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EditoriAle

Se non altro, ci stiamo divertendo

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Meno lagne, più guasconeria.

Per carità, non siamo mica stupidi. Siamo nel 2020, di analisi spietatamente lucide e cinicamente serie, glaciali, ne siam colmi come null’altro. Il calcio è cambiato e noi tifosi con esso, troppo abituati a leggere scientificamente un gioco che tempo fa grondava di passione e spensieratezza come null’altro al mondo. Nella eccessiva nitidezza delle sorti dei campionati, c’è per fortuna ancora qualche inguaribile romantico, forse troppo trasportato dagli avvenimenti che coinvolgono la squadra del cuore.

L’ambiente laziale è al settimo cielo, in sei mesi la Inzaghi & Co. ha portato in bacheca due coppe, la sconfitta si tiene distante da dieci turni e dalla Capitale sono partite con la coda tra le gambe le due squadre che nelle recenti edizioni Serie A hanno dispensato gioco e gol a raffica (Napoli e Juventus). Sarà, ma c’è chi si rinforza, chi ha progetti, proprietà, brand e reputazioni da mettere sul piatto. Insomma, laziali, l’Inter tratta Eriksen e Giroud e voi ancora qui che festeggiate? Il guaio, cari lettori, è che certi moniti, che sembrano partoriti dalla mente della vecchia zia brontolona con boccoli e cucchiarella, giungono in gran parte dalla nostra tifoseria. Laziali che redarguiscono altri laziali di troppa passione. Perché, caro mio, non vorrai mica illuderti? A gennaio nun se compramo nessuno, Ciro mica è eterno, Luis Alberto mica può giocà sempre così?

La risposta ponderata è sensata è talmente banale che ci vergognamo a trascriverla. Abbiamo specificato di non essere stupidi, lungi da noi però essere freddi e apatici. Se volessimo atteggiarci a futuri campioni, certi di avere avanti un radioso maggio trascorso a gironzolare per Roma con la faccia tricolore, saremmo molto probabilmente romanisti. Pur non volendo avere il sospetto che molti di voi non siano veri tifosi e dunque rimanendo nell’ambito della più spassionata buona fede, ci arroghiamo arbitrariamente il diritto di fantasticare. Poter sognare ad occhi aperti è una caratteristica che perdiamo dopo l’adolescenza, per fortuna per alcuni versi, purtroppo per altri. Ma quel che ci tiene attaccati alla vita a volte è proprio quel pizzico di sana incoscienza. Metteteci che il calcio è uno sport popolare, che le taverne si riempiono di vecchi e giovani che dovranno pur trovare qualcosa in cui credere, un avvenire a cui affidare sogni proibitivi, che nel volgere giù lo sguardo e trovare Roma, Napoli e Milan si prova una tale goduria da non vedere l’ora che ricominci quel maledettissimo campionato. Di nuovo con quel pallone che rotola sull’erba, una bandiera che sventola e un “Daje Lazio!” che accompagna il coro più bello: il prossimo, quello che spingerà senza dubbio la palla in rete.

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