. Il 31 agosto del 1997, all’esordio all’Olimpico contro il Napoli, Roberto Mancini ci mette poco più di un’ora per rompere il ghiaccio e per dimostrare a tutti che non è venuto a Roma per “rubare” un ultimo contratto, ma per chiudere alla grande una carriera già straordinaria. Quel giorno, l’Olimpico è pieno, ma sullo stadio aleggia una malinconia difficile da scacciare. Prima dell’inizio, infatti, c’è un minuto di silenzio in memoria di Tonino Di Vizio, presidente dei Lazio Club, che per me e quelli della mia generazione è stato una sorta di secondo padre, almeno allo stadio. E’ lui a dare il via a quel movimento che porta alla nascita degli Eagles Supporters, a crescere tanti che come me in quegli anni si staccano dai genitori o dai parenti per andare a vivere da soli la loro avventura di tifosi in Curva. Come tutti i fuoriclasse, Mancio non segna un gol banale, ma una splendida rete di testa che decide la partita e regala alla Lazio tre punti importanti e soprattutto la consapevolezza di avere un giocatore in grado di tirare fuori in qualsiasi momento dal suo cilindro magico la prodezza che serve per risolvere le situazioni più difficili.

Ed è quello che fa la sera del 1° novembre, segnando il suo primo gol nel derby romano. Con la Lazio in dieci, indossa i panni del leader e regala una perla destinata a restare nella storia, uno di quei gol che non ti stanchi mai di rivedere per quanto sono belli. Al primo minuto del secondo tempo parte palla al piede poco dopo centrocampo, finta di andare verso sinistra, poi con un improvviso cambio di marcia punta verso il centro, si infila tra Tommasi e Servidei, poi di collo esterno mette il pallone sotto l’incrocio dei pali alla sinistra di Konsel. Quel gol sblocca la Lazio, dà il via alla goleada, ma soprattutto apre la strada al primo di quattro successi consecutivi nel derby. Con la Roma il “Mancio” sembra avere una sorta di conto personale aperto, perché nel derby di Coppa Italia del 6 gennaio segna il gol del 3-1 con un pallonetto da fuori area. Segna tanti gol in quella stagione, tutti bellissimi. Stupendo il suo primo sigillo in Coppa Uefa contro il Rotor Volgograd, con un destro al volo su lancio perfetto di Gigi Casiraghi. In quella stagione segna e fa segnare, come nella finale con il Milan, quando regala una serata di gloria anche a Guerino Gottardi. Alla fine saranno 9 le reti del “Mancio” nella sua prima stagione in biancoceleste, tutte belle, tutte importanti per alzare il primo trofeo. Ma il bello deve ancora arrivare, perché quella Coppa Italia non è un punto di arrivo, ma la prima puntata di una storia meravigliosa.
A fine agosto del 1998, nella finale di Supercoppa con la Juventus non segna, ma regala un assist di tacco a Nedved, poi fa il bis consegnando a Sergio Conceicao l’assist per il gol che regala alla Lazio il secondo trofeo in quattro mesi. Oramai si è ambientato, i suoi figli scorrazzano per Formello indossando uno la maglia della Sampdoria e l’altro quella della Lazio. Roberto Mancini nella sua seconda stagione laziale dà il meglio di sé, anche grazie all’arrivo di Bobo Vieri e, soprattutto, di Sinisa Mihajlović. L’intesa tra lui e il serbo è fantastica. Basta uno sguardo e il “Mancio” come per magia si fa trovare nel punto giusto dove Sinisa piazza il pallone: su calcio d’angolo, su punizione e con un lancio di 40 metri, fa poca differenza. Il 29 novembre, la coppia Mihajlović-Mancini dà spettacolo. Con la Roma appena passata in vantaggio, Sinisa pesca con un lancio di 40 metri Mancini nell’area giallorossa: senza neanche guardare né il suo marcatore né il portiere, Roberto segue la parabola disegnata da un  pallone che sembra telecomandato, si coordina e al volo di sinistro calcia a fil di palo battendo Chimenti. Dopo pochi minuti, la “coppia” concede il bis, per un gol ancora più bello: Sinisa da sotto la Monte Mario batte una punizione, ma invece che cercare la porta tira teso a mezza altezza verso Mancini che gli va incontro e di tacco tocca il pallone quanto basta per spedirlo alle spalle di Chimenti che non fa neanche in tempo ad accorgersi di quello che è successo. Un caso? Assolutamente no. Un mese e mezzo dopo, infatti, Mancini e Mihajlović concedono il bis, per quello che viene ancora oggi considerato uno dei gol più belli nella storia della Lazio. A Parma, il 17 gennaio 1999, su calcio d’angolo di Mihajlović, Mancini va verso il pallone e con un colpo di tacco manda la sfera sotto l’incrocio dei pali, con Buffon immobile. Mancio corre verso Sinisa, raggiunto di corsa da Bobo Vieri che con gli occhi sgranati lo abbraccia e gli grida: “Cosa hai fatto, cosa hai fatto!”

In questa stagione non si contano le “perle” che regala Mancini. Per la causa, a fine campionato si inventa anche centrocampista. Fa di tutto pur di coronare il sogno di vincere il suo secondo scudetto. Nonostante i suoi 12 gol, invece, quello scudetto prende la strada di Milano. Nonostante il successo in Coppa delle Coppe, vorrebbe mollare, ma Cragnotti ed Eriksson lo convincono ad andare avanti un altro anno. L’arrivo di Veròn e Simeone gli consente di tornare a giocare alle spalle delle punte, per avere più libertà e sfruttare le sue immense doti di uomo assist. A Montecarlo, nel primo appuntamento ufficiale della stagione, è suo l’assist di testa che consente a Marcelo Salas di segnare il gol che vale la conquista della Supercoppa Europea contro il Manchester United. In campo è una sorta di allenatore, il vero vice di Sven-Göran Eriksson. In Coppa Italia gioca una partita strepitosa a Torino contro la Juventus, trascinando la squadra ad una rimonta impensabile. Sotto per 3-0 la Lazio chiude sul 3-2, con un suo gol che risulta decisivo per la qualificazione. In Champions League, nonostante il turnover operato da Eriksson gioca 10 partite. Ma il suo sogno di mettere le mani su quel trofeo che gli è sfuggito per un soffio a Wembley nella finale con il Barcellona, sfuma contro un’altra squadra spagnola, il Valencia. Destino. Per la prima volta nella sua carriera, non segna neanche un gol in campionato. Dopo quel Verona – Lazio del 19 Marzo 2000 che ci spedisce a 9 punti dalla Juventus a Formello c’è rassegnazione e delusione. Giocatori ormai con la testa altrove e che non credono più allo Scudetto, tranne uno  “Il Mancio” che insulta tutti i giocatori e con toni aggressivi incita la squadra a non mollare perché finché la matematica non li condannava si poteva sperare e infatti le cose sono andate proprio come sperava lui. L’ultima giornata in occasione di Lazio-Reggina, nel giorno del suo addio al calcio giocato, ma sceglie di lasciare la vetrina e la gloria dal dischetto a Juan Sebastiàn Veròn e a Simone Inzaghi. Se ne va tra gli applausi del pubblico quando lo scudetto è ancora una chimera. La Nord lo chiama, l’amico di sempre Attilio Lombardo se lo carica sulle spalle e lo porta fino a sotto la Curva. Poi, l’apoteosi. Chiude la sua carriera conquistando scudetto e Coppa Italia. A fine stagione si toglie la maglia da gioco per indossare giacca e cravatta, e diventa a tutti gli effetti il vice di Sven-Göran Eriksson. E vince subito una Supercoppa Italiana. Quando a gennaio arriva il divorzio tra Eriksson e la Lazio, Roberto Mancini è convinto di meritare una chance. Ma Sergio Cragnotti sceglie di puntare sull’esperienza di Zoff e lui va via sbattendo la porta. Va in Inghilterra, nel Leicester, per indossare nuovamente per sole 4 partite gli scarpini. Poi dice definitivamente basta. A Firenze è Cecchi Gori a concedergli una chance da primo allenatore e lui lo ripaga conquistando la Coppa Italia. Torna a Roma per ricostruire la Lazio dopo la stagione tutta da dimenticare firmata Zaccheroni. In poche settimane, riesce a trasformare il gruppo. La squadra gioca un gran calcio, impressiona tutti e in un’intervista a Sportilia, in occasione del raduno degli arbitri, Marcello Lippi mi dice: “Se non vendono Nesta e Crespo, secondo me la Lazio vince lo scudetto”. I problemi economici, però, costringono Cragnotti a cedere sia l’uno che l’altro, proprio nell’ultimo giorno di mercato. La botta per l’ambiente è da KO, ma lui riesce a fare gruppo, a far stipulare alla squadra una sorta di patto d’acciaio. La sua Lazio dà spettacolo fin dalla prima giornata, gioca partite indimenticabili, soprattutto in trasferta. Il 1° dicembre, a Piacenza, in un nebbione mai visto, sotto di due gol la squadra reagisce, raggiunge il pareggio, segna altri due gol annullati da Farina, ma proprio allo scadere conquista con Corradi una vittoria che riporta la Lazio in vetta alla classifica. La settimana successiva, contro l’Inter, assisto alla mezz’ora più bella nella storia della Lazio. La sua squadra segna 3 gol con un Claudio Lopez trasformato dalla cura-Mancini, poi commette l’errore di considerare chiusa la pratica e chiude con un incredibile 3-3. Ma la settimana successiva conquista un’altra vittoria-spettacolo a Torino contro la Juventus, nonostante l’arbitraggio scandaloso di Pellegrino. L’addio burrascoso di Cragnotti, gli stipendi che non arrivano e una crisi societaria che rischia di portare la Lazio verso il fallimento, condizionano il finale di stagione. Nonostante tutto, Mancini porta la Lazio in Champions League e ad un passo dalla finale di Coppa Uefa, piegata solo in semifinale dal Porto di José Mourinho, destinato a vincere tutto e a diventare una sorta di incubo per Mancini. L’anno successivo è travagliato, come la vita della società. Nonostante i mille problemi e le voci sempre più ricorrenti di un suo divorzio dalla Lazio con fuga a Milano alla corte di Moratti, Mancini riesce a confezionare un altro piccolo miracolo, portando la squadra ad alzare la quarta Coppa Italia della sua storia, la terza nell’era-Mancini. Il matrimonio finisce lì, con una fuga verso Milano che in molti non gli perdonano e che non gli hanno perdonato a distanza di anni. Ma quella tra Roberto Mancini e la Lazio dà tanto l’impressione di essere una storia incompiuta, con un finale ancora tutto da scrivere.

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STEFANO GRECO

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Anna Falchi Lazio, un amore a prima vista

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anna falchi lazio

Anna Falchi Lazio | La Lazio ha una tifosa d’eccezione come Anna Falchi. Ricordiamo che il derby Capitolino si svolge anche tra le showgirl e a Roma oltre le due squadre si sfidano la nostra Anna con la giallorossa Sabrina Ferilli.

Le due si sono sfidate a colpi di promesse in caso di vittoria dello scudetto. Nel 2000 lo vinse la Lazio con la romanista invece che si spogliò l’anno successivo per lo scudetto della Roma.

Anna Falchi spogliarello Lazio 2000

Lazio Anna Falchi

Anna Falchi nuda Lazio? Divenne la madrina ufficiale della Lazio nel 2000 con la sua promessa mantenuta. Una donna che ama far parlare di se e del suo corpo sempre giovane. Il suo amore per la Prima Squadra della Capitale è così immenso che partecipa annualmente alle manifestazioni della Società. Una showgirl che continua a far parlare di se e della Lazio con i suoi scatti bollenti su Instagram ad ogni vittoria biancoceleste.

Chi è Anna Falchi?

Anna Falchi si chiama in realtà Anna Kristiina Palomaki. Nasce a Tampere il 22 Aprile 1972 in Finlandia. Una carriera da attrice, conduttrice, modella e Produttrice cinematografica Italiana, viene considerata la sex symbol tra gli anni 1990 e gli anni 2000.

La sua carriera passa anche ai tanti concorsi di bellezza tra i quali nel 1988 dove arriva in finale di New Model Today. Viene notata poi da una prestigiosa agenzia di modelle dove conquisterà l’anno successivo centinaia di copertine e ingaggi pubblicitari tra Milano, Parigi e New York.

Nel 1992 recitò al fianco di Paolo Villaggio nello spot televisivo per la Banca di Roma, diretto da Federico Fellini. Da li in poi aumentarono anche le sue apparizioni nei prestigiosi film tra i quali Paparazzi e Body Guards.

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Changpeng Zhao Lazio, ecco chi è il Ceo di Binance

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Changpeng Zhao lazio

Changpeng Zhao Binance e Lazio, un affare tra la società e lo sponsor che portano nelle casse biancocelesti quell’ammanco che non arrivava da anni: circa 30 milioni di euro.

Chi è Zhao Changpeng?

Ceo Binance Lazio | Nato in Cina il 10 Settembre 1977 a Jiangsu. Dirige attualmente l’azienda cinese-canadese. Ceo e fondatore di Binance, il più grande sito di scambio di criptovalute con un record stabilito nel luglio 2022.

Zhao si trasferisce in Canada da giocane col la sua famiglia per poi vivere attualmente a Singapore. In precedenza è stato una parte fondamentale del team di un altro sito di criptovalute come BlockChain e OkCoin.

Secondo una recente ricerca da parte del Bloomberg Billionaires, il Ceo di Binance si è classificato al 113esimo posto al mondo con un patrimonio stimato a 14,9 miliardi di dollari.

Vita Privata

Da giovanissimo si stabilì con la sua famiglia in Canada all’età di 12 anni. Sua madre e suo padre erano insegnanti in Cina. Il padre però venne poi marchiato come intelletto filoborghese e venne esiliato nelle zone rurali poco dopo la nascita del figlio.

Prima di diventare Ceo, oltre ai ruoli ricoperti nelle grandi aziende, Zhao aiutò la sua famiglia svolgendo anche lavori umili tra i quali in un Mc Donald’s. Arrivato poi all’età giusta per laurearsi, ottiene la laurea in informatica in Quebec nella Mc Gill University.

Carriera

Dopo i lavori umili, Zhao riceve uno stage a Tokyo, sviluppando dei software per l’abbinamento degli ordini commerciali nella Borsa di Tokyo.

Nel 2005 si trasferì a Shangai dove aprì la sua prima azienda Fusion System, un sistema di trading per broker ad alta frequenza.

Nel 2013 ha lavorato invece per vari progetti come la Blockchain e OkCoin. Nel 2014 invece vende il suo appartamento a Shangai per un milione di dollari, investendoli in Bitcoin.

Un investimento che gli ha fruttato da 1 a 15 milioni di dollari in poco tempo. Nel giro di poco tempo, dal 2017 al 2018, con il lancio di Binance Smart Chain, il fatturato gli ha fruttato in banca oltre 1,2 miliardi di dollari.

Lazio Binance

Come riportato in un articolo del Corriere dello Sport del 2020:

Trenta milioni di euro da parte di Binance per essere sponsor della Lazio. Circa 10 a stagione comprensivi di bonus finali e facilmente raggiungibili. Il minimo garantito dovrebbe coprire il 70% ( 7 milioni a stagione ). Nelle prossime settimane andranno in commercio i Fan Token e prodotti virtuali….

Per approfondire quest’ultima parte, vi invitiamo a leggere l’articolo sui Fan Token e prodotti virtuali presenti sul nostro sito web.

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Libor Kozak, dichiarazioni shock su Tare e Delio Rossi: ” Mani al collo”

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Libor Kozak torna a parlare della sua parentesi nella Lazio. L’ex attaccante biancoceleste, anche se non ha inciso molto a livello di prestazioni, è sempre stato amato dai tifosi biancocelesti, rimanendo anche nella storia con la formazione del 26 Maggio 2013.

L’attaccante però è tornato a parlare al portale ceco Bez Fràzì, in occasione della sua nuova stagione con lo Slovàcko. Dichiarazioni che risultano pesanti con retroscene agghiaccianti nella sua permanenza con la Lazio.

“Avevo ventiquattro anni e dopo cinque anni di permanenza nel club, culminati con l’essere diventato capocannoniere dell’Europa League nella primavera del 2013, c’era molto interesse nei miei confronti. Avevo diverse offerte tra cui scegliere e fin dal primo momento ho sentito di voler andare in Inghilterra, dove l’Aston Villa era molto interessato a me. Ma il presidente della Lazio è un uomo notoriamente avaro e non ha paura di lasciare fuori dalla squadra i giocatori che sono interessati ad andarsene. È successo anche a me. Mi ha tagliato fuori, ho sofferto tutta l’estate in attesa del permesso di trasferirmi. Volevano sempre più soldi per lasciarmi andare, arrivando anche a chiedere dieci milioni di euro, che ovviamente nessuno avrebbe pagato all’epoca. Le trattative si sono trascinate e io ero nervoso. Eppure Tare, in qualità di direttore sportivo, mi ha rassicurato per due mesi di fila che tutto si sarebbe risolto. Poco prima della scadenza del termine per il trasferimento, ha affermato che la situazione si sarebbe risolta subito, che si sarebbero seduti con il presidente e i dirigenti dell’Aston Villa, lui avrebbe convinto Lotito ad accettare la cifra offerta e io sarei potuto andare. Il mio agente era presente alla riunione e mi ha detto che Tare era quello che voleva sempre di più e ha consigliato al presidente di non approvare il trasferimento. Su sollecitazione, mi consigliò che se volevo ancora andare avanti, dovevo andare da Tare e dirgli cosa pensavo di lui. Ci siamo incontrati nel garage del centro sportivo, feci un respiro profondo, mi feci forza e cominciai a imprecare. Ho detto a Tare cose molto pesanti, non so da dove mi siano venute e ancora oggi mi sento in colpa per questo. Lui mi afferrò per il collo e iniziò a urlare. I giovani calciatori ci giravano intorno e preferivano distogliere lo sguardo, facendo finta di non essere lì. A casa mi addormentai piangendo. Ho chiamato i miei genitori e ho detto loro che non sapevo cosa mi sarebbe successo perché avevamo litigato con la direzione. La mattina dopo ho visto il numero di Tare squillare sul mio telefono. Non volevo rispondere alla chiamata, temevo che avrebbe annunciato la rescissione del mio contratto o che mi avrebbe minacciato di fare in modo che non giocassi da nessun’altra parte. “Fai i bagagli, il trasferimento è organizzato”. Non credo che capirò mai come funzionano queste cose e cosa è cambiato all’improvviso. Ho letto sul giornale che Tare mi augurava il meglio nel mio nuovo club e che ero un grande professionista per lui. Non me la sono bevuta affatto. A due giorni dalla scadenza dei trasferimenti, sono andato a Birmingham per unirmi alla squadra nella competizione più seguita al mondo. Ho capito subito che era la volta buona. L’Italia mi aveva fatto diventare un attaccante per il grande mondo del calcio, ma solo nell’ambiente inglese mi sono sentito me stesso. Le risse, il gioco duro, i lividi. Per cinque mesi ho vissuto in una favola calcistica. 

Pavel Nedved? La mia prima partita da titolare titolare della Lazio è stata anche l’ultima della sua carriera, e non riesco nemmeno a descrivere ciò che ho percepito in quel grande ingresso in campo. Tutto quello che so è che vedere Pavel accanto a me mi ha fatto capire che tutto era possibile. Se ci è riuscito lui, perché non posso farlo io? Questo pensiero mi ha fatto venire un’irrefrenabile voglia di lavorare. Quel giorno abbiamo perso 0-2 a Torino, ma credo di aver fatto bene. Delio Rossi invece aveva un’opinione un po’ diversa su come gestire una situazione accaduta nel primo tempo, quando andando da una parte all’altra del campo, la palla ha rimbalzato e ho cercato di superare Gigi Buffon. Così all’intervallo, quando sono arrivato nello spogliatoio, Rossi mi ha preso per il collo, a quanto pare è il modo preferito di comunicare in Italia, e mi ha urlato: “Che pensi di fare qui a diciannove anni, spodestare Buffon?”. Dopo una splendida annata in serie B con il Brescia, con cui siamo stati promossi in Serie A, sono stato inserito stabilmente nella rosa della Lazio e sono iniziati i bei tempi. Facevo molte presenze, segnavo gol, giocavamo in Europa League per tre anni di fila e mi sembrava che qualsiasi cosa facessi, qualsiasi cosa decidessi, fosse giusta. Mi sentivo il re del mondo, stagione dopo stagione arrivavo sempre più in alto. A scuola mi trovavo abbastanza bene, gli stessi insegnanti venivano a fare il tifo per il calcio ed erano amichevoli con me. Probabilmente è per questo che sono riuscito a finire il mio diploma di scuola superiore prima di andare in Italia. Quando sono arrivato a Roma con la mia Fabia tuning con i vetri neri, le ruote fuse e l’alettone, non avrei pensato che ci sono cose brutte nella vita, anche se l’allenatore della Lazio mi disse già al primo allenamento che non ero ancora pronto per la Serie A e che dovevo inserirmi nella Primavera. Non l’ho nemmeno presa male, ho capito che se doveva succedere, sarebbe stato meglio per me e non mi sono stressata. Ma subito dopo hanno iniziato a costruirmi, sono arrivati i primi gol e alla fine di aprile ero in squadra.

Nel calcio si vede sempre qualcuno intorno a noi che ha qualche problema di salute. Ovunque nei club ci sono ragazzi che magari non giocano per metà anno, anche nella Lazio c’erano, ma io facevo finta di non vederli. Non volevo ammettere che esistesse una lesione a lungo termine e che forse poteva capitare a me. Alla Lazio non andavo nemmeno dai massaggiatori, non sentivo il bisogno di muovere qualcosa di doloroso prima delle partite, non conoscevo qualcosa come il taping. I miei compagni di squadra, che passavano molto tempo sul divano, li vedevo piuttosto indolenziti. Mi sentivo come se nulla potesse durare. 

Ho sempre giocato duro e senza troppo rispetto. Nella mia prima stagione completa alla Lazio, mi sono messo nei guai: contro il Milan, ho mandato due giocatori all’ospedale. Prima, Bonera, che ho preso a gomitate e ha aperto la testa. Al suo posto è entrato Legrottaglie, un veterano che in un tackle è andato a testa bassa sul pallone, mentre io sono entrato con il piede. Gli ho inciso il sopracciglio sopra l’occhio. C’era sangue dappertutto. Tutta la loro squadra si è avventata su di me, sui miei compagni di squadra che cercavano di difendermi, e ne è nata una bella colluttazione. Ero finito per me stesso, perché non avevo fatto nulla per fare del male a nessuno. E poi un Ibra arrabbiato mi è venuto addosso. Tutti sanno che Zlatan ha la reputazione di cambiare a volte. Io sono alto, ma lui sembrava essere alto circa tre metri in quel momento. Mi ha guardato e mi ha detto: “Giovanotto, calmati. Dopo la partita ci siamo cambiati le maglie e mi ha anche fatto i complimenti per come avevo giocato bene. Adriano Galliani, era di parere diverso. Ha detto al giornale che dovevo andare in prigione per i miei interventi e ha richiamato gli arbitri contro di me. Ho sofferto nelle partite successive, mi è stato fischiato di tutto. Quasi tutti gli uno contro uno che ho fatto sono finiti in fallo, secondo gli arbitri. Anche se la Lazio mi difese ufficialmente, dicendo che gli arbitri avrebbero rovinato la mia carriera, i tifosi protestarono, ma fu inutile. L’influenza di Galliani era maggiore. Ho detto al telefono al mio agente che non potevo giocare e lui non ha avuto nulla da dire, perché le cose stavano proprio così. Questo è stato uno dei motivi per cui mi sono trovato meglio in Europa League e per cui alla fine volevo lasciare l’Italia”.

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