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Non spegnete le luci a San Siro

San Siro : la Scala del calcio è sinonimo di storia e tradizione tutta italiana

Potrebbe non esserci più, verrà abbattuto, forse tra tre anni, forse prima. San Siro, però, ci ha visti crescere. Il calcio, ma in genere il mondo, va verso una sola direzione: progresso, modernità, business. Parole che nel capoluogo meneghino si ripetono centinaia di volte al giorno, perché Milano è una città imprenditoriale a forte vocazione avveniristica, è forse l’unica italiana e tra le poche europee ad aver assorbito meglio di tutte la crisi mondiale dell’economia, ha infrastrutture solide e due squadre di calcio che, prima o poi, in un modo o nell’altro, torneranno ad essere ai livelli dell’attuale Juventus.

Già, lo hanno capito presto le dirigenze di Inter e Milan, tanto da presentare il progetto di un nuovo stadio che rimpiazzerà la Scala del calcio, perché la legge del progresso così impone: tutte, tra le big d’Europa, hanno una nuova casa, tutte hanno fatto i conti col passato e hanno deciso di soppiantarlo.

Beh, ma per far posto a cosa, nel concreto? Al comfort, principalmente: osservare le gesta dei campioni a un paio di metri, giusto lo spazio per steward e fotografi, dal terreno di gioco, sedere su poltroncine piuttosto che su seggiolini obsoleti, parcheggiare appena fuori la cancellata, prendere l’ascensore (a onor del vero, salire al terzo anello del Meazza è roba assai ardua per anziani o per chi è fuori forma), fare un giro al centro commerciale con la famigliola, sorseggiare qualcosa al bar, visitare il museo che contiene cimeli e trofei, eccetera.

Ecco, proprio quest’ultima attrattiva sa di presa in giro.

Dovremmo forse interpretarla come un richiamo alla tradizione, oltre che, ovviamente, alle imprese vincenti? Che senso avrebbe, se poi si danno in pasto alla dinamite l’impianto più iconico del calcio milanese e italiano? Gli avversari ne avvertono il fascino, nessuno vorrebbe sfigurare nel tempio del pallone; gli uomini di casa, specialmente i giovani e i prodotti del vivaio, sanno che calcare quel prato vuol dire avercela fatta. È un’arma per chi è accompagnato dalle ottantamila anime, nelle grandi occasioni che vedono l’impianto riempirsi, è un fattore che suscita timore negli avversari facilmente impressionabili, è una gioia per ogni ragazzino entrarci e sognare di ricevere anche solo un saluto dai campioni che vestono la maglia della propria squadra del cuore. Saranno moderni e in grado di attrarre i capitali dei grandi investitori del calcio, ma, a parte qualche rara eccezione, sembrano prodotti in serie, quasi modello fordista, questi nuovi stadi.

Poi certo, de gustibus. Ma c’è davvero tutta questa differenza tra un Wanda Metropolitano, un nuovo White Hart Lane e un Allianz Arena di Monaco di Baviera? A scanso di equivoci: tanto di cappello ad architetti e ingegneri che, con il loro impegno e in poco tempo realizzano opere di tutto rispetto. Ma il calcio non può essere solo innovazione e business, c’è una carica mistica in questo sport che altrove non c’è e gli stadi contribuiscono ad alimentarla in chi vive l’ambiente. Mazzola dice di sentirsi male al solo pensiero di non poter vedere mai più San Siro. Il campo che ha visto brillare decine di stelle come Meazza, Maldini, Baresi, Van Basten e Facchetti sarà con tutta probabilità un lontano, dolce ricordo. Stanno spegnendo le luci a San Siro, stanno spegnendo la passione per il calcio. Ci diranno che dobbiamo preoccuparci di politica, lavoro, temi sociali e che il calcio è solo uno sport. Chiediamo a queste persone di avere il coraggio di dirlo ad un bambino confuso e incantato dalla bellezza di un prato verde, sul quale rotola una palla di cuoio; quando avranno indurito il loro cuore a tal punto, potranno avere la pretesa di parlarci in questo modo. Buon progresso a tutti.