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La Lazio perde la testa, il sorriso e le motivazioni

LEDESMA

La Lazio sta perdendo la testa e il sorriso, la cattiveria che ti spinge a dare sempre di più e ad avere fame anche dopo un successo importante, la gioia di far parte di un gruppo e soprattutto la convinzione in quello che si fa, nell’esistenza reale di un progetto alla base del lavoro quotidiano.  Queste cose le pensiamo in tanti e da tanto tempo, ma ieri ascoltando bene la conferenza stampa di Petkovic, dubbi e sospetti hanno trovato conferme e sono diventati una realtà sotto gli occhi di tutti. Almeno di quelli che hanno ancora voglia di vedere, di sentire, di capire, quelli che non si sono fermati al 26 maggio o che si sono rifiutati di perdere l’uso della ragione solo a causa di un successo importantissimo, di portata storica quanto vogliamo, ma che ha fatto perdere a tanti il contatto con la nostra realtà, che ha fatto dimenticare il settimo posto in classifica alla fine di un campionato deludente, che più che scacciare o seppellire i problemi, li ha fatti finire sotto un tappeto, come la polvere che nasconde agli occhi dell’ospite chi non ha mezzi, tempo o voglia di pulire realmente una casa. Di chi basa tutto sull’apparenza e non sulla sostanza.

E allora, per analizzare il momento della Lazio, per capire qual è la situazione reale e che cosa c’è dietro l’angolo, parto proprio dalle parole pronunciate ieri a caldo da Petkovic.

“Paghiamo la mancanza di concentrazione: non si può prendere gol subito dopo aver segnato il 2-0. Anche fisicamente siamo stati inferiori all’avversario. Non ci sono giustificazioni, in momenti di meno brillantezza dobbiamo comunque essere cinici, difendere e portare a casa il risultato. Facciamo errori evitabili che influiscono sulla stabilità della squadra, perdiamo troppi palloni e questo porta a caos e sfiducia all’interno del gruppo”.

Come fa una squadra ad essere distratta e deconcentrata, svagata come uno studente in aula che a fine maggio sogna la fine della scuola e l’inizio dell’estate, quando la stagione è iniziata da poco più di un mese? Perché una squadra dipinta come forte, in grado di lottare alla pari con tutti e che secondo Lotito non ha punti deboli ed è stata costruita per primeggiare al primo errore perde fiducia, si abbatte e in alcuni casi (come in occasione delle due sfide con la Juventus) crolla e rischia di essere travolta? Queste sono cose che succedono quando non hai fiducia nei tuoi mezzi, quando non ti senti all’altezza, quando messo al tappeto al primo pugno dall’avversario mentalmente consideri già perso l’incontro perché dentro di te sai di non avere il pugno per mandare a tua volta al tappeto il rivale e pareggiare il conto, oppure addirittura ribaltare l’esito del match. No, la Lazio si arrende. Se vai in vantaggio perde concentrazione e rischia la rimonta (con l’Udinese ci è andata bene, con il Sassuolo no…), mentre se va sotto è finita. Basta guardare le facce dei giocatori per capire che vanno avanti per forza d’inerzia, ma che neanche loro credono realmente nella possibilità di recuperare. E’ successo due volte contro la Juventus, ma è successo anche nel derby. Eppure davanti non ci siamo trovati una Roma irresistibile o travolgente. Anzi, a tratti abbiamo visto una squadra quasi terrorizzata al pensiero di incassare un’altra sconfitta, anche dopo essere passata in vantaggio. Ma noi non abbiamo dato mai realmente l’impressione di poter recuperare. Di credere nella possibilità di ribaltare lo 0-1. E chiaramente abbiamo preso il secondo.

“Hernanes? A sprazzi gioca bene ma fatica tanto a trovare la fluidità di gioco. Forse deve ritrovare il sorriso, solo cosi può tornare a divertirsi e divertire”.

Domanda: perché Hernanes ha perso il sorriso? Perché un giocatore che a maggio ha alzato il primo trofeo della sua carriera in Italia, che per sua stessa ammissione a Roma vive da Dio (e la sua famiglia ancora più di lui…) e che oramai è entrato stabilmente a far parte del gruppo della Nazionale brasiliano dovrebbe aver perso il sorriso e la voglia di divertirsi e di divertire? E’ solo un problema di ruolo in campo, o forse alla base c’è un rinnovo di contratto lontano anni luce e la consapevolezza di essere rimasto a Roma e nella Lazio solo perché nessuno ha messo sul piatto i soldi richiesti da Lotito? La “precarietà”, toglie serenità. La toglie a noi che combattiamo una battaglia quotidiana per sopravvivere in questo momento di crisi, ma la toglie anche a chi non avendo per sua fortuna problemi economici perde il sonno e la serenità per altri motivi. Ma ci vuole così tanto a capire che l’aspetto psicologico è importante? Guardate Cavanda. Non sarà un fenomeno, ma risolto il problema del contratto con un rinnovo quinquennale è tornato ad essere il ragazzo spensierato di prima. Non è diventato più bravo grazie al ritocco dell’ingaggio, ma è sereno. Quello che non è Hernanes, così come non lo è Dias, altro che era stato ad un passo dal lasciare la Lazio e che a mercato chiuso ha avuto un durissimo scontro con Tare al punto che la società ha deciso di estrometterlo dalla lista-Uefa. Decisione folle e autolesionistica, visti i problemi fisici ben noti di Radu e Konko ed una rosa già povera di alternative. E che quella lite abbia lasciato il segno lo si è visto appena Dias è sceso in campo: basta pensare a quello che ha combinato contro l’Udinese o al rosso rimediato pochi minuti dopo essere entrato in campo nel derby. Ieri Dias ha segnato un gol importante e la rabbia nell’esultanza dopo il gol dice tutto. Ma di più dicono le sue parole a fine partita.

“Mi alleno e lotto per dimostrare di essere un giocatore da Lazio. Oggi sono qui, ma a gennaio si vedrà”.

Sembrano le parole di uno che si sente quasi un ex, che aspetta solo la riapertura del mercato per fare la valigia e andare altrove. Per tornare in brasile, o magari per firmare un ricco contratto da pensionato di lusso per qualche squadra araba.

“Mancano concorrenza e ricambi, elementi fondamentali quando si gioca ogni tre giorni. Gli ultimi dieci minuti li abbiamo praticamente giocati in inferiorità numerica, questo ci ha tolto energie e non ci ha permesso di provarci fino alla fine”.

E questo è forse il passo più preoccupante nell’intervista di ieri di Petkovic. L’assenza di concorrenza e di ricambi. Lotito e Tare ci raccontano di due titolari per ogni ruolo, ma a quanto pare ne sono convinti solo loro di questo. Petkovic dice apertamente che non ha la possibilità di far tirare il fiato a certi giocatori, costretti a scendere in campo ogni tre giorni per assenza di alternative. Ieri ha nominato Pereirinha, uno che fino a tre settimane fa era l’ultima delle riserve e che ora è diventato titolare inamovibile, perché la presunta alternativa a Radu, ovvero Vinicius, è un oggetto misterioso, una sorta di Ufo che si aggira dalle parti di Formello. Uno dei tanti di questo mercato “galattico” fatto dal duo Lotito-Tare. Ma il discorso fatto per Pereirinha vale anche per Floccari. Gioca perché dietro a lui c’è il vuoto, ma solo per quel motivo. Perché venuta meno la presenza di Klose è di nuovo evidente a tutti il problema-attacco, la sterilità di una squadra che senza di lui è riuscita a vincere solo 6 partite su 22. Insomma, se la Lazio vince sempre quando segna Hernanes, non vince mai o quasi quando manca l’unico attaccante degno di questo nome presente in rosa. Tra l’altro, in questi primo nove mesi dell’anno Klose ha segnato solo 6 reti, di cui 5 in una volta sola al Bologna. E forse non è un caso se da gennaio in poi il rendimento della Lazio è crollato, portandola dal secondo al settimo posto nella passata stagione agli 8 punti di distacco dalla Roma dopo appena 6 giornate in questo campionato. E nella migliore delle ipotesi Klose deve restare per almeno altri 10 giorni a riposo assoluto, poi potrà riprendere piano, piano la preparazione. E considerando che già prima dell’operazione non era al top della forma, chissà quando rivedremo il vero Klose. E in attesa, ci rifaremo gli occhi con Floccari e Perea, tanto perché non serviva un Yilmaz o un attaccante vero da inserire in rosa.

Insomma, tutte cose che sapevamo, problemi che avevamo provato ad evidenziare durante i mesi di NON-MERCATO della Lazio, ma che sono stati infilati come la polvere sotto il tappeto per non rovinare l’atmosfera, perché bisognava pensare solo a godere del successo in Coppa Italia, come se il mondo si fosse fermato il 26 maggio. No, il mondo non si è fermato per celebrare quel successo, siamo noi che ci siamo fermati al 26 maggio. Altri, che il 27 maggio sembravano morti e sepolti, da quella batosta hanno tratto la forza per ripartire, la rabbia per cercare il riscatto. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Forse non dureranno fino a maggio, probabilmente non vinceranno lo scudetto, ma loro comunque credono in quello che fanno e si divertono a farlo e divertono. E non si illudono con queste sei vittorie e con il successo nel derby di aver cancellato quello che è successo il 26 maggio, perché forse non si cancellerà mai. Ma sono ripartiti. Noi, invece, ci siamo fermati lì. E a distanza di 5 mesi, guardando le facce dei giocatori in campo, l’umore dell’ambiente e le prospettive, sembriamo noi e non loro gli sconfitti di quel giorno. E in molti abbiamo dentro la sgradevole sensazione che il peggio debba ancora arrivare.

STEFANO GRECO