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Perché i laziali amano Beppe Signori?

Bandiera non si nasce, si diventa

Vorreste forse contraddici? Ebbene, vorresti insinuare che nascere in una città, in un ambiente, in un contesto ben definito delinea un profilo marcato di tifoso, bandiera o portatore di incipit genetici sul quale non c’è possibilità di interferire? No, non viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda. L’individuo fa la società ed essa lo plasma, gli dà corpo e forma esaltando la specificità nel complesso.
Beppe non è nato laziale fracico. Non viene da Trastevere, non ha discendenti nel Rione Prati e suo babbo non ha portato il vessillo alato sul petto. Beppe ha giocato 195 partite e gonfiato il sacco 127 volte; meglio di lui pochi, ma non basta a diventare un’icona. Il Signori calciatore aveva un sinistro velenosissimo, quasi sempre ce l’aveva col secondo palo e con le barriere artificiali alte due metri, poste a distanza inferiore in allenamento rispetto a quelle regolamentari; piedino magico e allenamento lo hanno reso un cecchino micidiale, tanto da dividere con Sinisa il record in Serie A di punizioni segnate in una sola partita (3). Rigorista infallibile, abbinava alla tecnica innata una facilità di movimento e rapidità di pensiero che lo rendevano imprevedibile. E questo è quanto, sul Signori calciatore.
Beppe, il ragazzo di Alzano Lombardo, si tempra nell’altro capo della Penisola, in quella Foggia baciata dal sole e dalla dea bendata, che ha portato il Boemo Zeman a creare un clima mistico fatto di divertimento, vittorie e promozione in A. Arriva alla Lazio nel pieno della maturazione per trascorrere degli anni bellissimi, bissare il titolo di capocannoniere tre volte e giungere, infine, alle sofferenze dovute alla concorrenza di reparto e alle difficoltà economiche societarie. Di tutte queste peripezie, nessuna avrà la forza per scardinare il legame covalente che si è instaurato con la piazza romana; nemmeno i dolori fisici e la fastidiosa ernia al disco riusciranno a fare da valido contraltare alla sua voglia di giocare e dare tutto per l’alabardo biancoceleste. Le sue gesta si bilanceranno con l’atteggiamento sempre rispettoso in campo nei confronti di tutti, specialmente di quegli stessi tifosi che scenderanno in piazza per manifestare contro la sua cessione, che verrà di fatto sventata ma solo temporaneamente. Giusto il tempo di goderselo ancora per poco, per incoronarlo (sì, letteralmente) sotto la Curva Nord e divenire l’idolo dei laziali dell’immediato futuro, come ha a più riprese affermato il gigante difensivo capitolino Daniele Portanova.
Beppe lascia la Lazio dopo 195 presenze giocate al massimo e caratterizzate da tantissime prodezze, di quelle che raramente si ammirano oggi, in questo calcio elettronico e innamorato esclusivamente di corsa, skills e overall del celebre videogioco FIFA. Ci arroghiamo il diritto di dire che bandiera si diventa e che bandiera della Lazio è più arduo ad esserlo: con diversi milioni promessi a cadenza annuale in saccoccia, forse potremmo diventarlo tutti. Ogni riferimento a cose è persone è, ovviamente, voluto.

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