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Storia S.S. Lazio

Chinaglia e Maestrelli, notte di brividi e lacrime

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CHINAGLIA MAESTRELLI 8
Un colpo al cuore! Un tuffo nel passato, un’immersione totale in un mondo che non c’è più, rimpianto sia da chi l’ha vissuto che da chi sente i racconti di quella squadra folle e al tempo stesso straordinaria, di uomini che giocavano a calcio con la stessa spregiudicatezza e fantasia con cui affrontavano la vita, guidati e a volte letteralmente tenuti al guinzaglio da un “Maestro”, sia di calcio che di vita.

Sì, la puntata di ieri sera di “Sfide” dedicata al ritorno a Roma di Giorgio Chinaglia è stata veramente un colpo al cuore. Simona Ercolani, con la sua sapienza nel raccontare storie di calcio, ci ha regalato una perla da custodire gelosamente in quel forziere chiamato cuore. Alex Zanardi, con la sua semplicità e la sua umanità, ha impreziosito un racconto da brividi, settanta minuti di emozioni fortissime che in molti momenti hanno tracimato in lacrime che scendevano lente e silenziose, ma irrefrenabili.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8d68938d-6f0e-4d85-91c1-e1b3222626f9.html

Luci e ombre di una vita straordinaria, quella dell’idolo d’infanzia di generazioni di laziali che si sono identificati in quel gigante, di gente che ha preso forza per alzare la testa dai suoi gesti, da quel dito puntato verso la Sud il giorno del derby, di quel 31 marzo che lui iniziò entrando negli spogliatoi della Roma prima della partita dicendo agli avversari “Vi aspetto in campo”, per regolare vecchi conti in sospeso. Una giornata finita con Long John che rifiutando la scorta della Polizia alla fine di quel derby vinto 2-1 in rimonta proprio grazie ad un suo gol sotto la Sud, uscì schernendo i tifosi della Roma, mentre in campo volava di tutto e qualcuno tentava di entrare sul terreno di gioco per vendicare quell’affronto. Quel 31 marzo segnò il punto più alto di un rapporto d’amore, ma in un certo senso anche la fine di un’epoca, del rapporto tra Chinaglia e la Lazio: perché da quel giorno in poi per Long John fu impossibile vivere a Roma. La moglie Connie scappata nel New Jersey dopo le offese e le minacce ricevute ogni volta che usciva per strada, Giorgio ospitato a casa Maestrelli e scortato ovunque dai compagni. Giorgio che insultato al cinema aspetta che si spengano le luci e poi stende con un pugno il tifoso della Roma che l’ha sfidato. Giorgio che tornando come dopo ogni partita a casa di Maestrelli quel famoso 31 marzo, sapendo dei danni fatti dai tifosi della Roma si arma di pistola e chiede a Oddi di accompagnarlo a regolare i conti, dicendo: “Tanto lo so chi è stato, andiamo a prenderli quei bastardi”, con Oddi che sbianca e riesce a stento a farlo ragionare.

Palloni e pistole, questa è stata la storia incredibile di una squadra che Tommaso Maestrelli si è caricato sulle spalle come fa ogni grande uomo quando mette su famiglia. E il “Maestro” di famiglie ne aveva due: la sua e la Lazio. Tutte e due importanti, tutte e due che avevano come fondamenta i suoi insegnamenti, la sua pazienza, la sua saggezza e, soprattutto, la sua grande umanità.

La vita del “Maestro” e le imprese di Giorgio Chinaglia, sono state la colonna sonora della mia vita, le cartoline in bianco e nero della mia infanzia. Dal ricordo di quel 14 maggio del 1973 a Napoli, quando in crisi di pianto per la delusione, gli insulti e gli sputi ricevuti, fu lui, Long John, a consolarmi e a scuotermi: “Non devi piangere, non gli devi dare quella soddisfazione, ci vendicheremo”, mi disse negli spogliatoi alla fine di quel Napoli-Lazio in cui perdemmo lo scudetto, iniziato con un assalto al nostro pullman e finito con una rissa pazzesca negli spogliatoi. Sì, perché quella era una squadra che viveva di pistole e palloni, ma anche di risse clamorose. I due clan si menavano negli spogliatoi di Tor di Quinto, rigorosamente separati, poi ritrovavano all’improvviso l’unione e diventavano quasi un monolite quando un avversario osava attaccare un compagno o qualcuno osava fare uno sgarbo alla squadra e quindi alla Lazio.

Si passava dalle partitelle del venerdì a Tor di Quinto che spesso e volentieri si trasformavano in vere e proprie corride, con migliaia di tifosi accalcati su quelle tribune costruite con tubi di ferro e panche di legno ad osservare divertiti e al tempo stesso preoccupati lo show dei due clan che si affrontavano in campo, alle risse come quella in occasione di Lazio-Ipswich, in cui non si salvò nessuno: dall’arbitro preso a calci e spintoni dopo il rigore inesistente assegnato agli inglesi (e dopo averne negato uno clamoroso per una parata sulla linea di un difensore dell’Ipswich sul 2-0 per noi) che mise fine ai sogni di rimonta (stavamo 2-0 dopo 10 minuti e all’andata avevamo perso 4-0), alla caccia all’uomo che si scatenò poi negli spogliatoi. “Li abbiamo presi tutti a pugni dopo che uno di loro disse Italian bastard”.

Questa era la Lazio di Giorgio Chinaglia, quella dei miei sogni in bianco e nero che la domenica si coloravano all’Olimpico, anche nelle giornate più buie. Come in occasione di quel Lazio-Verona, con la squadra sotto per 2-1 all’intervallo, i giocatori che litigavano in campo e il “Maestro” che, dall’alto della sua saggezza, sapendo che in quei 15 minuti nel chiuso di quelle quattro mura sarebbe potuto succedere di tutto, si mise davanti alla porta degli spogliatoi e disse ai suoi ragazzi: “Voi qui non entrate. Tornate subito in campo e aspettate lì gli avversari”. Gli undici pazzi tornano in campo a testa bassa, la gente non capisce, poi qualcuno comincia a intonare un coro e il nome Lazio diventa un boato assordante e l’Olimpico si trasforma in una sorta di arena. Così dal 2-1 per il Verona si passa nel giro di una manciata di minuti al 4-2 per la Lazio.

Fu uno dei tanti colpi di genio di quell’uomo silenzioso che parlava soprattutto con lo sguardo, ma che ogni volta che apriva bocca riusciva con poche parole a mettere in riga un gruppo di pazzi scatenati. Gente che durante i ritiri si divertiva a sparare ai barattoli e alle sagome sistemate nel campo alle spalle dell’albergo, oppure alla lampadina del lume in camera perché a qualcuno faceva fatica alzarsi e premere l’interruttore per spegnere la luce. Martini fu il primo a portare una pistola, dopo poche settimane tutti avevano una pistola. E, chiaramente, se tutti avevano una pistola Giorgio Chinaglia si presentava con un fucile, perché lui era Long John, perché lui doveva avere sempre qualcosa di più bello, di più costoso o di più grosso degli altri.

Tra pistole, palloni, risse in campo e negli allenamenti, si arriva al 12 maggio del 1974, il giorno in cui quella squadra entra nella leggenda. Di quel Lazio-Foggia ricordo tutto. Dalla mattina in cui uscii prestissimo con la scusa di andare in chiesa, invece corsi in edicola per comprare il Corriere dello Sport, letto e quasi divorato sulla terrazza condominiale per non essere pizzicato dai miei. Ricordo il tragitto da casa mia allo stadio, poco più di un chilometro a piedi, e quel ponte passato a fatica perché letteralmente preso d’assalto da quella marea umana che andava verso l’Olimpico come un popolo in pellegrinaggio verso un luogo di culto. Ricordo gli scudetti tricolori distribuiti in omaggio da uno sponsor fuori dallo stadio, tolti e quasi strappati dal petto alla fine del primo tempo, con la partita inchiodata sullo 0-0 e il timore di rivivere a distanza di un anno esatto un’altra beffa. Ricordo l’ingresso in campo, lo stadio completamente avvolto di bandiere, la gente che riempiva ogni centimetro quadrato. Come dice Zanardi, “ancora oggi, a distanza di 38 anni, quel record di presenze all’Olimpico fatto registrare in quel Lazio-Foggia, 81.000 tra paganti e abbonati, non è mai stato battuto”.

Ricordo il gol di Giorgio su rigore, il boato infinito, il fischio finale di Panzino e le lacrime ripensando alle parole che mi aveva detto Giorgio un anno prima negli spogliatoi di Napoli: “Ci vendicheremo!”. E mai vendetta ha avuto sapore più dolce di quella in questi miei 51 anni. Ma rivedere quelle immagini fa quasi male. Rivedere Maestrelli quasi pietrificato al fischio finale, stretto dall’abbraccio soffocante di Gigi Bezzi e di Renato Ziaco mentre si copre il volto e si passa le mani tra i capelli, oggi fa quasi male. Mai come nel rivedere quella foto del “Maestro” che durante la malattia si affaccia dal balcone con al fianco Massimo e Maurizio, i suoi angeli custodi, come a proteggerli pensando a quello che stava per succedere, ma al tempo stesso per cercare di rubare, appoggiandosi sulle loro spalle, un po’ di energia per andare avanti.

Sì, perché se quella malattia esplosa in tutta la sua drammaticità il 30 marzo del 1975 ha segnato un po’ la fine della favola e di quella squadra, ma il “Maestro” aveva ancora un’impresa da compiere, non meno leggendaria di quella legata alla conquista dello scudetto. Presa una squadra sull’orlo della retrocessione, orfana pure di Chinaglia che con la sua fuga improvvisa lo aveva quasi tradito e pugnalato alle spalle, Tommaso Maestrelli porta la Lazio alla conquista di una salvezza tanto drammatica quanto leggendaria. “E Dio disse Lazio”, recitava uno striscione posto dietro la porta del portiere del Como dove Badiani segna su assist di Re Cecconi il gol della salvezza. E forse è proprio così. Nel bene e nel male qualcuno dall’alto ci ha messo molto di suo nel rendere leggendaria quella squadra.

Gioie e dolori, vittorie leggendarie e tragedie laceranti come la morte prematura del “Maestro” e quella ancora più assurda di Luciano Re Cecconi. Tutto riaffiora all’improvviso, emozioni che salgono da dentro e che ti riportano alla mente quella che era per te allora la Lazio, un qualcosa che al momento sta chiuso nel cassetto, perché di quella Lazio e di quella Lazialità oggi c’è ben poco in questa società. Eppure i colori sono sempre gli stessi, il simbolo pure, ma nessun gol di oggi riesce a strapparmi emozioni forti come il racconto dell’ultimo pellegrinaggio da parte della squadra nella stanza del “Maestro” in fin di vita, per raccontargli l’impresa di un derby vinto per lui il 28 novembre del 1976, con posta in calce la firma di Bruno Giordano, il figlio a cui aveva consegnato la pesante eredità del suo figlio prediletto, Giorgio Chinaglia.

Vedo le immagini a colori di Giorgio Chinaglia che entra in Curva accolto da quel coro“Giorgio Chinaglia, è il grido di battaglia” che risuona come un boato che scuote cuore e anima. Poi penso che questo oggi non potrebbe succedere mai, perché anche se questa è una Lazio infinitamente più ricca e vincente di quella del 1984 che stava scivolando verso la retrocessione, è povera di valori, non ha un briciolo di quella Lazialità che ci ha portato a sopportare di tutto nelle vita: dagli scandali alle retrocessioni, dai giocatori arrestati alle morti tragiche, dai tradimenti dentro e fuori dal rettangolo di gioco al rischio di sparire dalla mappa del calcio. Ma sempre con orgoglio, sempre a testa alta, sempre con dentro la forza di ribellarsi a quel destino. E ora mi chiedo dove sia finita quella rabbia e quella voglia di ribellarsi, in questo ambiente che si fa scivolare tutto addosso. E sogno di svegliarmi un giorno da questo incubo, di poter rivivere le emozioni vissute ieri sera in quei 70 minuti passati tra lacrime e sorrisi, rivedendo il film della mia vita e di una Lazio che non c’è più, con le lacrime che sono scese irrefrenabili su quell’ultimo fotogramma in bianco e nero di Maestrelli sulle spalle di Giorgio Chinaglia.

STEFANO GRECO

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Accadde Oggi

45 anni senza il “Maestro”, un pezzo della storia della Lazio

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45 anni fa ci lasciava Tommaso Maestrelli, figura storica della storia della Lazio, quasi mitologica, che i laziali di tutte le età ricordano. Anche chi non l’ha mai visto, ricorda con amore il “Maestro”.

Guidò una banda di Laziali alla conquista dello scudetto, il primo storico scudetto della storia della Lazio, e instaurò un rapporto meraviglioso con ogni suo calciatore.

Oggi dopo 45 anni siamo qui a ricordarlo, perché su c’è er maestro che c’è sta a guarda…

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Focus

Secolo XX, Via Vittorio Veneto, Roma

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Un pezzo di Romanità intriso di Lazio e Dolce Vita

Per capirla, andrebbe percorsa, esprimendoci in romanesco, “a ‘na certa maniera”. Dimenticate zaino in spalla, blue jeans, airpods e gingilli di manifattura moderna; su la camicia bianca, collo alla francese e nodo della cravatta nera stretto, strettissimo. Per l’inverno si scelgano anche colori kashà, con microfantasie e fini trame ricamate da sapienti artigiani. Attendete pazientemente le ore notturne, permettendo alle brulicanti vie dell’Urbe di smaltire la calca e il brusio diurno e accingetevi a raggiungere piazza Barberini in direzione Porta Pinciana. La strada che percorrerete sarà via Veneto, o Vittorio Veneto.

Nata sul finire dell’Ottocento in piena febbre edilizia post-impresa di Porta Pia, essa rappresenta uno spaccato storico e urbano della storia capitolina e italiana, resa celebre dalle figure più note della risorta scena cinematografica italiana del dopoguerra. Se ad oggi ne apprezziamo il patrimonio storico e identitario, va ricordato come tale strada venne alla luce in virtù all’abbattimento di un edificio dall’inestimabile valore artistico come Villa Ludovisi, descritta con ammirazione dallo scrittore britannico Henry James, il quale ebbe addirittura a dire che non v’era “…nulla di più bello a Roma”. La pesante eredità artistica e urbanistica che raccoglieva la nascente via ha però cozzato con le necessità della nuova borghesia liberale romana e, da poco tempo, italiana, di legittimare la propria presenza in quel che rappresentava il coronamento del sogno risorgimentale di mazziniana memoria: l’Unità dell’Italia con Roma Capitale. Via Vittorio Veneto collega due principali Rioni dell’Urbe: il III Colonna e il XVI Ludovisi, partendo, come detto in precedenza, da Piazza Barberini (attuale Centro Storico) e confluendo verso le antiche Mura Aureliane, si fiancheggiano Palazzo Piacentini e Palazzo Biagi, rispettivamente sedi istituzionali dei Ministeri di Sviluppo Economico e Lavoro, nonché il Palazzo Margherita, sede dell’Ambasciata americana a Roma. Si comprende dunque la funzionalità che tale arteria assume, riflettendo anche sull’origine vittoriosa ed epocale che il nome richiama, ma fermarci all’importanza meramente politica e urbanistica sarebbe riduttivo, quasi offensivo. In via Vittorio Veneto nacquero e si susseguirono nel corso del Novecento numerosi locali alla moda e bar di fama internazionale, come l’attualmente in voga Harry’s Bar, dove venivano costantemente paparazzate celebrità del calibro di Mel Gibson, Woody Allen e Marcello Mastroianni, protagonista quest’ultimo dei ruggenti anni ’60, ambíto seduttore e attore di punta del pluripremiato film La dolce vita di Federico Fellini. Oltre ad essere stata minuziosamente ricostruita a Cinecittà, nel famoso cuore pulsante del periodo della Dolce Vita sono state girate alcune scene del colossal La grande bellezza, capolavoro di Paolo Sorrentino, odierno erede di Fellini, a testimonianza di come il fascino della via Veneto resista al tempo.

Il susseguirsi di numerosi avvenimenti burrascosi risalenti ai primi due decenni del secolo Ventesimo coinvolsero integralmente l’ambiente laziale. La Società Polisportiva, nata pochi anni prima dall’intuizione di giovani ardimentosi romani, si apprestava a lasciare per sempre la sede di via delle Coppelle per approdare proprio in via Vittorio Veneto, nel mezzo dell’edificazione della Roma Umbertina. In un ex convento da poco restaurato, dopo aver battezzato vittoriosamente il Campo della Rondinella, la Lazio decise di trasferirsi in via Vittorio Veneto ex numero civico 7. Nella casa dei biancocelesti, al di fuori del contesto sportivo e a coronamento dell’elezione ad Ente Morale da parte di S. M. il Re Vittorio Emanuele III, si alternarono numerosi eventi culturali come concerti d’orchestra diretti da artisti del calibro di Carlo Zecchi e Teofilo De Angelis, l’organista Marco Enrico Bossi e la violinista Maria Fiori, eletta poi socia benemerita, con la partecipazione inoltre delle popolarissime voci del tenore Giacomo Lauri Volpi e dei baritoni Antonio Cotogni, Carlo Galeffi e Benvenuto Franci. L’elenco non si ferma qui, poiché il quartier generale della Polisportiva conquistò un ruolo sempre più alto tra i ritrovi intellettuali di Roma: le assemblee culturali che vi si svolgevano, infatti, videro addirittura la partecipazione di Umberto di Savoia e Grazia Deledda, scrittrice di punta del Secolo XX. La sede, dotata di ampli ed eleganti saloni, ospitava le sezioni di scherma, boxe, ballo, ginnastica, filodrammatica, football, sport atletici, nuoto, canottaggio, escursionismo e persino la direzione di un giornale di vocazione sportiva e in pieno stile liberty, denominato Lazio e diretto da Cesare Mariani. Sebbene la dislocazione delle sedi non è tutt’oggi ben chiara nella mappa del complesso edificio, nell’epoca del Presidente Ballerini la Polisportiva si distinse ancora una volta per altruismo e benemerenza: nel maggio-giugno 1915 fu istituito un Asilo per ospitare bambini poveri, orfani o figli dei soldati impegnati in guerra.

La conferma del patrimonio nazionale che ricopre una squadra come la Lazio è dunque scritto nelle testimonianze storiche, nelle mura e negli edifici di una Città che non ha mai smesso di onorare con i fatti. In via Veneto, come su Ponte della Regina Margherita o in Piazza della Libertà, c’è un pezzo di lazialità che ogni tifoso dovrebbe approfonditamente conoscere.

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Intervista

Intervista al Presidente Antonio Buccioni

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In esclusiva su Since1900, una lunga e piacevole intervista con il numero uno della Polisportiva biancoceleste

Il Presidente della Polisportiva S. S. Lazio Antonio Buccioni ha gentilmente concesso un’intervista a noi di Since1900, dimostrando cordialità e grande apertura verso la platea biancoceleste. Al Presidente vanno i nostri ringraziamenti e i migliori auguri di buon compleanno, con la speranza che per ancora tanti anni possa essere la guida della Polisportiva più antica d’Europa.

Partiamo proprio dalla Polisportiva: Lei in qualità di Presidente cosa può dirci sulla situazione generale? A che punto siamo? È abbastanza competitivo il movimento sportivo laziale?

È una domanda che fatta oggi assume una problematica diversa da quella che sarebbe potuta essere due mesi fa. Avrei detto che, per quel che oggi si chiama brand, la Lazio ha un fascino che io stesso fatico a comprendere fino in fondo. Chiunque si avvicini alla Lazio o anche soltanto viene a trovarmi, viene quasi persuaso dal voler ampliare la famiglia. Noi viviamo in un Paese dove non ci sono sponsor, in una città dove non c’è industria, dove Istituzioni pubbliche da tanti anni non erogano più nessun tipo di provvidenza a favore dello sport e abbiamo grossi problemi impiantistici, eppure c’è un “fascino Lazio” che porta il movimento quindi ad espandersi. A titolo di esempio, abbiamo un progetto per la creazione di una sezione di tennis tavolo, che purtroppo da 15 anni non abbiamo più. Questo è quanto avrei detto due mesi fa, oggi rincaro la dose. Non abbiamo vissuto l’esperienza delle guerre ma questa è una situazione eccezionale ed epocale assimilabile a quella di una guerra e su tante cose non ho chiarezza di quello che sarà. Su un aspetto sicuramente sì: il giorno in cui si ricomincerà a vivere normalmente, non sarà semplicemente il giorno della ripresa che segue l’ultimo giorno prima della chiusura totale. Ci saranno dei cambiamenti che toccheranno anche lo sport. Apparentemente dovranno esserci meno risorse e possibilità, sarà una situazione non dissimile da quella post 1945 e dovrebbe favorire chi lavora stabilmente con delle difficoltà e handicappare chi lavora con il lusso. In queste situazioni ho tenuto saldi i rapporti con i Presidenti delle circa ottanta Associazioni che rappresentano la Lazio per spronarli a rendersi conto della spirali e delle pieghe che prenderanno le diverse discipline sportive, per anticiparsi e comprendere meglio degli altri i comportamenti da assumere a riguardo. Se agiremo in questa direzione, la Lazio non deve avere paura del futuro.

Anche perché parliamo di una Società sana, non solo calcisticamente, dunque non bisognerebbe temere il futuro…

Sì, soprattutto considerando che si tratta di una Società che ha molti settori e che dunque non hanno un bilancio unico. Tutte comunque abituate a lavorare con difficoltà oggettive. Chi lavora abitualmente in difficoltà ha oggettivamente più destrezza rispetto a chi si trova improvvisamente con delle privazioni.

Avvicinarsi oggi allo sport non è interesse primario di tutti, specialmente nelle nuove generazioni. C’è qualche responsabilità da parte delle Istituzioni e dei vertici dello sport, a livello sia nazionale che europeo?

Sebbene io non sia incline all’ottimismo, la domanda forse è formulata in maniera radicale. I ritardi nei confronti di aree geografiche e socio-culturali ci sono, ma alla fine certi movimenti si impongono. Una volta lo sport era considerato qualcosa di elitario, superfluo e assolutamente non necessario. Con un processo davvero molto lungo, sebbene con defaillance colossali, siamo giunti a considerare che lo sport è imprescindibile per la salute umana. Il progresso comunque c’è stato, seppur con molte difficoltà: ho chiari ricordi circa la maldestra organizzazione scolastica e in particolare riguardo le sole due ore settimanali di educazione fisica e quel che accadeva agli inizi degli anni ’70 purtroppo accade anche oggi. Per questo mi riferisco alla falla colossale del sistema scolastico. Si tratta di un modo di approcciare allo sport che è addirittura nocivo ed è totalmente da archiviare.

Dunque Lei, riguardo questa situazione, cosa si sente di dire alle generazioni future?

Io mi auguro che, riferito alla nostra piccola patria di sentimenti che è la Lazio, ci possa essere da un lato un pieno adeguamento alla storia, con un preciso modo di essere nello sport adottando una costante ricerca dell’attualità addirittura anticipando i tempi rispetto agli altri; ideologicamente parlando, invece, mi auguro si possano mantenere le radici e lo spirito dei ragazzi del 9 gennaio del 1900 che crearono un Sodalizio con una intento dirompente rispetto alla società di allora. Cioè portare lo sport, fino a quel momento appannaggio di qualche nobile e limitato a discipline classiche come scherma, danza classica e rudimenti di nobles artes, a diventare uno sport moderno e popolare. Dunque ancoraggio ideale alle proprie radici e adeguamento organizzativo costante a quello che lo sport a livello planetario ci mostra.

Messaggio bellissimo il Suo. Lei ha parlato di ideali, noi aggiungeremmo anche il concetto di “valore”. Quale per Lei meglio identifica la Lazialità?

Intendere lo sport come cimento costante prima di tutto nei confronti di se stessi e verso l’avversario, il quale non va mai temuto ma sempre rispettato. Che poi è la lezione che ci si tramanda, dicendole alla laziale, “di padre in figlio” ed è quello che mi hanno lasciato i padri della Lazialità.

C’è stato per Lei un atleta che più di tutti ha consacrato e fatto suo più di altri questo concetto?

Tra i calciatori, Ezio Sclavi per abnegazione che tale da, come affermò Pennacchia nel ’69, “sconfinare anche nello stoicismo”. Da questo punto di vista c’è ne sarebbero a onor del vero esempi innumerevoli che non sono isolati. Mi viene in mente Maura Furlotti per il calcio femminile, che ha disputato quasi 500 partite in Serie A, annoverano 4 scudetti e 3 Coppe Italia, collezionando circa 100 presenze con la Nazionale Italiana. Sono esempi, grazie a Dio, ricorrenti.

A proposito di storia: per chi non ha vissuto lo Scudetto del ’74 o anche quello del 2000, Laziowiki è una vera e propria enciclopedia che fa da punto di riferimento. Che legami ha con la Polisportiva e quanto è importante questo contributo che offre?

Sono indubbiamente rapporti idilliaci e di fraterna collaborazione. Sono molto affezionato a Fabio Bellisario, a Barbara Dorelli che ora è Presidente di Laziowiki e socia della Canottieri Lazio. Hanno fatto cose meravigliose. Aggiungo, anche per dovere di ruolo, che sono tra i migliori ma non gli unici, non volendo comunque sminuire nessuno. Un grande lavoro, specialmente sul pianeta calcio, lo svolge il Centro Studi Millenovecento che può contare su studiosi di primo livello. Ho avuto il grande onore di essere invitato a scrivere diverse prefazioni per Laziowiki ed è stata una bella soddisfazione.

Tornando al discorso puramente strutturale: nascono spesso suggestioni intorno allo stadio Flaminio. Come vede un riutilizzo dell’impianto per la sezione calcistica della Lazio?

“Su questo sono perentorio: non vedo alcuna possibilità di riutilizzo per la Lazio calcio. Gli impianti moderni hanno standard ben precisi e il Flaminio, per aderirvi, dovrebbe essere smantellato e ricostruito portando via con sé il carico di ricordi che conserva. Con grande rammarico sentimentale (sono stato battezzato il 19 settembre del 1965 quando mio padre mi portò al Flaminio a vedere Lazio Varese, terza di campionato ’65-66) devo ammettere che quell’impianto non è funzionale per il calcio e l’abbattimento violerebbe quello che di fatto è un patrimonio artistico e culturale. Potrebbe essere utile alla causa laziale per ambienti indoor. Per tutti gli sport all’aperto (tra cui rugby, calcio femminile, hockey su prato) non vi sono strade praticabili. A peggiorare la situazione c’è stato il cambiamento del nostro Paese nell’approccio allo sport negli ultimi 25 anni. Andando ancora indietro negli anni, nei trafiletti dei giornali sportivi si poteva ancora trovare spazi sufficientemente ampi dedicati ad altri sport; la situazione oggi è diversa, magari perché parlare di calcio in via esclusiva apporta maggiori guadagni. Sarà efficace come strategia, ma rappresenta davvero la morte dello sport. In altri Paesi, nelle aree geografiche socio-culturali affini all’Italia come ad esempio in Francia, la situazione cambia di poco: sebbene negli anni ’70 il rugby abbia fatto da contraltare al calcio e tutt’oggi esistono interessi nei confronti di Formula 1, basket e pallavolo, il calcio ha assoluta leadership. Se nel Flaminio di allora ad una partita d rugby ci sarebbero stati circa 1500 paganti a fronte dei probabili oggi 400 spettatori (spronati comunque dal titolo gratuito del biglietto). Dunque, per concludere, l’indoor presenta un discorso diverso: c’è una piscina che potrebbe essere sfruttata, potrebbero stabilirsi sezioni di scherma o ginnastica artistica, potrebbe prendere forma un museo. “

Lei ha parlato di calcio femminile: sembra che a livello nazionale ci sia una certa rinascita, una nuova primavera. Come si colloca in questa rinascita la Polisportiva Lazio?

Domanda interessante. Il movimento di rinascita c’è ed è figlio dell’interesse dei club professionistici maschili, sostanzialmente obbligati a dotarsi del settore femminile. Juventus, Milan, Fiorentina hanno prontamente recepito le direttive; la Juventus sta avviandosi a ricalcare il ruolo e il sentiero che da sempre riveste nel calcio maschile. La Lazio è stata la superpotenza del calcio femminile italiano dal 1969 al 2003, è stata una società che ha vinto 5 Scudetti e 4 Coppe Italia, una sorta di Coppa UEFA ed ha insegnato alla nazione cosa vuol dire un settore giovanile degno di questo nome. La Società storica ha avuto meriti straordinari nella collocazione della disciplina nello sport italiano: esisteva una Federazione Italiana Giuoco Calcio Femminile distaccata dalla Federcalcio; la Lazio, nell’estate del 1986 non si affiliò più a questa organizzazione bussando alle porte della Federcalcio, facendo appello alla Legge istitutiva del CONI che non prevede il sesso come requisito per distinguere un’attività di carattere sportivo. Dunque, grazie alla Lazio, la Federcalcio è stata obbligata ad istituire una sezione femminile inglobando titoli e meriti della preesistente Federazione distaccata, dotandola di diversa dignità. Quella della Lazio fu una difficile battaglia di libertà e di modernità. La Società storica della Lazio femminile sopravvive, nell’ultima divisione; la Lazio calcio ha invece creato, sulla scia delle altre squadre professionistiche, una propria sezione femminile che, prima dell’emergenza sanitaria, stava disputando un ottimo campionato in quella che per noi è la Serie B maschile. Mi auguro arrivino le possibilità per unificare le due situazioni in casa Lazio, per preservare la ricchezza di un contesto che ho vissuto da vicino. Metà squadra Nazionale era biancoceleste, tale da chiamarla “Lazionale”, dunque mi auguro la fine di questa dicotomia interna.

A proposito di battaglie di non proprio scontato esito: a che punto siamo con l’assegnazione dello Scudetto del 1915?

Io sono indignato per quello che è successo. Con il Presidente Federale Carlo Tavecchio è stata insediata una Commissione di altissimo spessore professionale, culturale e morale che ha sancito la legittimità di un’attribuzione dello Scudetto del 1915 ex aequo alla Lazio. Il Consiglio Federale avrebbe dovuto semplicemente prendere atto di questo e procedere alla proclamazione. Il Presidente Gravina ha ritenuto di insediare una nuova Commissione per una serie di situazioni, probabilmente nessuna destinata a buon esito (la circostanza a me lascia indifferente, comunque diversa da quella che ci riguarda). Siccome esiste un principio di diritto che si chiama “ne bis in idem”, credo sia stato semplicemente operato male. Anche da questo punto di vista bisognerebbe parlare: si vorrebbe insinuare una probabile vittoria del Genoa ai danni della Lazio? Significherebbe ignorare e contraddire i principi dello sport. È una partita che doveva disputarsi e non si è disputata. Mi rendo conto che parlare più di un secolo dopo è molto facile, ma credo non si sia disputata per ragioni psicologiche e per non incidere sulla coscienza della popolazione, piuttosto che per ragioni logistiche. Il Primo Conflitto Mondiale ha interessato, a differenza del Secondo, regioni come Veneto, Friuli e Trentino Alto Adige con i modi e tempi che conosciamo; le partite in quel giugno 1915 a Roma si sarebbero potute tecnicamente giocare, parlando in termini semplici e brutali. Attendiamo ancora, dunque. Certamente la prima Commissione a cui ho fatto riferimento ha detto quel che doveva dire, essendo forte di una composizione di enorme prestigio senza laziali all’interno (anzi…), con i crismi di un’autorevolezza assoluta. Sembra che si abbia qualche timore a procedere.

“Strategie di comunicazione a difesa e promozione a difesa della Società Sportiva Lazio” è un convegno tenutosi ad aprile dello scorso anno a cui Lei ha partecipato. Alla Lazio spesso non ci si riferisce col dovuto rispetto e riguardo in virtù di quello che rappresenta, cioè la Polisportiva più grande d’Europa, e di quello che ha dato al panorama sportivo nazionale. Secondo Lei quali ragioni si celano dietro certi atteggiamenti, in voga soprattutto negli ambienti della stampa?

Prima aggiungo qualche precisazione e qualche correzione, sebbene mi sembra di capire che la pensiamo allo stesso modo. Noi abbiamo tre aspetti da considerare. Il primo è una mia battaglia personale da imputare a due situazioni negative e cioè l’impreparazione del giornalismo sportivo e della comunicazione sportiva e l’appiattimento supino alle logiche del calcio post-professionistico. Quando si parla della Lazio, alla seconda parola di solito si va in errore. L’Organismo che io presiedo è la Società Sportiva Lazio, la nostra sezione di Football è la Lazio calcio; nell’accezione generale la Lazio calcio è diventata la Lazio e la Società è diventata la Polisportiva, è una locuzione che io non amo e trovo cacofonica, si tratta di verità storica. Poi c’è un discorso legato alla Polisportiva attorno alla quale io non percepisco negatività; di solito intorno al 9 gennaio (compleanno della Polisportiva, ndr) vedo una esaltazione per certi aspetti, almeno quelli rigorosamente di qualità, anche eccessive, laddove quasi arrossisco. Non posso riscontrare delle negatività riferite al mondo che io rappresento. Poi c’è un terzo aspetto legato strettamente al fenomeno calcistico: essendo estremamente sintetici, spesso e volentieri sembriamo un’eccezione quando in determinate circostanze siamo una regola. Regola di cui molta gente ci addita come esempio, riguardo quindi a fenomeni più generali. Le ragioni che si celano sono da ricercare in tutti i sentimenti più negativi del mondo: la superficialità, che è quello più colposo e meno doloso, è in qualche caso persino premeditazione ideologica. ”

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