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Storia S.S. Lazio

Attore stregone : Juan Carlos Lorenzo

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Un personaggio incredibile, una via di mezzo tra Fernandel e Alberto Sordi. Per raccontare la storia di Juan Carlos Lorenzo, dovrei pubblicare quasi integralmente quello che ho già raccontato in “Una vita da Lazio”, il libro scritto a quattro mani con Arcadio Spinozzi. E che era solo una parte di quello che era riuscito a combinare in quei pochi mesi del terzo capitolo della sua avventura laziale questo istrionico personaggio che sembrava uscito da una commedia degli anni Sessanta.

Juan Carlos Lorenzo, “don Juan” per gli amici, è nato a Buenos Aires il 20 ottobre del 1922. Come trequartista sinistro si impone nel Boca Juniors e nel 1948 sbarca in Italia, dove gioca per quattro campionati nella Sampdoria. Finita l’avventura in Italia, si trasferisce in Spagna dove gioca nell’Atletico Madrid, nel Rayo Vallecano e poi chiude con il Maiorca. E appesi gli scarpini al chiodo alle Baleari inizia la sua carriera da allenatore. Poi torna in Argentina per allenare prima il San Lorenzo, poi per un anno la Nazionale. Nel 1962, compare per la prima volta sulla scena biancoceleste, chiamato da Ernesto Brivio. E qui inizia una storia che merita di essere raccontata con dovizia di particolari, perché in tre esperienze in biancoceleste è riuscito a fare di tutto. A conquistare promozioni e a retrocedere, a scoprire futuri campioni e a rigenerare giocatori che oramai hanno imboccato il viale del tramonto, a tradire e ad essere a sua volta tradito. Il suo nome è legato a trionfi e a tonfi altrettanto eclatanti, ha scatenato polemiche furibonde ed è stato travolto dalle sue stesse polemiche. Insomma, è riuscito a fare tutto e il contrario di tutto.

Juan Carlos Lorenzo ha due religioni: il lavoro e la scaramanzia. Tiene i giocatori in campo per ore a preparare schemi, ma se perde la partita la colpa è delle “spie” che vede in ogni angolo o delle magliette che portano sfortuna e vengono bruciate negli spogliatoi. E’ stato capace di indossare per mesi lo stesso vestito, le stesse scarpe luccicanti, la stessa cravatta, di mangiare le stesse cose e di passare con il semaforo rosso perché erano tutte cose che portavano bene. Arriva a Roma dopo un lungo corteggiamento da parte di dirigenti laziali e viene portato subito in trionfo, perché al primo colpo riporta la squadra in serie A. Per la Lazio, quello sembra il segnale della definitiva rinascita, perché sotto la guida di Lorenzo la squadra chiude il campionato successivo all’ottavo posto in classifica, lanciando tra l’altro giovani di grande prospettiva. “Don Juan” ha un accordo biennale, ma tradisce la causa nel modo peggiore, passando alla Roma. Un tradimento che fa perdere la pazienza anche ad un dirigente imperturbabile come Nanni Gilardoni, che lo caccia in malo modo dal campo di allenamento di Tor di Quinto.

Da romanista, vive il momento più cupo della sua carriera, arrivando ad organizzare una ridicola colletta tra i tifosi giallorossi al Sistina, per pagare almeno le spese della trasferta di Verona e una parte degli stipendi dei giocatori di una Roma guidata da Marini Dettina e travolta da mille problemi economici. Il suo trasferimento in giallorosso scatena polemiche ed autentiche risse tra i tifosi di Roma e Lazio, intanto la sua ex squadra, priva del suo “conducator” (condottiero) va anche peggio dei cugini giallorossi, precipitando per la seconda volta in serie B. Tornato in Argentina per allenare nuovamente la Nazionale e il River Plate, dopo l’ennesima esperienza a Maiorca, nel 1968 viene richiamato alla guida della Lazio con il compito di riportare la squadra in serie A. Detto, fatto. Sotto la sua guida, la Lazio domina il campionato, tra maglie bruciate, pullman che devono fare tragitti particolari per arrivare all’Olimpico passando sempre con il rosso al semaforo di Belle Arti. Lorenzo nella sua secondo avventura laziale ha il tocco magico di re Mida, riesce a trasformare i brocchi in giocatori di calcio, a rigenerare campioni stanchi, a portare 70.000 laziali allo stadio per seguire una squadra di serie B. Insomma, “don Juan” può tutto.

Al di là delle sceneggiate ad uso e consumo di giornalisti e tifosi, Juan Carlos Lorenzo è maniacale nel suo lavoro, attento al cambiamento in atto nel calcio europeo. Inventa il “tourbillon”, che all’inizio fa impazzire i suoi giocatori in allenamento, ma poi una volta assimilato fa impazzire la domenica gli avversari, che in campo si ritrovano senza punti di riferimento. Ogni sabato sera in ritiro, raduna la squadra nel bar dell’hotel e disponendo su un tavolo monete da 50 e da 100 lire, facendole ruotare in modo frenetico spiega ai giocatori gli schemi, dove e come la Lazio vincerà il giorno dopo la partita. E raramente sbaglia una mossa, tanto è vero che la sua squadra domina il campionato e conquista la serie A. Una sera, prima di una partita importante, diventa una belva. Mentre spiega la partita facendo ruotare in modo frenetico le monete, un giocatore gli ruba un pezzo da 100 lire dal tavolo, quindi al momento topico dell’evoluzione dello schema che deve portare al gol, qualcosa non gli quadra; ci mette un quarto d’ora a capire di essere stato vittima di uno scherzo, s’infuria, lancia le monete in aria e urlando insulti ai suoi giocatori se ne va a dormire lanciando una profezia: “Cabron, domani se pierde”. E la Lazio, chiaramente, il giorno dopo perde.

Ogni sabato, in albergo, beve lo stesso brandy, pretendendo dal cameriere che glielo versi nello stesso bicchiere e che glielo porti sulla stessa poltrona. La domenica allo stadio entra sempre per ultimo, alle volte quando la partita è già iniziata, e per settimane veste allo stesso modo, fino a quando non perde una partita. I suoi allenamenti sono sempre e rigorosamente a porte chiuse, perché “don Juan” la partita della domenica la prova in maniera maniacale durante la settimana, facendo fare, di volta in volta, alle riserve gli stessi movimenti che fanno gli avversari che incontra la Lazio la partita successiva. Nelle sua ultima esperienza laziale, il lunedì prima di un Sampdoria-Lazio, chiama Filisetti e nel suo linguaggio quasi incomprensibile, in un miscuglio tra italiano e spagnolo, gli dice:

“Domeniga lei marcherà Francis. Quanto pesa lei?”
“Settantasei chilogrammi”, risponde Filisetti, già un po’ preoccupato.
“Sa quanto pesa el jugador Francis?”, gli domanda Lorenzo.
“No mister, non lo so”, ammette Filisetti, sempre più preoccupato.
“Francis pesa setanta y uno kilos. Lei deve demagrir esta setimana. Domeniga deve pesar como Francis. Se meterà a dieta”.

Detto, fatto. Pesato in albergo a Genova la domenica mattina prima della partita, dopo una settimana di brodini e verdure Filisetti pesa esattamente 71 chili, ma dopo aver perso 5 chili in 5 giorni non si regge in piedi. In campo, Francis gli scappa da tutte le parti e alla fine del primo tempo la Sampdoria vince 2-0. Al rientro negli spogliatoi, Lorenzo fa bruciare le maglie, cambia Filisetti e alla fine la Lazio riesce incredibilmente a pareggiare 2-2.

In allenamento Juan Carlos Lorenzo inventa schemi decisamente “fantasiosi” per disorientare gli avversari. Una volta, prende Giordano che sta per battere una punizione e gli dice di piazzarsi vicino alla barriera, lasciando il compito di tirare ad un altro compagno. Giordano, a metà tra l’indispettito e lo stupito, esegue. Ma Lorenzo non è contento, urla, si avvicina e quasi sollevandolo lo sposta mettendolo faccia a faccia con uno degli uomini in barriera e gli dice:
“Lei deve mirar en occhi los jugadores de la barrera, y mentre el compagno esta por tirar la punizion, deve gridar ‘Hijo de mignota, mortaci tui’, y dopo deve sputar en faccia a tuti, così li distrae”.

Questo perché, anni prima, “don Juan” aveva escogitato uno schema che aveva funzionato, in una partita all’Olimpico con il Brescia. Prima di battere una punizione, con la palla già sistemata a terra e la barriera in attesa del tiro, Ghio e Ferruccio Mazzola mettono in scena una finta litigata; i giocatori avversari, presi dalla furibonda rissa che stava andando in scena tra i due attaccanti laziali, si distraggono, la barriera si apre, e arrivando all’improvviso da dietro Fortunato calcia proprio in mezzo al varco che si è aperto e segna il gol della vittoria lasciando di stucco il portiere avversario. Ma l’incubo di Juan Carlos Lorenzo, come dicevo, sono le “spie”.

A Canzo, in attesa di una partita con il Como, caccia dal campo una decina di operai che stanno lavorando sulle tribune, sostenendo che tra loro si nascondeva una spia. Tutti pensano ad uno scherzo, ma “don Juan” fa sospendere l’allenamento e non lo riprende fino a quando tutti gli operai non vengono allontanati. Il massimo lo tocca quando un giorno fa saltare l’allenamento al Flaminio. Non avendo ricevuto ordini contrari dai dirigenti della Lazio, un inserviente ha aperto i cancelli consentendo ai tifosi di accomodarsi sugli spalti per assistere alla seduta di allenamento. Don Juan, inferocito, rientra negli spogliatoi e decide di non iniziare la seduta fino a quando anche l’ultimo degli spettatori non è stato allontanato, sostenendo questa singolare tesi.

“Venendo al Flaminio – dice – ho visto una macchina targata Brescia. E’ sicuramente di una spia che ora si è mischiata ai tifosi, perché noi domenica giochiamo con il Brescia”.

Tra scene costruite ad arte e riti realmente scaramantici, Lorenzo vince il campionato e l’anno successivo riesce a superarsi. Ha la febbre, ma decide di partire lo stesso per andare a vedere una partita della Nazionale di serie C, perché ha il presentimento che quel giorno riuscirà a scovare un nuovo campione. Torna a Roma e confida ai giornalisti di aver visto giocare quello che diventerà il centravanti più forte d’Europa, un attaccante ancora un po’ grezzo che lui farà acquistare ai dirigenti della Lazio e che porterà in Nazionale. Tutti pensano a un delirio figlio dei postumi della febbre, invece Juan Carlos Lorenzo a Napoli ha visto giocare Giorgio Chinaglia, che quel giorno era sceso in campo solo per una ventina di minuti, senza combinare granché. Ma lui se ne innamora e l’estate successiva con Chinaglia arrivano anche Wilson e Nanni, tre pilastri della Lazio che anni dopo conquista lo scudetto sotto la guida di Maestrelli.

Quando arriva a Roma, Giorgio Chinaglia è grosso e grasso. Lorenzo lo allena per giorni e giorni in ritiro, gli impedisce di prendere l’ascensore, lo mette a dieta, gli toglie vino e alcolici e quando lo presenta allo stadio Flaminio in un’amichevole con il Frosinone, vedendo questo bisonte sgraziato voluto da Lorenzo, i tifosi fischiano sia Long John che “don Juan”. Lorenzo, però, insiste e difende la sua scelta: “Questo arriverà in Nazionale e diventerà il centravanti più forte d’Europa”. Forse Long John non è diventato il centravanti più forte d’Europa, ma è approdato in Nazionale e ha fatto comunque la fortuna della Lazio, diventando una vera e propria leggenda.

Dopo un primo campionato chiuso alla grande, Lorenzo parte per l’Argentina dando due indicazioni: vuole da Lenzini un attaccante per la panchina e un difensore per sostituire Marchesi. Quando torna, invece, Lenzini ha venduto Ghio, acquistando Manservisi e Andreuzza. “Mi hanno venduto un grande giocatore – dice ai giornalisti – per comprare un cameriere e una guardia svizzera. Così rischiano di andare in serie B”. E la profezia si avvera. La Lazio retrocede e Lorenzo paga con il licenziamento. Per Chinaglia, la cacciata del maestro è una pugnalata ma è anche l’occasione giusta per andare allo scontro con Lenzini e soprattutto con Antonio Sbardella. Chiede di essere ceduto o di far tornare subito Lorenzo dall’Argentina, ma invece arriva Maestrelli e il rimpianto di Giorgione per la partenza di “don Juan” si spegne ben presto. Lorenzo, intanto, riprende il suo girovagare. Sfiora la conquista di una Coppa dei Campioni con l’Atletico Madrid, torna in Argentina dove allena San Lorenzo, Boca Juniors, Racing de Avellaneda, Argentinos Juniors e Velez, poi all’improvviso viene richiamato dalla Lazio a ottobre del 1984. Chinaglia è diventato presidente e dopo una salvezza stentata ottenuta con Carosi, all’inizio della stagione successiva si rompe qualcosa e lui decide di cacciare il tecnico e di affidare la squadra a Juan Carlos Lorenzo, che al primo allenamento trova quasi 10.000 tifosi che festeggiano a Tor di Quinto il suo ritorno. E “don Juan” recita lo stesso copione delle avventure precedenti, compresi i riti scaramantici e certe scenette messe su, nelle sue intenzioni, per distrarre e sconcertare i giocatori avversari. Come fa in occasione del derby d’andata di quella stagione.

La domenica, Juan Carlos aveva la rigorosa consuetudine d’indossare indumenti prescritti dal suo personalissimo rituale: pantaloni ascellari a cinta ampia; camicia scura con alettoni al collo; scarpe a tacco alto; capelli tirati all’indietro, ricoperti da uno strato di brillantina. Sembrava un matador in attesa di entrare nell’arena a battersi col toro. Prima di quel derby si spoglia coi calciatori. Ha ampie mutande tipo quelle ascellari indossate da Fantozzi. Le tira su, fin quasi sotto le ascelle, e comincia a ballare dimenandosi e mormorando incantesimi. Poi, prende il mangianastri e esce dallo spogliatoio. Appoggia il piccolo stereo portatile sul banco del mini bar e inizia a muoversi al ritmo di canzoni latino-americane, aspettando l’arrivo dei giocatori avversari. La musica si propaga per tutti gli spogliatoi dell’Olimpico, attirando l’attenzione dei presenti. Alla vista dei calciatori della Roma, Juan Carlos alza al massimo il volume e si mette a cantare con voce da tenore, battendo ritmicamente un piede a terra. Nella mano destra tiene un bicchiere e lo protende verso gli avversari in segno di sfida. I romanisti, vedendo quel vecchio in mutande, con lo sguardo truce e il braccio teso in avanti che canta a squarciagola, restarono a bocca aperta, sbalorditi. Ma passato l’attimo di stupore, si infilano rapidamente nello spogliatoio. E sul campo, la Roma vice Campione d’Europa è irriconoscibile, così la Lazio strappa un punto che fa morale e classifica.

Ma è un’illusione. I tempi sono cambiati, i calciatori pure, ma “don Juan” pretende di usare gli stessi metodi degli anni Sessanta, trattando i giocatori in modo spartano e scostante, arrivando anche a mortificarli per stimolarli a reagire, ma ottiene il risultato contrario. Laudrup diventa “el danese del cazo”, Torrisi, Vinazzani e D’Amico sono “i pensionati”, Podavini “el malato mental”,  a Storgato, appena arrivato da Torino, gli ripete in continuazione: “El frac, se tolga el frac della Giuventus”. Lorenzo mette fuori squadra Giordano per dare un esempio e quando lo tradisce anche Dell’Anno, il giovane talento a cui ha messo in mano le chiavi della squadra, la Lazio precipita e chiude il campionato all’ultimo posto in classifica.

Prima della fine di quella disgraziatissima stagione, Juan Carlos Lorenzo viene licenziato e parte senza salutare nessuno: neanche Chinaglia che lo aveva richiamato e che lo considerava quasi un padre. Il personaggio più sconcertante nella storia pluricentenaria della Lazio, torna quindi in Argentina, questa volta per restarci per sempre. Juan Carlo Lorenzo, muore a Buenos Aires il 14 novembre del 2001.

STEFANO GRECO

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Guido Guerrieri – giocatori Lazio

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guerrieri lazio

Guido Guerrieri Lazio | Quest’oggi parliamo di un portiere che nasce in casa Lazio. Classe 1996, nato il 25 Febbraio a Roma.

Nella stagione 2013 il portiere entra nell’under 19 dopo la stagione con gli under 17. Il suo primo valore di mercato arriva a 100mila euro quando nel luglio del 2014 entra a far parte della Prima squadra. Passa con la Lazio 2 stagioni come terzo portiere andando poi nella stagione 2016/2017 in prestito al Trapani.

Dopo essere tornato alla base non avendo fortuna con i biancocelesti, il portiere viene ceduto gratuitamente in prestito alla Salernitana rimanendo con i granata fino al Febbraio 2022.

Nel mercato invernale del 2022, apre una piccola parentesi in Bulgaria al Tsarsko Selo Sofia.

Guerrieri Lazio? Svincolato

Nessun ritorno alla Lazio per questa stagione per Guido Guerrieri. Vedendo anche online, il portiere risulta svincolato e senza un procuratore. Chissà se non abbia appeso già gli scarpini al chiodo o lo rivedremo in campo con qualche squadra e che ci auguriamo sia così. Non ha avuto il destino di Strakosha, con l’albanese nato nel vivaio biancoceleste per trasferirsi in questa stagione in Premier dopo diversi anni con la Lazio, Salernitana e prestiti vari.

Guido Guerrieri divisa Lazio

Guido Guerrieri Lazio 2017 18

Dopo aver rinnovato il suo contratto, il portiere biancoceleste nella stagione 2017/2018 viene confermato come il terzo portiere della Lazio. Nel 2018 19 esordisce in Serie con la prima squadra in occasione di Lazio-Bologna (3-3) del 20 maggio 2019. Nella stagione successiva viene dato in prestito alla Salernitana che all’epoca era sempre di Claudio Lotito.

Un peccato che il giocatore non venga menzionato sulla grande enciclopedia in italiano con la parola Guido Guerrieri Lazio Wikipedia.

Il portiere del vivaio biancoceleste, però porta a casa un palmares di tutto rispetto a confronto di altri portieri che non sono riusciti a decollare. Il suo palmares infatti vede in bacheca 1 Coppa Italia vinta nella stagione 2018/19 con la Lazio, 2 Supercoppe Italiane nel 2020 e nel 2018 von la Lazio, 2 Coppe Italia con la Lazio primavera nel 2015 e 2014. 2 Supercoppe Primavera nelle medesime date della vittoria delle due coppe Italia.

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Storia S.S. Lazio

Juan Carlos Lorenzo: l’allenatore stregone che incantò la Lazio

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Un giocatore di Buenos Aires, per tre volte sulla panchina della Lazio, è fonte di infinite storie sulla sua superstizione e sul suo particolare modo di interpretare la partita.

Si dice che abbia bruciato le maglie della sua squadra negli spogliatoi, che abbia indossato il numero 8 in ogni partita perché lo perseguitava e che abbia suonato il tango prima dei derby di Roma per disorientare i giocatori romanisti, qui inizia la storia di Juan Carlos Lorenzo.

Juan Carlos Lorenzo, il calciatore

Un uomo cosi, non poteva avere una nascita normale e infatti, anche la sua data di nascita è avvolta nel mistero che nessuno è mai riuscito a chiarire veramente.

Il 22 ottobre 1922, nei registri argentini, risulta essere nato a Buenos Aires; le autorità brasiliane, invece, gli hanno concesso il permesso di soggiorno il 27, quindi ad oggi la reale data di nascita non si conosce.

Inizia la sua carriera calcistica con il Chacarita Juniors prima di passare al Boca nel 1945. Nel 1948 si trasferisce alla Sampdoria, seguendo le orme dei suoi antenati italiani nella direzione opposta.

Ha giocato per l’Atletico Madrid e per il Rayo Vallecano, prima di chiudere la carriera con il Mallorca dopo aver giocato quattro stagioni con l’Atletico Madrid.

Ma durante la sua carriera da discreto calciatore non si hanno notizie di stravaganze e particolari manie, le stesse che invece hanno caratterizzato la sua carriera da allenatore e che lo hanno reso una leggenda.

(Ovviamente la scaramanzia accompagna qualsiasi giocatore, in fatto di scaramanzie ce n’è per tutti. C’è, ad esempio, chi crede nel significato nascosto dei numeri angelici, ma come vedrete in questo articolo, Juan Carlos Lorenzo è riuscito negli anni a superarsi e dare il meglio di se per portare rituali magici e spaventare gli avversari con riti e anatemi propiziatori)

L’allenatore Juan Carlos Lorenzo

Le Isole Baleari sono state il punto di partenza della sua carriera di allenatore e il San Lorenzo è stato il suo punto di partenza al ritorno in patria, parte con una antitesi la sua storia da allenatore, forse la cosa più normale che gli succederà nella sua carriera di allenatore.

Nel 1962, la federazione argentina lo convocò per guidare la squadra nazionale ai Mondiali cileni, gli fu chiesto di portare il trofeo più ambito dell’AFA, la federazione calcistica Argentina.

Al contrario, la spedizione dell’Albiceleste fu eliminata dopo essere andata in Cile, a causa di questo fallimento, fu licenziato come allenatore.

Si trasferisce quindi in Italia, dove Ernesto Brivio, lo ingaccia alla Lazio, la squadra si trovava in una brutta situazione finanziaria ed era appena retrocessa in Serie B. Grazie a suo successo iniziale alla Lazio, riuscì a riportare il club in Serie A dopo la sua prima stagione, un bel momento per l’allenatore Argentino che riesce a dimostrare un buon calcio e una attitudine anche al calcio nostrano.

Con la Lazio neopromossa in Serie A, sembra che i biancocelesti non abbiano pagato il prezzo tipico di una squadra neopromossa e finiscono la prima stagione del ritorno, ottavi in classifica con un posizionamento di tutto rispetto.

La vittoria per 3-0 in casa contro la Juventus è stata determinante per dare lustro al campionato. Tuttavia, quando tutto sembra andare per il meglio, arriva la prima sorpresa della sua lunga carriera laziale.

La Lazio ha ancora le casse vuote e, grazie a un piano ideato da Lorenzo e avallato dal presidente Angelo Miceli, intende pagare i debiti per fare fronte ad un nuovo inizio, ma è qui che lo stesso Lorenzo si sfila dallo schema MiLor (una crasi che fonde i nomi dei suoi inventori), e accetta l’offerta della Roma che in quel momento non se la passa sicuramente meglio della Lazio in termini economici.

Il passaggio alla Roma

Pur dovendo affrontare le stesse ristrettezze economiche della Roma, l’argentino è riuscito a vincere la Coppa Italia nel suo primo anno in giallorosso. Sull’altra sponda del Tevere, la situazione finanziaria della Roma non è migliore di quella precedente anzi.

Per superare questa difficoltà economica, l’allenatore ha organizzato una raccolta fondi intitolata “Colletta del Sistina“, ispirata all’omonimo teatro romano e passata alla storia. Lorenzo, che dagli anni ’60 è conosciuto come “Don Giovanni“, ha vissuto molti alti e bassi. Nel 1966 tornò sulla panchina dell’Argentina dopo l’eliminazione ai quarti di finale della Coppa del Mondo, che si tenne in Inghilterra. Tuttavia, ancora una volta mancò l’appuntamento con la Coppa Rimet.

Il ritorno alla Lazio e il lancio di Chinaglia e Wilson

Dopo aver trascorso due stagioni al River Plate e al Mallorca, Lorenzo ha ritenuto di non aver concluso quello che voleva fare a Roma.

La Lazio lo ha riaccolto nel tentativo di tornare in Serie A, con l’ingaggio di Umberto Lenzini atto a riportare la squadra ad alti livelli.

Fu una decisione di Lorenzo quella di portare in prima squadra due giovani militanti dell’Internapoli, la squadra di Tommaso Maestrelli che vinse il primo scudetto.

Si tratta di Giorgio Chinaglia e Pino Wilson.

Le sue caratteristiche, tuttavia, sono state più memorabili dei suoi successi, pur essendo un ottimo insegnante, ha un‘ossessione per la superstizione e ha alcune stranezze che si mescolano alla leggenda metropolitana.

Nonostante tutte le stanze con il numero 8 fossero occupate, durante i viaggi le ha richieste e ha persino costretto un cliente a cambiare stanza. Un tarlo che affligge l’allenatore è l’abbigliamento.

È stato capace di indossare lo stesso vestito per più partite fino alla sconfitta successiva, fino alla sconfitta successiva. Investe persino il menu della cena del giorno precedente la partita.

Al centro del mirino di Lorenzo, però, non ci sono solo i suoi indumenti: ha infatti bruciato le maglie dei suoi giocatori dopo un derby perso.

Anche se non è stata l’unica volta, ha costretto il suo terzino a perdere ben cinque chili per assicurarsi di marcare meglio l’avversario di giornata in una trasferta a Genova. Con due gol di scarto alla fine del primo tempo, creò un falò e incenerì le maglie del primo tempo. La partita finì così 2-2.

Un grande allenatore ma molto, forse troppo scaramantico e ossessivo

C’è anche l’immancabile paura di essere circondati da spie, tra i giocatori della Lazio c’è chi cerca la sublimazione in un pomeriggio allo Stadio Flaminio: sono sollevati dal calore della loro gente.

Sembra un pomeriggio normale, ma non per Lorenzo. Arrivando allo stadio, l’argentino nota un’automobile targata Brescia nei pressi dell’impianto e crede che si tratti di Rondinelle spiate sugli spalti.

Per poter scadere, deve liberare gli spalti. L’avversario domenicale della Lazio è, ovviamente, il Brescia.  È complicato interpretare i cartelli stradali. Pare che poco prima che il pullman della Lazio arrivasse all’Olimpico per la partita con la Roma, il semaforo fosse rosso all’altezza del Flaminio. È stata una fortuna perché la Lazio ha vinto la partita, e da quel momento Lorenzo ha fatto in modo che l’autista ignorasse lo stop e facesse lo stesso percorso.

Durante gli allenamenti in cui costringeva i suoi uomini a rincorrere una gallina e ad eseguire giochi con monete da 50 e 100 lire, l’argentino salvò nuovamente la Lazio.

Nell’estate del 1970, la cessione di Ghio e l’aggravarsi della situazione finanziaria del club causarono il ritorno della Lazio in Serie B. Toccò a Lorenzo pagarne le conseguenze, facendo le valigie e lasciando la capitale per la seconda volta. Ha allenato numerose squadre in Spagna e Argentina, vincendo premi nazionali e mondiali, tra cui due Coppe Libertadores.

Nel 1984, però, la Lazio lo attira nuovamente, è passato un po’ di tempo e nel frattempo Chinaglia, il suo pupillo, ha abbandonato le vesti di capitano per tentare la fortuna. Ha un disperato bisogno di sostegno e l’anno si conclude con il suo ritorno tra i cadetti.

In quell’anno, Lorenzo regala uno dei suoi ultimi colpi di teatro perché il campionato di Serie A è conteso dalla Roma vicecampione d’Europa, la partita all’Olimpico è considerata una sfida a causa del notevole divario tecnico tra le due formazioni.

Lorenzo cerca di colmare questo divario con una delle sue esibizioni da stregone, mettendo in scena un lettore di cassette di musica argentina fuori dallo spogliatoio della Roma. Mentre i giocatori della Roma passano, Lorenzo afferra un bicchiere e lo regge in segno di sfida agli avversari, suonando musica argentina. È un torero che, senza una frittella di cipolla, lancia un incantesimo, i giocatori della Roma sono talmente sconcertati che finiscono per pareggiare la partita.

Nel 1987, dopo la retrocessione della Lazio in Serie B, Lorenzo tornò in Argentina e giocò un’ultima volta per il Boca Juniors.

Nel novembre del 2001, quando morì, entrò definitivamente a far parte della leggenda che aveva definito la sua vita. Alcuni dicono che le sue ceneri siano state sparse dietro la porta della Bombonera, lo stadio del Boca. Tuttavia, i suoi resti si trovano al “Jardin de Paz” di Belgrano. Molte persone come lui vivono come romanzi, e la morte è solo l’inizio di un nuovo capitolo.

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La storia degli Irriducibili

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STORIA

Nel 1987 un manipolo di ragazzi si distacca dal gruppo portante, sono gli Irriducibili che diventeranno il gruppo più importante e numeroso della tifoseria organizzata calcistica della Lazio. Il gruppo si colloca all’interno dello Stadio Olimpico di Roma, assieme alla maggior parte della tifoseria biancoceleste, nel settore Curva Nord. Il simbolo del gruppo degli Irriducibili è Mr. Enrich, un vecchio fumetto inglese.Il gruppo nasce nel 1987, dalla precedente Associazione Mr. Enrich, affiancandosi all’allora gruppo trainante della Curva Nord, gli Eagles’ Supporters, scioltisi all’inizio degli anni novanta.

Numerose sono state, negli anni, le enormi coreografie organizzate dal gruppo nei derby, come il bandierone col simbolo del gruppo che copriva tutta la curva o come l’entrata degli stessi in curva, travestiti da astronauti e con dei grandi palloncini rappresentanti il Sistema Solare, con lo striscione “Il futuro ci appartiene”. Ingranditosi negli anni a partire dalla sua fondazione, è finito spesso in cronaca per incidenti da stadio, diffide, e per la morte in uno scontro a fuoco (1998) di uno dei suoi esponenti di spicco: il trasteverino Claudio Marsili, detto “Cupido”. Sono clamorose alcune iniziative degli Irriducibili, come quella di scendere in piazza e bloccare il trasferimento dell’idolo Beppe Signori dalla Lazio al Parma.

Gli Irriducibili rivoluzioneranno il modo di tifare della Nord: niente più tamburi ma tifo all’inglese. Ma anche esibizione di simboli politici legati all’estrema destra, cori da stadio razzisti (da ricordare l’accoglienza che per mesi fu riservata allo stadio e sui muri di Roma al centrocampista di colore Aron Winter) e una progressiva tendenza alla gestione manageriale della curva. Su tutto ciò, inevitabilmente, nascono contrasti con gli Eagles’ Supporters, che negli anni vedono progressivamente eroso il loro ricambio generazionale e che, dopo numerose aggressioni subite in casa e in trasferta dagli stessi Irriducibili, decidono lo scioglimento all’inizio del 1993.

Nel corso del primo decennio del nuovo millennio, la Nord continua ad essere guidata dagli Irriducibili. Insieme a loro, nella Nord continuano ad esserci numerosi gruppi: il C.M.L., arrivato a più di 30 anni di attività ininterrotta, i Viking Lazio (che però nel 2005 si scioglieranno), gli Ultras, il gruppo Anni ’70, il Manipolo, e i Lazio Fans; nascono anche nuovi gruppi: la Banda Noantri, nata attorno al 2000, che segue stili e modi di agire della tipica Casual Crew inglese, e In Basso a Destra, nato nel 2007, comprendente molti ragazzi della Banda Noantri che nel 2005 si sarà sciolta in seguito a numerose diffide, arresti e problemi interni. I Veterani si spostano in Tribuna Tevere, settore nel quale nasce anche l’Associazione Sodalizio, gruppo comprendente molti tifosi e ultras di vecchia data e tifosi laziali provenienti da tutta Italia.

In Curva Maestrelli (la Curva Sud) nascono la Legione Mr.Enrich, le Ardite Schiere e la Brigata Bigiarelli, alcuni gruppi avranno breve durata. Il campionato 2002-03 è un anno importante per gli Irriducibili che giungono al loro quindicesimo anno di militanza ultras. Nello stesso anno la dirigenza della S.S. Lazio decide di consegnare alla Curva Nord la maglia numero 12, che da quella stagione in poi non verrà indossata da alcun calciatore biancoceleste.

Il 21 marzo 2010, in occasione della partita Cagliari-Lazio, gli Irriducibili mollano il comando dopo 23 anni, lasciando di conseguenza la gestione della curva in mano ai membri della ex Banda Noantri e In Basso a Destra, gruppi come già detto formalmente sciolti per le numerose diffide ma comunque presenti sotto il nome di altri striscioni: essi creeranno una collaborazione tra tutti i gruppi storici della Nord per quanto riguarda le decisioni e la gestione di essa, e tutti si riuniranno sotto il nome di Ultras Lazio Curva Nord, e saranno tutti rappresentati dal vessillo dell’Aquila imperiale, posto ad ogni partita sulla cancellata centrale della Curva Nord dell’Olimpico.

GEMELLAGGI E RIVALITA’

Il rapporto tra gli ultras dell’Inter e della Lazio è sicuramente il più saldo: esso è nato attorno alla metà degli anni ottanta e si è rinsaldato negli ultimi anni con la finale della Coppa UEFA 1997-98 a Parigi e il 5 maggio 2002, quando allo Stadio Olimpico molti tifosi laziali auguravano agli “amici” interisti la conquista dello Scudetto.Un altro episodio significativo è riferibile al match Lazio-Inter del 2 maggio 2010, alla terz’ultima giornata del campionato 2009-10, quando la tifoseria della squadra capitolina ha incitato per tutti i novanta minuti la compagine milanese, spingendola così verso il sorpasso decisivo in testa alla classifica nei confronti dei “cugini” romanisti, superati proprio grazie alla vittoria dei nerazzurri sui biancocelesti per 2-0.Tra gli ultras della Nord ed i tifosi della Triestina c’è un vero e proprio gemellaggio che risale agli anni ottanta, quando entrambe le due squadre militavano in B. Successivamente la squadra giuliana, in una partita all’Olimpico contro la Roma, ha esposto i vessilli biancocelesti saldando ancor di più il rapporto.

Altro buon legame è quello che gli ultras capitolini hanno stretto con quelli dell’Hellas Verona, anche se in realtà non esiste un vero e proprio gemellaggio, c’è fra le due fazioni forte sintonia politica, stile nel modo di tifare e scambi di ospitalità in partite importanti per le due tifoserie ; stessa cosa vale riguardo al rapporto con i tifosi di Ascoli e Chieti. Nell’ultima partita in serie A dell’Ascoli contro la Lazio questa amicizia si è incrinata per dissidi interni, in merito ad uno striscione esposto dagli interisti contro l’Ascoli in riferimento alla morte di Nazareno Filippini, tifoso ascolano morto durante un Ascoli-Inter, per tanto oltre pochi rapporti strettamente personali, l’amicizia tra le tifoserie si considera interrotta. A livello internazionale, i gemellaggi più importanti sono quelli con il Real Madrid e l’Espanyol: il primo nasce nel 2001 durante una partita di Champions League tra le due squadre, e l’altro per il trasferimento di alcuni ultras laziali storici a Barcellona i quali legarono subito con gli ultras della squadra meno blasonata ma che rappresenta il club fedele ad una identità nazionale a differenza dei Barcellona che rappresenta per antonomasia la forte rivendicazione catalana della città. Nascono altre amicizie molto forti ad esempio, quella con il Chelsea e soprattutto Levski Sofia, nate soprattutto da convergenze “pseudopolitiche”. Quella con i sostenitori del West Ham è una sintonia nata principalmente per la convergenza di abitudini e stile di tifo.

Le amicizie europee con le due tifoserie spagnole nascono nel 2001 , tra gli Irriducibili e gli Ultras Sur durante il doppio confronto in Champions League 2000-01 tra le due squadre, rinsaldato dagli incontri nella fase a gironi della Champions League 2007-08. Tra i due gruppi ultras sembra esserci anche una convergenza di ideali politici, tendenti all’estrema destra. Gli ultras spagnoli hanno sostenuto i tifosi biancocelesti nella trasferta iberica contro i rivali storici dell’Atlético Madrid in occasione della gara di ritorno dei sedicesimi di finale dell’Europa League 2011-12. Il secondo nasce per convergenze “pseudopolitiche”. Anche se le due formazioni non si sono mai incontrate in match ufficiali, gli Irriducibili e le Brigadas Blanquiazulas hanno stretto questo gemellaggio per il condiviso odio sportivo nei confronti del Barcellona. Lo striscione dei sostenitori spagnoli è spesso presente in Curva Nord. Durante il match di andata dei sedicesimi di finale della Coppa UEFA 2006-07 tra Espanyol e Livorno, i tifosi laziali sono stati presenti tra le Brigadas Blanquiazulas per sostenere gli spagnoli contro i rivali amaranto.

Anche il gemellaggio stretto con i tifosi del Levski Sofia nei primi anni duemila è di natura pseudopolitica, oltre che per amicizie personali tra i capi ultrà. Questo rapporto si è saldato ancor di più in occasione del doppio confronto tra i due club nella fase a gironi dell’Europa League 2009-10. L’amicizia con i Blues del Chelsea è nato all’inizio degli anni novanta, quando un gruppo di ultras biancocelesti residenti a Londra hanno stretto ottimi rapporti con i supportres britannici. Tale legame si è rinsaldato in occasione degli incontri di Champions League nelle edizioni 1999-2000 e2003-04. Questa amicizia si è però deteriorata quando gli ultras laziali stringono un vero e proprio gemellaggio con i loro rivali storici, la famigerata tifoseria organizzata del West Ham, la famigerata Inter City Firm. In più di un’occasione gli ultras di entrambe le squadre sono andati a sostenerle sia allo Stadio Olimpico che ad Upton Park. Per commemorare questo gemellaggio i tifosi laziali sono andati a dare manforte agli Hammers in occasione della finale play-off di Championship 2011-12 a Wembley. Inoltre gli Irriducibili e la I.C.F. espongono nelle proprie curve una pezza commemorativa del gemellaggio, raffiguarante lo stemma della società romana e i due martelli tipici del team londinese.

La più accesa e storica rivalità non può che essere con i tifosi dell’altra squadra della Capitale: la Roma. L’ostilità degli ultras biancocelesti con i tifosi del Napoli nasce dal gemellaggio che legava negli anni ottanta napoletani e romanisti. Nei confronti della tifoseria rossonera è sempre esistita un’accesa rivalità, soprattutto dopo il campionato vinto in rimonta nelle ultime giornate dal Milan nel 1999 a discapito della Lazio. La rivalità nei confronti della Juventus invece deriva principalmente dall’antipatia dei tifosi laziali nei confronti della dirigenza bianconera, oltre che per la rivalità fra gli juventini e i tifosi gemellati dell’Inter.

I contrasti con la tifoseria dell’Atalanta nascono alcuni anni fa a causa di forti divergenze politiche; con le tifoserie di Pescara, Perugia e Ternana la rivalità nasce già dagli anni settanta, mentre quella con i sostenitori di Sambenedettese, Genoa, Sampdoria e Pisa si manifesta dagli anni ottanta.

Nel decennio successivo invece, le rivalità si accesero con Bologna, Fiorentina, Torino, Lecce e Foggia. L’origine della rivalità con la tifoseria della Salernitana è dovuta ai duri scontri fra sostenitori biancocelesti e granata prima di un’amichevole disputata a Salerno agli inizi degli anni duemiladieci. La causa della rivalità con i tifosi del Brescia si basa soprattutto per il gemellaggio tra i tifosi delle Rondinelle e quelli dei rivali milanisti. Con i sostenitori di Modena e Livorno la rivalità nasce per le idee politiche dei tifosi emiliani e toscani, notoriamente di estrema sinistra, contrastanti con quelle di estrema destra degli ultras laziali.

A livello internazionale, vi sono molte rivalità sportive, quasi tutte nate negli anni novanta. Tra le più accese c’è quella con i francesi dell’Olympique Marsiglia, nata quando nei primi anni novanta i laziali rubarono ai marsigliesi uno striscione con la scritta “ULTRAS”. Nel 2000, quando i romani tornarono a Marsiglia in occasione di un match della 1999-2000, durante la gara i sostenitori dell’OM li accolsero con lanci di bottigliette e pietre. Altra rivalità è quella con gli inglesi dell’Arsenal, generata soprattutto per motivi di carattere sportivo, da quando il difensore laziale Siniša Mihajlović ed il centrocampista dei Gunners Patrick Vieira si scambiarono insulti razzisti durante un match di 2000-01, oltre al fatto che esiste un gemellaggio tra i tifosi biancocelesti e quelli del Chelsea, storici rivali cittadini dell’Arsenal. L’acredine nei confronti degli spagnoli dell’Atlético Madrid nasce alla fine degli anni novanta, durante la gara di Coppa UEFA 1997-98 valida per la semifinale.

La Lazio, grazie alla vittoria ottenuta al Vicente Calderón nel match d’andata ed al pareggio nel ritorno, riuscì a qualificarsi per la finale, facendo nascere una rivalità sportiva che nel 2001 si acuì con il gemellaggio della tifoseria laziale e quella degli storici rivali del Real Madrid. In occasione della gara di ritorno dei sedicesimi di finale dell’Europa League 2011-12 fra Atletico Madrid e Lazio, i supportres biancocelesti organizzano un corteo in direzione del Vicente Calderón insieme agli Ultras Sur, gruppo di tifosi del Real Madrid. Un’altra rivalità nata negli anni duemiladieci è quella con i greci del Panathinaikos, a seguito del gemellaggio con i tifosi romanisti, dirimpettai cittadini dei biancocelesti. L’astio tra le due tifoserie non si era mai palesato fino all’edizione 2012-13 dell’Europa League, durante la quale le due compagini vengono sorteggiate nello stesso girone. In occasione della gara disputata all’Olimpico, gli ultras greci arrivano allo stadio accompagnati da alcuni tifosi giallorossi, esponendo striscioni e bandiere tipiche del tifo romanista.

WIKIPEDIA

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