“Ultras”, il racconto di Lettieri sotto la lente d’ingrandimento

Luci e ombre del difficile esordio del regista napoletano

“La rivoluzione è un’idea che ha incontrato delle baionette”. A celebrare questa schietta ed estremamente sintetica sentenza, fu un uomo di bassa statura, all’apparenza esile e di carnagione pallida: fu Napoleone Bonaparte, il condottiero più conosciuto e leggendario che l’umanità ricordi. L’uomo che ha rivoluzionato il combattimento, l’arte della politica e dell’amministrazione di uno stato e, per ultima, l’Europa e i suoi confini, bruciando d’ardore fino alla fine dei suoi tristi giorni in Sant’Elena. Perchè per un uomo come lui, a detta sua, “Il fuoco è tutto e il resto non ha importanza”.

Nella seconda metà del Secolo Ventesimo, per eccellenza il secolo dell’ideologia e della personalità intesa come rito e al contempo immagine, vede la luce un fenomeno intriso di vita e ambizioni, colorato dalle tinture delle bandiere che sventolavano e tutt’oggi sventolano sugli spalti, dai colori sociali delle squadre e delle città che essere rappresentano e, in molti casi, delle correnti politiche che camminano sulle gambe degli uomini. “Ultras” è il termine che compare su un enorme striscione nello Stadio Luigi Ferraris di Genova, in gradinata Sud, lato destro rispetto alla prospettiva della sala stampa dell’impianto, casa degli aficionados sampdoriani. Quella del movimento ultras è una storia di rivoluzione del tifo, è un’idea di appartenenza estrema che ha trovato ragion d’essere nelle bandiere, nei fumogeni, nel rullo dei tamburi, nell’echeggiare dei megafoni e, purtroppo, tante volte nelle armi, bianche e non. In Italia, l’organizzazione del tifo ha superato lo spontaneismo dei cani sciolti inglesi, ben più noti come “hooligans”, ed ha assunto una struttura gerarchica, pur mantenendo le diverse sfaccettature di curva in curva. E’ un fenomeno umano, imbevuto di contraddizioni e codici comportamentali la cui comprensione non è richiesta, talvolta è anzi osteggiata, a chi non ne fa parte. Un’aggregazione che diviene famiglia, una famigliarità che diviene appartenenza tribale, come tribali erano gli apache nativi del continente americano.

Francesco Lettieri, giovane regista napoletano già noto al pubblico della città di Parthenope per aver curato i video-montaggi del celebre cantante anonimo Liberato (a cui è stata affidata la colonna sonora del film), ha voluto trasporre quanto appena detto sul grande schermo, transitando nelle vicende del tifo organizzato all’ombra del Vesuvio. In passato, già Ricky Tognazzi ha voluto a modo suo offrire uno spaccato di quel controverso emisfero del tifo, con il suo “Ultrà” ambientato a Roma; più recentemente, i Football Factory e Hooligans di mano britannica hanno inseguito, riscuotendo buon successo, lo stesso obiettivo, con soggetti e ambientazioni tutti Made in England. Cosa ha funzionato e cosa ha invece lasciato a desiderare nel film di Lettieri?

Partiamo dal contesto ambientale. Le gradinate del San Paolo compaiono poco e, più che l’impianto di Fuorigrotta, il regista inscena le vicende negli ambienti più vicini alle vite dei protagonisti: il litorale di Pozzuoli, le abitazioni di alcuni personaggi nello squallore delle palazzine popolari e nel difficile Rione Traiano, i monolocali che ospitano le riunioni e la Questura sono espressione del contesto umano che finisce per essere determinante nelle scelte dei personaggi. Le allusioni a ben precise frange del tifo, neanche tanto celate, si palesano nel carattere degli striscioni, nelle tonalità d’azzurro delle bandiere, nei canti e nella simbologia che compare su giacche e drappi; il simbolo degli Apache ricorda una vaga somiglianza con quello del vecchio gruppo Teste Matte, nato negli anni 90 in Curva A, mentre il protagonista Sandro e i suoi coetanei sodali, tutti diffidati, con l’alone di timore e rispetto che incutono nei giovani membri dell’organizzazione richiamano lo storico gruppo Fedayn, pioniere del tifo napoletano insieme ai Vecchi Lions, di cui intonano l’inno durante una delle scene girate al molo. Il conflitto interiore che vive Sandro porta ad una profonda riflessione introspettiva, in cui il protagonista si interroga e chiede conto a se stesso delle scorribande, degli anni trascorsi in scontri, trasferte, gemellaggi e rivalità; l’inconcludenza della sua vita lo porta a scontrarsi con i suoi compagni storici di tifo, diffidati ma mai paghi della vita da spalti, i quali fanno fatica a comprendere i suoi ripensamenti. I motivi della ponderatezza di Sandro sono anche da ricercare nell’incontro con Terry, donna separata la quale sembra non avere, al contrario del mohicano (soprannome di Sandro), la necessità di una svolta alla sua vita. E poi c’è il ricambio generazionale: l’esaltazione, il fanatismo delle nuove leve che va lentamente rinnegando le gesta dei padri, rompendo le leggi morali di fedeltà e obbedienza, che culmina nella più pura e cruda violenza. La sete di vendetta del giovane Angelo, orfano del padre e fratello maggiore, morto in uno scontro tra fazioni opposte, è figlia dell’assenza di speranza e guide di riferimento che troppe volte mancano nelle vite di giovani ragazzi poco aiutati dal fato.

La trama è godibile e, ad onor del vero e contrariamente a quanto si legge in molti commenti social, la fotografia e i costumi sono giudicabili positivamente; in particolare, l’abbigliamento dei giovani ultras rispecchia in pieno la realtà e i loro atteggiamenti paiono essere più modaioli e scimmieschi rispetto a quelli della vecchia guardia. Quel che lascia a desiderare sono le movenze, la gestualità e i discorsi proprio dei più giovani: sebbene si tratti di un film e la spettacolarizzazione è un’arma tutto sommato lecita, Lettieri ricorre eccessivamente a questo espediente, dimenticandosi inoltre troppo spesso del legame con la città. Quest’ultimo aspetto è, a nostro parere, troppo poco considerato, specialmente se a fare da sfondo è una città come Napoli, dove l’amore dei suoi abitanti è spesso morboso. Quello di Lettieri è un buon film e offre buoni spunti di riflessione, ma per una conoscenza approfondita del fenomeno ultras non è sufficiente basarsi su tali ricostruzioni, poichè spesso peccano di artificiosità.