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Storia S.S. Lazio

Auguri caro vecchio e irascibile Fascetti

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fascetti
“Grazie per gli auguri e per il pensiero, ma a questa età c’è poco da festeggiare”
. La cedenza toscana, la voce inconfondibile, il timbro forte e deciso nonostante le 75 primavere. Eugenio Fascetti oggi compie 75 anni, tre quarti di secolo, quasi 50 da quando si è messo per la prima volta addosso quella maglia bianca e celeste, quei colori che sono diventati parte integrante della sua vita, nonostante il continuo errare da una parte all’altra della penisola, tipico di chi sceglie di fare il calciatore prima e l’allenatore poi. Una vita con la valigia, fatta di case in affitto e di alberghi, di colori e bandiere che cambiano di anno in anno, ma ce ne sono alcuni che nonostante il lungo peregrinare ti restano per sempre nel cuore. E quando parla di Lazio, anche un duro come Eugenio Fascetti lascia trasparire un filo di emozione e di rimpianto.

“Sai cosa non mi va giù? A Roma sono tornati cani e porci, ma il mio nome non è mai stato più fatto, neanche nei momenti di grande difficoltà o quando c’era da ricostruire. Eppure io qualcosa di buono l’ho fatto con la Lazio e la gente mi ha sempre voluto bene e rimpianto. Ma probabilmente davo troppo fastidio, oppure ero considerato troppo scomodo per il mio modo di essere. Peccato…”.

In quel “peccato…”, forse, è racchiusa l’essenza della Lazio, l’impossibilità di essere “normali”,l’incapacità atavica di questa società gestire la fine dei rapporti con i personaggi più importanti della sua storia: dai giocatori ai dirigenti, passando per gli allenatori. Mai o quasi un addio con un sorriso sulle labbra, un abbraccio e una stretta di mano. È successo con Nesta e molti eroi del secondo scudetto, è successo con Di Canio e Signori, era successo anni prima con Fascetti e molti dei protagonisti della “Banda del meno nove”, Giuliano Fiorini in testa, messi alla porta a volte in modo brusco e senza neanche un “grazie”, ma rimasti nel cuore della gente. Eugenio Fascetti, però, al contrario di tanti personaggi “ripudiati” che non perdono occasione per lanciare stoccate alla vecchia società che li ha “dimenticati”, quando parla di Lazio non ha veleno da tirare fuori. E’ un osservatore sereno. Spietato, magari, ma solo perché dice quello che pensa, come ha sempre fatto nella sua vita. Forse perché da 50 anni la Lazio è parte integrante della sua vita.

Nell’estate del 1964, quasi inosservato a causa della bufera scatenata dal passaggio di Juan Carlos Lorenzo dalla panchina della Lazio a quella della Roma, sbarca nella capitale un ragazzo viareggino di 25 anni, che si è messo in luce come mezz’ala prima con la maglia del Bologna e poi con quella del Messina. Ha anche indossato anche la maglia della Juventus, conquistando da comprimario lo scudetto, ma il suo caratteraccio mal si adatta allo stile della “vecchia signora”, anche se in realtà i motivi di quel divorzio repentino (due sole presenze in bianconero) sono ben altri.

Questo ragazzo dal fisico robusto e dalla parlata toscana sciolta si chiama Eugenio Fascetti. La sua esperienza da giocatore nelle file della Lazio lascia ben poche tracce in quella stagione (appena 12 presenze prima di tornare a Messina) e nessuna traccia nella storia ultracentennale della società, ma nei suoi due anni da allenatore Eugenio “Neno” Fascetti scrive pagine destinate a restare per sempre scolpite nella memoria di ogni tifoso laziale, alla guida di quella che forse è stata la Lazio più amata di tutti i tempi, addirittura quanto la banda-Maestrelli e forse più dello squadrone allenato da Eriksson. E questo amore quasi viscerale per quella squadra, questo attaccamento quasi morboso ai componenti della “banda del meno nove”, per anni è stato una sorta di incubo per Sergio Cragnotti, che non riusciva a capire per quale motivo nell’ambiente si parlasse quasi più della Lazio leggendaria allenata da Fascetti che di quella stellare costruita da lui e che guidata da Eriksson in pochi anni ha riscritto la storia di questa società, portandola ai vertici del calcio mondiale. Ma per chi come me ha avuto la fortuna di vivere da vicino quei due anni, con il cuore del tifoso e con la testa del giornalista alle prime armi che frequenta tutti i giorni il“Maestrelli”, non c’è nulla di misterioso.

La leggenda di quella Lazio nasce il 5 agosto del 1986, in ritiro, in un albergo di Gubbio. Durante la pausa tra la seduta mattutina di 4 ore e quella pomeridiana di 3 ore, arriva la notizia tanto temuta: Lazio retrocessa in serie C per lo scandalo che ha visto coinvolto Claudio Vinazzani in un giro di scommesse, non legate ad incontri della società (la Lazio) per cui gioca. Ma il ricordo del primo scandalo-scommesse del 1980 è ancora troppo vivo e la società biancoceleste paga la pessima nomea che si è fatta in precedenza e l’odio mai celato dell’allora procuratore federale De Biase per la Lazio. Per una società che grazie all’intervento dei fratelli Calleri e di Renato Bocchi ha appena evitato il fallimento, quella sentenza equivale ad una condanna a morte. Nonostante i problemi economici, Calleri è riuscito a mettere a disposizione di Fascetti una rosa competitiva, con giocatori importanti come Gabriele Pin, sbarcato alla Lazio proveniente dalla Juventus per fare il definitivo salto di qualità; oppure Mandelli, proveniente dalle giovanili dell’Inter. E poi Acerbis e Poli, per non parlare di Terraneo, reduce da 8 campionati di Serie A da titolare a difesa della porta del Torino e del Milan. Quando Fascetti raduna la squadra, alcuni giocatori hanno già preparato la valigia per tornare a casa, decisi a strappare il contratto appena firmato. “Neno” li raduna in una sala dell’albergo, li guarda dritti negli occhi e conclude così il suo breve discorso: “Io resto a lottare, qualunque sia il verdetto finale della CAF. Chi non se la sente di fare altrettanto, salga in camera, prepari la valigia e se ne vada subito. Altrimenti resta e combatte”.Rimangono tutti!

Due giorni dopo a Gubbio, nella prima amichevole stagionale, migliaia di tifosi laziali stringono la squadra, l’allenatore e la nuova dirigenza in un abbraccio che commuove tutti. Quel giorno nasce un legame indissolubile tra quel gruppo e la gente laziale. Le battaglie di decine di migliaia di laziali che scendo a più riprese in piazza per manifestare la loro rabbia, portano ad un verdetto che suona però come una condanna a morte rimandata solo di pochi mesi: 9 punti di penalizzazione da scontare in serie B, con la vittoria che vale all’epoca 2 punti. Quella squadra, invece, grazie agli schemi di Fascetti, al suo modo di fare da scudo mettendosi sempre in prima fila petto in fuori per proteggere il gruppo da qualsiasi attacco, di domenica in domenica dà l’impressione di poter trasformare il miracolo-salvezza in realtà. Anzi, ad un certo punto della stagione arriva quasi ad agganciare il gruppo che lotta per la promozione in serie A, ma paga quello sforzo nel finale, quando agguanta gli spareggi-salvezza con Campobasso e Taranto solo il 21 giugno del 1987, all’ultima giornata di campionato, a otto minuti dalla fine della sfida-spareggio con il Vicenza. Grazie ai  gol di Fiorini e Poli, Fascetti realizza la grande impresa, ma è tutt’altro che appagato.

Lui che la serie A l’ha solo sfiorata con il Varese e poi conquistata ma subito persa con il Lecce (diventando un idolo per i tifosi della Lazio per aver fatto perdere lo scudetto alla Roma con quella incredibile vittoria per 3-2 all’Olimpico del 20 aprile 1986 firmata Barbas e Pasculli), vuole aprire un ciclo e riportare la Lazio nel grande calcio. Con grande dispiacere ma con grande sapienza calcistica, l’estate successiva Fascetti rinuncia a Fiorini, Mandelli e Poli per portare a Roma l’ex campione d’Italia e nazionale azzurro “Nanu” Galderisi, Paolo Monelli (ex gemello del gol prima nel Monza e poi nella Fiorentina di Daniele Massaro), Beruatto, Silvano Martina, Savino e Ciro Muro dal Napoli. Calleri spende quasi 6 miliardi, una cifra enorme per l’epoca, ma grazie anche all’esplosione del baby-Rizzolo viene ripagato da una promozione ottenuta con grande autorità, anche se tra mille difficoltà ambientali.

“Neno” Fascetti, infatti, nella seconda stagione entra in guerra con il mondo. Io sono uno dei pochi giornalisti a vantare con lui un buon rapporto, ma neanche io vengo risparmiato. Eugenio gira con tutti i ritagli degli articoli che scriviamo pronto a rinfacciarci un’intervista secondo lui polemica, un appunto tattico che si rivela sbagliato, fino ad arrivare allo scontro totale, come succede con alcuni colleghi “banditi” da Formello. A chi gli fa notare il fatto che questo suo modo di fare alla lunga può costargli caro, specie in una piazza come quella romana piena di radio, tv e giornali, lui risponde serafico: “Impopolare? Poco diplomatico? E cosa cambia? Tanto il giorno che perdi e la società decide di cacciarti, ti caccia. E non ti salva nessuno, anche se sei simpatico e ruffiano con i giornalisti, perché anche loro vanno con i risultati e ti abbandonano quando perdi e cadi in disgrazia. Quindi io dico quello che penso, impongo e difendo le mie regole. Non voglio casini, quando dico che un discorso è chiuso, è chiuso e non voglio tornarci sopra. E soprattutto, la cosa più importante per me è potermi guardare tutti i giorni allo specchio sapendo di aver difeso il mio ruolo e la mia squadra. Posso perdere le partite, ma non posso e non voglio perdere la faccia”.

Il 26 agosto del 1987, la Lazio affronta la Juventus al Flaminio in Coppa Italia. Dopo la qualificazione ai quarti clamorosamente sfiorata un anno prima (pareggio 0-0 a Torino e poi sconfitta 2-0 all’Olimpico davanti a 70.000 spettatori, maturata negli ultimi 20 minuti), la Lazio al Flaminio mette sotto la Juventus: passa in vantaggio con Galderisi, ma poi è raggiunta da Mauro. Qualche minuto prima dei rigori, vedo Fascetti che in panchina chiede a Muro di entrare, ma il giocatore, stizzito per essere rimasto fuori dall’undici titolare, per tutta risposta si toglie gli scarpini e al suo posto Fascetti fa entrare Nigro. Io vedo la scena e la riporto in un articolo su“Tuttosport”, il giornale per cui lavoro all’epoca. Il giorno dopo, al mio arrivo a Tor di Quinto trovo Fascetti davanti al cancello che mi aspetta. Mi chiama, tira fuori l’articolo custodito nel portafoglio e nasce una discussione molto accesa. Ma quando gli racconto per filo e per segno la scena a cui io ho assistito e che è sfuggita agli altri colleghi, Fascetti sorride e chiude la discussione con una pacca sulla spalla e con una stretta di mano. Io rispetto lui, lui rispetta me. E la stima e l’affetto sono rimasti anche quando ha lasciato la Lazio e ci siamo incontrati nuovamente a Bari, dove lui allena il giovane Cassano e io ogni domenica in cui il Bari gioca in casa faccio l’inviato di TMC. Anzi, il trattamento ricevuto da Calleri, con quel licenziamento brusco e immeritato (che fa infuriare i tifosi e segna una rottura tra il presidente e la gente), ha forse anche aumentato l’affetto e la riconoscenza per questo viareggino un po’ burbero ma profondamente onesto e sincero, poco portato per le relazioni pubbliche con giornalisti e presidenti, ma adorato e rimpianto da quasi tutti i calciatori che sono passati sotto le sue sapienti mani. Cassano in testa.

Pensando a Fascetti, non posso dimenticare quel 9 gennaio del 2000, la sua rabbia e la sua delusione per non esser stato invitato da Cragnotti (se non in extremis) alla festa del Centenario. Me lo confessa all’aeroporto di Bari, mentre siamo seduti in attesa di imbarcarci sul volo per Roma, con un volto in cui non c’è gioia per il successo per 3-0 ottenuto dalla sua squadra contro il Venezia, ma solo fastidio all’idea che noi siamo lì mentre in quel momento a Roma si celebra un grande evento in un Olimpico stracolmo. Parla con rabbia, quasi con le lacrime agli occhi, perché lui la storia della Lazio l’ha scritta e forse l’ha anche salvata in quelle due stagioni in cui si è seduto sulla panchina biancoceleste: prima con quella storica salvezza, poi con quella promozione che ha riportato 25 anni fa la Lazio definitivamente in serie A.

Quindi, auguri Eugenio… E grazie di tutto!

STEFANO GRECO

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Accadde Oggi

45 anni senza il “Maestro”, un pezzo della storia della Lazio

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45 anni fa ci lasciava Tommaso Maestrelli, figura storica della storia della Lazio, quasi mitologica, che i laziali di tutte le età ricordano. Anche chi non l’ha mai visto, ricorda con amore il “Maestro”.

Guidò una banda di Laziali alla conquista dello scudetto, il primo storico scudetto della storia della Lazio, e instaurò un rapporto meraviglioso con ogni suo calciatore.

Oggi dopo 45 anni siamo qui a ricordarlo, perché su c’è er maestro che c’è sta a guarda…

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Focus

Secolo XX, Via Vittorio Veneto, Roma

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Un pezzo di Romanità intriso di Lazio e Dolce Vita

Per capirla, andrebbe percorsa, esprimendoci in romanesco, “a ‘na certa maniera”. Dimenticate zaino in spalla, blue jeans, airpods e gingilli di manifattura moderna; su la camicia bianca, collo alla francese e nodo della cravatta nera stretto, strettissimo. Per l’inverno si scelgano anche colori kashà, con microfantasie e fini trame ricamate da sapienti artigiani. Attendete pazientemente le ore notturne, permettendo alle brulicanti vie dell’Urbe di smaltire la calca e il brusio diurno e accingetevi a raggiungere piazza Barberini in direzione Porta Pinciana. La strada che percorrerete sarà via Veneto, o Vittorio Veneto.

Nata sul finire dell’Ottocento in piena febbre edilizia post-impresa di Porta Pia, essa rappresenta uno spaccato storico e urbano della storia capitolina e italiana, resa celebre dalle figure più note della risorta scena cinematografica italiana del dopoguerra. Se ad oggi ne apprezziamo il patrimonio storico e identitario, va ricordato come tale strada venne alla luce in virtù all’abbattimento di un edificio dall’inestimabile valore artistico come Villa Ludovisi, descritta con ammirazione dallo scrittore britannico Henry James, il quale ebbe addirittura a dire che non v’era “…nulla di più bello a Roma”. La pesante eredità artistica e urbanistica che raccoglieva la nascente via ha però cozzato con le necessità della nuova borghesia liberale romana e, da poco tempo, italiana, di legittimare la propria presenza in quel che rappresentava il coronamento del sogno risorgimentale di mazziniana memoria: l’Unità dell’Italia con Roma Capitale. Via Vittorio Veneto collega due principali Rioni dell’Urbe: il III Colonna e il XVI Ludovisi, partendo, come detto in precedenza, da Piazza Barberini (attuale Centro Storico) e confluendo verso le antiche Mura Aureliane, si fiancheggiano Palazzo Piacentini e Palazzo Biagi, rispettivamente sedi istituzionali dei Ministeri di Sviluppo Economico e Lavoro, nonché il Palazzo Margherita, sede dell’Ambasciata americana a Roma. Si comprende dunque la funzionalità che tale arteria assume, riflettendo anche sull’origine vittoriosa ed epocale che il nome richiama, ma fermarci all’importanza meramente politica e urbanistica sarebbe riduttivo, quasi offensivo. In via Vittorio Veneto nacquero e si susseguirono nel corso del Novecento numerosi locali alla moda e bar di fama internazionale, come l’attualmente in voga Harry’s Bar, dove venivano costantemente paparazzate celebrità del calibro di Mel Gibson, Woody Allen e Marcello Mastroianni, protagonista quest’ultimo dei ruggenti anni ’60, ambíto seduttore e attore di punta del pluripremiato film La dolce vita di Federico Fellini. Oltre ad essere stata minuziosamente ricostruita a Cinecittà, nel famoso cuore pulsante del periodo della Dolce Vita sono state girate alcune scene del colossal La grande bellezza, capolavoro di Paolo Sorrentino, odierno erede di Fellini, a testimonianza di come il fascino della via Veneto resista al tempo.

Il susseguirsi di numerosi avvenimenti burrascosi risalenti ai primi due decenni del secolo Ventesimo coinvolsero integralmente l’ambiente laziale. La Società Polisportiva, nata pochi anni prima dall’intuizione di giovani ardimentosi romani, si apprestava a lasciare per sempre la sede di via delle Coppelle per approdare proprio in via Vittorio Veneto, nel mezzo dell’edificazione della Roma Umbertina. In un ex convento da poco restaurato, dopo aver battezzato vittoriosamente il Campo della Rondinella, la Lazio decise di trasferirsi in via Vittorio Veneto ex numero civico 7. Nella casa dei biancocelesti, al di fuori del contesto sportivo e a coronamento dell’elezione ad Ente Morale da parte di S. M. il Re Vittorio Emanuele III, si alternarono numerosi eventi culturali come concerti d’orchestra diretti da artisti del calibro di Carlo Zecchi e Teofilo De Angelis, l’organista Marco Enrico Bossi e la violinista Maria Fiori, eletta poi socia benemerita, con la partecipazione inoltre delle popolarissime voci del tenore Giacomo Lauri Volpi e dei baritoni Antonio Cotogni, Carlo Galeffi e Benvenuto Franci. L’elenco non si ferma qui, poiché il quartier generale della Polisportiva conquistò un ruolo sempre più alto tra i ritrovi intellettuali di Roma: le assemblee culturali che vi si svolgevano, infatti, videro addirittura la partecipazione di Umberto di Savoia e Grazia Deledda, scrittrice di punta del Secolo XX. La sede, dotata di ampli ed eleganti saloni, ospitava le sezioni di scherma, boxe, ballo, ginnastica, filodrammatica, football, sport atletici, nuoto, canottaggio, escursionismo e persino la direzione di un giornale di vocazione sportiva e in pieno stile liberty, denominato Lazio e diretto da Cesare Mariani. Sebbene la dislocazione delle sedi non è tutt’oggi ben chiara nella mappa del complesso edificio, nell’epoca del Presidente Ballerini la Polisportiva si distinse ancora una volta per altruismo e benemerenza: nel maggio-giugno 1915 fu istituito un Asilo per ospitare bambini poveri, orfani o figli dei soldati impegnati in guerra.

La conferma del patrimonio nazionale che ricopre una squadra come la Lazio è dunque scritto nelle testimonianze storiche, nelle mura e negli edifici di una Città che non ha mai smesso di onorare con i fatti. In via Veneto, come su Ponte della Regina Margherita o in Piazza della Libertà, c’è un pezzo di lazialità che ogni tifoso dovrebbe approfonditamente conoscere.

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Intervista

Intervista al Presidente Antonio Buccioni

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In esclusiva su Since1900, una lunga e piacevole intervista con il numero uno della Polisportiva biancoceleste

Il Presidente della Polisportiva S. S. Lazio Antonio Buccioni ha gentilmente concesso un’intervista a noi di Since1900, dimostrando cordialità e grande apertura verso la platea biancoceleste. Al Presidente vanno i nostri ringraziamenti e i migliori auguri di buon compleanno, con la speranza che per ancora tanti anni possa essere la guida della Polisportiva più antica d’Europa.

Partiamo proprio dalla Polisportiva: Lei in qualità di Presidente cosa può dirci sulla situazione generale? A che punto siamo? È abbastanza competitivo il movimento sportivo laziale?

È una domanda che fatta oggi assume una problematica diversa da quella che sarebbe potuta essere due mesi fa. Avrei detto che, per quel che oggi si chiama brand, la Lazio ha un fascino che io stesso fatico a comprendere fino in fondo. Chiunque si avvicini alla Lazio o anche soltanto viene a trovarmi, viene quasi persuaso dal voler ampliare la famiglia. Noi viviamo in un Paese dove non ci sono sponsor, in una città dove non c’è industria, dove Istituzioni pubbliche da tanti anni non erogano più nessun tipo di provvidenza a favore dello sport e abbiamo grossi problemi impiantistici, eppure c’è un “fascino Lazio” che porta il movimento quindi ad espandersi. A titolo di esempio, abbiamo un progetto per la creazione di una sezione di tennis tavolo, che purtroppo da 15 anni non abbiamo più. Questo è quanto avrei detto due mesi fa, oggi rincaro la dose. Non abbiamo vissuto l’esperienza delle guerre ma questa è una situazione eccezionale ed epocale assimilabile a quella di una guerra e su tante cose non ho chiarezza di quello che sarà. Su un aspetto sicuramente sì: il giorno in cui si ricomincerà a vivere normalmente, non sarà semplicemente il giorno della ripresa che segue l’ultimo giorno prima della chiusura totale. Ci saranno dei cambiamenti che toccheranno anche lo sport. Apparentemente dovranno esserci meno risorse e possibilità, sarà una situazione non dissimile da quella post 1945 e dovrebbe favorire chi lavora stabilmente con delle difficoltà e handicappare chi lavora con il lusso. In queste situazioni ho tenuto saldi i rapporti con i Presidenti delle circa ottanta Associazioni che rappresentano la Lazio per spronarli a rendersi conto della spirali e delle pieghe che prenderanno le diverse discipline sportive, per anticiparsi e comprendere meglio degli altri i comportamenti da assumere a riguardo. Se agiremo in questa direzione, la Lazio non deve avere paura del futuro.

Anche perché parliamo di una Società sana, non solo calcisticamente, dunque non bisognerebbe temere il futuro…

Sì, soprattutto considerando che si tratta di una Società che ha molti settori e che dunque non hanno un bilancio unico. Tutte comunque abituate a lavorare con difficoltà oggettive. Chi lavora abitualmente in difficoltà ha oggettivamente più destrezza rispetto a chi si trova improvvisamente con delle privazioni.

Avvicinarsi oggi allo sport non è interesse primario di tutti, specialmente nelle nuove generazioni. C’è qualche responsabilità da parte delle Istituzioni e dei vertici dello sport, a livello sia nazionale che europeo?

Sebbene io non sia incline all’ottimismo, la domanda forse è formulata in maniera radicale. I ritardi nei confronti di aree geografiche e socio-culturali ci sono, ma alla fine certi movimenti si impongono. Una volta lo sport era considerato qualcosa di elitario, superfluo e assolutamente non necessario. Con un processo davvero molto lungo, sebbene con defaillance colossali, siamo giunti a considerare che lo sport è imprescindibile per la salute umana. Il progresso comunque c’è stato, seppur con molte difficoltà: ho chiari ricordi circa la maldestra organizzazione scolastica e in particolare riguardo le sole due ore settimanali di educazione fisica e quel che accadeva agli inizi degli anni ’70 purtroppo accade anche oggi. Per questo mi riferisco alla falla colossale del sistema scolastico. Si tratta di un modo di approcciare allo sport che è addirittura nocivo ed è totalmente da archiviare.

Dunque Lei, riguardo questa situazione, cosa si sente di dire alle generazioni future?

Io mi auguro che, riferito alla nostra piccola patria di sentimenti che è la Lazio, ci possa essere da un lato un pieno adeguamento alla storia, con un preciso modo di essere nello sport adottando una costante ricerca dell’attualità addirittura anticipando i tempi rispetto agli altri; ideologicamente parlando, invece, mi auguro si possano mantenere le radici e lo spirito dei ragazzi del 9 gennaio del 1900 che crearono un Sodalizio con una intento dirompente rispetto alla società di allora. Cioè portare lo sport, fino a quel momento appannaggio di qualche nobile e limitato a discipline classiche come scherma, danza classica e rudimenti di nobles artes, a diventare uno sport moderno e popolare. Dunque ancoraggio ideale alle proprie radici e adeguamento organizzativo costante a quello che lo sport a livello planetario ci mostra.

Messaggio bellissimo il Suo. Lei ha parlato di ideali, noi aggiungeremmo anche il concetto di “valore”. Quale per Lei meglio identifica la Lazialità?

Intendere lo sport come cimento costante prima di tutto nei confronti di se stessi e verso l’avversario, il quale non va mai temuto ma sempre rispettato. Che poi è la lezione che ci si tramanda, dicendole alla laziale, “di padre in figlio” ed è quello che mi hanno lasciato i padri della Lazialità.

C’è stato per Lei un atleta che più di tutti ha consacrato e fatto suo più di altri questo concetto?

Tra i calciatori, Ezio Sclavi per abnegazione che tale da, come affermò Pennacchia nel ’69, “sconfinare anche nello stoicismo”. Da questo punto di vista c’è ne sarebbero a onor del vero esempi innumerevoli che non sono isolati. Mi viene in mente Maura Furlotti per il calcio femminile, che ha disputato quasi 500 partite in Serie A, annoverano 4 scudetti e 3 Coppe Italia, collezionando circa 100 presenze con la Nazionale Italiana. Sono esempi, grazie a Dio, ricorrenti.

A proposito di storia: per chi non ha vissuto lo Scudetto del ’74 o anche quello del 2000, Laziowiki è una vera e propria enciclopedia che fa da punto di riferimento. Che legami ha con la Polisportiva e quanto è importante questo contributo che offre?

Sono indubbiamente rapporti idilliaci e di fraterna collaborazione. Sono molto affezionato a Fabio Bellisario, a Barbara Dorelli che ora è Presidente di Laziowiki e socia della Canottieri Lazio. Hanno fatto cose meravigliose. Aggiungo, anche per dovere di ruolo, che sono tra i migliori ma non gli unici, non volendo comunque sminuire nessuno. Un grande lavoro, specialmente sul pianeta calcio, lo svolge il Centro Studi Millenovecento che può contare su studiosi di primo livello. Ho avuto il grande onore di essere invitato a scrivere diverse prefazioni per Laziowiki ed è stata una bella soddisfazione.

Tornando al discorso puramente strutturale: nascono spesso suggestioni intorno allo stadio Flaminio. Come vede un riutilizzo dell’impianto per la sezione calcistica della Lazio?

“Su questo sono perentorio: non vedo alcuna possibilità di riutilizzo per la Lazio calcio. Gli impianti moderni hanno standard ben precisi e il Flaminio, per aderirvi, dovrebbe essere smantellato e ricostruito portando via con sé il carico di ricordi che conserva. Con grande rammarico sentimentale (sono stato battezzato il 19 settembre del 1965 quando mio padre mi portò al Flaminio a vedere Lazio Varese, terza di campionato ’65-66) devo ammettere che quell’impianto non è funzionale per il calcio e l’abbattimento violerebbe quello che di fatto è un patrimonio artistico e culturale. Potrebbe essere utile alla causa laziale per ambienti indoor. Per tutti gli sport all’aperto (tra cui rugby, calcio femminile, hockey su prato) non vi sono strade praticabili. A peggiorare la situazione c’è stato il cambiamento del nostro Paese nell’approccio allo sport negli ultimi 25 anni. Andando ancora indietro negli anni, nei trafiletti dei giornali sportivi si poteva ancora trovare spazi sufficientemente ampi dedicati ad altri sport; la situazione oggi è diversa, magari perché parlare di calcio in via esclusiva apporta maggiori guadagni. Sarà efficace come strategia, ma rappresenta davvero la morte dello sport. In altri Paesi, nelle aree geografiche socio-culturali affini all’Italia come ad esempio in Francia, la situazione cambia di poco: sebbene negli anni ’70 il rugby abbia fatto da contraltare al calcio e tutt’oggi esistono interessi nei confronti di Formula 1, basket e pallavolo, il calcio ha assoluta leadership. Se nel Flaminio di allora ad una partita d rugby ci sarebbero stati circa 1500 paganti a fronte dei probabili oggi 400 spettatori (spronati comunque dal titolo gratuito del biglietto). Dunque, per concludere, l’indoor presenta un discorso diverso: c’è una piscina che potrebbe essere sfruttata, potrebbero stabilirsi sezioni di scherma o ginnastica artistica, potrebbe prendere forma un museo. “

Lei ha parlato di calcio femminile: sembra che a livello nazionale ci sia una certa rinascita, una nuova primavera. Come si colloca in questa rinascita la Polisportiva Lazio?

Domanda interessante. Il movimento di rinascita c’è ed è figlio dell’interesse dei club professionistici maschili, sostanzialmente obbligati a dotarsi del settore femminile. Juventus, Milan, Fiorentina hanno prontamente recepito le direttive; la Juventus sta avviandosi a ricalcare il ruolo e il sentiero che da sempre riveste nel calcio maschile. La Lazio è stata la superpotenza del calcio femminile italiano dal 1969 al 2003, è stata una società che ha vinto 5 Scudetti e 4 Coppe Italia, una sorta di Coppa UEFA ed ha insegnato alla nazione cosa vuol dire un settore giovanile degno di questo nome. La Società storica ha avuto meriti straordinari nella collocazione della disciplina nello sport italiano: esisteva una Federazione Italiana Giuoco Calcio Femminile distaccata dalla Federcalcio; la Lazio, nell’estate del 1986 non si affiliò più a questa organizzazione bussando alle porte della Federcalcio, facendo appello alla Legge istitutiva del CONI che non prevede il sesso come requisito per distinguere un’attività di carattere sportivo. Dunque, grazie alla Lazio, la Federcalcio è stata obbligata ad istituire una sezione femminile inglobando titoli e meriti della preesistente Federazione distaccata, dotandola di diversa dignità. Quella della Lazio fu una difficile battaglia di libertà e di modernità. La Società storica della Lazio femminile sopravvive, nell’ultima divisione; la Lazio calcio ha invece creato, sulla scia delle altre squadre professionistiche, una propria sezione femminile che, prima dell’emergenza sanitaria, stava disputando un ottimo campionato in quella che per noi è la Serie B maschile. Mi auguro arrivino le possibilità per unificare le due situazioni in casa Lazio, per preservare la ricchezza di un contesto che ho vissuto da vicino. Metà squadra Nazionale era biancoceleste, tale da chiamarla “Lazionale”, dunque mi auguro la fine di questa dicotomia interna.

A proposito di battaglie di non proprio scontato esito: a che punto siamo con l’assegnazione dello Scudetto del 1915?

Io sono indignato per quello che è successo. Con il Presidente Federale Carlo Tavecchio è stata insediata una Commissione di altissimo spessore professionale, culturale e morale che ha sancito la legittimità di un’attribuzione dello Scudetto del 1915 ex aequo alla Lazio. Il Consiglio Federale avrebbe dovuto semplicemente prendere atto di questo e procedere alla proclamazione. Il Presidente Gravina ha ritenuto di insediare una nuova Commissione per una serie di situazioni, probabilmente nessuna destinata a buon esito (la circostanza a me lascia indifferente, comunque diversa da quella che ci riguarda). Siccome esiste un principio di diritto che si chiama “ne bis in idem”, credo sia stato semplicemente operato male. Anche da questo punto di vista bisognerebbe parlare: si vorrebbe insinuare una probabile vittoria del Genoa ai danni della Lazio? Significherebbe ignorare e contraddire i principi dello sport. È una partita che doveva disputarsi e non si è disputata. Mi rendo conto che parlare più di un secolo dopo è molto facile, ma credo non si sia disputata per ragioni psicologiche e per non incidere sulla coscienza della popolazione, piuttosto che per ragioni logistiche. Il Primo Conflitto Mondiale ha interessato, a differenza del Secondo, regioni come Veneto, Friuli e Trentino Alto Adige con i modi e tempi che conosciamo; le partite in quel giugno 1915 a Roma si sarebbero potute tecnicamente giocare, parlando in termini semplici e brutali. Attendiamo ancora, dunque. Certamente la prima Commissione a cui ho fatto riferimento ha detto quel che doveva dire, essendo forte di una composizione di enorme prestigio senza laziali all’interno (anzi…), con i crismi di un’autorevolezza assoluta. Sembra che si abbia qualche timore a procedere.

“Strategie di comunicazione a difesa e promozione a difesa della Società Sportiva Lazio” è un convegno tenutosi ad aprile dello scorso anno a cui Lei ha partecipato. Alla Lazio spesso non ci si riferisce col dovuto rispetto e riguardo in virtù di quello che rappresenta, cioè la Polisportiva più grande d’Europa, e di quello che ha dato al panorama sportivo nazionale. Secondo Lei quali ragioni si celano dietro certi atteggiamenti, in voga soprattutto negli ambienti della stampa?

Prima aggiungo qualche precisazione e qualche correzione, sebbene mi sembra di capire che la pensiamo allo stesso modo. Noi abbiamo tre aspetti da considerare. Il primo è una mia battaglia personale da imputare a due situazioni negative e cioè l’impreparazione del giornalismo sportivo e della comunicazione sportiva e l’appiattimento supino alle logiche del calcio post-professionistico. Quando si parla della Lazio, alla seconda parola di solito si va in errore. L’Organismo che io presiedo è la Società Sportiva Lazio, la nostra sezione di Football è la Lazio calcio; nell’accezione generale la Lazio calcio è diventata la Lazio e la Società è diventata la Polisportiva, è una locuzione che io non amo e trovo cacofonica, si tratta di verità storica. Poi c’è un discorso legato alla Polisportiva attorno alla quale io non percepisco negatività; di solito intorno al 9 gennaio (compleanno della Polisportiva, ndr) vedo una esaltazione per certi aspetti, almeno quelli rigorosamente di qualità, anche eccessive, laddove quasi arrossisco. Non posso riscontrare delle negatività riferite al mondo che io rappresento. Poi c’è un terzo aspetto legato strettamente al fenomeno calcistico: essendo estremamente sintetici, spesso e volentieri sembriamo un’eccezione quando in determinate circostanze siamo una regola. Regola di cui molta gente ci addita come esempio, riguardo quindi a fenomeni più generali. Le ragioni che si celano sono da ricercare in tutti i sentimenti più negativi del mondo: la superficialità, che è quello più colposo e meno doloso, è in qualche caso persino premeditazione ideologica. ”

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