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Da Talamonti a Novaretti, il film è sempre lo stesso

NOVARETTI 3Nell’estate del 2004 si chiamavano Mea Vitali, Robert, Esteban Gonzalez e Talamonti, nove anni dopo si chiamano Perea, Mavraj e Novaretti: della serie, cambiano gli attori ma il film è sempre lo stesso, perché a scrivere il copione e a dettare le regole al regista è sempre lo stesso produttore. Sconosciuti erano quelli di 9 estati fa, sconosciuti o quasi sono quelli di oggi. Qui nessuno ce l’ha con il povero Diego Novaretti detto “El flaco” (stesso soprannome di Enrico Flamini, ma non la stessa classe del campione argentino che giocò nella Lazio degli anni quaranta) e tantomeno con il giovane Perea, perché loro non hanno colpe. Anzi, visto che oramai sono della Lazio, forza Perea e forza Novaretti. Il problema è che acquisti come questi hanno lo stesso effetto di una secchiata di acqua ghiacciata mentre dormi sdraiato su un lettino al mare, rilassato e sognante. Ti riportano subito alla realtà. Ovvero, che con Lotito alla guida della società la Lazio il salto di qualità non lo potrà mai fare, perché manca proprio il trampolino da cui spiccare il volo. Al massimo si può fare un tuffo dal bordo della piscina, con la speranza che almeno ci sia abbastanza acqua in cui tuffarsi e che non si sia risparmiato pure su quella…

Non cambia e non cambierà mai il modus operandi, non cambia neanche il circo mediatico che fa da contorno. Fino a ieri, nessuno sapeva neanche dell’esistenza di un calciatore chiamato Novaretti, dal momento in cui il suo nome è stato accostato alla Lazio è partito subito il tam-tam mediatico, al grido di battaglia: “lo abbiamo strappato al Manchester City”, oppure “somiglia a Ciro Ferrara”! Ma subito dopo, qualcuno che Novaretti lo ha seguito veramente, ha rimesso le cose a posto: “un buon elemento ma nulla più. E’ un affare perché è a costo zero e per la Lazio va bene, ma il City lo ha liberato perché non era un giocatore da top club”. Ora, l’augurio è che il City abbia preso una cantonata e che la Lazio abbia fatto l’affare del secolo, ma non bisogna raccontare balle alla gente: è arrivato perché era un parametro zero ed è venuto alla Lazio (con 4 anni di contratto) perché non era un giocatore da top club. E in questo senso il giudizio su Novaretti nella scheda tecnica del sito di riferimento di mercato, è lapidaria. E badate bene che non è stata redatta oggi che lo ha preso la Lazio, ma quando era approdato alla corte di Mancini per essere testato da Lombardo nella squadra “riserve” e sembrava scontato il suo passaggio al Manchester City.

“Onestamente non sappiamo, o meglio non abbiamo ancora capito, cosa abbia spinto un top club europeo, ricco come il City di Mancini, ad acquistare questo giocatore. Diego Novaretti nasce a Cordoba nel 1985 ed inizia a giocare a calcio nella squadra della sua città, il Belgrano. Debutta nel calcio professionistico nel 2006, un po’ tardi per un giocatore di calcio. Ad oggi Diego può vantare 115 presenze e 6 gol nel campionato argentino con la maglia del Belgrano. Attualmente milita nel Deportivo Toluca, squadra messicana, che lo ha acquistato nell’estate del 2009. Diego Novaretti è noto in patria con il soprannome di “El Flaco”. Viene dato, in Sudamerica, a tutti quei ragazzi molto alti ed esili fisicamente. Alto 194cm, fa della stazza fisica la sua arma principale. Non un fenomeno tecnicamente, spesso maldestro negli interventi. Si fa valere sulle palle alte, sia in fase offensiva che difensiva. Rognoso nella marcatura, sempre molto attento e concentrato”.

Non avendolo mai visto giocare, non esprimo giudizi. Riporto le due campane e aspetto che sia il campo ad emettere il verdetto: come per Lulic o per Garrido. Unica annotazione, Novaretti non è mai stato convocato per nessuna selezione nazionale argentina. E calcolando che l’argentina gioca ancora con Burdisso titolare in difesa…

Insomma, siamo alle solite, ma almeno quest’anno hanno deciso di farci capire fin dall’inizio come andranno le cose, senza promettere “4CAMPIONI”. L’unico giocatore di un certo livello che doveva arrivare (e anche in questo caso si tratta di un buon prospetto, ma non di un campione come farebbe pensare la valutazione del cartellino), quello per cui erano “mancate solo un paio d’ore per definire i dettagli” per tesserarlo già a gennaio, sta ancora in Brasile e gioca nel Santos. Perché? Per il semplice motivo che i 10 milioni di euro necessari per chiudere l’operazione non c’erano a gennaio e non ci sono oggi. E possono arrivare solo con la cessione di Hernanes. Se arriva qualcuno con 25 milioni di euro per il “profeta”, Lotito se li prende, ne investe 10 per Felipe Anderson e con gli altri tappa i buchi di bilancio. In caso contrario, si rimane così. Perché questa è la realtà di una società senza mezzi, con un DS un po’ presuntuoso e arrogante (e non potrebbe essere altrimenti visto per chi lavora) ma bravo, che però non ha budget e quindi è costretto ad arrangiarsi andando a caccia di parametri zero o di scommesse, di giocatori sconosciuti, oppure a bassissimo costo perché reduci da infortuni o da annate fallimentari o quasi. In qualche caso va bene, in altri va male. Ma prendersela con lui sarebbe come fucilare il sergente che esegue gli ordini che gli ha dato il capitano che a sua volta li ha ricevuti dal generale.

Perché non è colpa di tare se Klose in nazionale dice: “La Lazio non è pronta per competere in Champions League. Il mio futuro? Rimarrò alla Lazio, perché ho un contratto fino al 2014”. Perché aggiunte a quelle già abbastanza chiare del tedesco, dovrebbero far riflettere tutti le parole di un ragazzo serio come Hernanes, uno che per il bene della Lazio dopo una commozione cerebrale ha giocato con un casco protettivo e contro il parere di molti specialisti: “Il successo nella finale di Coppa Italia contro la Roma ha segnato una svolta nella mia carriera. Prima di partire per il Brasile ho parlato con il presidente Lotito. Gli ho detto che ora per me inizia una nuova storia, non sono più un ragazzino, sono nel cuore della mia vita professionale. Voglio giocare in una squadra che mi permetta di vincere scudetti e Coppe”.

I giocatori hanno ambizioni, i tifosi anche e vorrebbero fare questo benedetto salto di qualità, ma la società, NO! L’unico vero obiettivo è quello di tirare avanti nel miglior modo possibile e spendendo il meno possibile, di vivere alla giornata, con l’unica ambizione di continuare a galleggiare, perché navigare è un’altra cosa. Vincere una coppa non è cosa di tutti i giorni (soprattutto in una finale carica di significati come quella del 26 maggio) e neanche da tutti, ma il vero valore di una squadra non si vede in un torneo di 5 partite, quattro delle quali giocate in casa e spezzando a fatica le reni al Siena retrocesso e al Catania. In Inghilterra quella coppa l’ha vinta il Wigan che è retrocesso. E perché non è un successo in Coppa Italia a cambiare le strategie societarie o il valore della Lazio e della sua rosa. Il vero valore di una squadra si vede sulle 38 giornate di campionato e il ruolino di marcia della Lazio di Lotito dalla stagione 2004-2005 in quanto ai piazzamenti in campionato recita così: 10° posto, 16°, 3°, 12°, 10°, 12°, 5°, 4°, 7°… Una media più vicina al 9° che all’8° posto, sicuramente in crescita negli ultimi anni, ma che non è tale da far sperare in qualcosa di diverso. Non in un salto di qualità, tantomeno nella possibilità di lottare per lo scudetto, al contrario di quanto sbandierato da Lotito in quel forum al “Corriere dello Sport” pochi giorni dopo il trionfo contro la Roma: “Lazio, scudetto ora si può”! Un titolo che avrebbe fatto sognare ad occhi aperti i romanisti ma che per i laziali è quasi fastidioso, perché accostato ai nomi dei primi due acuisti stagionali suona come una presa per i fondelli. L’ennesima, purtroppo neanche l’ultima…

STEFANO GRECO – LAZIOMILLENOVECENTO