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Pulici sulla protesta Lazio: «La squadra merita il pubblico, ora serve un gesto della società»

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Gabriele e Felice Pulici

La protesta dei tifosi della Lazio resta al centro del dibattito anche mentre la squadra di Gattuso continua a ottenere risultati. A intervenire è Gabriele Pulici, figlio di Felice Pulici, portiere simbolo dello Scudetto del 1974, con una lettera pubblicata su Il Tempo e indirizzata al direttore Daniele Capezzone.

Il messaggio è netto: la contestazione non nasce dalla classifica e non si spegnerà automaticamente con le vittorie. Secondo Pulici, la squadra sta facendo la sua parte, così come i tifosi, mentre dalla società manca ancora quel gesto di ascolto che potrebbe riaprire un dialogo.

Pulici: «Qualcuno pensa che la contestazione si spenga da sola. Non succederà»

Pulici parte proprio dal momento positivo della Lazio di Gattuso:

«Oggi la squadra va bene. Gattuso le ha dato un’anima, i ragazzi corrono, lottano, fanno risultato».

Ma questo, secondo lui, non basta a ricomporre la frattura con la tifoseria:

«Qualcuno si aspetta che la contestazione si spenga da sola, come un temporale estivo. Non succederà».

Il punto, ribadisce Pulici, è che la protesta non sarebbe legata ai risultati sportivi.

Richiamando l’ultimo comunicato del tifo organizzato, sottolinea infatti che non sono il mercato o la classifica a rappresentare il cuore della contestazione, quanto piuttosto il rapporto con la storia, le tradizioni e l’identità della Lazio.

«Si può vincere una partita e perdere un popolo»

Una delle frasi più forti della lettera è proprio questa:

«Si può vincere una partita e perdere un popolo».

Pulici sostiene che la società non abbia ancora compreso fino in fondo la natura della protesta e contesta anche l’idea che questa possa essere stata pilotata o strumentalizzata dall’esterno.

«È inaccettabile che qualcuno cerchi di strumentalizzare la nostra protesta».

Secondo Pulici, la mobilitazione sarebbe nata spontaneamente dai tifosi e avrebbe poi raccolto anche l’adesione di personaggi con maggiore visibilità pubblica.

I tifosi non hanno abbandonato la Lazio

Pulici insiste poi su un altro concetto: il boicottaggio dell’Olimpico non equivale all’abbandono della squadra.

«I tifosi della Lazio non hanno abbandonato nessuno».

A sostegno della sua posizione cita i settori ospiti, riempiti dai sostenitori biancocelesti nonostante la protesta contro la società.

Trasferte, chilometri e sacrifici diventano quindi, nella sua lettura, la dimostrazione che il legame con la squadra resta intatto.

«L’Olimpico vuoto fa male»

Il passaggio più personale riguarda però lo Stadio Olimpico e quei seggiolini lasciati volontariamente vuoti.

Pulici richiama il riferimento del tifo organizzato ai posti occupati da generazioni, «dai tempi di Lenzini», e lega quel concetto alla propria storia familiare.

«La mia lazialità ha il volto di mio padre, che per questa maglia ha difeso una porta».

Per Pulici quei posti non rappresentano semplicemente un posto allo stadio:

«Certi posti non sono di plastica: sono memoria».

Da qui il significato attribuito alla scelta di migliaia di tifosi di non entrare all’Olimpico, nonostante la voglia di sostenere una squadra che sta dando segnali positivi.

«Il problema non è mai stato il campo»

Secondo Pulici, proprio i risultati ottenuti dalla squadra rendono ancora più evidente la natura della frattura.

«Una squadra che finalmente gira e uno stadio che resta muto».

Se la Lazio vince e la protesta continua, conclude, allora non è possibile spiegare tutto con il rendimento sportivo:

«I risultati ci sono. La frattura pure. Vuol dire che il problema non è mai stato il campo».

Il messaggio alla società: «Manca un gesto di ascolto»

La parte finale della lettera contiene l’appello più diretto.

Pulici descrive una situazione in cui tutti avrebbero fatto la propria parte:

«Gattuso sta facendo la sua parte. I giocatori la loro. I tifosi, a modo loro, anche».

Secondo lui manca però ancora un elemento:

«Un passo indietro, un gesto di ascolto, un segnale vero verso chi questa maglia la porta nel cuore da generazioni».

Pulici arriva quindi a una frase che sintetizza l’intero senso della lettera:

«Una società che vuole crescere non può farlo contro la propria gente».

«Chiedo di tornare a casa»

La chiusura è emotiva e guarda direttamente al futuro.

Pulici non chiede cambiamenti sportivi immediati, ma la possibilità che si ricrei il rapporto tra società e tifoseria:

«Non chiedo miracoli. Chiedo di tornare a casa».

Il desiderio è rivedere l’Olimpico pieno e sentire nuovamente il sostegno del pubblico per una squadra che, secondo lui, oggi lo meriterebbe.

E avverte che questa stagione potrebbe rappresentare un’occasione difficilmente ripetibile:

«Una stagione come questa, con una squadra così e uno stadio così, è un’occasione che non torna».

Il messaggio di Pulici è dunque chiaro: le vittorie di Gattuso non cancellano la protesta. Anzi, rendono ancora più evidente quanto sarebbe importante ricucire il rapporto tra la Lazio e il proprio pubblico.



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