La pubalgia è uno degli infortuni più frequenti e temuti nel mondo del calcio. Si tratta di una sindrome dolorosa localizzata nella zona inguinale e pubica, che spesso colpisce i calciatori sottoposti a sforzi intensi e movimenti esplosivi.
Cause principali
La pubalgia è causata da uno squilibrio muscolare tra adduttori, addominali e zona lombare. Nei calciatori, i movimenti rapidi di cambio direzione, scatti e contrasti aumentano lo stress sulla zona pubica. Una preparazione atletica non equilibrata, un carico di lavoro eccessivo o il ritorno troppo rapido da altri infortuni possono accentuare il rischio.
Sintomi
I primi segnali sono dolori all’inguine e al basso ventre, che peggiorano durante l’attività sportiva. Con il tempo, se non trattata, la pubalgia può limitare anche i gesti quotidiani e impedire la normale attività fisica.
Tempi di recupero
Non esiste un tempo standard: tutto dipende dalla gravità. Nei casi lievi bastano alcune settimane di stop, terapie mirate e rinforzo muscolare. Nei casi cronici o gravi, invece, si può arrivare a mesi di recupero o, in ultima istanza, all’intervento chirurgico.
Terapie e prevenzione
Il trattamento conservativo resta la prima strada: fisioterapia, esercizi di rinforzo, stretching e terapie strumentali. L’intervento chirurgico viene valutato solo quando il dolore persiste a lungo e non risponde ad altri metodi. La prevenzione è fondamentale: corretta preparazione atletica, equilibrio muscolare e gestione dei carichi di lavoro aiutano a ridurre il rischio.
Perché colpisce spesso i centrocampisti
La pubalgia è particolarmente frequente nei centrocampisti, costretti a coprire ampie zone di campo, con continui scatti e contrasti. Non a caso, giocatori come Nicolò Rovella della Lazioo in passato Claudio Marchisio con la Juventus hanno dovuto fare i conti con questo infortunio
La pubalgia è un avversario silenzioso: spesso non si manifesta con un episodio traumatico, ma con un dolore crescente che limita le prestazioni. Per questo motivo, società e staff medici cercano di individuare i primi segnali per intervenire subito.
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La Lazio deve fare i conti con l’ennesimo problema fisico a centrocampo. Nicolò Rovella, frenato da settimane dalla pubalgia, ha deciso di non operarsi. Una scelta maturata insieme allo staff medico biancoceleste, che preferisce proseguire con la terapia conservativa e nuovi consulti specialistici.
Il classe 2001, arrivato alla Lazio nell’estate 2023 dalla Juventus, era stato individuato come uno dei rinforzi chiave per il centrocampo di Maurizio Sarri. Tuttavia, tra acciacchi e infortuni, Rovella non è mai riuscito a esprimere tutto il suo potenziale con continuità. La pubalgia lo ha già costretto a saltare partite importanti, tra cui la sfida con il Sassuolo e soprattutto il derby contro la Roma, match che i tifosi biancocelesti considerano il più atteso della stagione.
Terapia conservativa: la scelta del giocatore
Secondo quanto comunicato dalla Lazio, Rovella ha deciso di evitare per ora l’intervento chirurgico. Una decisione che non sorprende, visto che la pubalgia è un infortunio subdolo, che può essere gestito attraverso terapie mirate, allenamenti personalizzati e tempi di recupero graduali. Lo staff medico biancoceleste seguirà da vicino i progressi del giocatore, che nei prossimi giorni effettuerà ulteriori consulti.
Un problema per Sarri e il centrocampo
L’assenza di Rovella si somma alle difficoltà già incontrate dal centrocampo laziale in questo avvio di stagione. Con Vecino non ancora al meglio e Cataldi utilizzato a intermittenza, le rotazioni di Sarri risultano ridotte. Il tecnico toscano, già alle prese con le difficoltà offensive della squadra, si ritrova così a dover ridisegnare spesso la mediana.
In Serie A, la Lazio non ha avuto un cammino brillante: troppi alti e bassi e punti lasciati per strada che rischiano di pesare nella corsa all’Europa.
La sfida del calendario
Il calendario non aiuta. La Lazio è chiamata a un tour de force per recuperare punti in Serie A dopo il pessimo inizio. Proprio per questo lo staff tecnico non può permettersi di perdere ulteriormente pezzi importanti. La gestione di Rovella diventa così una partita nella partita: preservarlo oggi per averlo al 100% nei mesi decisivi della stagione.
Tifosi in attesa
I tifosi biancocelesti guardano con preoccupazione all’evolversi della situazione. Dopo l’entusiasmo per il suo arrivo, l’ex centrocampista del Monza non ha ancora potuto realizzare il primo gol in maglia biancoceleste. Ora la speranza è che la scelta della terapia conservativa possa consentirgli di tornare gradualmente in campo senza rischiare ricadute.
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È la notizia che nessuno voleva leggere. Giovanni Leoni, 18 anni, si è rotto il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro al debutto con il Liverpool, dopo appena 79 minuti giocati in Premier League.
Il difensore italiano, prelevato in estate dal Parma per circa 30 milioni di euro, era stato accolto con grande entusiasmo dai tifosi dei Reds e aveva mostrato lampi di talento proprio davanti al suo nuovo pubblico di Anfield. Ma il sogno si è trasformato subito in incubo: uscito in lacrime e in barella, ora Leoni dovrà affrontare lunghi mesi di riabilitazione.
L’investimento del Liverpool non è casuale. Il club inglese ha puntato forte sul giovane difensore azzurro per farlo crescere accanto a Virgil Van Dijk, suo idolo e modello di riferimento. Un progetto interrotto bruscamente dall’infortunio, che obbligherà Klopp e lo staff medico a rivedere piani e rotazioni difensive.
Leoni non è il primo giovane talento italiano a dover fare i conti con la sfortuna all’estero. Basti pensare a Nicolò Zaniolo, che con la Roma subì due volte la stessa rottura del crociato, tornando comunque protagonista in Serie A e in Nazionale Infortuni calcio
Per il Liverpool si tratta di una perdita pesantissima, considerando anche gli impegni di Champions League. Per Leoni invece inizia una sfida tutta personale: trasformare questo stop in una prova di carattere e tornare ancora più forte.
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Dopo il Derby, la Campagna Abbonamenti della Lazio riapre per pochi giorni. I primi dati mostrano un incremento, con l’Olimpico che si avvicina a quota 30.000 tessere.
ROMA – L’entusiasmo, nonostante il risultato del derby, non si spegne. Nella giornata di lunedì è stata riaperta la campagna abbonamenti della Lazio, offrendo ai tifosi biancocelesti un’ultima opportunità per assicurarsi un posto all’Olimpico per la stagione 2025/26. La finestra di vendita, come comunicato dal club, si chiuderà giovedì 25 settembre alle 23:59.
Nuovi Abbonati: L’Olimpico si Colora di Biancoceleste
Secondo quanto riportato daIl Corriere dello Sport, la riapertura ha già portato i suoi frutti. Ai 29.163 abbonati iniziali si sono aggiunte circa 200 nuove tessere. Al momento, il totale complessivo degli abbonati si attesta intorno ai 29.350. Un segnale importante di attaccamento alla maglia, che dimostra la fedeltà e la passione dei tifosi laziali, pronti a sostenere la squadra in ogni occasione.
La cifra di circa 30.000 abbonati è un dato significativo per il club e per il calore che il pubblico può garantire nelle partite casalinghe. La speranza è che questo numero possa crescere ancora nelle prossime ore, per spingere la Lazio verso gli obiettivi stagionali.
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Il Consulto dello Staff Medico Conferma i Problemi: Assenze Pesanti per Sarri a Centrocampo e in Difesa. Gigot Prosegue la Riabilitazione.
ROMA – L’infermeria della Lazio è sempre più affollata, e le notizie che arrivano dallo staff medico non sono positive. Dopo il consulto tra il Prof. Ivo Pulcini, il Prof. Fabio Rodia e il dott. Italo Leo, la società ha comunicato l’aggiornamento sulle condizioni dei giocatori infortunati. Un quadro che mette in seria difficoltà Maurizio Sarri, soprattutto a centrocampo.
Dele-Bashiru e Rovella K.O.: Altri Problemi a Centrocampo
La tegola più pesante arriva da Fisayo Dele-Bashiru, che ha riportato una lesione muscolare a carico del bicipite femorale destro. Un infortunio che lo terrà fuori per diverse settimane, complicando ulteriormente le scelte di Sarri a centrocampo, già decimato dalle squalifiche e dalla condizione fisica precaria di altri giocatori.
Anche Nicolò Rovella non è in condizioni migliori: il centrocampista è alle prese con una sindrome retto-adduttoria e ha già iniziato il percorso riabilitativo. Un problema che lo terrà lontano dal campo per un periodo di tempo indefinito, e che si aggiunge alla già nota pubalgia.
Continuano Lazzari, Vecino e Gigot
Per Manuel Lazzari e Matías Vecino i problemi persistono: entrambi stanno continuando i rispettivi protocolli di riatletizzazione post infortunio. Questo significa che Sarri dovrà fare a meno di loro ancora per un po’.
Infine, Samuel Gigot prosegue il percorso di riabilitazione post-intervento, e il suo rientro in campo non è imminente.
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L’Inter di Cristian Chivu non convince. Più che la classifica, a preoccupare l’ambiente nerazzurro è la fragilità difensiva: sette gol subiti in appena quattro giornate, lo stesso numero incassato da Inter e Juventus messe insieme. Un dato che allarma tifosi e addetti ai lavori, perché la storia del campionato insegna: in Serie A vince la miglior difesa, non il miglior attacco.
Un avvio illusorio: dal 5-0 al crollo difensivo
Il debutto contro il Torino aveva acceso l’entusiasmo: un netto 5-0 che sembrava il preludio a un’Inter dominante. Ma da lì in poi la squadra ha sempre incassato reti, mostrando fragilità inattese. Quattro i gol subiti nel Derby d’Italia con la Juventus, uno contro il Sassuolo e addirittura due in casa con l’Udinese. Numeri che raccontano di una squadra incapace di mantenere solidità nei momenti decisivi.
Ancora più preoccupante è la tendenza a subire nei minuti finali: quando ci sarebbe da chiudere la gara e gestire il pallone, l’Inter si distrae e concede. Errori individuali, diagonali sbagliate, uscite avventate del portiere: gli avversari approfittano puntualmente delle disattenzioni.
Il confronto con le rivali: Milan e Napoli costruiscono sulla difesa
Se i nerazzurri fanno fatica dietro, Napoli e Milan dimostrano che la solidità è la chiave per restare in alto. La squadra di Calzona ha segnato due gol in meno dell’Inter (9 contro 11), ma ne ha subiti appena tre: differenza reti +6, migliore dei nerazzurri fermi a +4. Una statistica che basta da sola a spiegare la vetta dei partenopei.
Ancora più significativa la crescita del Milan di Massimiliano Allegri. Dopo la sconfitta interna con la Cremonese, i rossoneri hanno cambiato passo: tre vittorie consecutive senza incassare reti, nonostante l’assenza di Maignan. Il 2-0 al Lecce, l’1-0 al Bologna e il 3-0 a Udine hanno confermato la ritrovata solidità di una squadra che fa della compattezza difensiva la propria arma vincente. Due soli gol al passivo in quattro gare: un dato che segna la differenza rispetto ai sette dell’Inter.
I fantasmi del passato e gli errori che si ripetono
Già nella scorsa stagione la difesa nerazzurra aveva mostrato crepe, lontana dalla compattezza dei tempi migliori. Un calo che molti imputavano a età avanzata di alcuni giocatori, cali di concentrazione o semplicemente un atteggiamento troppo “allegro” nella gestione della fase difensiva.
Eppure, nel recente passato, proprio sulla solidità dietro l’Inter aveva costruito i propri successi: basti pensare allo scudetto conquistato con Inzaghi, quando la retroguardia era praticamente impenetrabile. Ora invece le sbavature sono all’ordine del giorno e rischiano di compromettere non solo la corsa al titolo, ma anche la qualificazione alla prossima Champions League.
Chivu sotto esame: la solidità prima del bel gioco
Il problema non è la classifica, ancora corta e rimediabile: sei punti in quattro partite non sono certo un bottino da big, ma il campionato è lungo. Il vero nodo è la fragilità difensiva. In Italia, si sa, il bel gioco non basta: a fare la differenza è la capacità di non concedere.
Conte e Allegri stanno registrando i rispettivi reparti difensivi, con risultati già evidenti. Chivu, invece, appare in ritardo: dovrà lavorare duramente per correggere i difetti di concentrazione e di organizzazione. Perché senza una sterzata, parlare di scudetto rischia di essere un’illusione.
L’Inter ha ancora tutto il tempo per raddrizzare la stagione, ma i numeri sono impietosi. Sette gol subiti in quattro giornate rappresentano un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Le prossime partite diranno molto: se i nerazzurri non troveranno presto la quadra difensiva, la lotta scudetto rischia di trasformarsi in un obiettivo fuori portata.
E allora la priorità diventa una sola: ricostruire una difesa all’altezza della storia dell’Inter. Perché in Serie A, più che le goleade, a portare i titoli sono i muri difensivi.
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Gli arbitri di Serie A tornano al centro delle polemiche, ma questa volta non per una decisione tecnica o per l’uso contestato del VAR. A sollevare il caso è stato l’ex direttore di gara Mario Mazzoleni, che dagli studi di Sportitalia ha lanciato un’accusa pesante: i fischietti italiani non avrebbero ancora ricevuto gli stipendi relativi agli ultimi mesi della scorsa stagione. Una situazione che, se confermata, mette in imbarazzo AIA e FIGC e apre interrogativi sulla gestione del movimento arbitrale.
La denuncia di Mazzoleni
Con parole dure, Mazzoleni ha spiegato la gravità della vicenda: “Ad oggi gli arbitri non hanno ancora ricevuto gli stipendi della parte finale del campionato scorso. Mancano aprile, maggio e giugno sicuramente. Se vi sembra normale, indipendentemente dagli errori tecnici, che aspettino ancora i soldi della passata stagione… A me sembra un problema della Federazione, che condiziona anche il rendimento degli arbitri in campo”.
La questione, quindi, non riguarda solo la correttezza formale dei pagamenti, ma anche il possibile impatto psicologico e professionale sui direttori di gara, chiamati ogni settimana a gestire pressioni enormi in campionato e coppe.
Un problema strutturale?
Il tema tocca un punto cruciale: la struttura economica che regge il mondo arbitrale in Italia. Secondo quanto riportato da Mazzoleni, il ritardo accumulato non si limita a qualche rimborso minore, ma coinvolge compensi legati ad allenamenti, trasferte, diritti di immagine e gestione delle presenze. “Sono tanti soldi”, ha ribadito l’ex arbitro, lasciando intendere che la situazione non sia affatto sostenibile.
Un caso del genere, se confermato, rischierebbe di minare la credibilità stessa dell’AIA, soprattutto in una fase storica in cui la classe arbitrale è spesso al centro di critiche per episodi controversi in Serie A e in Serie B.
La risposta degli arbitri
Secondo quanto raccontato da Mazzoleni, la categoria non sarebbe rimasta a guardare. Gli arbitri avrebbero infatti adottato una strategia di pressione nei confronti della Federazione: inizialmente con “minacce velate”, poi con la decisione di inviare una delegazione a Roma per incontrare direttamente il presidente FIGC Gabriele Gravina.
Dall’incontro sarebbe arrivata una promessa: più fondi per gli arbitri, ma con un organico ridotto. Una sorta di “superlega arbitrale” – per usare l’espressione di Mazzoleni – che potrebbe ridisegnare il futuro della categoria, puntando su un numero inferiore di direttori di gara ma maggiormente professionalizzati e meglio retribuiti.
Le possibili conseguenze
Il caso sollevato non è banale. In un calcio che si interroga costantemente sulla trasparenza e sulla qualità delle decisioni arbitrali, scoprire che i protagonisti in campo non ricevono i compensi dovuti rischia di aprire una ferita profonda. Non si tratta solo di dignità professionale, ma anche di indipendenza: un arbitro che aspetta mesi i suoi stipendi può trovarsi in una condizione di fragilità, esposto a pressioni o condizionamenti.
Inoltre, la notizia mette in luce un ulteriore problema di governance: la FIGC e l’AIA, già al centro di critiche per la gestione del VAR e per l’assenza di comunicazione trasparente con tifosi e club, ora si trovano a dover rispondere anche sul piano economico.
Un malessere di lungo corso
Non è la prima volta che emergono tensioni tra arbitri e istituzioni. Negli ultimi anni, tra accuse di inesperienza, gestione discutibile delle designazioni e polemiche legate alla tecnologia, il rapporto tra classe arbitrale e sistema calcio è stato spesso burrascoso. La denuncia di Mazzoleni non fa che alimentare questo clima di sfiducia, aprendo scenari delicati in vista della nuova stagione.
Con l’introduzione di nuove regole FIFA e UEFA per il VAR, l’Italia dovrebbe presentarsi come un modello di efficienza e organizzazione. Ma vicende come questa rischiano di minare la credibilità internazionale del movimento arbitrale.
Prospettive future
Resta ora da capire se la promessa di Gravina diventerà realtà e se la riorganizzazione porterà benefici concreti. Una “superlega” di arbitri più preparati e meglio pagati potrebbe effettivamente innalzare il livello delle prestazioni, ma la questione dei mancati pagamenti resta una macchia difficile da cancellare.
Il calcio italiano, che si prepara a una stagione intensa tra Serie A, Coppa Italia e competizioni europee, non può permettersi un corpo arbitrale scontento e demotivato. La credibilità delle partite passa anche – e soprattutto – dalla serenità e dalla professionalità di chi le dirige.
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La Lazio si trova davanti a una sfida cruciale, non solo sul campo ma anche sul piano economico-finanziario. Dopo la semestrale negativa approvata al 30 giugno, il presidente Claudio Lotito ha tracciato una strategia per riportare i conti in equilibrio e rilanciare le ambizioni del club biancoceleste. Una roadmap che passa da sponsor, cessioni mirate e risparmi sui contratti in scadenza, con lo sguardo puntato anche sul progetto Flaminio.
Il contesto: l’urgenza di tornare in equilibrio
La Lazio, come sottolineato nei documenti ufficiali, si è impegnata a garantire la “continuità aziendale” attraverso un’evoluzione prevedibile della gestione. Il primo nodo da sciogliere riguarda la semestrale negativa, condizione che ha limitato le operazioni di mercato estive e che resta il parametro fondamentale da rispettare per non incorrere in nuovi stop a gennaio.
Lotito, in estate, aveva scelto di non completare alcune cessioni già ben avviate, proprio perché impossibilitato a sostituire i giocatori. Ora, invece, il piano prevede mosse precise per ridare respiro ai conti e allo stesso tempo mantenere competitiva la rosa.
Le strategie: sponsor e plusvalenze
Il primo step riguarda il nuovo main sponsor. Sfuma la pista della tech company, mentre Lotito ha avviato una trattativa avanzata con una compagnia aerea per la sponsorizzazione principale. Un accordo che potrebbe garantire ossigeno immediato alle casse e aprire la strada a ulteriori partnership commerciali.
Parallelamente, il presidente punta sul trading dei diritti sportivi, ovvero plusvalenze mirate su alcuni giocatori. Tra i nomi in uscita ci sono Marcos Antonio (valutato 4,2 milioni), Casale (6,449 milioni) e soprattutto Tchaouna (15,25 milioni). Per un riequilibrio totale, tuttavia, non è esclusa la partenza di altri giovani di valore, come Mandas e Gila, che hanno già attirato l’attenzione di club italiani ed esteri.
Un altro tassello del piano riguarda la riscossione di vecchi crediti, oltre 10 milioni, che saranno destinati a ridurre il “costo del lavoro allargato”, l’unico parametro ancora in piedi per liberare definitivamente gli acquisti della prossima sessione.
Le scadenze: settembre e gennaio tappe decisive
Il 30 settembre rappresenta una data cruciale: in quella giornata la commissione di vigilanza si pronuncerà sullo stato dei conti, con l’avvicendamento imminente tra Covisoc e un nuovo organo di controllo. Superare questa verifica significherà poter affrontare con maggiore serenità il mercato invernale.
Per gennaio, Lotito ha già chiarito che si procederà con un mercato “a saldo zero”: una entrata e una uscita con stesso ingaggio, per non appesantire ulteriormente il bilancio.
Risparmi programmati: il nodo contratti
Uno dei punti chiave del piano riguarda i contratti in scadenza nel 2026. Giocatori come Hysaj, Vecino, Gigot, Pedro, Basic, Fares e Kamenovic andranno in scadenza, liberando circa 20 milioni di euro complessivi di ingaggi. Una cifra importante che consentirebbe di abbattere ulteriormente il monte salari e rientrare stabilmente nell’obiettivo dell’80% del costo del lavoro fissato come tetto massimo.
Il progetto Flaminio: il sogno stadio
Accanto alle questioni economiche immediate, Lotito non perde di vista il progetto più ambizioso: lo stadio Flaminio. Nei giorni scorsi, il presidente biancoceleste avrebbe avuto un incontro riservato in Campidoglio per avviare la Conferenza dei servizi, passaggio fondamentale per trasformare il vecchio impianto in una casa moderna e funzionale per la Lazio.
Un nuovo stadio non rappresenterebbe solo un ritorno alle origini storiche, ma soprattutto una svolta epocale per i conti del club. I ricavi da ticketing, hospitality e sponsor potrebbero crescere in maniera esponenziale, allineando la Lazio alle big italiane ed europee.
Conclusioni: tra presente difficile e futuro da costruire
Il piano tracciato da Lotito è chiaro: contenere i costi, puntare su sponsor di peso e sfruttare le plusvalenze per riportare equilibrio nei conti. Una strategia prudente, che però dovrà accompagnarsi a scelte tecniche coraggiose per non sacrificare troppo l’aspetto sportivo.
Il ritorno nelle coppe europee, obiettivo dichiarato, resta fondamentale non solo per il prestigio ma anche per gli introiti, indispensabili a sostenere il piano di crescita. Intanto, i tifosi osservano con attenzione: da una parte la preoccupazione per un club che fatica a competere sul mercato, dall’altra la speranza che il progetto Flaminio possa finalmente dare alla Lazio una dimensione da grande.
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ROMA – Se Claudio Lotito ha avuto il merito indiscusso di salvare la Lazio dal fallimento e di riportarla stabilmente in zona Europa, c’è un settore che, durante la sua gestione, è rimasto il grande problema del settore giovanile:.
Il dato che preoccupa è lampante: sono passati dieci anni dall’ultimo scudetto Primavera, vinto nel 2013 dalla Lazio allenata da Alberto Bollini, tecnico che di recente ha trionfato con l’Italia Under 19. Un digiuno lungo, ma non è la mancanza di trofei il vero problema.
Il vero obiettivo del vivaio
Il compito principale di un settore giovanile non è vincere campionati, bensì formare calciatori pronti per la prima squadra o da valorizzare sul mercato. In questo la Lazio è rimasta indietro: dall’era Lotito a oggi, i biancocelesti hanno prodotto pochissimi giocatori capaci di imporsi in Serie A.
L’unico vero esempio è Danilo Cataldi, cresciuto a Formello e oggi unico rappresentante del vivaio in prima squadra. Troppo poco per una società che fatica a competere sul mercato per i grandi nomi e che potrebbe trovare nei giovani una risorsa fondamentale per contenere i costi e rinforzare la rosa.
Il confronto con il passato e con le big
Negli anni di Sergio Cragnotti, il settore giovanile era spesso criticato per le poche opportunità offerte ai ragazzi, oscurati da campioni del calibro di Salas, Mancini e Verón. Eppure, da quel vivaio uscì un fuoriclasse come Alessandro Nesta e diversi talenti in grado di costruirsi una carriera importante.
Con Lotito, invece, i numeri parlano chiaro: pochi sbocchi e pochi prodotti del vivaio in Serie A. Il problema non è solo tecnico, ma soprattutto gestionale ed economico. Secondo l’ex tecnico della Primavera Alberto Bollini, la Lazio investe meno di 2 milioni di euro all’anno nel vivaio, a fronte dei circa 10 milioni di club come Roma e Inter. Un divario che inevitabilmente si riflette sulla qualità dello scouting e sulla capacità di attrarre i migliori talenti della regione.
Le conseguenze degli investimenti ridotti
Meno investimenti significa meno risorse per lo scouting, meno possibilità di strappare i giovani più promettenti ai club rivali. Non è un caso che molti dei migliori prospetti laziali finiscano nelle giovanili di Roma, Inter o Juventus.
Inoltre, la Primavera biancoceleste ha vissuto negli ultimi anni un autentico calvario: due retrocessioni in Serie B e solo di recente il ritorno nella massima categoria giovanile. Un segnale chiaro di una struttura fragile, incapace di garantire continuità e risultati.
Stranieri, scommesse e occasioni sprecate
Un altro limite della gestione è stata la scelta di puntare su giovani stranieri di dubbio valore, spesso preferiti ai ragazzi cresciuti in casa. Alcuni acquisti si sono rivelati autentiche meteore: promesse presentate come potenziali crack ma finite in categorie minori, mentre i prodotti del vivaio biancoceleste vedevano lo spazio ridursi.
Così, giocatori potenzialmente validi si sono persi per strada, senza la possibilità di crescere con continuità.
Un problema anche regolamentare
Dal 2015 la Serie A ha introdotto la regola della lista dei 25, che impone alle società di avere almeno 4 calciatori cresciuti nel proprio vivaio. La Lazio, però, ne ha solo uno: Cataldi. Questo significa partire ogni anno con una lista più corta rispetto alle rivali, una penalizzazione che riflette perfettamente la debolezza strutturale del vivaio biancoceleste.
Cosa serve per cambiare rotta
Il calcio moderno insegna: un vivaio ben gestito non è solo un bacino di calciatori, ma una fonte di plusvalenze e ricavi. Roma, Inter e Real Madrid lo dimostrano: ogni anno incassano milioni grazie ai prodotti delle giovanili, reinvestendo poi sul mercato.
La Lazio, invece, resta ferma. Per cambiare rotta servirebbe un investimento deciso – portare i fondi destinati al settore giovanile almeno vicino a quelli delle altre big – e una strategia chiara per valorizzare i ragazzi di Formello. Solo così i biancocelesti potrebbero colmare un gap che oggi sembra incolmabile.
Il settore giovanile è da sempre un termometro dello stato di salute di un club. Per la Lazio, oggi, è un campanello d’allarme. Senza un’inversione di tendenza, il rischio è continuare a dipendere da acquisti mediocri e costosi, invece di costruire una squadra sostenibile e competitiva.
Il verdetto è chiaro: il vivaio della Lazio, sotto Lotito, è rimasto il grande incompiuto. Se davvero il club vuole tornare a competere stabilmente ai vertici, la rinascita deve partire dai giovani.
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La Lazio vive un momento cruciale della sua storia. Non si parla solo di campo, ma soprattutto di prospettive societarie ed economiche. Negli ultimi mesi il dibattito attorno alla figura di Claudio Lotito è tornato ad accendersi con forza: da un lato il merito di aver salvato la società da una crisi profonda, dall’altro la percezione sempre più diffusa che la sua gestione abbia raggiunto il massimo possibile, senza possibilità di ulteriori sviluppi.
Dalla rinascita economica al blocco della crescita sportiva
Quando Lotito rilevò la Lazio, la situazione finanziaria del club era drammatica. I debiti accumulati dopo l’era Cragnotti rischiavano di portare la società al collasso. Con rigore e tenacia, il presidente biancoceleste è riuscito a risanare i conti, riportando stabilità patrimoniale e garantendo la sopravvivenza del club. Una fase storica che, indubbiamente, ha salvato la Lazio.
Tuttavia, quella che all’inizio sembrava una missione di risanamento temporaneo si è trasformata in una gestione ventennale che, sul piano sportivo, non ha mai fatto compiere alla Lazio il salto di qualità decisivo. L’assenza di investimenti mirati e di una strategia di crescita internazionale ha condannato la squadra a una dimensione “di mezzo”: troppo forte per rischiare la retrocessione, troppo debole per competere stabilmente con i top club di Serie A e d’Europa.
La parabola discendente
I numeri parlano chiaro: in vent’anni di presidenza Lotito, la Lazio ha collezionato qualche trofeo nazionale, ma non ha mai seriamente lottato per lo scudetto né consolidato la propria presenza in Champions League. Oggi la squadra si ritrova in lotta per le posizioni di metà classifica, con un bilancio nuovamente sotto pressione.
Se all’inizio della gestione biancoceleste l’obiettivo era “sopravvivere”, oggi l’impressione è che manchi una visione per crescere. Sponsorizzazioni deboli, merchandising quasi inesistente e ricavi commerciali nettamente inferiori rispetto a rivali come Roma, Napoli o Fiorentina, sono il segnale di un club che non riesce ad adeguarsi ai tempi.
Il paragone con Calleri e Cragnotti
Molti tifosi biancocelesti ricordano con affetto la gestione di Gianmarco Calleri, presidente che, pur con risorse limitate, ebbe l’intelligenza di cedere il club a Sergio Cragnotti, capace di portare la Lazio nell’élite del calcio italiano ed europeo. Quella scelta di “fare un passo indietro” per il bene della società rimane impressa come esempio virtuoso di amore per i colori biancocelesti.
Secondo diversi osservatori, Lotito avrebbe dovuto compiere lo stesso gesto già 4-5 anni fa, quando i bilanci erano in ordine e la squadra poteva essere rilanciata con investimenti mirati. Invece, oggi la Lazio si trova in una condizione paradossale: rosa mediocre, bilanci fragili e un futuro sportivo incerto.
Un presidente ancorato al potere
“Dopo la sconfitta contro il Bologna, la Lazio sceglie il silenzio stampa, ma Angelo Fabiani si assume la responsabilità di commentare gli errori della squadra. Leggi le sue parole e la decisione di evitare commenti negativi.”
L’accusa più frequente rivolta a Lotito è quella di aver usato la Lazio come trampolino personale, per acquisire potere nel mondo del calcio e nella politica italiana. Una strategia che lo avrebbe reso restio a cedere il club, nonostante i limiti evidenti della sua gestione sportiva.
La percezione di molti tifosi è che, senza la Lazio, Lotito perderebbe gran parte della sua influenza pubblica. Per questo, nonostante i risultati stagnanti, continua a rimanere saldo al comando, rischiando però di trascinare il club in un lento declino.
Un futuro incerto
La domanda ora è inevitabile: può la Lazio continuare su questa strada senza rischiare di perdere ulteriore terreno rispetto a rivali storiche e nuove realtà emergenti come Atalanta e Bologna? Il rischio è quello di un ridimensionamento definitivo, con la Lazio destinata a lottare stabilmente per l’Europa League o addirittura per la Conference League, lontana anni luce dai fasti degli anni ’90.
Un cambio di proprietà, oggi più che mai, appare come l’unica strada per ridare ambizione e competitività al club. Ma il tempo stringe: più passa il tempo, più la situazione economica e sportiva rischia di peggiorare, rendendo la cessione difficile e dolorosa.
Claudio Lotito sarà ricordato come l’uomo che ha salvato la Lazio dal baratro, ma senza una svolta rischia di diventare anche colui che l’ha condannata alla mediocrità. I tifosi chiedono un futuro diverso, fatto di investimenti, ambizione e una programmazione seria. Il bivio è davanti: vendere ora per rilanciare la Lazio, oppure restare ancorati a una gestione che sembra aver già detto tutto.
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La stracittadina lascia sempre scorie, e questa volta in casa Lazio il conto è arrivato sotto forma di infortunio. Fisayo Dele-Bashiru, uno dei volti nuovi più interessanti della stagione biancoceleste, si è fermato nel derby contro la Roma e gli esami strumentali hanno confermato i timori dello staff medico: lesione muscolare di primo grado.
Gli esami e i tempi di recupero
Secondo quanto riportato da Il Messaggero, i controlli effettuati nelle ultime ore hanno evidenziato una lesione che terrà ai box il centrocampista nigeriano per circa un mese. Lo stop obbligato significa che Dele-Bashiru tornerà a disposizione soltanto dopo la sosta di ottobre, con rientro previsto per il big match del 19 ottobre contro l’Atalanta.
Un’assenza pesante, non solo per il valore tecnico del giocatore, ma anche per le rotazioni di centrocampo già ridotte a causa di altri acciacchi che hanno condizionato l’inizio di stagione della squadra di Baroni.
Impatto sul centrocampo biancoceleste
Arrivato in estate con la voglia di imporsi subito in Serie A, Dele-Bashiru ha messo in mostra fisicità e qualità negli inserimenti, risultando spesso uno degli elementi più dinamici della mediana laziale. La sua crescita era stata notata positivamente anche dai tifosi, che vedevano in lui una valida alternativa per garantire più corsa e intensità alla squadra.
Il suo stop obbligherà l’allenatore a ridisegnare gli equilibri in mezzo al campo. Cataldi e Guendouzi diventano punti fermi, ma servirà anche l’apporto di Vecino, Kamada o Luis Alberto – quest’ultimo chiamato a prendersi maggiori responsabilità nella gestione della manovra.
Una sfortuna che arriva nel momento sbagliato
Il calendario non aiuta: senza Dele-Bashiru, la Lazio dovrà affrontare sfide delicate di campionato e l’Europa League, dove la profondità della rosa diventa cruciale per competere su più fronti. Lo stop del nigeriano riduce ulteriormente le opzioni a disposizione, proprio mentre Baroni cerca di trovare continuità di risultati dopo un avvio tra alti e bassi.
In più, la sua assenza peserà anche sotto il profilo fisico: con lui in campo la Lazio guadagnava muscoli e capacità di strappo, qualità che potrebbero mancare soprattutto contro squadre portate al pressing alto e al ritmo intenso.
Lo staff medico biancoceleste è già al lavoro per accelerare i tempi di recupero, ma senza correre rischi. La lesione di primo grado, per quanto non grave, richiede prudenza per evitare ricadute che potrebbero compromettere la stagione del centrocampista. L’obiettivo realistico resta quindi il rientro dopo la sosta di ottobre, con la speranza di vederlo nuovamente in campo nella sfida contro l’Atalanta del 19 ottobre.
Conclusione
La Lazio perde un tassello importante proprio nel momento in cui servivano certezze per ritrovare slancio dopo il derby. L’infortunio di Dele-Bashiru rappresenta un campanello d’allarme sulla gestione delle energie e sulla necessità di avere ricambi all’altezza. Toccherà a Baroni e al resto della squadra sopperire alla sua assenza, cercando di mantenere la rotta in campionato e in Europa fino al ritorno del nigeriano.
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Il presidente Claudio Lotito ha parlato ancora una volta del futuro della Lazio, allontanando con decisione le voci di un possibile addio o addirittura di un rischio fallimento. Parole forti, che arrivano in un momento delicato per l’ambiente biancoceleste e che mirano a rassicurare tifosi e osservatori sullo stato di salute della società.
Le dichiarazioni del presidente
“Sento tante voci in giro di un possibile fallimento della Lazio: tutte bugie”, ha esordito Lotito, sottolineando come la società abbia una solidità patrimoniale ben lontana da scenari allarmistici. Il numero uno biancoceleste ha infatti rimarcato: “La Lazio ha un patrimonio immobiliare di 300 milioni di euro e un valore della rosa stimato in altri 300 milioni. Questi numeri parlano da soli”.
Una risposta netta, che si inserisce in un contesto di tensione dovuto anche ai vincoli federali e al blocco del mercato, che hanno limitato le manovre della società nell’ultima sessione estiva.
Il nodo del blocco del mercato
Lotito non ha nascosto le difficoltà: “Il blocco del mercato ci ha penalizzato. Non abbiamo potuto sfruttare alcune plusvalenze, circa 20-30 milioni, che avevamo programmato”. Un danno economico non indifferente, soprattutto per un club che ha basato negli ultimi anni parte della propria sostenibilità finanziaria sul player trading, ovvero la valorizzazione e la successiva cessione di calciatori a cifre importanti.
L’esempio più recente è quello di Tchaouna, giovane talento capace di garantire una plusvalenza significativa, che secondo Lotito rappresenta la strada da seguire anche in futuro. “Vogliamo continuare a sfruttare questo modello”, ha spiegato, aggiungendo però che le condizioni non sempre hanno permesso di portare avanti le operazioni desiderate.
Scelte di mercato condizionate
Il presidente ha poi svelato un retroscena sulle decisioni prese negli ultimi mesi: “Io stesso ho deciso di non vendere alcuni giocatori, per quanto le offerte fossero convenienti, perché non avremmo potuto sostituirli”. Una mossa che, da un lato, ha evitato di indebolire la rosa, ma dall’altro ha ridotto la capacità di generare entrate straordinarie.
Un tema cruciale per una Lazio che, nonostante le buone prestazioni sul campo negli ultimi anni, fatica a competere economicamente con le big di Serie A ed Europa, più strutturate a livello di ricavi da sponsor, marketing e stadio.
La solidità economica e le prospettive future
Lotito ha insistito sulla solidità della Lazio, che secondo lui può contare su basi patrimoniali robuste. Tuttavia, la mancata qualificazione alla Champions League e i vincoli sul mercato hanno reso ancora più evidente il bisogno di una strategia capace di garantire nuove entrate.
In questo senso, oltre al player trading, la società punta a nuove sponsorizzazioni e alla valorizzazione degli asset aziendali, due leve fondamentali per restare competitivi e assicurarsi un futuro stabile ai massimi livelli.
Il rapporto con i tifosi
Le parole del presidente arrivano in un clima particolare, con una tifoseria spaccata tra chi difende la gestione Lotito e chi invece chiede un cambio di passo – se non addirittura una cessione del club. Dichiarazioni come quelle rilasciate oggi sono pensate per rassicurare i sostenitori biancocelesti, ma anche per ribadire che la sua intenzione è quella di restare ancora a lungo al comando della Lazio.
Il futuro della Lazio, dunque, passa inevitabilmente dalla capacità di trasformare le difficoltà in opportunità. Il blocco del mercato ha mostrato i limiti di un modello economico che, pur garantendo stabilità, fatica a far compiere alla società il salto definitivo tra le grandi. Lotito, però, non sembra intenzionato a mollare: il presidente resta convinto che la Lazio possa reggere la sfida con basi solide e con una strategia mirata su plusvalenze, sponsorizzazioni e valorizzazione della rosa.
La stagione in corso, con i suoi alti e bassi, sarà un banco di prova decisivo per capire se il club riuscirà davvero a trasformare le parole del patron in fatti concreti.
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ROMA – Nel calcio non esistono soltanto rivalità accese e sfide eterne. Accanto alle battaglie sportive e alle contrapposizioni tra tifoserie, ci sono anche legami di amicizia e rispetto reciproco che si consolidano negli anni. La Lazio, con la sua lunga storia e la sua tifoseria passionale, è protagonista di numerosi rapporti di gemellaggio sia in Italia che all’estero, alcuni dei quali resistono da decenni.
Il legame più noto e solido è certamente quello con l’Inter, nato negli anni ’80 e cresciuto di pari passo con le vicende delle due curve. Un rapporto fondato su rispetto, valori comuni e supporto reciproco, tanto che le tifoserie si sono sostenute in numerose occasioni, sia allo stadio che fuori. Un gemellaggio tra i più duraturi del calcio italiano.
Real Madrid: amicizia internazionale
Guardando oltre i confini, uno dei rapporti più prestigiosi è quello con il Real Madrid. La scintilla nacque nella stagione 2001, in occasione del doppio confronto di Champions League tra le due squadre. Successivamente, il legame si rafforzò con gli incontri del 2007-2008, fino a diventare una vera amicizia tra gli Irriducibili biancocelesti e gli Ultras Sur spagnoli. Non sono mancate presenze reciproche nelle rispettive curve, specialmente quando il Real affrontava la Roma in Champions League.
Verona e Triestina: legami italiani
Tra i rapporti più sentiti in Italia, oltre a quello con l’Inter, c’è l’amicizia con l’Hellas Verona. Una relazione basata principalmente su valori comuni delle tifoserie, che si è consolidata anche attraverso rivalità condivise, come quella con la Ternana. Non è raro vedere bandiere biancocelesti nelle curve scaligere e viceversa.
Altro gemellaggio storico è quello con la Triestina, nato negli anni ’80 durante il periodo in Serie B. Striscioni e cori a sostegno reciproco hanno alimentato un legame che resiste ancora oggi, spesso rinnovato durante i ritiri estivi della Lazio ad Auronzo, dove le due tifoserie hanno avuto modo di incontrarsi di nuovo.
West Ham e Chelsea: Londra divisa
Un rapporto particolare lega la Lazio al West Ham. Nato in maniera quasi spontanea da incontri personali tra tifosi, si è rafforzato grazie alla figura di Paolo Di Canio, idolo sia a Roma che a Londra. Questo legame ha però portato a un raffreddamento nei rapporti con il Chelsea, con cui i laziali avevano in passato un forte gemellaggio. In più di un derby londinese non sono mancate presenze biancocelesti nella curva degli Hammers, segno di un’amicizia sincera e sentita.
Espanyol e i legami spagnoli
Oltre al Real Madrid, i tifosi laziali hanno stretto un rapporto anche con l’Espanyol di Barcellona. In questo caso le motivazioni sono anche politiche, con una vicinanza ideologica che ha portato negli anni a presenze reciproche sugli spalti e alla condivisione di striscioni e cori, specialmente durante i derby catalani.
Simpatie e nuovi rapporti
Esistono anche amicizie meno strutturate ma comunque significative. Con il Chieti, ad esempio, c’è un rapporto di simpatia: il celebre coro “Non mollare mai”, diventato un inno della Curva Nord laziale, è stato ripreso proprio dai tifosi abruzzesi.
Altro esempio è l’Ascoli: negli anni ’80 la rivalità era accesa, ma col tempo i rapporti sono cambiati e oggi prevale un’amicizia, consolidata soprattutto a partire dal 2006.
L’amicizia con il CSKA Sofia
Infine, tra i gemellaggi internazionali spicca quello con il CSKA Sofia, nato nei primi anni 2000 e rafforzatosi con le sfide di Europa League del 2009. Da allora, le due tifoserie hanno mantenuto un rapporto costante, con presenze reciproche sugli spalti e sostegno simbolico nelle partite più sentite.
La storia dei gemellaggi della Lazio dimostra come il calcio non sia soltanto rivalità. Dietro ogni bandiera e ogni coro c’è un intreccio di rapporti, amicizie e solidarietà che spesso vanno oltre il risultato del campo. Dall’Italia all’Europa, i tifosi biancocelesti hanno costruito una rete di legami che unisce piazze diverse, storie differenti e passioni comuni.
In un calcio che troppo spesso viene raccontato solo attraverso scontri e divisioni, i gemellaggi rappresentano l’altra faccia della medaglia: quella della condivisione e del rispetto reciproco.
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ROMA – Nel mondo del calcio, ogni voce porta con sé emozioni, ricordi e talvolta anche polemiche. Quella di Maurizio Compagnoni, telecronista storico di Sky Sport, è senza dubbio tra le più iconiche del panorama italiano. Da anni racconta con passione Serie A, Champions League e grandi eventi internazionali, accompagnando i tifosi con il suo stile inconfondibile. Ma, come accade spesso con i protagonisti della televisione sportiva, intorno a lui aleggia una domanda che incuriosisce molti appassionati: Per chi tifa Maurizio Compagnoni?
Per chi tifa Maurizio Compagnoni? I sospetti dei tifosi
Nel corso del tempo non sono mancate ipotesi e speculazioni. C’è chi lo ha accostato all’Inter, altri alla Juventus, qualcuno addirittura alla Roma. La ragione è semplice: nei momenti di grande entusiasmo o nelle espressioni più accese durante le telecronache, i tifosi tendono a intravedere un possibile “sbilanciamento” che diventa subito oggetto di discussione sui social. È una dinamica ben nota: il cronista che esulta di più a un gol o sottolinea un episodio a favore di una squadra viene immediatamente “etichettato”.
La verità sul suo tifo
In realtà, Compagnoni ha più volte chiarito la questione: il suo cuore batte per la San Benedettese, la squadra della sua città natale, San Benedetto del Tronto. Un tifo autentico, viscerale, che va oltre la ribalta delle grandi competizioni. Quando gli impegni professionali lo permettono, infatti, il giornalista non manca di presenziare alle partite della Samb, anche nei campionati minori, dimostrando un attaccamento che nulla ha a che fare con le luci della Serie A.
Una voce che ha fatto la storia
Compagnoni è entrato nel cuore dei tifosi italiani soprattutto per le telecronache legate alla Champions League. Indimenticabili i suoi racconti delle notti europee, tra gol allo scadere e imprese storiche, con un tono capace di trasmettere pathos senza mai tradire il dovere di equilibrio professionale. In Serie A ha seguito tutte le big, raccontando derby, scudetti e sfide che hanno segnato le ultime due decadi del calcio italiano.
Proprio questa capacità di calarsi con passione in ogni partita ha contribuito a generare i sospetti dei tifosi: per alcuni “tifa Inter”, per altri “è juventino”, ma la realtà è che la sua voce riesce a fondersi con l’intensità del momento, dando vita a un coinvolgimento che viene percepito in modi diversi a seconda della fede calcistica di chi ascolta.
Il legame con la Sambenedettese
La San Benedettese Calcio ha una storia particolare, fatta di cadute e rinascite. Fondata nel 1923, ha vissuto momenti di gloria tra Serie B e C, diventando il simbolo sportivo del territorio marchigiano. Per i sambenedettesi rappresenta molto più di una squadra: è un tratto identitario, un legame con le radici.
Compagnoni, cresciuto proprio in questa realtà, non ha mai nascosto il suo amore per la Samb. Un tifo puro, che ricorda a tutti che il calcio non è solo quello delle grandi metropoli e delle competizioni internazionali, ma anche quello delle piazze di provincia, delle curve affollate da pochi ma fedelissimi tifosi, delle domeniche pomeriggio vissute con passione anche lontano dai riflettori.
Un professionista al servizio del calcio
Il telecronista di Sky ha sempre difeso la sua professionalità, sottolineando come la sua voce debba essere al servizio del calcio e non del proprio tifo personale. È un equilibrio difficile, che però Compagnoni ha saputo mantenere in una carriera lunga e costellata di grandi partite. La sua credibilità deriva proprio da questa capacità di separare il cuore di tifoso dall’impegno lavorativo, senza mai trascurare la componente emotiva che rende il calcio lo sport più amato al mondo.
Conclusioni: oltre le big, l’amore per la propria città
La verità, dunque, è chiara: Maurizio Compagnoni non tifa per le big della Serie A, ma per la squadra che rappresenta le sue origini, la San Benedettese. Un amore calcistico che dimostra come, dietro una voce conosciuta in tutta Italia, ci sia un legame autentico con una realtà lontana dai riflettori.
E forse è proprio questo il segreto della sua narrazione: riuscire a raccontare con passione ed equilibrio le grandi notti del calcio internazionale, senza dimenticare che il pallone, nella sua essenza più pura, nasce nei campi di provincia, tra la gente comune e le squadre che rappresentano un’intera comunità.
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Brutte Notizie per la Lazio dal Giudice Sportivo. Guendouzi squalificato per due giornate per insulti all’arbitro, Belahyane salterà un turno per fallo grave. Multa salata per il lancio di oggetti.
ROMA – Il derby, oltre alla sconfitta, porta un conto salato per la Lazio. Il Giudice Sportivo ha reso note le sentenze del quarto turno di Serie A e per i biancocelesti arrivano due squalifiche pesanti e una multa. Mattéo Guendouzi, espulso dopo il fischio finale del derby contro la Roma, dovrà saltare due giornate, mentre Reda Belahyane, sanzionato per fallo grave di gioco, sarà fermo per un turno.
Guendouzi Squalificato per Due Giornate, Belahyane per una
Il centrocampista francese, si legge nel comunicato, è stato squalificato per due giornate “per avere al termine della gara, rivolto espressioni insultanti al Direttore di gara”. Una sanzione che pesa tantissimo, specialmente in un momento in cui la squadra è alle prese con diversi infortuni a centrocampo.
Per quanto riguarda Belahyane, la squalifica è di una giornata, “per essersi reso responsabile di un fallo grave di giuoco”.
Multa di 2.000 Euro e Ammonizione per Gila
A queste sanzioni si aggiunge anche una multa di 2.000 euro ai danni della Lazio “per avere suoi sostenitori, nel corso della gara, lanciato piccoli oggetti cilindrici di plastica nel recinto di giuoco”. È stata inoltre confermata l’ammonizione ricevuta da Gila nel corso della partita contro la Roma, per il centrale spagnolo si tratta della prima in questo campionato.
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Matias Vecino nasce a Canelones (Uruguay) il 24 agosto 1991. Centrocampista, cresce calcisticamente nel Central Espanol e nel 2011 si trasferisce al Nacional, dove vince il campionato e si guadagna la chiamata della Fiorentina, nel gennaio 2013. Un anno dopo è a Cagliari, poi va a Empoli. Nel 2015 torna a Firenze, prima di essere acquistato due anni dopo dall’Inter, con cui rimane cinque campionati e conquista scudetto, Coppa Italia e Supercoppa italiana. Nell’estate 2022 passa alla Lazio. Punto fermo dell’Uruguay, ha debuttato con la nazionale maggiore nel marzo 2016.
Il Dott. Pino Capua fa il punto sulla situazione infortunati in casa Lazio. Preoccupazione per la pubalgia di Rovella, e un commento sulla condizione mentale di Vecino.
ROMA – La lista infortunati della Lazio si allunga e preoccupa, specialmente a centrocampo. Il Dott. Pino Capua, intervenuto ai microfoni di Radiosei, ha fatto il punto sulle situazioni di Nicolò Rovella e Matias Vecino, entrambi alle prese con problemi fisici che stanno condizionando l’inizio di stagione.
Rovella e la “Pubalgia Maligna”: “Decisione Soggettiva” per l’Intervento
La situazione di Rovella è quella che desta maggiore preoccupazione.
“La pubalgia è una patologia maligna, viene e va a seconda delle situazioni posturali dell’atleta. I dolori provengono da una situazione che infiamma i muscoli addominali bassi, quelli che si mettono in moto quando si corre. Lui ha sofferto di pubalgia anche alla Juventus e nella sua prima parte di avventura alla Lazio.”
Capua ha poi aggiunto che la possibilità di un intervento per risolvere la situazione esiste, ma la decisione deve essere soggettiva.
“La possibilità di fare un piccolo intervento per modificare la situazione dei muscoli addominali bassi esiste. Si mette una piccola retina per proteggere quella parete. Zaccagni ha scelto di fare questo intervento, ma la decisione deve essere soggettiva del ragazzo”.
Vecino “Clinicamente Guarito, Ma Teme Ricadute”
Meno grave, ma comunque problematica, la situazione di Vecino.
“Clinicamente guarito ma non ancora pronto? In genere i problemi muscolari sono anche condizionati dallo stato mentale. È stato male, teme ricadute e per questo non si sente di sottoporsi allo sforzo della gara o dell’allenamento. L’atleta sa quello che deve fare, non mi sento di colpevolizzarlo”.
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La Lazio cerca il riscatto contro il Genoa a Marassi. Tutti i dettagli su dove seguire il match di Serie A, in programma lunedì 29 settembre alle 20.45.
ROMA – La Lazio deve rialzarsi dopo la sconfitta nel derby e le difficoltà numeriche in mezzo al campo. Lunedì 29 settembre alle 20.45, la squadra di Maurizio Sarri affronterà il Genoa a Marassi, nella speranza di tornare alla vittoria e dare una svolta a questo inizio di stagione.
Dove Vedere Genoa-Lazio in Diretta TV e Streaming
La sfida tra Genoa e Lazio, in programma lunedì 29 settembre alle 20.45, sarà trasmessa in co-esclusiva sia su DAZN che su Sky.
DAZN: In streaming live e on demand tramite app o sito ufficiale (disponibile su Smart TV, PC, smartphone, tablet o console).
Sky: Sui canali dedicati.
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Fabiani Interviene sulla Polemica post-derby: “Non ci Sarà Nessuna Multa per un Errore Tecnico”. La Società Condanna l’Atteggiamento, Ma il Provvedimento Sarà Solo Tecnico.
ROMA – Un bisticcio in campo, un confronto nello spogliatoio e un finale che ha acceso le polemiche. Dopo il derby perso contro la Roma, l’atteggiamento di Nuno Tavares è stato condannato dalla squadra e dalla società. Ma, come riporta Il Messaggero, il direttore sportivo Angelo Fabiani è intervenuto per fare chiarezza sulla questione, escludendo sanzioni economiche.
Fabiani: “Nessuna Multa per un Errore Tecnico”
Fabiani ha voluto mettere un punto fermo sulla vicenda, escludendo l’ipotesi di una multa per il giocatore.
“Non è andato via dallo stadio. Alla fine era ovviamente arrabbiato e deluso, come tutti. Non ci sarà nessuna multa per un errore tecnico che può commettere chiunque in campo”.
La società dunque non ha intenzione di prendere alcun provvedimento disciplinare e quindi niente multa, ma un messaggio a Tavares potrebbe darlo Sarri lasciandolo in panchina lunedì a Genova. È immaginabile a questo punto anche un chiarimento tra Zaccagni, che è anche nelle vesti di capitano, e Tavares.
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ROMA – Antonio Conte è, senza dubbio, il miglior allenatore italiano in circolazione. Vincente ovunque sia andato, ha conquistato lo scudetto con la Juventus, con l’Inter e, più recentemente, con il Napoli, riportando entusiasmo in città e dimostrando ancora una volta di essere un tecnico capace di plasmare squadre vincenti.
Quando si parla di Serie A, Conte resta il numero uno: nessuno meglio di lui sa condurre un gruppo verso il tricolore. Diverso il discorso Champions League, competizione in cui le squadre italiane, al di là dei tecnici, partono spesso senza i favori del pronostico.
Napoli, rosa stellare e mercato clamoroso
Ed è proprio qui che nasce la polemica: Conte continua a lamentarsi. Eppure, questa estate il Napoli ha investito 150 milioni di euro, cifra irraggiungibile per qualsiasi altra società italiana. Sono arrivati giocatori di livello assoluto: De Bruyne a parametro zero, Modric come leader d’esperienza, Lucca come riserva di lusso, Eund reduce dall’Atalanta, Milinković-Savić tra i pali, oltre a Lang, Elmas e un difensore di primo piano dal Bologna.
Un mercato che, se fosse stato fatto da altri club, avrebbe scatenato festeggiamenti. Invece Conte insiste nel minimizzare, sostenendo che “i grandi giocatori costano 50-70 milioni” e che il suo Napoli non è così attrezzato.
I fatti dicono il contrario
La realtà è che il Napoli oggi ha la rosa più forte della Serie A. Conte non può nascondersi: con Di Lorenzo, McTominay, Osimhen e i nuovi innesti, gli azzurri hanno un organico superiore a Inter, Juventus e Milan.
Ecco perché i continui “piagnistei” appaiono fuori luogo e, per molti tifosi, persino fastidiosi. Conte è un vincente, ma dovrebbe assumersi la responsabilità di guidare la squadra migliore d’Italia senza cercare alibi.
Conte rimane un grandissimo allenatore, probabilmente il migliore per il campionato italiano. Ma i numeri e il mercato parlano chiaro: il Napoli è la squadra da battere. Se arriverà lo scudetto, sarà il risultato naturale di una rosa costruita per vincere. Se invece dovesse sfuggire, allora le colpe ricadranno inevitabilmente anche sul tecnico.
Ora basta lamentele: il Napoli ha tutto per dominare la Serie A, e tocca a Conte tirare fuori il meglio dai suoi campioni
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Maurizio Sarri affronta la vigilia della trasferta di lunedì contro il Genoa con la peggior emergenza di centrocampo della sua gestione biancoceleste. Al momento, l’unico centrocampista di ruolo pienamente a disposizione è Danilo Cataldi. Una situazione che costringe il tecnico a scelte drastiche e a soluzioni fuori dagli schemi per schierare una formazione competitiva.
Emergenza totale: il bollettino
L’elenco degli indisponibili è lungo e pesante. Guendouzi e Belahyane sono squalificati, Dele-Bashiru oggi si sottoporrà ad accertamenti per un probabile stiramento, Rovella è davanti al bivio tra operazione e terapia conservativa che comunque lo terrebbe fuori per settimane. A ciò si aggiunge Vecino, tornato in gruppo ma senza minuti ufficiali da agosto.
In questo scenario, il reintegro di Toma Bašić non è più un’opzione ma una necessità. Eppure potrebbe non bastare, vista la profondità dell’emergenza.
Verso il 4-4-2
Come riportato dal Corriere dello Sport, Sarri starebbe pensando di accantonare il suo tradizionale 4-3-3 per un più prudente 4-4-2, che in fase offensiva potrebbe trasformarsi in un 4-4-1-1, con Pedro a supporto di Castellanos.
Il grande rebus resta però la mediana. Chi affiancherà Cataldi? Vecino non ha ritmo partita, Patric è fermo da sei mesi, e l’esperimento Mario Gila in quel ruolo non ha convinto. L’opzione più logica resta dunque proprio Bašić, che ai tempi del Bordeaux era abituato a giocare in un centrocampo a due.
Soluzioni d’emergenza e nuove idee
Il problema, tuttavia, non riguarda solo la sfida di Marassi. L’emergenza rischia di protrarsi a lungo, costringendo Sarri a soluzioni più radicali. Una delle idee che circolano a Formello è quella di trasformare Nuno Tavares in un interno sinistro. Un’intuizione che, con le dovute proporzioni, ricorda la scelta di Edy Reja quando adattò Senad Lulić a centrocampista, intuizione che si rivelò fondamentale per la Lazio di quegli anni.
Sperimentazioni che, al momento, sembrano l’unico modo per affrontare una situazione senza precedenti nella gestione Sarri.
Contesto e prospettive
La Lazio arriva a questa sfida in un momento già delicato. Dopo un’estate segnata dal blocco del mercato e dai limiti nelle rotazioni, l’emergenza in mediana rischia di pesare in maniera determinante sul cammino in Serie A e sull’approccio alle prossime delicate partite che incombono.
La sfida di lunedì con il Genoa diventa quindi non solo una partita importante per la classifica, ma anche un banco di prova per la capacità di Sarri di reinventarsi. Con un reparto decimato, la Lazio dovrà affidarsi alla compattezza del gruppo, alla duttilità di alcuni giocatori e a soluzioni creative per non perdere terreno.
L’emergenza a centrocampo segna uno spartiacque nella stagione biancoceleste. Senza innesti dall’esterno, Sarri dovrà fare di necessità virtù, come già accaduto in passato con tecnici che hanno saputo reinventare uomini e moduli in momenti critici. La speranza è che da una difficoltà nasca un’opportunità, e che l’unità del gruppo biancoceleste possa trasformare l’ennesimo ostacolo in una nuova forza,
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La Lazio si prepara alla delicata sfida di Serie A contro il Genoa, in programma lunedì 29 settembre alle ore 20:45 allo stadio Luigi Ferraris di Genova. Un match importante per la classifica dei biancocelesti, che arriva dopo settimane intense e che vedrà il supporto del popolo laziale anche in trasferta.
La società ha infatti comunicato l’apertura della vendita dei tagliandi per il settore ospiti, con modalità e limitazioni precise stabilite dalle autorità competenti.
🎟 Prezzi e modalità di acquisto
I biglietti per assistere alla gara sono disponibili al prezzo unico di 40 euro.
Le modalità di acquisto prevedono due canali principali:
Online, tramite il circuito ufficiale Vivaticket.
Punti vendita fisici Vivaticket sparsi sul territorio nazionale.
Un sistema pensato per agevolare i tifosi che desiderano seguire la squadra anche lontano dall’Olimpico, ma che comporta alcune restrizioni specifiche.
⚠️ Limitazioni e obbligo fidelity card
Secondo le disposizioni delle autorità di pubblica sicurezza, i residenti nella regione Lazio potranno acquistare esclusivamente biglietti per il settore ospiti. Inoltre, l’acquisto sarà vincolato al possesso della fidelity card “Millenovecento”, già necessaria per molte trasferte.
Questa misura rientra nelle consuete politiche di ordine pubblico volte a garantire la sicurezza sugli spalti, soprattutto in una sfida che, storicamente, ha sempre acceso la passione delle due tifoserie.
🔵 Una sfida dal sapore speciale
Genoa-Lazio non è mai una partita come le altre. I precedenti al Ferraris raccontano di battaglie intense, gol spettacolari e ribaltoni emozionanti. Dalla doppietta di Hernanes nel 2010 al gol di Felipe Caicedo nel recupero del 2019, la trasferta in Liguria ha spesso regalato ricordi contrastanti ai tifosi biancocelesti.
Il match di quest’anno si preannuncia fondamentale: il Genoa cerca punti per la salvezza, mentre la Lazio deve confermarsi nella corsa alle posizioni europee. Il sostegno del settore ospiti, tradizionalmente caldo e compatto, potrebbe fare la differenza.
📅 Agenda e prospettive
La partita del 29 settembre cade in un momento cruciale della stagione, con la Lazio attesa da un ciclo di gare importanti in campionato e nelle coppe. Portare a casa un risultato positivo dal Ferraris significherebbe non solo muovere la classifica, ma anche affrontare con più fiducia le sfide successive.
Dal canto suo, il tecnico biancoceleste punterà sulla spinta dei propri tifosi, che anche in questa occasione non faranno mancare la loro voce. Il “dodicesimo uomo” al Ferraris sarà chiamato a sostenere la squadra in una sfida che si annuncia combattuta dal primo all’ultimo minuto.
La Lazio ha aperto la vendita dei biglietti per Genoa-Lazio: 40 euro il costo del tagliando, acquistabile online e nei punti Vivaticket, ma con vincoli chiari per i tifosi laziali. Solo il settore ospiti sarà accessibile ai residenti del Lazio, con obbligo di fidelity card.
Una trasferta non semplice dal punto di vista logistico e regolamentare, ma che potrebbe trasformarsi nell’ennesima prova di fedeltà del popolo biancoceleste. Perché, ancora una volta, la Lazio potrà contare sul sostegno della sua gente anche lontano dall’Olimpico.
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La Lazio ha approvato il bilancio consolidato al 30 giugno 2025, e i numeri non lasciano spazio a interpretazioni: il rosso tocca quota 49,74 milioni di euro, con un indebitamento finanziario netto negativo pari a 66,30 milioni. Un campanello d’allarme che riaccende il dibattito sulla solidità economica del club e sul futuro della gestione targata Claudio Lotito.
Secondo quanto riportato da Il Messaggero, la società biancoceleste guarda comunque al medio termine con una certa fiducia. Nella voce “evoluzione”, Lotito ha infatti indicato i punti chiave per riportare la Lazio in equilibrio economico-finanziario: plusvalenze da mercato, ritorno nelle competizioni internazionali, nuovi contratti di sponsorizzazione e valorizzazione degli asset aziendali. Una strategia che, nelle intenzioni del patron, dovrebbe consentire di invertire rapidamente la rotta.
📊 Un rosso che pesa sulla programmazione
Il bilancio 2025 rappresenta un passo indietro dopo anni di equilibrio, spesso vantato da Lotito come tratto distintivo della sua gestione. La mancata qualificazione in Champions League, che aveva garantito ricavi fondamentali nella stagione precedente, ha inciso pesantemente. Gli introiti da diritti TV e botteghino non sono bastati a compensare i costi della rosa, mentre la voce “costo del lavoro allargato” resta il principale vincolo da rispettare per non incorrere in nuove limitazioni sul mercato.
✈️ Sponsor cercasi: trattativa con una compagnia aerea
Archiviata la pista legata a una tech company, Lotito lavora da settimane a un accordo con una compagnia aerea per il ruolo di main sponsor. Una mossa cruciale, considerando che da due anni la Lazio è priva di un partner principale stabile sulla maglia. Una lacuna che ha pesato non solo in termini economici, ma anche d’immagine, soprattutto dopo la qualificazione in Champions League 2023/24 vissuta senza un brand internazionale a supporto.
Il presidente studia inoltre modalità per sbloccare i crediti pregressi e alleggerire la voce del “costo del lavoro allargato”, l’ultimo parametro che blocca la piena operatività del club. L’obiettivo è arrivare al mercato invernale senza vincoli, per consentire alla dirigenza di rinforzare la rosa in base alle richieste del tecnico e alle esigenze di classifica.
⚽ Plusvalenze e ritorno in Europa
Un altro cardine della strategia biancoceleste resta il trading dei diritti alle prestazioni sportive: in altre parole, la possibilità di generare plusvalenze attraverso la cessione di giocatori di primo piano. Una prassi che negli ultimi anni ha riguardato campioni come Milinković-Savić, e che rischia di ripresentarsi se la società non riuscirà ad ampliare le fonti di ricavo.
Al tempo stesso, il ritorno nelle competizioni europee, in particolare la Champions League, viene visto come fondamentale per riequilibrare i conti. Gli introiti UEFA, uniti al maggiore appeal sugli sponsor, restano la via più immediata per riportare ossigeno nelle casse biancocelesti.
📉 Un modello da ripensare
Il bilancio approvato mette ancora una volta in luce la fragilità di un modello economico fortemente dipendente dai risultati sportivi. L’assenza di uno stadio di proprietà, il ritardo nel marketing e la difficoltà nel costruire una rete commerciale internazionale continuano a limitare la Lazio rispetto ai principali competitor italiani ed europei.
Mentre club come Atalanta e Fiorentina hanno diversificato le entrate e investito in strutture e marketing, la Lazio si trova costretta a inseguire con margini di manovra ridotti. Il rischio è quello di restare in un limbo: troppo solida per rischiare il tracollo, ma troppo fragile per competere stabilmente ai vertici.
La prossima finestra di mercato invernale e la stagione in corso rappresentano un crocevia decisivo. Senza un main sponsor e senza qualificazioni europee, il rischio di dover sacrificare un big per generare plusvalenze diventerà altissimo. Al contrario, un ritorno immediato nelle coppe potrebbe garantire ossigeno e tempo per consolidare i conti.
La Lazio ha una tradizione gloriosa e una tifoseria che merita ambizioni più alte. Ma i numeri del bilancio 2025 sono un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Lotito promette un ritorno all’equilibrio: starà al campo e alle scelte strategiche dimostrare se questa promessa potrà trasformarsi in realtà.
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La Juventus è la squadra con più tifosi in Italia e una delle società calcistiche più conosciute al mondo. Ti sei mai chiesto Perché la Juventus è chiamata “Vecchia Signora”? Nel corso della sua lunga storia, iniziata a Torino nel lontano 1897, la Juve ha collezionato successi, record e, inevitabilmente, anche soprannomi. I più celebri sono “i bianconeri”, per i colori sociali, “le zebre”, per le strisce verticali bianconere introdotte nel 1903, e infine “la Vecchia Signora”, senza dubbio il più curioso e famoso di tutti.
Se i primi due soprannomi sono di facile comprensione, perché derivano immediatamente dall’aspetto della maglia e dai colori, l’appellativo “Vecchia Signora” è molto meno intuitivo e ha origini che nel corso degli anni sono state spiegate e reinterpretate in modi diversi. In questo articolo analizzeremo non solo la nascita del soprannome, ma anche come il suo significato sia cambiato nel tempo, fino a diventare un termine di affetto e rispetto da parte dei tifosi juventini.
Le origini della Juventus e il contrasto con il nome “gioventù”
La Juventus nasce ufficialmente il 1° novembre 1897, fondata da un gruppo di studenti del liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino. Non ci sono ancora gli Agnelli, né grandi imprenditori: il club viene creato da ragazzi che avevano poco più di vent’anni e tanta passione per il calcio, uno sport che stava muovendo i primi passi in Italia.
Il nome scelto, “Sport Club Juventus”, non è casuale. Deriva dal latino e significa “gioventù”, un termine che rappresentava perfettamente lo spirito del club appena nato: fresco, giovane, dinamico.
Due anni più tardi, nel 1899, la società cambia denominazione in “Foot-Ball Club Juventus”, e già nel 1905 arriva il primo grande trionfo con la conquista del primo Scudetto. Da lì in poi i bianconeri diventano una delle realtà più forti del calcio italiano, attirandosi però anche l’antipatia delle rivali, che non vedevano di buon occhio una squadra vincente e in crescita così rapida.
È proprio in questo contesto che inizia a circolare per la prima volta il soprannome “Vecchia Signora”.
Perché la Juventus è chiamata “Vecchia Signora”? Dalla presa in giro al soprannome affettuoso
Secondo le ricostruzioni storiche più accreditate, il termine “Vecchia Signora” nasce come una presa in giro da parte delle tifoserie avversarie. La logica era semplice: il club che si chiama “gioventù” in realtà non è giovane, bensì una vecchia signora. Un rovesciamento ironico che puntava a colpire proprio l’orgoglio di un club che aveva scelto un nome legato alla giovinezza.
Agli inizi del Novecento, in un’Italia ancora lontana dal calcio moderno, un soprannome del genere poteva sembrare un insulto. E per diversi anni fu percepito così, soprattutto perché la Juventus iniziava a vincere con continuità e quindi diventava il bersaglio privilegiato degli sfottò avversari.
Col tempo, però, succede qualcosa di particolare: quello che era nato come uno scherno comincia a trasformarsi in un termine di rispetto e affetto, e perfino i tifosi juventini lo adottano con orgoglio. È un meccanismo che nel calcio si è ripetuto più volte: ciò che inizialmente viene usato contro una squadra o una tifoseria diventa, con il passare degli anni, parte integrante dell’identità.
L’interpretazione degli anni Trenta
Un’altra spiegazione, meno ironica e più legata al campo, collega il soprannome agli anni Trenta, il periodo d’oro della Juventus.
In quel decennio la squadra torinese conquista cinque scudetti consecutivi dal 1930 al 1935, entrando di diritto nella leggenda del calcio italiano. Quella Juve era composta da tanti giocatori di grande esperienza, con un’età media più alta rispetto ad altre squadre dell’epoca. Alcuni osservatori sottolinearono che la rosa fosse “vecchia”, nel senso di composta da atleti maturi e non più giovanissimi.
Secondo questa versione, la “Vecchia Signora” sarebbe quindi un soprannome nato non tanto per scherno, ma per descrivere la natura della squadra: esperta, saggia, solida. E infatti furono proprio quei calciatori esperti a regalare uno dei cicli più vincenti della storia juventina.
Non mancarono, tuttavia, anche le critiche: alcuni sostenevano che i veterani del gruppo fossero restii ad accogliere i più giovani e che esistesse una forma di “nonnismo” nello spogliatoio. Ma la verità è che quell’insieme di esperienza e talento fu il segreto del successo bianconero.
Una signora rispettata in Italia e nel mondo
Con il passare dei decenni, il soprannome smette di avere qualsiasi connotazione negativa e diventa anzi un titolo di rispetto e nobiltà.
Parlare della Juventus come “Vecchia Signora” significa riconoscere la sua storia ultracentenaria, il suo ruolo centrale nel calcio italiano e la sua capacità di resistere nel tempo. È un modo per sottolineare che, pur essendo nata da ragazzi del liceo torinese, oggi la Juve è diventata un’istituzione, quasi una signora anziana e rispettabile del nostro calcio.
Non è un caso che la Juventus sia spesso associata a un’immagine elegante, raffinata, quasi aristocratica. E questo si lega perfettamente al soprannome: non una vecchia qualsiasi, ma una signora, quindi una figura nobile, autorevole, che incute rispetto.
Juventus e gli altri soprannomi
La Juve, come detto, ha anche altri soprannomi. Oltre a “Vecchia Signora” troviamo:
I bianconeri: il più diretto, che deriva dai colori della maglia, adottati nel 1903. Prima, infatti, la Juventus giocava in rosa.
Le zebre: nato in modo spontaneo osservando le divise a strisce verticali bianche e nere, che ricordano il manto dell’animale africano.
La fidanzata d’Italia: altro soprannome storico, che mette in evidenza la popolarità della Juventus su tutto il territorio nazionale, molto più estesa rispetto ad altre squadre legate in maniera più forte alla dimensione cittadina o regionale.
Ma nessuno di questi ha lo stesso impatto, lo stesso fascino e la stessa risonanza della “Vecchia Signora”.
Una tradizione che continua
Oggi il soprannome è talmente radicato che spesso i giornali sportivi lo utilizzano nei titoli senza neppure dover specificare che si parla della Juventus. È diventato sinonimo della società torinese, un marchio riconoscibile ovunque nel mondo.
La “Vecchia Signora” è anche un esempio di come il linguaggio del calcio si evolva, si trasformi, e finisca per entrare nella cultura popolare. Quello che era nato come uno scherzo è diventato una parte inscindibile dell’identità del club.
E i tifosi juventini, in Italia e nel mondo, lo hanno fatto proprio. Per loro la Juventus è davvero una signora: rispettata, amata, a volte criticata, ma sempre al centro della scena.
Conclusione
Il soprannome “Vecchia Signora” è uno dei più affascinanti del calcio mondiale perché racconta più di un secolo di storia e di trasformazioni. Nato come scherno, si è trasformato in un titolo nobile, adottato dagli stessi tifosi juventini per sottolineare il prestigio e la tradizione della loro squadra.
Che sia per la contrapposizione con il nome “Juventus”, per l’età media della squadra negli anni Trenta o per il rispetto dovuto a un club storico, la verità è che oggi parlare di “Vecchia Signora” significa evocare immediatamente la Juventus.
Un club che, a più di 125 anni dalla sua fondazione, continua a essere protagonista del calcio italiano e internazionale, con milioni di tifosi pronti a sostenerla in ogni parte del mondo.
La Juventus è gioventù, è esperienza, è storia. Ed è soprattutto, da oltre un secolo, la Vecchia Signora del calcio italiano.
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ROMA – Claudio Lotito è l’uomo che ha salvato la Lazio dal fallimento. Quando nel giugno del 2004 rilevò il club, i biancocelesti erano sommersi dai debiti e a rischio crollo. In vent’anni di presidenza, Lotito ha garantito stabilità economica e una costanza di risultati che hanno riportato la Lazio a competere stabilmente per l’Europa. Tuttavia, mai come negli ultimi anni emerge con chiarezza un dato: la Lazio è rimasta un’outsider della Serie A, capace di insidiare le big ma mai di presentarsi da vera favorita per lo scudetto o per un posto fisso in Champions League.
Il motivo? Accanto ai meriti del presidente ci sono limiti cronici che, a lungo termine, hanno frenato l’evoluzione del club.
Dal salvataggio al presente: il “modello Lotito”
Lotito, appena arrivato, adottò una strategia ferrea: taglio netto delle spese, riduzione drastica dei costi e risanamento del bilancio. Una scelta obbligata che permise alla Lazio di sopravvivere e, in pochi anni, di tornare in equilibrio finanziario.
Questa politica ha garantito solidità economica – un elemento non scontato nel panorama calcistico italiano – ma ha finito col trasformarsi in un limite strutturale. Il calcio moderno, infatti, è ormai un’industria paragonabile a una multinazionale: servono competenze, strutture e figure dirigenziali in grado di gestire ogni settore. E la Lazio, su questo, è rimasta indietro.
Il nodo dirigenziale: troppo poco per un grande club
Un esempio lampante è il calciomercato. Per anni, l’unico uomo a occuparsene è stato Igli Tare, costretto a gestire contemporaneamente trattative in entrata, uscite, rinnovi e sistemazione dei giovani della Primavera.
Il risultato? Molti talenti si sono persi, numerosi esuberi sono rimasti in rosa senza mercato e spesso le campagne acquisti si sono rivelate incomplete o tardive. In altre società – basti guardare la Juventus nell’epoca degli scudetti consecutivi – c’era una struttura ben più ampia: da Beppe Marotta a Paratici, fino a dirigenti dedicati esclusivamente alla gestione dei prestiti o al settore giovanile.
Alla Lazio, invece, tutto è stato per troppo tempo centralizzato su una sola figura, con conseguenze inevitabili sulla qualità del lavoro.
Marketing e ricavi: il grande ritardo
Un altro settore in cui la Lazio paga dazio è quello del marketing. Le entrate commerciali del club sono tra le più basse della Serie A, addirittura inferiori a quelle di società come la Fiorentina.
Il confronto con i grandi club europei – ma anche con rivali cittadini come la Roma – è impietoso. La campagna abbonamenti dei giallorossi, ad esempio, viene lanciata mesi prima di quella biancoceleste: un dettaglio che rivela la maggiore organizzazione del reparto marketing.
Lotito ha sempre privilegiato la riduzione dei costi, ma in questo modo ha finito per limitare la crescita delle entrate. Mentre le big italiane ed europee investono per aumentare sponsorizzazioni e merchandising, la Lazio resta con strutture ridotte, che faticano a stare al passo.
Una gestione “familiare” in un calcio globale
La Lazio, più che una grande azienda calcistica, continua a sembrare una società a conduzione familiare. Lotito gestisce in prima persona ogni aspetto, con la moglie che si occupa di Formello e il figlio Michele impegnato nel settore giovanile.
Un modello che può funzionare per una realtà medio-piccola, ma che non consente a un club con la storia e l’ambizione della Lazio di crescere ai livelli delle big.
Effetti sul campo
Le conseguenze di questa impostazione si vedono in campo:
Mercati incompleti o tardivi, che lasciano gli allenatori senza alternative valide;
panchine corte, che non reggono il doppio impegno tra campionato ed Europa;
talenti sprecati, persi tra Primavera e prestiti mal gestiti;
squadra da outsider, capace di exploit ma raramente costruita per puntare in alto con continuità.
Il risultato è una Lazio solida, competitiva a tratti, ma incapace di spiccare il volo e di inserirsi stabilmente nell’élite italiana ed europea.
Conclusioni: quale futuro per la Lazio?
Il merito di Lotito nel salvare la Lazio dal baratro del 2004 è innegabile e resterà per sempre un punto fermo della sua presidenza. Ma per compiere il definitivo salto di qualità serve un cambio di mentalità.
Non basta guardare al bilancio: il calcio moderno richiede strutture, professionalità diffuse e investimenti mirati. Solo così la Lazio potrà smettere di essere una nobile outsider e provare a diventare protagonista.
Il popolo biancoceleste sogna una società finalmente in grado di competere ad armi pari con le big del calcio italiano. La domanda resta aperta: Lotito sarà disposto a cambiare il suo modello gestionale o la Lazio resterà, ancora una volta, a metà del guado?
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Il 30 giugno 2025 ha segnato uno spartiacque nei conti della S.S. Lazio. Il Bilancio Lazio approvato dal club racconta una realtà economico-finanziaria ben diversa da quella celebrata appena dodici mesi prima. Se al 2024 i numeri parlavano di un esercizio in forte utile, sostenuto dalla partecipazione alla Champions League e da importanti plusvalenze, i conti 2025 mostrano invece una società in rosso, con indebitamento in crescita e vincoli federali stringenti.
Calo dei ricavi: Bilancio Lazio pesa l’assenza dalla Champions
Il dato più evidente riguarda i ricavi operativi, scesi a 143,5 milioni di euro contro i 193,2 dell’anno precedente. Una contrazione del 26% che ha come principale causa la mancata partecipazione alla Champions League: il passaggio all’Europa League ha comportato introiti televisivi e premi nettamente inferiori.
I diritti TV e i proventi UEFA rimangono la voce centrale, ma con un peso molto più leggero rispetto al 2024. Anche le entrate commerciali continuano a rappresentare un punto debole: la Lazio non ha ancora uno sponsor principale di maglia, elemento che incide negativamente sulla capacità di generare ricavi strutturali e indipendenti dai risultati sportivi.
Costi in discesa, ma non abbastanza
Sul fronte dei costi, il club ha ridotto la spesa complessiva da 192,1 a 173,6 milioni di euro (–10%). Il principale risparmio riguarda il costo del personale, sceso da 116,6 a 98,2 milioni. Una scelta che riflette il ridimensionamento tecnico avvenuto dopo la cessione di pezzi pregiati come Luis Alberto e Ciro Immobile.
Nonostante i tagli, le uscite restano superiori alle entrate. Il risultato operativo è in rosso e il bilancio chiude con una perdita netta di 17,2 milioni di euro, a fronte dell’utile di 38,5 milioni registrato nel 2024.
Patrimonio netto negativo e debiti in crescita
Un campanello d’allarme forte riguarda il patrimonio netto, tornato in negativo a –16,8 milioni. Questo significa che le passività superano le attività, situazione che indebolisce la solidità patrimoniale del club.
L’indebitamento finanziario netto è cresciuto da 38,1 a 66,3 milioni di euro, con un incremento del 74%. Nel complesso i debiti ammontano a 228,2 milioni (182,9 se si escludono i debiti tributari rateizzati). Si tratta di numeri significativi, soprattutto per una società che non può contare su un fatturato stabile e diversificato come le big europee.
Plusvalenze in forte calo
Un’altra voce che ha inciso negativamente è quella delle plusvalenze da calciomercato, passate dai 40,9 milioni del 2024 agli 11,1 del 2025. La cessione di Luis Alberto ha generato un margine di 8,3 milioni, ma non sono arrivate operazioni di rilievo in grado di riequilibrare i conti.
ROME, ITALY – SEPTEMBER 18: Nicolò Rovella of SS Lazio during a training session, ahead of their UEFA Champions League group stage match against Atletico Madrid, at Formello sports centre on September 18, 2023 in Rome, Italy. (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)
Al contrario, sul fronte acquisti la Lazio ha comunque investito cifre importanti: Rovella (17 milioni), Noslin (16,8), Belahyane (10,3), Tchaouna (8,8) e Tavares (6). Acquisti che pesano sui costi pluriennali e che andranno ammortizzati nei prossimi bilanci.
I vincoli Covisoc: blocco sul mercato
La fotografia scattata dalla Covisoc, l’organo federale che vigila sulla solidità dei club, è impietosa. Tre parametri fondamentali risultano non conformi:
Indice di liquidità sotto la soglia minima.
Costo del lavoro allargato sopra i limiti consentiti.
Indebitamento finanziario netto in crescita oltre i parametri di sicurezza.
Per questo la Lazio ha ottenuto l’iscrizione al campionato di Serie A 2025/26 solo con il vincolo di blocco agli acquisti nella sessione estiva. Una misura che di fatto limita le possibilità di rafforzamento tecnico della squadra e che obbliga la società a intervenire solo attraverso cessioni o scambi.
Un modello che non regge più
Il bilancio 2025 certifica un dato ormai inconfutabile: il modello gestionale di Claudio Lotito, basato su rigore finanziario e autofinanziamento, non è più sufficiente per garantire competitività. In assenza di Champions League, i ricavi crollano; senza sponsor e marketing internazionale, la base economica resta fragile; con il calo delle plusvalenze, i margini si assottigliano.
Il risultato è un club che si ritrova in perdita, con patrimonio netto negativo e sotto osservazione della Covisoc.
Le prospettive: servono investimenti e una strategia diversa
Guardando al futuro, la Lazio ha due strade davanti a sé. Da un lato può continuare con la politica di contenimento dei costi, puntando sulla valorizzazione dei giovani (Noslin, Rovella, Belahyane) e sperando in una qualificazione in Champions League che riporti ossigeno ai bilanci. Dall’altro lato, servirebbe un salto strutturale: nuovi sponsor di livello internazionale, un marketing moderno, investimenti nello stadio e in un’organizzazione societaria più ampia.
Senza una strategia di crescita, il rischio è di rimanere imprigionati in un circolo vizioso: riduzione dei ricavi, minore competitività sportiva, ulteriore calo delle entrate.
Conclusione
Il bilancio 2025 della Lazio è un campanello d’allarme serio. Dopo anni di equilibrio, la società torna in rosso, perde solidità patrimoniale e si trova a fare i conti con vincoli federali pesanti. La mancata qualificazione in Champions ha mostrato quanto fragile sia il modello economico costruito da Lotito.
Se la Lazio vuole restare stabilmente tra le grandi del calcio italiano ed europeo, servirà un cambio di passo deciso. Non basterà più il rigore dei conti: serviranno visione, investimenti e capacità di espandere i ricavi. Il tempo delle scuse sembra finito.
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Quante volte abbiamo sentito dire che Sergio Cragnotti ha fatto fallire la Lazio? Quante volte abbiamo sentito che i debiti contratti per gli acquisti eccessivi fatti dalla Lazio di quegli anni hanno portato la Lazio in bancarotta? Tante volte eppure non è la verità, la Lazio non si è ritrovata ad un passo dal fallimento per i colpi di mercato di Cragnotti ma per un motivo molto diverso, ed è tempo di dire la verità e di riportare in luce i fatti e non le chiacchiere e di dire La verità su Cragnotti e il fallimento della Lazio.
Cragnotti comprò la Lazio nel 1992 rilevando il pacchetto di maggioranza da Calleri, da li iniziò a fare investimenti che portò la prima squadra della capitale a diventare la squadra più forte d’Italia e una delle più forti d’Europa, ma evidentemente a qualcuno la Lazio li in alto dava fastidio. Sergio Cragnotti era un investitore, un “uomo intelligentissimo con grande senso degli affari”, come veniva definito ai tempi d’oro nei migliori salotti finanziari del Belpaese. “Un venditore di granaglie” come preferì apostrofarlo Silvio Berlusconi.
Cragnotti ha avuto una carriera folgorante grazie anche a investimenti rischiosi ma che fino al 2000 avevano portato i frutti sperati. Ma le cose stavano per cambiare. Nel 1991 dopo essere uscito da Enimont fonda la sua mercante Bank, la Cragnotti & Partners, l’idea è quella di comprare azioni e rivenderle ad un prezzo superiore. Prima acquista la Bombril, azienda brasiliana che lui conosceva bene avendo vissuto un Brasile, poi nel 1994 compra la Cirio. I problemi di Cragnotti nascono dal fatto che viene meno al suo business plan comprare e rivendere azioni.
La società anziché comprare e vendere viene bloccata dall’acquisizione Cirio a cui segue quella strategica della centrale del Latte di Roma. Anziché una mercante Bank diventa una azionista di Cirio. Cragnotti per strategie di mercato inserisce la Lazio all’intero della Cirio e questo alla fine si rivelerà un grave errore. Sergio Cragnotti non ha grandi capitale e per fare queste acquisizioni come per rilevare la maggioranza della Cirio si deve indebitare.
Per questo ad inizio anni 2000 la Cirio emette delle obbligazioni, non parliamo di cifre mostruose, ma di 150 milioni di euro, per racimolare capitale dal mercato. Una operazione abituale per molte società. le banche fissano un tasso di interesse importante, il 7,5%. La crisi economica non aiuta la Cirio che continua ad aumentare i ricavi, addirittura raddoppiandoli in un anno, ma il livello di indebitamento della società è alto. Quando nel 2002 le obbligazioni vanno in scadenza e la Cirio deve ripagare le emissioni la società non ha in pancia la liquidita per ripagare il debito uk Il 7 novembre 2002 il Trustee inglese Law Debenture dichiara che le obbligazioni Cirio non saranno rimborsate, quello porterà al default della Cirio.
Sergio Cragnotti si è ritrovato in una situazione complicata dovuta ai suoi investimenti pericolosi ma anche tradito dal mondo finanziario. Infatti prima della scadenza dell’obbligazione Cragnotti si era mosso per ottenere un aiuto, prima provando a cedere la Bombrill per racimolare il capitale necessario per tenere in piedi la Cirio e poi con le banche per chiederle aiuto nel rimborso dell’obbligazione con l’emissione di un nuovo bond. Del resto la situazione della Cirio era promettente, vero che la società era attualmente fortemente indebitata ma i ricavi facevano pensare che in 2 anni la situazione sarebbe stata molto positiva.
Invece Cragnotti fu °tradito° dalle banche, in particolare da Capitala che gli ha girato le spalle dicendo no a questo piano. E qui va fatta una considerazione importante. L’Inter di Suning si è ritrovata, lo scorso anno, nella stessa situazione, anzi, con un debito peggiore visto che l’obbligazione in scadenza dell’Inter era 375 milioni di euro contro i 150 della Cirio. Ma l’Inter ha ottenuto l’appoggio del mondo finanziario che ha rifinanziato il debito rilanciando un nuovo bond da 450 milioni di euro. Questo era esattamente il progetto di Sergio Cragnotti, ma al patron della Lazio le banche dissero di no, a Suning invece, nonostante una situazione economica peggiore, hanno detto di si.
La Lazio come vedete in tutta questa vicenda non era coinvolta, la situazione debitoria riguardava solo ed esclusivamente la Cirio, non la Lazio. Ma non finisce qui, perché Capitalia con una mossa a sorpresa, decise di “aiutare” la Cirio nel pagamento del debito con gli obbligazionisti solo ed esclusivamente se Cragnotti si fosse dimesso da ogni carica nella Lazio. Una cosa strana visto che la Lazio in quella situazione non centrava nulla. Perché chiedere di mollare la Lazio visto che la situazione debitoria non era derivata dagli investimenti nel club calcistico? Mentre la Cirio aveva problemi economici la Lazio aveva in pancia assets in grado di permettere alla squadra di navigare a livelli accettabili. Non solo, ma il passaggio da Cragnotti a Baraldi lasciò perplessità, primo perché Baraldi, che proveniva dal Parma non si era distinto per la sua eccellenza e quindi sembra una scelta piuttosto particolare, secondo, nonostante la crisi Baraldi si diede un compenso di oltre 1 milione di euro per gestire la Lazio. Strano che una società in crisi accetti di pagare profumatamente un CEO, che non aveva in passato particolare esperienza. Furono le operazioni in quel periodo ad affossare la Lazio, vendite di calciatori a prezzi ridicoli (vedi Stankovic e Stam) e calciatori pagati a peso d’oro (vedi Dabo a 20 milioni di euro) oltre al deprezzamento di vari assets.
Oltre il danno la beffa, perché la promessa di Capitalia non fu mantenuta, visto che Cragnotti fu indagato e processato per i Bond Cirio e si viste scippare di mano la Lazio. Sicuramente il patron della Lazio si era esposto troppo con operazioni troppo azzardate ma la Lazio, o meglio la Cirio è fallita per 150 milioni di euro, ovvero l’obbligazione non ripagata. l’Inter ha 390 milioni di debito verso le banche, la Roma 270 milioni, il Real Madrid 1 miliardo, eppure sono li, mentre la Lazio, meglio la Cirio è fallito per 150 milioni, perché nessuna banca o banca d’affari ha voluto rinfinaziare il debito.
E’ evidente che Cragnotti dava fastidio e sfruttando le sue manovre spericolate qualcuno lo abbia fatto fuori, a rimetterci è stata la Lazio, che è finita in strane mani che l’hanno portata ad un passo dal fallimento. Ripeto non furono le operazioni legate alla Lazio a far fallire Cragnotti ma è stato il default della Cirio a mettere la Lazio in difficoltà.
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ROMA – Da quasi trent’anni Fabio Caressa è una delle voci più riconoscibili del calcio italiano. Telecronista di punta di Sky Sport, ha raccontato alcuni dei momenti più iconici della storia recente del pallone, dal Mondiale vinto dall’Italia nel 2006 fino ai grandi match di Serie A e Champions League. Ma intorno al suo nome si è sempre sollevata una domanda che divide i tifosi: per quale squadra tifa Fabio Caressa?
La versione ufficiale
Il giornalista romano, classe 1967, ha più volte dichiarato di non avere una squadra del cuore. Una scelta non inusuale per chi ricopre il ruolo di telecronista: mantenere la neutralità è un requisito fondamentale per essere credibile agli occhi di milioni di spettatori. “Non tifo per nessuno”, ha ribadito Caressa in diverse interviste, sottolineando come la sua unica passione sia il calcio stesso.
Per quale squadra tifa Fabio Caressa, I sospetti dei tifosi
Eppure, questa posizione ufficiale non ha mai convinto del tutto i tifosi. Negli anni, soprattutto durante le sue telecronache di partite della Roma, molti appassionati hanno percepito un entusiasmo particolare, giudicato eccessivo rispetto al tono utilizzato per altre squadre. Il sospetto di una simpatia giallorossa è diventato così un tema ricorrente, soprattutto tra i sostenitori della Lazio e di altre rivali storiche.
Sui social, ogni derby capitolino raccontato da Caressa è stato analizzato al dettaglio: dal tono della voce alle parole scelte, fino alle esclamazioni per i gol. E puntualmente sono piovuti commenti che lo accusavano di “romanismo mascherato”.
Un tema che divide
Va detto che il rapporto tra telecronisti e tifosi è da sempre complesso. La passione calcistica porta i supporter a filtrare le parole dei cronisti attraverso il proprio tifo, spesso vedendo faziosità anche dove non c’è. Non è un caso che altri grandi narratori del pallone, da Sandro Piccinini a Bruno Pizzul, siano stati oggetto delle stesse accuse nel corso delle loro carriere.
Caressa, però, paga forse anche la sua provenienza: nato e cresciuto a Roma, in una città spaccata a metà tra biancocelesti e giallorossi, è inevitabile che ogni frase venga letta in chiave di derby.
Tra professionalità e percezioni
Sul piano strettamente professionale, è difficile mettere in discussione la carriera di Caressa. Oltre al Mondiale 2006, raccontato insieme a Beppe Bergomi e rimasto nella memoria collettiva per il celebre “Andiamo a Berlino Beppe!”, il giornalista ha seguito Europei, finali di Champions League e innumerevoli sfide di Serie A. La sua capacità di rendere epico il racconto è stata spesso elogiata, ma al tempo stesso ha alimentato l’idea che l’enfasi non sia sempre equamente distribuita.
Il peso delle opinioni
Non va dimenticato che Caressa, oltre a essere telecronista, è anche opinionista e conduttore. Nel corso di programmi come Sky Calcio Club non ha esitato a esprimere giudizi netti su squadre e giocatori. Le sue critiche, talvolta aspre, nei confronti della Lazio o di altre realtà hanno rafforzato la convinzione, in una parte di tifoseria, che il giornalista non sia del tutto imparziale.
Conclusioni: un enigma destinato a restare
La verità probabilmente non verrà mai a galla del tutto. Fabio Caressa continuerà a dichiararsi neutrale, e forse lo è davvero. Ma in un Paese dove il calcio è più di uno sport, e a Roma in particolare dove il derby condiziona tutto, ogni parola del telecronista sarà destinata a dividere.
Che sia simpatia nascosta o semplice passione professionale, resta il fatto che Caressa è ormai parte integrante dell’immaginario calcistico italiano. E come spesso accade, i sospetti e le polemiche non fanno altro che alimentarne il mito. Secondo te Per quale squadra tifa Fabio Caressa? La Roma o un’altra squadra di Serie A?
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Una delle domande che molti si chiedono è perché le tifoserie di Lazio e Inter sono gemellate? Questo gemellaggio nasce da lontano ed è ormai considerato uno dei gemellaggi calcistici più longevi. Ma partiamo dallo spegnare cosa è un gemellaggio. Un gemellaggio fra due tifoserie è quando i gruppi di ultras stringono fra di loro un rapporto di amicizia.
Questo rapporto di amicizia significa non solo non insultare la squadra rivale ma anche scambiarsi aiuti o andare a tifare la squadra “amica” in diverse partite, come ad esempio nei derby o negli scontri contro le dirette rivali. Negli anni 80 i gemellaggi fra tifoserie era una cosa piuttosto comune, negli anni 2000 molti gemellaggi sono stati interrotti o sono terminati. Non sempre è facile mantenere un gemellaggio per tanti anni per via dei cambiamenti in Curva e fra i gruppi di ultras nonché per le rivalità in campo o sul mercato.
Quando nasce il gemellaggio fra Laziali e Interisti?
Come detto il gemellaggio fra tifosi Laziali e tifosi interisti è uno dei più vecchi in serie A ed è nato quasi 30 anni fa. Tutto nasce quando nel 1987 nella Curva della Lazio spunta un nuovo gruppo di ultras gli Irriducibili. Da li a poco diventeranno il gruppo predominante della Curva biancoceleste, scalzando i famosi Eagles Supporters.
Anche a Milano, sponda Inter, si costituirà un gruppo chiamato Irriducibili che anche li prenderà il controllo del tifo nerazzurro. Ma il nome non è il motivo di questo gemellaggio. I due gruppi condividono il modo di fare il tifo, seguendo lo stile inglese quindi senza tamburi e più bandiere, la fede politica, e il modo di gestire la Curva.
Presto le due curve diventano amiche e sigleranno un accordo di gemellaggio, aiutandosi contro le dirette rivali, Roma e Milan. Sono quasi 30 anni di gemellaggio, iniziato con la Lazio in lotta per la salvezza e l’Inter in lotta per il titolo, passando anche ad anni difficili con le due squadre a lottare per lo stesso obiettivo. Sono stati tanti i momenti in cui questo gemellaggio sembrava sul punto di saltare e invece così non è successo.
Vieri all’Inter
Forse il primo vero momento di crisi c’è stato quando Christian Vieri, all’epoca bomber della Lazio, chiese la cessione per raggiungere Ronaldo all’Inter. Era l’estate del 1999, quella era una Lazio che lottava per lo Scudetto, ambizione anche dell’Inter. Vieri, arrivato solo l’anno prima alla Lazio a sorpresa aveva chiesto la cessione.
La Lazio aveva strapagato il bomber che era stato decisivo nella finale di Coppa delle Coppe ma che per infortunio aveva giocato solo mezza stagione,. La richiesta di Vieri aveva ferito non solo Sergio Cragnotti, presidente della Lazio all’epoca, ma anche i tifosi biancocelesti. Molti infatti bruciarono la maglia di Vieri, tant è che la Lazio offri la possibilità di restituire la maglia numero 32 per prenderne un’altra con un giocatore diverso.
Ci fu tensione fra i tifosi della Lazio e quelli dell’Inter, ma l’amicizia fra i due gruppi di ultras rimase saldissima. L’Inter comprò Vieri per una cifra record di 90 miliardi di lire alla Lazio andò come contropartita tecnica Diego Simeone che fu decisivo per la conquista dello scudetto biancocelesti l’anno successivo.
Il 5 maggio 2002
Un altro momento di grande tensione fra le due tifoserie fu sicuramente il 5 maggio 2002. L’Inter era primo in classifica e si giocava lo Scudetto all’ultima giornata in casa della Lazio, la Juventus inseguiva e aveva bisogno di vincere e che i nerazzurri perdessero.
In molti erano convinti che la Lazio non avrebbe opposto resistenza. Invece la squadra di Zaccheroni aveva bisogno di punti per non finire in Intertoto. Come spiegherà Simone Inzaghi anni dopo, i giocatori volevano vincere perchè giocare l’Intertoto significa avere meno vacanze.
Nonostante il vantaggio iniziale dell’Inter la Lazio vinse quella partita 4-2. I tifosi della Lazio, che temevano che la Roma, terza, potesse vincere lo Scudetto, tifavano Inter ma i giocatori in campo non la pensavano alla stesa maniera. L’Inter perse lo Scudetto ma questo non fu motivo di tensione fra i due gruppi ultras che anzi, dopo quella partita rafforzarono ancora di più il loro legame.
Oh noo
Il 2 maggio del 2010 ci fu un altro episodio importante. L’Inter ancora una volta giocava fuori casa contro la Lazio. I nerazzurri erano in lotta per lo Scudetto contro la Roma. Gli Irriducibili erano allo stadio tifando per l’Inter, meglio perdere una partita che regalare lo Scudetto alla Roma, questo era il pensiero del gruppo ultras.
In realtà l’Inter era molto più forte di quella Lazio e non aveva bisogno di aiuto. Ma al gol dell’Inter in Curva Nord comparve uno striscione “Oh nooo” a confermare in modo ironico come ai laziali non dispiacesse perdere quel match. Ancora una volta il legame fra le due tifoserie fu confermato come molto solido nonostante fossero passati oltre 20 anni dall’inizio del gemellaggio
Episodio De Vrij
Uno dei episodi più importanti fu la vicenda De Vrij. L’olandese, difensore bianconceleste, aveva rifiutato il rinnovo con la Lazio e aveva accettato la proposta dell’Inter. All’ultima giornata di campionato si giocava Lazio-Inter con tutte e due le squadre in lotta per l’ultimo posto per la qualificazione in Champions.
Per tutta la settimana molti giornalisti si chiedevano se far giocare De Vrij fosse la decisione giusta. Era il migliore difensore della Lazio ma aveva già firmato con l’Inter, qualcuno riteneva l’olandese potesse favorire inconsciamente o non la sua futura squadra. La Lazio andò in vantaggio ma l’Inter recuperò la partita. Il rigore decisivo arrivò da un errore di De Vrij. In molti tifosi della Lazio, il giorno dopo, accusarono l’olandese di essersi “venduto” la partita per aiutare la sua futura squadra. Neanche questa vicenda provocò litigi fra i due gruppi ultras che superano anche questa tempesta senza problemi.
Si sciolgono gli Irriducibili
Nel Febbraio del 2020 arriva l’annuncio dello scioglimento degli Irriducibili. Il gruppo che per decenni ha gestito la Curva Nord della Lazio si scioglie pochi mesi dopo l’omicidio di uno dei leader storici del gruppo, Diabolik. Il gruppo decide di diversi per varie frizioni interne. In Curva spunta un nuovo gruppo “ultras Lazio” dove fluiranno molti degli ex Irriducibili. Neanche la fine del gruppo storico biancoceleste porterà alla fine del gemellaggio con i tifosi dell’Inter.
Episodio Inzaghi
L’ultimo episodio riguarda Simone Inzaghi. Nell’estate del 2021 il contratto fra Inzaghi e la Lazio è scaduto, Claudio Lotito e l’allenatore si vedono a cena per discutere il rinnovo. Dopo oltre 2 ore di trattative si arriva all’accordo, ma durante la cena Inzaghi riceve una telefonata da Beppe Marotta, direttore sportivo dell’Inter, che gli propone la panchina dell’Inter.
La mattina dopo Inzaghi si deve presentare alla sede della Lazio per firmare il nuovo contratto ma l’allenatore non si presenterà. In realtà ha accettato la proposta dell’Inter e andrà a Milano a firmare il contratto con i nerazzurri. Molti tifosi della Lazio che vedevano Simone Inzaghi come una bandiera si sentirono traditi, lo stesso Claudio Lotito non nasconderà la delusione per quel cambio di idea di Inzaghi.
Sui social molti tifosi della Lazio chiedono la fine del gemellaggio con l’Inter reo di aver portato via il loro allenatore. Nonostante la delusione e la ribellione di molti tifosi della Lazio, il gemellaggio non verrà interrotto, anzi, il gruppo ultras biancoceleste è convinto che Lotito abbia “tradito” Inzaghi e abbracciò alla prima da allenatore dell’Inter a Roma l’ex Inzaghi.
Insomma il legame fra tifosi della Lazio e tifosi dell’Inter sembra indissolubile ed è uno dei più lunghi e duraturi rapporti di amicizia fra ultras non solo nel calcio italiano ma in quello mondiale. Inter e Lazio ne hanno passate tante eppure nulla ha scalfito il rapporto fra le curve.
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ROMA – Il derby della Capitale ha lasciato ferite profonde non solo per il risultato, ma soprattutto per il modo in cui è arrivata la sconfitta. La Lazio ha creato di più della Roma, ha avuto occasioni nitide, ma ha finito per pagare a caro prezzo un errore di leggerezza che è costato carissimo. Non un errore tecnico dovuto ai limiti del singolo, ma un atteggiamento di superficialità e arroganza che, secondo molti osservatori e tifosi, rappresenta oggi il problema più grave di questa squadra.
Una Lazio tecnicamente povera ma presuntuosa
Che questa Lazio non sia la più forte degli ultimi vent’anni è sotto gli occhi di tutti. Il paragone con le formazioni che potevano contare su campioni del calibro di Milinković-Savić, Luis Alberto o Immobile appare impietoso. Eppure, più ancora della qualità tecnica ridotta, a preoccupare è l’atteggiamento. Troppi giocatori scendono in campo con sufficienza, convinti che basti indossare la maglia biancoceleste per avere la meglio sugli avversari.
È un rischio enorme, perché la storia del calcio insegna che l’arroganza è spesso il preludio a stagioni complicate, anche per squadre che sulla carta dovrebbero avere valori superiori.
Il caso Nuno Tavares
Il simbolo di questa deriva è Nuno Tavares. Il portoghese, reduce da esperienze poco brillanti tra Arsenal, Marsiglia e Nottingham Forest, è tornato a mostrare i limiti che già ne avevano frenato la carriera. In fase difensiva resta un giocatore inaffidabile, ma ciò che sorprende è l’atteggiamento con cui affronta le gare: superficialità nelle coperture, cross gettati nel vuoto senza guardare i compagni, tiri scagliati senza precisione.
L’errore nel derby, che ha spianato la strada al gol della Roma, è solo l’ultimo di una lunga serie. A ciò si aggiunge un dato emblematico: è quasi un anno che il terzino non firma un assist in campionato. In un reparto già in difficoltà, il suo apporto risulta più un danno che un vantaggio. Non sorprende quindi che molti chiedano di lasciarlo in panchina, preferendo alternative più affidabili come Luca Pellegrini o Hysaj.
Dia e Zaccagni, delusioni pesanti
Non solo Tavares. Boulaye Dia, schierato titolare nel derby, ha sprecato l’occasione per rilanciarsi. Nel secondo tempo ha fallito una clamorosa chance davanti alla Curva Nord, calciando malamente lontano dallo specchio della porta. Una prova giudicata da molti svogliata e inaccettabile, soprattutto in un match così importante.
Mattia Zaccagni, teoricamente il leader tecnico della Lazio, continua invece il suo lungo periodo di appannamento: da gennaio in poi non ha più inciso con la continuità che lo aveva reso decisivo in passato. Nel derby è stato annullato dai difensori giallorossi e il suo contributo, ancora una volta, è stato vicino allo zero.
L’esempio positivo: Pedro
In mezzo a tante delusioni spicca ancora una volta Pedro. A quasi 40 anni, con una carriera ricca di trofei vinti in Spagna e in Europa, lo spagnolo continua a distinguersi per impegno e professionalità. È lui, paradossalmente, il giocatore che dimostra maggiore attaccamento e voglia, nonostante avrebbe ogni diritto di gestirsi. Un esempio che dovrebbe essere seguito dai compagni più giovani, spesso invece i primi a peccare di arroganza.
Emergenza punti e futuro incerto
Dopo quattro giornate la Lazio ha raccolto appena tre punti. Una partenza così negativa non si vedeva da anni e, complice un calendario che non fa sconti, il rischio è di ritrovarsi invischiati nelle zone basse della classifica. La prossima sfida contro il Genoa diventa un crocevia già fondamentale: servono punti, ma soprattutto serve una reazione di carattere.
Il problema, però, va oltre i numeri. A pesare è un ambiente che non trova serenità, una rosa che appare più debole rispetto al passato e una mentalità che sembra non rispecchiare i valori storici della Lazio.
Conclusioni: meglio pochi ma veri
Il messaggio che arriva forte e chiaro dal popolo biancoceleste è semplice: meglio giocatori meno dotati ma che lottano su ogni pallone, piuttosto che presunti campioni che non dimostrano impegno. Perché in un campionato lungo e insidioso, solo grinta e determinazione possono fare la differenza.
Se la Lazio non ritroverà presto questa identità, il rischio di un campionato di sofferenza è concreto. Genoa-Lazio sarà il primo banco di prova: i tifosi chiedono una scossa, Sarri dovrà scegliere chi davvero merita di indossare la maglia biancoceleste.
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ROMA – La sconfitta nel derby della Capitale ha lasciato cicatrici profonde in casa Lazio. Alla delusione per il risultato si sono aggiunti infortuni pesanti, le espulsioni di Belahyane e Guendouzi e un ambiente che continua a vivere tensioni e malumori. Proprio sul francese e sul tecnico Maurizio Sarri si è espresso in maniera durissima Paolo Di Canio, ex bandiera biancoceleste oggi opinionista per Sky Sport.
Guendouzi, espulsione che pesa
Il cartellino rosso rimediato da Guendouzi dopo il triplice fischio ha complicato ulteriormente la situazione di Sarri, che nel prossimo turno dovrà fare a meno di un altro tassello fondamentale del centrocampo. Per Di Canio, il gesto del francese non è solo un errore tecnico, ma un problema di leadership: “Poteva risparmiarsi quel gesto. Lui è riconosciuto come un leader da compagni e tifosi laziali, ma per me è un leader dissonante. L’anno scorso faceva errori gravi e aveva pure il coraggio di prendersela con gli altri”.
Una critica pesante, che mette in discussione non solo l’atteggiamento in campo ma anche il ruolo carismatico del giocatore nello spogliatoio.
Sarri sotto esame
Il discorso di Di Canio non si è fermato al francese. L’ex biancoceleste ha allargato l’analisi a Maurizio Sarri, finito sotto i riflettori dopo il terzo ko in quattro giornate: “La Lazio ha preso un allenatore che in questi momenti, quando le cose non vanno, istintivamente rischia di fare danni, anche nella comunicazione. Dopo il derby ha detto che spera che i giocatori sentano il dolore. Maurizio parla in modo spartano, ma non è il tipo di allenatore che ora ha la capacità di dialogare e arrivare a un compromesso con i giocatori. Storicamente è molto integralista. A me piace come tecnico, ma non è quello che serve in questo momento”.
Parole che fotografano un ambiente complicato, in cui i risultati non arrivano e il rapporto tra allenatore e squadra rischia di incrinarsi ulteriormente.
Ambiente e mercato, i nodi irrisolti
Di Canio ha puntato il dito anche contro la società, ricordando i problemi dell’estate: “Adesso la Lazio è messa male anche come ambiente. Quello che è successo quest’estate (il blocco del mercato, ndr) è molto grave. Non solo perché i tifosi laziali non possono sognare, ma anche per il calcio italiano. A gennaio cosa vuoi riparare? Cosa vuoi prendere? Che ti danno a gennaio?”.
Il riferimento è chiaro: l’assenza di rinforzi di spessore ha lasciato a Sarri una rosa più debole rispetto agli anni passati, priva di alternative reali in diversi reparti. La panchina corta, già evidenziata nei match con Como e Sassuolo, è esplosa come problema nel derby, quando le assenze hanno costretto il tecnico a soluzioni di emergenza.
Una Lazio fragile
Sul piano tecnico la squadra continua a mostrare le stesse fragilità: troppi errori individuali che si trasformano in gol subiti, poca concretezza sotto porta e un atteggiamento spesso superficiale. L’espulsione di Guendouzi, come quella di Belahyane, è lo specchio di un gruppo che fatica a mantenere lucidità nei momenti chiave.
Prospettive e rischi
Con appena tre punti in classifica dopo quattro giornate e un derby perso che ha aggravato la crisi, la Lazio si trova a un passo dalla zona retrocessione. Lunedì a Marassi contro il Genoa sarà già uno spartiacque: una nuova sconfitta potrebbe alimentare ulteriormente i dubbi su Sarri e sul futuro della stagione.
La tifoseria, che non ha fatto mancare il sostegno nel derby, ora chiede una reazione immediata. Ma tra emergenza infortuni, espulsioni pesanti e un calendario che non concede tregua, il cammino appare tutto in salita.
👉 L’espulsione di Guendouzi e le critiche di Di Canio hanno acceso i riflettori su una Lazio che sembra prigioniera dei suoi errori, tra un allenatore sotto pressione e una società che paga le scelte (o le mancate scelte) di mercato. La prossima sfida dirà se i biancocelesti sono pronti a rialzarsi o se l’incubo è destinato a continuare.
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