Connect with us

News

Giorgio e Cristiano Sandri :” Gabriele vive insieme a noi “

Published

on

GABRIELE SANDRI

Sei anni senza Gabriele, sei anni che è volato in cielo più alto della sua passione, la Lazio. Un tifoso strappato alla sua squadra, ma soprattutto un ragazzo strappato alla propria famiglia. Il fato, a volte, ti guarda negli occhi: lui era seduto in auto quando un proiettile lo colpì. Una storia infangata da tante versioni sporche come le mani di chi le dichiarava, poi il processo, la giustizia e il giustiziato. Ma il ragazzo non c’è più, ha lasciato un posto vuoto in Curva Nord: spesso è riempito da bandiere con il suo viso, da cori che lo ricordano, ma nemmeno a dirlo non è la stessa cosa. I ragazzi del Corso d’informazione sportiva de Lalaziosiamonoi.it sono andati a trovare Giorgio e Cristiano Sandri, il padre e il fratello di Gabriele. Con loro hanno parlato di come i media trattarono il caso, del rapporto con le tifoserie, della Fondazione e della lazialità.

Dal punto di vista mediatico, vi ha fatto più male il tentativo di sporcare l’immagine di Gabriele o la sentenza in primo grado?

Cristiano: “Entrambe le cose ci hanno fatto male, nell’immediato c’è stato il tentativo che ci aspettavamo: purtroppo nella vicenda era implicato un uomo delle forze dell’ordine e quindi per attutire una cosa così grave, l’attenzione è stata spostata su argomenti che non avevano nulla a che fare con l’accaduto. La cosa che ci colpì di più fu il fatto che un caso così delicato non fosse preso in considerazione in maniera importante dall’opinione pubblica. Così è stato nei 3-4 giorni successivi, poi ci siamo decisi di intervenire con una conferenza stampa perché dalla struttura della comunicazione veniva fuori una delegittimazione di Gabriele, annacquando le responsabilità di chi si era reso responsabile dell’omicidio. Dopo la sentenza di primo grado, come fratello ma anche come addetto ai lavoro visto che sono avvocato, mi sono sentito tradito: l’asticella si era spostata verso la ragione dell’imputato”.

Diciamo che i media non trattarono bene l’accaduto…

Giorgio: “Questo dovrebbe far pensare, con tanta gravità la famiglia non era al corrente della situazione. Loro avevano già capito di cosa si trattasse e dovevano pensare cosa fare e cosa dire

A che pro, è stata fatta questa scelta mediatica?

Giorgio: “C’è stato uno stato confusionale, perché era accaduto un fatto impensabile e uscirono notizie inesistenti. Probabilmente essendo coinvolto un tutore dell’ordine, prima di gettarsi in dichiarazioni di quanto accaduto, hanno cercato di prendere tempo e salvaguardare quanto meno l’operato dell’agente Spaccarotella”

Cristiano: “A questo proposito aggiungo solo che Gabriele venne a mancare alle 9:17: c’è stato un servizio mandato dal TG2 on una telefonata ricevuta dal 118, cioè l’ambulanza che doveva soccorrere mio fratello al punto blu del casello. L’operatore del 118 voleva informazioni da quello del 113 che a sua volta richiedeva l’intervento del mezzo con il medico a bordo. Le spiegazioni non arrivavano e il servizio finì con il dialogo in toscano stretto ‘si è bello che capito’. Questa frase vale più di mille spiegazioni”

Dopo tutto questo, qual è il vostro rapporto con le forze dell’ordine?

Giorgio: “Io ho sempre detto che il fatto di volere giustizia e verità, non fosse una battaglia contro le forze dell’ordine. Come cittadino, l’ex agente andava perseguito per quello che aveva fatto. Io ho famigliari nelle forze dell’ordine, forse qualcun altro ha cercato sempre di dire che noi eravamo quelli che volevano fare la battaglia contro le forze dell’ordine per comodo e magari pensando che in questo modo l’agente Spaccarotella potesse venire difeso in maniera più accorata, ma non è mai stato il nostro intento”

Le forze dell’ordine hanno mai provato ad instaurare un rapporto umano con voi?

Cristiano: “Io ho avuto un rapporto basato su una grande onestà intellettuale con l’ex capo della Polizia, il prefetto Manganelli. Lui fu credo il primo a dichiarare che non ci dovevano essere giustificazioni per un episodio così grave. Quando i media parlavano di sassi nelle tasche di Gabriele, che in realtà sassi non erano, Manganelli disse di lasciar perdere queste cose, facendo capire che si trattava di stupidaggini e che le cose serie erano ben altre. C’è stato un confronto sempre onesto e io di questo gliene sono riconoscente. Si era anche instaurato un rapporto umanamente valido perché capiva benissimo la tragedia che aveva vissuto la mia famiglia per un fatto inaccettabile”

In che modo le istituzioni vi sono state vicine?

Giorgio: A livello umano la prima persona che ci è stata vicina è stato l’ex sindaco Walter Veltroni che proclamò il lutto cittadino e ci mise a disposizione la camera ardente in Campidoglio. Poi il Presidente della Repubblica anche si è subito dimostrato colpito per quello che era accaduto”

Cristiano: “La vicenda giudiziaria però è stata condotta solo ed esclusivamente dalla famiglia e dal legale della famiglia”

Quante persone per opportunismo si sono avvicinate a voi e poi sono sparite nel nulla?

Cristiano: “Tantissime, non è nemmeno il caso di nominarle. Non le ricordo tutte, ma sono moltissime. Me l’aspettavo, non è stata un sorpresa. Ma a volte è subentrata la rabbia perché mi sono sentito strumentalizzato”

La conferenza stampa convocata nell’imminenza dell’accaduto dal questore di Arezzo Vincenzo Giacobbe, aveva la funzione di provare a giustificare quella tragedia?

Cristiano: “Quella conferenza stampa avvenuta alle 18 dell’11 novembre 2007 fa riflettere. Il prefetto non era solo, con lui c’era anche il portavoce della Polizia Roberto Sgalla. Ho sempre percepito quella conferenza come una non-conferenza, perché se vi ricordate bene fu impedito ai giornalisti di fare domande. Apro una parentesi, se in quel contesto ad un giornalista viene vietato di fare domande, un giornalista serio dovrebbe posare taccuino e penna. Non era un conferenza, era un comunicato stampa. Mi ricordo tutto quello che è accaduto quel giorno e nei giorni successivi. Percepivo uno sforzo di attutire la portata di quello che era accaduto. Si parlava ancora di colpi sparati in aria, quando invece il colpo che ha attinto la macchina di Gabriele rendeva improbabile quell’ipotesi. Ci sarebbe dovuta essere una deviazione di un piccione d’acciaio che dal cielo aveva deviato il colpo verso la macchina. Memore di alcune altre vicende, ho subito immaginato che si poteva sviluppare un certo tipo di discorso. Avevo la ferma convinzione che sarebbe uscito anche il discorso della deviazione del proiettile, non solo perché lo aveva già dichiarato il prefetto ma anche perché non bisognava far apparire un gesto così clamoroso di uno sceriffo che si era sentito in dovere di sparare in quel modo in mezzo ad un’autostrada”

Questa tragedia ha influenzato nel bene e nel male i rapporti tra le forze dell’ordine e gli ultrà?

Giorgio: Ho imparato a conoscere i ragazzi di tutta Italia da quell’11 novembre 2007. Ho girato l’Italia in lungo e in largo, isole comprese. Ho notato che quando si parla di ultrà o di tifosi, c’è quasi un sentimento di disprezzo in chi ne parla. In qualche modo a qualcuno serve parlarne così, serve descriverli come dei delinquenti. Io ho conosciuto tanti bravi ragazzi, gente preparata, non scapestrati e ignoranti. Ho incontrato giornalisti, avvocati, dottori che la domenica vanno in curva a tifare la propria squadra. La definizione di ultrà intesa come qualcuno vorrebbe, è sbagliata”

Cristiano: “Da quell’11 novembre, a parte i gravi disordini, da censurare, che sono accaduti nell’immediato, sono state fatte tante altre iniziative, tante manifestazioni da parte dei ragazzi di curva. Non solo a Roma ma in tutta Italia. Iniziative che si sono sempre svolte nel massimo della civiltà, nel rispetto della legalità, e spesso non sono state sottolineate. Troppe volte si sottolinea la parte che non va bene, perché gli scontri fanno più notizia di una donazione del sangue da parte dei ragazzi che frequentano la curva”

A proposito di Roma, la Roma ha dimostrato in diverse circostanze di essere vicina alla vostra famiglia. Qual è stato invece l’atteggiamento della Lazio?

Leggi anche:   Calciomercato Lazio 2022: la situazione delle cessioni, acquisti, trattative

Cristiano: “E’ un difficile stabilire quale sia stato il comportamento della Lazio. E’ un discorso viscerale. Noi, che siamo direttamente coinvolti, ci aspettavamo sicuramente una vicinanza più concreta senza soffermarci a ricordare episodi specifici. Tuttavia in vicende come questa non si deve pretendere qualcosa se non proviene direttamente dall’anima o dal cuore. Ad ogni modo ci sono stati alcuni eventi celebrati con la società, e ci ha fatto piacere. Per quel che riguarda la Roma ha sempre mostrato il suo interesse per la tragedia della nostra famiglia, e se chiamata in causa non ha mai lesinato alcun tipo di sforzo per partecipare alle iniziative che abbiamo intrapreso anche con la Fondazione”

Qual’è il vostro rapporto attuale con la Curva Nord?

Cristiano: Il mio rapporto con la Curva Nord è qualcosa di indicibile. Ricordo quando ero bambino, verso i sei o sette anni, cominciai a frequentare lo stadio con mio padre, in Tribuna Tevere, e la prima cosa che facevo quando entravo era guardare la curva, attratto da quel muro biancoceleste e da quell’incessante sostegno. Andavo in tribuna ma non vedevo l’ora di poter andare in curva. E così avvenne verso i tredici anni. E lì ho proseguito la mia ‘carriera’ da tifoso, poi emulata anche da Gabriele. La Curva Nord fa parte della mia vita. La stessa emozione del derby dello scorso anno, andare sotto la curva coperta con l’immagine di mio fratello insieme a mio figlio Gabriele, è qualcosa di indescrivibile”

Vi hanno sorpreso tutte le dimostrazioni d’affetto e di vicinanza di tanti gruppi ultrà, non solo in Italia ma anche all’estero, uno tra i tanti, lo striscione della curva del Real Madrid?

Giorgio: “La solidarietà di questi ragazzi è di gran lunga superiore a quella di tante persone ingessate, che in quei giorni bui cercavano di emettere sentenze e dire menzogne. Infatti voglio ringraziare tutti i tifosi del mondo che hanno fatto in modo che Gabriele diventasse un simbolo. Gabriele non sarà mai dimenticato, e questo per me è molto importante per andare avanti in questo dolore, visto che la sua mancanza è tangibile in ogni momento della giornata nonostante siano passati sei anni”

Cristiano: Era la ridda dei luoghi comuni quei giorni. Tutti parlavano e straparlavano. Oltre la Spagna e il Real Madrid ci sono stati attestati intercontinentali, addirittura a Sidney sono comparsi striscioni per ricordare Gabriele. E’ diventato un’icona per molti ragazzi e spero lo sarà sempre in senso positivo”

La Fondazione. Come nasce? Quali sono i suoi obiettivi? Siete soddisfatti di quanto fatto finora?

Cristiano: “La Fondazione è il mezzo attraverso il quale ricordare Gabriele. Nasce per idea dell’ex sindaco Walter Veltroni, e prosegue col suo successore Gianni Alemanno. Ha avuto una genesi non semplice, non è stato facile costituirla, essendo un tipo di associazione articolata, complessa e onerosa. Un grosso aiuto è venuto anche dalla Federazione Italiana Gioco Calcio. Sono ormai quattro anni che esiste. L’obiettivo, rivolto ai giovani, è trasmettere attraverso lo sport dei valori sani all’insegna della lealtà e della legalità con interesse per il sociale. Questa piccola sede, ma dall’alto valore simbolico, visto che è nella piazza dove è nata la Lazio, è stata istituita, con la collaborazione del dottor Martucci, come una vera e propria biblioteca del calcio. Forse l’unica a Roma che contiene libri che trattano di calcio a 360 gradi. La Fondazione ha indotto il premio letterario. Sempre grazie ad essa, siamo riusciti ad aprire in tutta Italia dei gruppi donatori di sangue, di cui l’11 novembre ci sarà l’adunata nazionale. A livello patrimoniale siamo una piccola fondazione, quindi non è semplice portarla avanti. In un momento così difficile per la nazione ricevere contributi dalle persone è sempre più complicato. Speriamo di portarla avanti fino alla fine e di ricordare Gabriele in modo degno attraverso le iniziative che porteremo avanti da qui in futuro”

Lunedì (oggi,ndr) andrà in scena il secondo premio dedicato a Gabriele, poi quello ad Andrea Pesciarelli…

Cristiano: “Esatto. La Fondazione, per i suoi connotati, proprio perché una piccola fondazione rispetto a tante altre, a quelle che magari si sentono spesso e volentieri in televisione, deve fare sempre i calcoli con quello che può spendere, dove possiamo arrivare e però può essere l’esempio della necessità forse di più aspetto umano, di più umanità in questo momento storico di materialità. La prossima edizione del premio letterario dedicato ad Andrea Pesciarelli, un giornalista e un amico che ci è stato anche vicino in quei giorni della tragedia e che si è delicatamente avvicinato alla nostra famiglia per raccontarla, saremo ospiti di una scuola. Non lo faremo nella bellissima sala, com’è stata per la scorsa edizione, nella Protomoteca del Campidoglio, ma ci è sembrato proprio che, farla all’interno di una scuola, potesse rientrare nei canoni della fondazione e quindi il prossimo 11 novembre saremo ospiti dell’istituto comprensorio La Giustiniana e lì alla presenza sia dei componenti del consiglio d’amministrazione e anche delle autorità che prenderanno parte al ricordo di Gabriele, primo fra tutti anche il Presidente della regione Zingaretti, ci troveremo a premiare i vincitori di quest’edizione del festival letterario”

Un’ultima domanda: cosa vi ha dato e cosa vi ha tolto la Lazio?

Giorgio: “Quando stavamo venendo da voi, lo stavo dicendo prima a Cristiano, parlavo della partita di coppa di ieri sera (Lazio-Limassol) e gli raccontavo che a un certo punto mi sono addormentato, ci sono stati 5, 10 minuti così. E non mi era mai successo. Questo mi dispiace perchè io ho sempre visto con grande emozione le partite della Lazio, da giovane mi facevo tutte le mie trasferte anche io e fino agli anni 2000 quando abbiamo vinto lo scudetto non sono mai mancato la domenica sugli spalti. Invece ieri sera mi è capitato questo e devo dire che, non tanto per quello che faceva vedere la squadra che era un po deficitaria, quanto perchè non riesco più a sentire quel trasporto nel cuore. Mi manca qualcosa e forse in fondo questo qualcosa so cos’è ma non lo voglio dire. Mi dispiace per lui (Cristiano) che ancora magari se la prende e mi dispiace per Gabriele che è li e che comunque so che da lassù tifa sempre come faceva quando andava ogni domenica insieme ai suoi amici a tifare Lazio. Oggi penso che un po’ di lazialità non ci sia più, quella che ho vissuto io non c’è più. Peccato perché era come amare la propria moglie, la propria compagna, la fidanzata, la figlia. Oggi non riesco più ad amarla così la Lazio. Lo devo dire, purtroppo”

Cristiano: Per me la Lazio che c’è stata tramandata proprio da mio padre, io l’ho vissuta visceralmente. In parte me l’hanno tolta. Ma me l’hanno tolta perché mi hanno tolto Gabriele. Perché purtroppo era una passione che condividevo in modo cosi incessante durante tutta la settimana, non passava un giorno in cui magari l’argomento o un pensiero non ricadesse sulla Lazio. E quindi me l’hanno tolta perché mi hanno strappato mio fratello. Ritornare allo stadio senza averlo accanto è sempre brutto quindi, da quando è successo , soltanto tre volte sono riuscito a ritornarci. Tutte e tre le volte perché si ricordava Gabriele e inevitabilmente associo la Lazio anche alla perdita di mio fratello. Ciò non toglie che sia qualche cosa di importante nella mia vita e lo sarà sempre e dovrò cercare anche di superare questo impatto che non è mai semplice con lo stadio anche per portarci mio figlio Gabriele con più assiduità. Vorrò fargli vivere quella sana passione che ho vissuto io e lo dovrò fare anche con il sorriso e con l’orgoglio che caratterizzava lo zio, e sarà un impegno”

LALAZIOSIAMONOI

Seguici su Facebook!
Continua la Lettura
Advertisement

Focus

Anna Falchi Lazio, un amore a prima vista

Published

on

anna falchi lazio

Anna Falchi Lazio | La Lazio ha una tifosa d’eccezione come Anna Falchi. Ricordiamo che il derby Capitolino si svolge anche tra le showgirl e a Roma oltre le due squadre si sfidano la nostra Anna con la giallorossa Sabrina Ferilli.

Le due si sono sfidate a colpi di promesse in caso di vittoria dello scudetto. Nel 2000 lo vinse la Lazio con la romanista invece che si spogliò l’anno successivo per lo scudetto della Roma.

Anna Falchi spogliarello Lazio 2000

Lazio Anna Falchi

Anna Falchi nuda Lazio? Divenne la madrina ufficiale della Lazio nel 2000 con la sua promessa mantenuta. Una donna che ama far parlare di se e del suo corpo sempre giovane. Il suo amore per la Prima Squadra della Capitale è così immenso che partecipa annualmente alle manifestazioni della Società. Una showgirl che continua a far parlare di se e della Lazio con i suoi scatti bollenti su Instagram ad ogni vittoria biancoceleste.

Chi è Anna Falchi?

Anna Falchi si chiama in realtà Anna Kristiina Palomaki. Nasce a Tampere il 22 Aprile 1972 in Finlandia. Una carriera da attrice, conduttrice, modella e Produttrice cinematografica Italiana, viene considerata la sex symbol tra gli anni 1990 e gli anni 2000.

La sua carriera passa anche ai tanti concorsi di bellezza tra i quali nel 1988 dove arriva in finale di New Model Today. Viene notata poi da una prestigiosa agenzia di modelle dove conquisterà l’anno successivo centinaia di copertine e ingaggi pubblicitari tra Milano, Parigi e New York.

Nel 1992 recitò al fianco di Paolo Villaggio nello spot televisivo per la Banca di Roma, diretto da Federico Fellini. Da li in poi aumentarono anche le sue apparizioni nei prestigiosi film tra i quali Paparazzi e Body Guards.

Leggi anche:   Luis Alberto, Ilic ed il Siviglia, si inserisce la famiglia dello Spagnolo
Seguici su Facebook!
Continua la Lettura

News

Changpeng Zhao Lazio, ecco chi è il Ceo di Binance

Published

on

Changpeng Zhao lazio

Changpeng Zhao Binance e Lazio, un affare tra la società e lo sponsor che portano nelle casse biancocelesti quell’ammanco che non arrivava da anni: circa 30 milioni di euro.

Chi è Zhao Changpeng?

Ceo Binance Lazio | Nato in Cina il 10 Settembre 1977 a Jiangsu. Dirige attualmente l’azienda cinese-canadese. Ceo e fondatore di Binance, il più grande sito di scambio di criptovalute con un record stabilito nel luglio 2022.

Zhao si trasferisce in Canada da giocane col la sua famiglia per poi vivere attualmente a Singapore. In precedenza è stato una parte fondamentale del team di un altro sito di criptovalute come BlockChain e OkCoin.

Secondo una recente ricerca da parte del Bloomberg Billionaires, il Ceo di Binance si è classificato al 113esimo posto al mondo con un patrimonio stimato a 14,9 miliardi di dollari.

Vita Privata

Da giovanissimo si stabilì con la sua famiglia in Canada all’età di 12 anni. Sua madre e suo padre erano insegnanti in Cina. Il padre però venne poi marchiato come intelletto filoborghese e venne esiliato nelle zone rurali poco dopo la nascita del figlio.

Prima di diventare Ceo, oltre ai ruoli ricoperti nelle grandi aziende, Zhao aiutò la sua famiglia svolgendo anche lavori umili tra i quali in un Mc Donald’s. Arrivato poi all’età giusta per laurearsi, ottiene la laurea in informatica in Quebec nella Mc Gill University.

Carriera

Dopo i lavori umili, Zhao riceve uno stage a Tokyo, sviluppando dei software per l’abbinamento degli ordini commerciali nella Borsa di Tokyo.

Nel 2005 si trasferì a Shangai dove aprì la sua prima azienda Fusion System, un sistema di trading per broker ad alta frequenza.

Nel 2013 ha lavorato invece per vari progetti come la Blockchain e OkCoin. Nel 2014 invece vende il suo appartamento a Shangai per un milione di dollari, investendoli in Bitcoin.

Un investimento che gli ha fruttato da 1 a 15 milioni di dollari in poco tempo. Nel giro di poco tempo, dal 2017 al 2018, con il lancio di Binance Smart Chain, il fatturato gli ha fruttato in banca oltre 1,2 miliardi di dollari.

Lazio Binance

Come riportato in un articolo del Corriere dello Sport del 2020:

Trenta milioni di euro da parte di Binance per essere sponsor della Lazio. Circa 10 a stagione comprensivi di bonus finali e facilmente raggiungibili. Il minimo garantito dovrebbe coprire il 70% ( 7 milioni a stagione ). Nelle prossime settimane andranno in commercio i Fan Token e prodotti virtuali….

Per approfondire quest’ultima parte, vi invitiamo a leggere l’articolo sui Fan Token e prodotti virtuali presenti sul nostro sito web.

Leggi anche:   Calciomercato Lazio 2022: la situazione delle cessioni, acquisti, trattative

Seguici su Facebook!
Continua la Lettura

News

Libor Kozak, dichiarazioni shock su Tare e Delio Rossi: ” Mani al collo”

Published

on

kozak

Libor Kozak torna a parlare della sua parentesi nella Lazio. L’ex attaccante biancoceleste, anche se non ha inciso molto a livello di prestazioni, è sempre stato amato dai tifosi biancocelesti, rimanendo anche nella storia con la formazione del 26 Maggio 2013.

L’attaccante però è tornato a parlare al portale ceco Bez Fràzì, in occasione della sua nuova stagione con lo Slovàcko. Dichiarazioni che risultano pesanti con retroscene agghiaccianti nella sua permanenza con la Lazio.

“Avevo ventiquattro anni e dopo cinque anni di permanenza nel club, culminati con l’essere diventato capocannoniere dell’Europa League nella primavera del 2013, c’era molto interesse nei miei confronti. Avevo diverse offerte tra cui scegliere e fin dal primo momento ho sentito di voler andare in Inghilterra, dove l’Aston Villa era molto interessato a me. Ma il presidente della Lazio è un uomo notoriamente avaro e non ha paura di lasciare fuori dalla squadra i giocatori che sono interessati ad andarsene. È successo anche a me. Mi ha tagliato fuori, ho sofferto tutta l’estate in attesa del permesso di trasferirmi. Volevano sempre più soldi per lasciarmi andare, arrivando anche a chiedere dieci milioni di euro, che ovviamente nessuno avrebbe pagato all’epoca. Le trattative si sono trascinate e io ero nervoso. Eppure Tare, in qualità di direttore sportivo, mi ha rassicurato per due mesi di fila che tutto si sarebbe risolto. Poco prima della scadenza del termine per il trasferimento, ha affermato che la situazione si sarebbe risolta subito, che si sarebbero seduti con il presidente e i dirigenti dell’Aston Villa, lui avrebbe convinto Lotito ad accettare la cifra offerta e io sarei potuto andare. Il mio agente era presente alla riunione e mi ha detto che Tare era quello che voleva sempre di più e ha consigliato al presidente di non approvare il trasferimento. Su sollecitazione, mi consigliò che se volevo ancora andare avanti, dovevo andare da Tare e dirgli cosa pensavo di lui. Ci siamo incontrati nel garage del centro sportivo, feci un respiro profondo, mi feci forza e cominciai a imprecare. Ho detto a Tare cose molto pesanti, non so da dove mi siano venute e ancora oggi mi sento in colpa per questo. Lui mi afferrò per il collo e iniziò a urlare. I giovani calciatori ci giravano intorno e preferivano distogliere lo sguardo, facendo finta di non essere lì. A casa mi addormentai piangendo. Ho chiamato i miei genitori e ho detto loro che non sapevo cosa mi sarebbe successo perché avevamo litigato con la direzione. La mattina dopo ho visto il numero di Tare squillare sul mio telefono. Non volevo rispondere alla chiamata, temevo che avrebbe annunciato la rescissione del mio contratto o che mi avrebbe minacciato di fare in modo che non giocassi da nessun’altra parte. “Fai i bagagli, il trasferimento è organizzato”. Non credo che capirò mai come funzionano queste cose e cosa è cambiato all’improvviso. Ho letto sul giornale che Tare mi augurava il meglio nel mio nuovo club e che ero un grande professionista per lui. Non me la sono bevuta affatto. A due giorni dalla scadenza dei trasferimenti, sono andato a Birmingham per unirmi alla squadra nella competizione più seguita al mondo. Ho capito subito che era la volta buona. L’Italia mi aveva fatto diventare un attaccante per il grande mondo del calcio, ma solo nell’ambiente inglese mi sono sentito me stesso. Le risse, il gioco duro, i lividi. Per cinque mesi ho vissuto in una favola calcistica. 

Pavel Nedved? La mia prima partita da titolare titolare della Lazio è stata anche l’ultima della sua carriera, e non riesco nemmeno a descrivere ciò che ho percepito in quel grande ingresso in campo. Tutto quello che so è che vedere Pavel accanto a me mi ha fatto capire che tutto era possibile. Se ci è riuscito lui, perché non posso farlo io? Questo pensiero mi ha fatto venire un’irrefrenabile voglia di lavorare. Quel giorno abbiamo perso 0-2 a Torino, ma credo di aver fatto bene. Delio Rossi invece aveva un’opinione un po’ diversa su come gestire una situazione accaduta nel primo tempo, quando andando da una parte all’altra del campo, la palla ha rimbalzato e ho cercato di superare Gigi Buffon. Così all’intervallo, quando sono arrivato nello spogliatoio, Rossi mi ha preso per il collo, a quanto pare è il modo preferito di comunicare in Italia, e mi ha urlato: “Che pensi di fare qui a diciannove anni, spodestare Buffon?”. Dopo una splendida annata in serie B con il Brescia, con cui siamo stati promossi in Serie A, sono stato inserito stabilmente nella rosa della Lazio e sono iniziati i bei tempi. Facevo molte presenze, segnavo gol, giocavamo in Europa League per tre anni di fila e mi sembrava che qualsiasi cosa facessi, qualsiasi cosa decidessi, fosse giusta. Mi sentivo il re del mondo, stagione dopo stagione arrivavo sempre più in alto. A scuola mi trovavo abbastanza bene, gli stessi insegnanti venivano a fare il tifo per il calcio ed erano amichevoli con me. Probabilmente è per questo che sono riuscito a finire il mio diploma di scuola superiore prima di andare in Italia. Quando sono arrivato a Roma con la mia Fabia tuning con i vetri neri, le ruote fuse e l’alettone, non avrei pensato che ci sono cose brutte nella vita, anche se l’allenatore della Lazio mi disse già al primo allenamento che non ero ancora pronto per la Serie A e che dovevo inserirmi nella Primavera. Non l’ho nemmeno presa male, ho capito che se doveva succedere, sarebbe stato meglio per me e non mi sono stressata. Ma subito dopo hanno iniziato a costruirmi, sono arrivati i primi gol e alla fine di aprile ero in squadra.

Nel calcio si vede sempre qualcuno intorno a noi che ha qualche problema di salute. Ovunque nei club ci sono ragazzi che magari non giocano per metà anno, anche nella Lazio c’erano, ma io facevo finta di non vederli. Non volevo ammettere che esistesse una lesione a lungo termine e che forse poteva capitare a me. Alla Lazio non andavo nemmeno dai massaggiatori, non sentivo il bisogno di muovere qualcosa di doloroso prima delle partite, non conoscevo qualcosa come il taping. I miei compagni di squadra, che passavano molto tempo sul divano, li vedevo piuttosto indolenziti. Mi sentivo come se nulla potesse durare. 

Ho sempre giocato duro e senza troppo rispetto. Nella mia prima stagione completa alla Lazio, mi sono messo nei guai: contro il Milan, ho mandato due giocatori all’ospedale. Prima, Bonera, che ho preso a gomitate e ha aperto la testa. Al suo posto è entrato Legrottaglie, un veterano che in un tackle è andato a testa bassa sul pallone, mentre io sono entrato con il piede. Gli ho inciso il sopracciglio sopra l’occhio. C’era sangue dappertutto. Tutta la loro squadra si è avventata su di me, sui miei compagni di squadra che cercavano di difendermi, e ne è nata una bella colluttazione. Ero finito per me stesso, perché non avevo fatto nulla per fare del male a nessuno. E poi un Ibra arrabbiato mi è venuto addosso. Tutti sanno che Zlatan ha la reputazione di cambiare a volte. Io sono alto, ma lui sembrava essere alto circa tre metri in quel momento. Mi ha guardato e mi ha detto: “Giovanotto, calmati. Dopo la partita ci siamo cambiati le maglie e mi ha anche fatto i complimenti per come avevo giocato bene. Adriano Galliani, era di parere diverso. Ha detto al giornale che dovevo andare in prigione per i miei interventi e ha richiamato gli arbitri contro di me. Ho sofferto nelle partite successive, mi è stato fischiato di tutto. Quasi tutti gli uno contro uno che ho fatto sono finiti in fallo, secondo gli arbitri. Anche se la Lazio mi difese ufficialmente, dicendo che gli arbitri avrebbero rovinato la mia carriera, i tifosi protestarono, ma fu inutile. L’influenza di Galliani era maggiore. Ho detto al telefono al mio agente che non potevo giocare e lui non ha avuto nulla da dire, perché le cose stavano proprio così. Questo è stato uno dei motivi per cui mi sono trovato meglio in Europa League e per cui alla fine volevo lasciare l’Italia”.

Leggi anche:   Changpeng Zhao Lazio, ecco chi è il Ceo di Binance
Seguici su Facebook!
Continua la Lettura

Post In Tendenza

Copyright © 2021 Since1900.it, powered by Alemanno Luca Design