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Calciomercato Lazio

Che senso ha parlare del dopo-Petkovic ?

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PETKOVICDomanda: ricostruireste mai un palazzo in una zona dove c’è stata una frana, un’alluvione e un terremoto, per giunta con gli stessi materiali scadenti che hanno provocato il crollo del palazzo precedente? La risposta, probabilmente è no. Ecco, discutere oggi del dopo-Petkovic, azzuffarsi sui nomi dei possibili sostituti del tecnico di Sarajevo sulla panchina della Lazio, è un po’ come discutere se far costruire il palazzo di cui si parlava prima non ad un architetto o ad un ingegnere di fama mondiale (un Renzo Piano o un Fuksas, tanto per intenderci) mettendogli a disposizione i migliori materiali e un terreno ideale, ma se affidare la costruzione di quel palazzo ad un neo laureato o ad un ingegnere preso da qualche lista di collocamento. Perché questa è la situazione attuale della Lazio. Non c’è un terreno con un gran panorama e solido su cui costruire, non ci sono i mezzi per usare materiali di prima scelta, non c’è un budget all’altezza per affidare il progetto ad un grande nome. C’è solo da costruire un palazzo con i pochi mezzi a disposizione e pregando che non arrivi un terremoto, una frana o un’alluvione a far crollare tutto.

Aveva senso affrontare questi argomenti quando c’era da pensare al dopo-Zoff, al dopo-Zeman, al dopo-Eriksson o al dopo-Zaccheroni, ma dal dopo-Mancini in poi qualsiasi discussione ha perso qualunque significato, perché tranne un exploit (figlia della retrocessione della Juventus e delle fortissime penalizzazioni inflitte a Milan e Fiorentina per Calciopoli), la Lazio non ha mai avuto i mezzi per competere. E i vari Caso, Papadopulo, Delio Rossi, Ballardini, Reja e Petkovic, non hanno fatto altro che arrangiarsi, tentando di tirare fuori conigli dal cilindro usando tutti i trucchi del mestiere per mascherare la realtà. Ovvero, che senza un vero progetto e senza adeguati investimenti a sostegno di quel progetto, il nome dell’architetto o dell’ingegnere conta poco, perché neanche un Mourinho o un Guardiola potrebbe fare miracoli. Quindi, se il “progetto” è vivacchiare o restare a galla, un nome vale l’altro. E come avrebbe detto il mio vecchio amico Andrea Pesciaelli, dopo aver tirato una boccata dal suo inseparabile sigaro: “Vabbé, fino ad ora abbiamo parlato di cazzate… quando iniziamo a parlare di cose serie?”.

Perché questo è il problema vero. Perché se non cambiano le cose al vertice, se non si stanzia un budget di livello e se soprattutto non si smette di buttare soldi dalla finestra per prendere giocatori che non servono solo per fare favori a procuratori, ad amici vari o per altri motivi che portano sempre più società a “investire” nel mercato sudamericano, qui non cambierà mai nulla. Un anno ci potrà dire bene e grazie alla nuova formula “salva-grandi” imbroccando 3-4 partite potremmo giocarci un’altra finale di Coppa Italia, oppure conquistare quell’ultimo posto che vale i preliminari di Europa League, ma con l’arrivo di Thohir, la rivoluzione in casa-Milan, la rinascita della Roma, la crescita costante di Napoli e Fiorentina ed una Juventus economicamente sempre più potente e dominante, anche il sesto posto diventa un miraggio o quasi, come stiamo vivendo quest’anno sulla nostra pelle. E senza Europa ed ulteriori entrate, ci saranno sempre meno soldi a disposizione per potenziare la squadra e l’unica strada sarà vendere (e tanto) provando a fare nuove scommesse. E visto che si tratta di “scommesse”, il futuro è più legato alla buona o cattiva sorte che al nome del nuovo allenatore. Chiunque esso sia, perché oramai è diventato un miraggio anche Diego Pablo Simeone, che un paio d’anni fa sarebbe venuto di corsa e pure a piedi alla Lazio, ma ora è diventato uno dei tecnici più apprezzati e corteggiati d’Europa. Noi gli abbiamo preferito Reja prima e Petkovic, forse perché Simeone era troppo laziale e soprattutto aveva troppa personalità per varcare le porte di Formello e per sedersi sulla panchina di una Lazio in cui se le cose vanno bene è merito del presidente e se vanno malino o male la colpa è dell’allenatore.

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Ecco, smettiamola di parlare di “cazzate” o di azzuffarci sul nome del sostituto di Petkovic. Il problema è un altro, non chi sederà il prossimo anno sulla panchina della Lazio, perché che sia Thomas Doll, Yakin, oppure un de Biasi, uno Iachini, un Mangia o un Somma, poco cambia. Se non nulla!

STEFANO GRECO

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