Inchiniamoci a Marcelo Salas, leggenda biancoceleste

Il suo “tributo” dopo ogni gol è ora un atto dovuto da parte nostra nei suoi confronti

Pochi mesi fa, la UEFA ha omaggiato sui social il nostro ariete sudamericano, postando la sua splendida doppietta sotto il segno dell’aquila contro il Maribor, nella competizione che oggi ha lasciato il posto all’Europa League. Il tributo è meritatissimo e l’appellativo di leggenda è quanto mai calzante: Marcelo Salas ha vinto con indosso la nostra maglia e ha offerto un contributo tutt’altro che secondario, riuscendo ad essere protagonista in un gruppo in cui quasi non esistevano le seconde linee. I suoi gol, pesantissimi, erano tutti di pregevole fattura e l’Italia ha avuto modo di apprezzarne le sue doti anche da avversario, contro la nostra Nazionale, quando mise a segno una pericolosa rete che rischiò di compromettere il cammino azzurro al Mondiale di Francia ’98.

Non c’è ne voglia Edinson Cavani, lo strepitoso attaccante pluricampione in terra transalpina e messosi in luce sulle sponde del Golfo di Napoli, ma di matador ce n’è uno solo. Niente di personale con l’uruguaiano, atleta di grande caratura, ma l’appellativo ispanico di “mattatore” si adatta perfettamente all’attaccante cileno. Salas, ora dirigente in Cile, è stato un calciatore grandioso e potente: bassino, vero, ma tarchiato, fortissimo fisicamente e abile nel gioco aereo, il matador era solito abbinare agli stop, volanti o a seguire palla a terra, finte di corpo che disorientavano le difese e gli permettevano di liberarsi per mostrare a tutti le sue precise conclusioni anche con entrambi i piedi; la sua solidità, anche in corsa, gli ha permesso di mantenere lucidità e servire assist perfetti ai compagni. Già, perché far segnare è importante quanto segnare, il calcio è un gioco di squadra. In quegli anni, la Serie A brillava, c’erano tantissime stelle, tra cui l’indimenticato Ronaldo Nazario. Però perché continuare a guardare l’erba del vicino, sempre e perennemente più verde? Vero, il brasiliano era insuperabile, forse dopo Maradona c’è stato lui come punta di diamante del campionato tricolore, ma del resto, a noi laziali, “che ce frega de Ronaldo, noi ci’avemo il Matador!”.

Marcelo Salas approda a Roma dopo aver conquistato l’Argentina a suon di gol con la maglia dei Millonarios del River Plate. Trova una città calorosissima, come Buenos Aires, forse un po’ meno folle; trova di nuovo una disputa cittadina, un eterna rivalità mai sopita, sceglie però la sponda giusta. A Roma gioca tre stagioni, disputa 79 partite e segna 34 reti in campionato e 48 segnature in 117 gare totali, alzando al cielo una Supercoppa Italiana, una Supercoppa Europea (in cui segna il goal della vittoria nella finale con il Manchester United, mix perfetto di cinismo e rapacità d’area), una Coppa Italia, uno Scudetto e una Coppa delle Coppe. Tornerà in Sudamerica solo dopo aver transitato in due sofferte stagioni torinesi con la casacca bianconera indosso, contraddistinte da un grave infortunio al ginocchio; in Italia segnerà altre 2 reti in 18 match prima di partire alla volta del nuovo mondo, destinazione Argentina, dove transita nello stesso club che lo ha consacrato, il River. Gioca per 2 stagioni e totalizza 32 presenze, segnando 10 reti e vincendo il titolo nazionale di Chiusura. Nel 2005, dopo aver rescisso il contratto con la Juventus, torna a giocare in Cile con la maglia della squadra che lo aveva lanciato, l’Universidad de Chile. Si ritira nel 2008, successivamente acquista e dirige l’Unión Temuco, squadra di seconda serie cilena.

Nel parco delle leggende laziali, il Matador ha un posto speciale per quel gol segnato ai marziani dello United, rendendo, ancora ad oggi e con buona pace dei romanisti e della loro meritatissima Coppa delle Fiere, la squadra romana più vincente in Europa.