Lazio, concediti di sognare

Ci sono diversi modi di vivere il calcio.

C’è chi lo fa in modo freddo, cinico e razionale seguendo le partite e reagendo ai risultati di conseguenza, senza troppi eccessi sia nella vittoria che nella sconfitta.

C’è poi chi lo fa in modo viscerale, ossessivo, passionale. Chi vive di pane e calcio e ha bisogno di identificarsi nella squadra del cuore ogni giorno dell’anno.

Alla seconda categoria appartengono i tifosi più affezionati, quelli che se dovessero sposarsi nel giorno del derby cercherebbero un sostituto da mandare in chiesa e non allo stadio, quelli che costituiscono il bello e il brutto di uno sport entrato ormai nella cultura popolare del nostro paese.

Prima ancora dei gol, delle vittorie e dei traguardi raggiunti a loro vanno consegnate emozioni, attimi da immortalare, va data la possibilità di divertirsi vivendo questa passione col massimo dell’entusiasmo.

Entusiasmo che non va confuso con l’arroganza di chi pensa di aver vinto prima di cominciare a giocare, ma con la voglia spasmodica di seguire i propri idoli, convertendo l’attesa in energia positiva.

Tutto quello che alla Lazio è spesso mancato, nell’attesa di un maledetto salto di qualità diventato ormai spettro e ossessione di tutto il mondo biancoceleste.

E adesso nonostante una grande stagione sono bastate le voci degli addii di De Vrij, Biglia e Keita (spina dorsale della squadra) per riportare l’ambiente nello sconforto, nel pessimismo e nell’angoscia di tornare a vivere una stagione da comprimari.

Serve un segnale. Qualcosa che dia la scossa, che scavi un solco col passato lasciando un senso di appartenenza forte e indipendente dalla posizione finale in campionato.

Un grande acquisto, una bella iniziativa. Qualunque cosa, ma che sia fatta bene. Per permetterci di vivere un’estate sognando ad occhi aperti.

E per permettere alla Lazio di farlo ancor prima di noi, con l’obiettivo di spiccare un volo ancora più bello.