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Storia S.S. Lazio

Chinaglia e Maestrelli, notte di brividi e lacrime

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CHINAGLIA MAESTRELLI 8Un colpo al cuore! Un tuffo nel passato, un’immersione totale in un mondo che non c’è più, rimpianto sia da chi l’ha vissuto che da chi sente i racconti di quella squadra folle e al tempo stesso straordinaria, di uomini che giocavano a calcio con la stessa spregiudicatezza e fantasia con cui affrontavano la vita, guidati e a volte letteralmente tenuti al guinzaglio da un “Maestro”, sia di calcio che di vita.

Sì, la puntata di ieri sera di “Sfide” dedicata al ritorno a Roma di Giorgio Chinaglia è stata veramente un colpo al cuore. Simona Ercolani, con la sua sapienza nel raccontare storie di calcio, ci ha regalato una perla da custodire gelosamente in quel forziere chiamato cuore. Alex Zanardi, con la sua semplicità e la sua umanità, ha impreziosito un racconto da brividi, settanta minuti di emozioni fortissime che in molti momenti hanno tracimato in lacrime che scendevano lente e silenziose, ma irrefrenabili.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8d68938d-6f0e-4d85-91c1-e1b3222626f9.html

Luci e ombre di una vita straordinaria, quella dell’idolo d’infanzia di generazioni di laziali che si sono identificati in quel gigante, di gente che ha preso forza per alzare la testa dai suoi gesti, da quel dito puntato verso la Sud il giorno del derby, di quel 31 marzo che lui iniziò entrando negli spogliatoi della Roma prima della partita dicendo agli avversari “Vi aspetto in campo”, per regolare vecchi conti in sospeso. Una giornata finita con Long John che rifiutando la scorta della Polizia alla fine di quel derby vinto 2-1 in rimonta proprio grazie ad un suo gol sotto la Sud, uscì schernendo i tifosi della Roma, mentre in campo volava di tutto e qualcuno tentava di entrare sul terreno di gioco per vendicare quell’affronto. Quel 31 marzo segnò il punto più alto di un rapporto d’amore, ma in un certo senso anche la fine di un’epoca, del rapporto tra Chinaglia e la Lazio: perché da quel giorno in poi per Long John fu impossibile vivere a Roma. La moglie Connie scappata nel New Jersey dopo le offese e le minacce ricevute ogni volta che usciva per strada, Giorgio ospitato a casa Maestrelli e scortato ovunque dai compagni. Giorgio che insultato al cinema aspetta che si spengano le luci e poi stende con un pugno il tifoso della Roma che l’ha sfidato. Giorgio che tornando come dopo ogni partita a casa di Maestrelli quel famoso 31 marzo, sapendo dei danni fatti dai tifosi della Roma si arma di pistola e chiede a Oddi di accompagnarlo a regolare i conti, dicendo: “Tanto lo so chi è stato, andiamo a prenderli quei bastardi”, con Oddi che sbianca e riesce a stento a farlo ragionare.

Palloni e pistole, questa è stata la storia incredibile di una squadra che Tommaso Maestrelli si è caricato sulle spalle come fa ogni grande uomo quando mette su famiglia. E il “Maestro” di famiglie ne aveva due: la sua e la Lazio. Tutte e due importanti, tutte e due che avevano come fondamenta i suoi insegnamenti, la sua pazienza, la sua saggezza e, soprattutto, la sua grande umanità.

La vita del “Maestro” e le imprese di Giorgio Chinaglia, sono state la colonna sonora della mia vita, le cartoline in bianco e nero della mia infanzia. Dal ricordo di quel 14 maggio del 1973 a Napoli, quando in crisi di pianto per la delusione, gli insulti e gli sputi ricevuti, fu lui, Long John, a consolarmi e a scuotermi: “Non devi piangere, non gli devi dare quella soddisfazione, ci vendicheremo”, mi disse negli spogliatoi alla fine di quel Napoli-Lazio in cui perdemmo lo scudetto, iniziato con un assalto al nostro pullman e finito con una rissa pazzesca negli spogliatoi. Sì, perché quella era una squadra che viveva di pistole e palloni, ma anche di risse clamorose. I due clan si menavano negli spogliatoi di Tor di Quinto, rigorosamente separati, poi ritrovavano all’improvviso l’unione e diventavano quasi un monolite quando un avversario osava attaccare un compagno o qualcuno osava fare uno sgarbo alla squadra e quindi alla Lazio.

Si passava dalle partitelle del venerdì a Tor di Quinto che spesso e volentieri si trasformavano in vere e proprie corride, con migliaia di tifosi accalcati su quelle tribune costruite con tubi di ferro e panche di legno ad osservare divertiti e al tempo stesso preoccupati lo show dei due clan che si affrontavano in campo, alle risse come quella in occasione di Lazio-Ipswich, in cui non si salvò nessuno: dall’arbitro preso a calci e spintoni dopo il rigore inesistente assegnato agli inglesi (e dopo averne negato uno clamoroso per una parata sulla linea di un difensore dell’Ipswich sul 2-0 per noi) che mise fine ai sogni di rimonta (stavamo 2-0 dopo 10 minuti e all’andata avevamo perso 4-0), alla caccia all’uomo che si scatenò poi negli spogliatoi. “Li abbiamo presi tutti a pugni dopo che uno di loro disse Italian bastard”.

Questa era la Lazio di Giorgio Chinaglia, quella dei miei sogni in bianco e nero che la domenica si coloravano all’Olimpico, anche nelle giornate più buie. Come in occasione di quel Lazio-Verona, con la squadra sotto per 2-1 all’intervallo, i giocatori che litigavano in campo e il “Maestro” che, dall’alto della sua saggezza, sapendo che in quei 15 minuti nel chiuso di quelle quattro mura sarebbe potuto succedere di tutto, si mise davanti alla porta degli spogliatoi e disse ai suoi ragazzi: “Voi qui non entrate. Tornate subito in campo e aspettate lì gli avversari”. Gli undici pazzi tornano in campo a testa bassa, la gente non capisce, poi qualcuno comincia a intonare un coro e il nome Lazio diventa un boato assordante e l’Olimpico si trasforma in una sorta di arena. Così dal 2-1 per il Verona si passa nel giro di una manciata di minuti al 4-2 per la Lazio.

Fu uno dei tanti colpi di genio di quell’uomo silenzioso che parlava soprattutto con lo sguardo, ma che ogni volta che apriva bocca riusciva con poche parole a mettere in riga un gruppo di pazzi scatenati. Gente che durante i ritiri si divertiva a sparare ai barattoli e alle sagome sistemate nel campo alle spalle dell’albergo, oppure alla lampadina del lume in camera perché a qualcuno faceva fatica alzarsi e premere l’interruttore per spegnere la luce. Martini fu il primo a portare una pistola, dopo poche settimane tutti avevano una pistola. E, chiaramente, se tutti avevano una pistola Giorgio Chinaglia si presentava con un fucile, perché lui era Long John, perché lui doveva avere sempre qualcosa di più bello, di più costoso o di più grosso degli altri.

Tra pistole, palloni, risse in campo e negli allenamenti, si arriva al 12 maggio del 1974, il giorno in cui quella squadra entra nella leggenda. Di quel Lazio-Foggia ricordo tutto. Dalla mattina in cui uscii prestissimo con la scusa di andare in chiesa, invece corsi in edicola per comprare il Corriere dello Sport, letto e quasi divorato sulla terrazza condominiale per non essere pizzicato dai miei. Ricordo il tragitto da casa mia allo stadio, poco più di un chilometro a piedi, e quel ponte passato a fatica perché letteralmente preso d’assalto da quella marea umana che andava verso l’Olimpico come un popolo in pellegrinaggio verso un luogo di culto. Ricordo gli scudetti tricolori distribuiti in omaggio da uno sponsor fuori dallo stadio, tolti e quasi strappati dal petto alla fine del primo tempo, con la partita inchiodata sullo 0-0 e il timore di rivivere a distanza di un anno esatto un’altra beffa. Ricordo l’ingresso in campo, lo stadio completamente avvolto di bandiere, la gente che riempiva ogni centimetro quadrato. Come dice Zanardi, “ancora oggi, a distanza di 38 anni, quel record di presenze all’Olimpico fatto registrare in quel Lazio-Foggia, 81.000 tra paganti e abbonati, non è mai stato battuto”.

Ricordo il gol di Giorgio su rigore, il boato infinito, il fischio finale di Panzino e le lacrime ripensando alle parole che mi aveva detto Giorgio un anno prima negli spogliatoi di Napoli: “Ci vendicheremo!”. E mai vendetta ha avuto sapore più dolce di quella in questi miei 51 anni. Ma rivedere quelle immagini fa quasi male. Rivedere Maestrelli quasi pietrificato al fischio finale, stretto dall’abbraccio soffocante di Gigi Bezzi e di Renato Ziaco mentre si copre il volto e si passa le mani tra i capelli, oggi fa quasi male. Mai come nel rivedere quella foto del “Maestro” che durante la malattia si affaccia dal balcone con al fianco Massimo e Maurizio, i suoi angeli custodi, come a proteggerli pensando a quello che stava per succedere, ma al tempo stesso per cercare di rubare, appoggiandosi sulle loro spalle, un po’ di energia per andare avanti.

Sì, perché se quella malattia esplosa in tutta la sua drammaticità il 30 marzo del 1975 ha segnato un po’ la fine della favola e di quella squadra, ma il “Maestro” aveva ancora un’impresa da compiere, non meno leggendaria di quella legata alla conquista dello scudetto. Presa una squadra sull’orlo della retrocessione, orfana pure di Chinaglia che con la sua fuga improvvisa lo aveva quasi tradito e pugnalato alle spalle, Tommaso Maestrelli porta la Lazio alla conquista di una salvezza tanto drammatica quanto leggendaria. “E Dio disse Lazio”, recitava uno striscione posto dietro la porta del portiere del Como dove Badiani segna su assist di Re Cecconi il gol della salvezza. E forse è proprio così. Nel bene e nel male qualcuno dall’alto ci ha messo molto di suo nel rendere leggendaria quella squadra.

Gioie e dolori, vittorie leggendarie e tragedie laceranti come la morte prematura del “Maestro” e quella ancora più assurda di Luciano Re Cecconi. Tutto riaffiora all’improvviso, emozioni che salgono da dentro e che ti riportano alla mente quella che era per te allora la Lazio, un qualcosa che al momento sta chiuso nel cassetto, perché di quella Lazio e di quella Lazialità oggi c’è ben poco in questa società. Eppure i colori sono sempre gli stessi, il simbolo pure, ma nessun gol di oggi riesce a strapparmi emozioni forti come il racconto dell’ultimo pellegrinaggio da parte della squadra nella stanza del “Maestro” in fin di vita, per raccontargli l’impresa di un derby vinto per lui il 28 novembre del 1976, con posta in calce la firma di Bruno Giordano, il figlio a cui aveva consegnato la pesante eredità del suo figlio prediletto, Giorgio Chinaglia.

Vedo le immagini a colori di Giorgio Chinaglia che entra in Curva accolto da quel coro“Giorgio Chinaglia, è il grido di battaglia” che risuona come un boato che scuote cuore e anima. Poi penso che questo oggi non potrebbe succedere mai, perché anche se questa è una Lazio infinitamente più ricca e vincente di quella del 1984 che stava scivolando verso la retrocessione, è povera di valori, non ha un briciolo di quella Lazialità che ci ha portato a sopportare di tutto nelle vita: dagli scandali alle retrocessioni, dai giocatori arrestati alle morti tragiche, dai tradimenti dentro e fuori dal rettangolo di gioco al rischio di sparire dalla mappa del calcio. Ma sempre con orgoglio, sempre a testa alta, sempre con dentro la forza di ribellarsi a quel destino. E ora mi chiedo dove sia finita quella rabbia e quella voglia di ribellarsi, in questo ambiente che si fa scivolare tutto addosso. E sogno di svegliarmi un giorno da questo incubo, di poter rivivere le emozioni vissute ieri sera in quei 70 minuti passati tra lacrime e sorrisi, rivedendo il film della mia vita e di una Lazio che non c’è più, con le lacrime che sono scese irrefrenabili su quell’ultimo fotogramma in bianco e nero di Maestrelli sulle spalle di Giorgio Chinaglia.

STEFANO GRECO

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