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Calciomercato Lazio

Le verità di Alessandro Nesta :” Non sarei mai andato via dalla Lazio ! “

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Settembre 1984, mentre la Lazio sta per iniziare una stagione che la porterà nuovamente in  Serie B, su un campetto polveroso di Cinecittà, in uno dei tanti quartieri popolari di Roma, un ragazzo di otto anni e mezzo comincia a tirare i primi calci ad un pallone. Quel ragazzo classe 1976, uno dei figli della migliore annata della storia del calcio romano (stessa leva calcistica di Marco Di Vaio e Francesco Totti), si chiama Alessandro Nesta. E questa è la sua storia, raccontata in un’intervista confessione a SKY.“Devo tutto a mio padre, per anni ha fatto sacrifici incredibili per portarmi in giro da una parte all’altra della città per gli allenamenti e per le partite, con qualsiasi tempo. Solo ora che sono anche io genitore, capisco quanti e quali sacrifici ha fatto mio padre in quegli anni e gliene sarò per sempre riconoscente. L’altra persona a cui devo tantissimo è Volfango Patarca. Mi ha visto giocare e mi ha portato subito alla Lazio, la squadra del cuore, la squadra della mia vita. Quindi arrivare alla Lazio è stato anche per papà una sorta di sogno che si è realizzato”.

In effetti, il primo ad accorgersi di Alessandro Nesta non è Volfango Patarca ma Francesco Rocca, l’ex terzino giallorosso che girava i campetti della Capitale a caccia di nuovi talenti per la Roma. Vide Nesta e rimase quasi folgorato dalla classe di quel ragazzo. Ma il papà di Alessandro Nesta disse di no alla Roma, dando una svolta alla carriera di suo figlio e forse anche alla storia della Lazio.“Giocavo nella U.S. Cinecittà, una società che era affiliata alla Roma. Mi avevano visto e mi volevano, ma io vengo da una famiglia profondamente laziale, quindi papà ringraziò ma disse di no. Abitavo in una zona di palazzoni, ci saranno state qualcosa come 3000 famiglie e la nostra era l’unica laziale. Tutti eravamo laziali in famiglia, ma tifosi, non semplici simpatizzanti. Ho fatto tutta la trafila nel settore giovanile, ho giocato otto anni da titolare nella prima squadra, ho fatto il capitano, ho vinto tanto e alzato tanti trofei, per questo la Lazio è e sarà sempre una parte importante della mia vita. Poi è capitato che sono dovuto andare via, perché la Lazio aveva dei problemi economici: in un giorno hanno venduto sia me che Crespo. Il mio sogno era quello di giocare per sempre con la Lazio, ma non ho avuto nessuna possibilità di scelta. Non mi sono sentito tradito, ma la società in quel momento mi ha fatto uscire male di scena. Ero molto giovane, se mi fosse capitato adesso sarei riuscito a difendermi meglio e a gestire sicuramente meglio la vicenda. Io capisco le esigenze di quel momento della Lazio che doveva venderci per fare cassa, ma farmi passare addirittura per uno che voleva andare via non è stato proprio carino e mi ha ferito. Dovevano dire come stavano realmente le cose in quel momento, perché tanto poi è uscita fuori la verità, ovvero che la Lazio era piena di debiti e che per sopravvivere aveva bisogno dei soldi della cessione mia e di Crespo. Invece mi hanno fatto passare per uno che voleva andare via, quando la realtà era diversa. Avevo ricevuto tanto dalla Lazio, ma avevo anche dato tanto, quindi avrei meritato di andare via in un altro modo”.

Le parole di bocca gli escono a fatica, con il volto tirato che non riesce a nascondere a distanza di quasi dieci anni il fastidio per quel ricordo, il dolore per quella ferita che non si è mai del tutto rimarginata, anche se poi nel Milan ha vinto tutto quello che c’era da vincere :“Quelli di Cragnotti sono stati anni d’oro. La Lazio più forte in cui ho giocato era secondo me quella del 1999. Eravamo fortissimi, ma abbiamo vinto poco per quanto eravamo forti. Quello scudetto lo abbiamo buttato per inesperienza. In un derby abbiamo perso la testa e ci siamo fatti espellere e squalificare in 4, la partita dopo con la Juventus abbiamo giocato senza la difesa titolare e abbiamo perso pure quella partita. Poi A Firenze è successo qualcosa di strano, ma eravamo stati noi a complicarci la vita, a non gestire bene il grande vantaggio che avevamo accumulato”.

Ogni ricordo che riaffiora è quasi una pugnalata. Il sorriso nel rivedere mentalmente le immagini dei trionfi si mischia all’amarezza per come è finita quella storia. Ma le emozioni per i grandi successi sono custodite per sempre, chiuse a doppia mandata nel cuore :“Il momento più bello è stato la conquista dello scudetto, per giunta vinto in quel modo. Noi dentro lo stadio a guardare la Juventus che giocava, con settantamila persone appese insieme a noi alle voci e alle immagini che arrivavano da Perugia. Poi è arrivato il momento del trionfo ed è stata una festa impressionante, perché vincere a Roma non è come vincere da altri parti. A Roma si festeggia di più e più a lungo. Le immagine della festa dello scudetto le ho ancora scolpite nella mente. Mai visto o vissuto niente di simile in tutta la mia vita”.

La Lazio vince, conquista tutto meno che la Champions League, Nesta alza da capitano cinque trofei in quindici mesi ma quei trionfi sono pagati a caro prezzo. I conti non tornano e la Lazio deve vendere per evitare il fallimento. Tocca a Salas, Veron, Boksic, Nedved e altri partire, ma Nesta è sicuro di restare. Lui è il capitano, la bandiera, ma alla vigilia di un derby maledetto, anche la bandiera si strappa, in modo violento. E per la prima volta Alessandro Nesta racconta che cosa è successo prima e durante quel derby del 10 marzo del 2002 :“Quella partita è stato bravo Montella, ma io proprio non c’ero quella domenica. Tutti i giocatori nella loro carriera hanno la loro giornata nera, quella in cui tutto va storto, la mia è stata quella. Montella come tirava faceva gol e uno praticamente me lo sono fatto da solo. Non cerco scuse, ma quella partita è arrivata alla fine di una settimana difficile. La società mi aveva convocato in quei giorni per dirmi che a fine stagione dovevo andare via perché non c’erano soldi, mi avevano in pratica ceduto alla Juventus. Io non volevo andare, ci sono state delle tensioni, è successo un po’ di macello, sono arrivato alla partita che non ci stavo con la testa e ho fatto dei danni mai visti quella sera. All’intervallo, tra quello che era successo in settimana e quello che era successo in campo, è bastata una scintilla per farmi esplodere, ho mandato tutti a quel paese e sono uscito facendo una stupidaggine. Ero giovane, ma ho sbagliato, se mi fosse successa adesso una cosa del genere l’avrei gestita in modo diverso, sicuramente migliore”.

Lo dice a occhi bassi, perché sa che alla base della rottura con una parte della tifoseria c’è proprio quella bandiera ammainata da parte del capitano nella partita più importante, quell’uscita di scena che in tanti non gli hanno perdonato o che hanno considerato un vero e proprio tradimento. Un errore che ha facilitato anche il compito della società al momento della cessione, arrivata proprio l’ultimo giorno di mercato alla fine di un’estate turbolenta di voci e litigi :“Potevo andare in tante squadre, avevo solo l’imbarazzo della scelta, ma io non volevo andarmene dalla Lazio: perché stavo bene, perché ero il capitano, guadagnavo bene e quella era la mia città e la squadra per la quale avevo sempre tifato. Per me quello era il calcio, il mio calcio era la Lazio. Sono venute tante squadre, ho sempre detto di no, poi il giorno dell’ultimo allenamento prima della chiusura del mercato eravamo in campo a fare il torello a Formello e c’era il figlio del presidente (Massimo Cragnotti, ndr)che ogni tanto chiamava uno di noi perché la Lazio doveva assolutamente vendere. Ad un certo punto, mi ha chiamato e mi ha passato il telefono dicendo che dovevo andare via, che dovevo accettare per forza perché il mercato stava chiudendo e la società aveva bisogno di incassare. Non ho potuto fare nulla, mi hanno mandato via subito, neanche il tempo di prendere le mie cose perché dovevo prendere l’aereo per Milano. Quando sono arrivato a San Siro, dove c’era un derby amichevole, avevo una gran confusione in testa, non capivo nulla di quello che stava succedendo. Ad un certo punto mi giro e vedo anche Crespo, con il quale stavo facendo il torello poche ore prima a Formello e gli chiedo: ‘E tu che ci fai qui?’ lui mi guarda e risponde: ‘Mi hanno ceduto all’Inter’. Sono rimasto di sasso, non ne sapevo nulla e l’unica cosa che gli ho chiesto è stata: ‘Ma è rimasto qualcuno lì a Formello?’ lui si è messo a ridere, ma anche il suo era un sorriso forzato”.

Torna indietro, riavvolge il nastro e cambia espressione, dimostrando che dopo 10 anni la ferita ancora sanguina :“Lo ammetto, non l’ho vissuto affatto bene quel giorno. Mi sono trovato mille cose addosso, io poi per carattere sono uno che non ama la vetrina. Mi hanno messo sul balcone a salutare la gente con una maglietta in mano, mi sono trovato in una realtà che non mi apparteneva. Sono andato in conferenza stampa con Galliani con una faccia da funerale, perché quello era il mio stato d’animo. Ero dispiaciuto per quello che avevo lasciato, poi con il tempo mi sono ambientato, poi sono stato bene a Milano, perché poi le vittorie aiutano a cancellare tutto. O quasi”.

Il libro dei ricordi si sta per chiudere, l’ultimo capitolo è dedicato agli allenatori, ai maestri di vita e di calcio incontrati sul suo cammino :“Io ho avuto la fortuna di avere sempre allenatori bravi, fin da bambino. Il primo è stato Volfango Patarca che ha preso sia me che Di Vaio, che ha creato un gruppo incredibile di ragazzini di 8 anni e li ha portati quasi tutti a giocare in serie A. Ci ha insegnato a giocare a calcio, faceva solo tecnica, un vero maestro. Gli devo tutto, gli sono molto affezionato e ora lavora con mio fratello Fernando che ha una scuola calcio. Poi ho avuto Zoff che ringrazierò per tutta la vita perché mi ha fatto esordire in serie A, ma il salto di qualità l’ho fatto con Zeman. E’ vero che magari non cura molto la parte difensiva, ma sia fisicamente, che tatticamente che come personalità mi ha fatto crescere tantissimo. Ha fatto crescere me e tutti i giocatori che ha allenato. Io ho giocato fino in Primavera a centrocampo e questo mi ha aiutato molto, poi ho esordito come terzino in serie A, ma quando si sono fatti male 2-3 centrali Zeman mi ha messo come centrale e ho fatto bene le ultime quattro partite della stagione. In estate la Lazio aveva tanti soldi da spendere, ma Zeman è andato da Cragnotti e gli ha detto che in difesa non voleva nessuno, perché aveva il ragazzino, come mi chiamava, e che aveva deciso di far giocare me come centrale. Io sono rimasto stupito, perché avevo fatto solo quattro partite da centrale, invece ha avuto ragione lui perché mi ha costruito addosso questo ruolo che mi ha consentito di fare una carriera incredibile”.

C’era la possibilità di tornare a Roma, ma ancora prima di affrontare qualsiasi discorso economico qualcuno definì Alessandro Nesta uno “cotto”, uno oramai quasi inutile per chi aveva progetti ambiziosi. Quello “cotto” o “bollito” ha continuato a vincere scudetti e Champions League, chi lo aveva definito in quel modo poco o niente. E a tanti laziali è rimasto il rimpianto per quella bandiera strappata, per quella storia spezzata sul più bello, per quello strappo mai ricucito

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Stefano Greco – LAZIOMILLENOVECENTO

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