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Il ritorno di Cacini….

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LOTITOVedendo Lotito che arringava la folla da quel palco a piazza San Silvestro, mi è tornato in mente il paragone fatto un anno fa tra il presidente della Lazio e un vecchio attore comico romano. Sentendo i toni e guardando le movenze, il primo istinto sarebbe stato quello di urlare dalla platea: “AHO, MA CHI SEI, CACINI?”

Per chi non lo sapesse, Gustavo Cacini era un attore comico romano. Non era famoso come Alberto Sordi o come Aldo Fabrizi, perché non aveva il loro talento. Lui si esibiva in teatri di avanspettacolo come l’Ambra Jovinelli, era sboccato, usava spesso pesanti doppi sensi, amava provocare la platea con un atteggiamento da sbruffone, dando vita a duelli molto coloriti che spesso sfociavano nell’insulto e a volte portavano a sfiorare la rissa con gli spettatori. Cacini, saliva sul palco indossando un frac nero e con il suo vocione sgraziato affrontava tutti con la sua aria da bullo e per questo suo modo di fare è diventato un personaggio leggendario della vecchia Roma, tanto è vero che a distanza a quasi 50 anni dalla sua morte, se nella Capitale si vuole dare a qualcuno del bullo o di quello che le spara grosse, parte subito la frase: “Aho, ma chi te credi d’esse, Cacini?”

Quello che sta andando in scena da 50 giorni a questa parte è un qualcosa di molto simile agli spettacoli messi in scena da Gustavo Cacini. Con l’unica differenza che il comico romano era piccolo e esile, aveva un aspetto smunto ed era un po’ strabico e gibboso, mentre il “novello Cacini” è tutt’altro che smunto, anzi, è decisamente grasso, e anche lui gli occhiali però non è strabico. Ma, per quel che riguarda lo spararle grosse, il parlare con un vocione sgraziato e il provocare sempre e comunque l’interlocutore e la platea con toni sguaiati che a volte sfociano nell’insulto, Claudio Lotito e Gustavo Cacini sono due gocce d’acqua, quasi due gemelli.

Eclissato, sparito dalle scene quando la Lazio perdeva e scivolava sempre più giù in classifica, dopo mesi di silenzio il “novello Cacini” è tornato prepotentemente sulla ribalta dopo il successo in Coppa Italia. Quando si perdeva la colpa era degli altri, ma chiaramente il successo è tutto merito suo, frutto della sua progettualità. Quale sia questa progettualità, però, non è dato saperlo. A meno da non spacciare per progetto il non mercato di gennaio, oppure l’arrivo di Saha e Pereirinha, due costati 1 milione di euro d’ingaggio per poche comparsate. Ma chi vince, nella vita come nel calcio, ha sempre ragione e strappa applausi a scena aperta anche da quelli che fino a poco prima lo avevano fischiato e insultato. Così, dopo anni di fischi e insulti, il “novello Cacini”ora arringa le folle con discorsi dal tono ducesco, in cui non manca neanche il mussoliniano motto“vincere e vinceremo”. E questa estate del 2013 si sta trasformando in uno show continuo nel quale Lotito sfoggia tutto il suo campionario, il meglio del suo repertorio, arrivando a negare anche cose dette e registrate, con perle del tipo: “Ho perso Pandev a zero, ma ho vinto perché ho cambiato il sistema”. Quello che da dei banditi agli uomini del fondo inglese proprietario di parte del cartellino di Felipe Anderson, poi due settimane dopo con quegli stessi banditi ci passa un bel week-end a Taormina a tessere nuovo tele, con gentiluomini come Galliani e Pulvirenti, altri grandi sponsor del burattino Beretta Oppure, parlando dell’imminente svincolo di Zarate che sancirà il definitivo fallimento di un investimento da 47 milioni di euro, parla di frutto marcio su un albero che da tanti frutti. Insomma, un piccolo errore di valutazione e la colpa non è certo della pessima gestione da parte della società del giocatore e del successivo caso, ma chiaramente solo del calciatore, della mela marcia. E che la Lazio stia per perdere l’ennesima battaglia legale, è un particolare trascurabile, come lo sono quei 47 milioni investiti gettati dalla finestra. Come quelli per Carrizo, come quelli persi per Pandev, come quelli altrettanto buttati per Makinwa. Piccole mele marce… Che siano costate qualcosa come 82 milioni di euro tra costi del cartellino, ingaggi e soldi persi (Pandev), poco conta, perché nel suo delirio di onnipotenza i soldi persi sono un particolare trascurabile,. Tanto non sono soldi suoi, tanto la platea dimentica e applaude: basta nominare la parola magica “Coppa Italia” e fare qualche battutaccia sulla Roma per cancellare nove anni, per far finta che il passato non sia mai esistito. Perché lui non sarà un attore consumato, ma è bravo quasi quanto il Cacini originale. Perché lui, si sa, è in grado di fare tutto. Nonostante una semplice laurea in pedagogia, Lotito di volta in volta diventa principe del foro, economista di fama mondiale, attore, giornalista da premio Pulitzer, oppure massimo esperto di tuttologia. Passa con disinvoltura da Manzoni a Socrate, si paragona a grandi uomini della storia, è arrivato anche ad evocare addirittura Giovanni Falcone.

E’ diventato la barzelletta del calcio italiano, una sorta di giullare più che un comico, ma lui è convinto di essere il più fico di tutti, quello che usando il linguaggio sguaiato di Cacini che tanto gli piace “lo mette in quel posto a chiunque”. E dopo aver preso per oltre un anno schiaffi a destra e a sinistra, comprese la mancata candidatura alle ultime politiche e la sberla della mancata nomina a vice-presidente federale, è bastato dare uno schiaffo alla Juventus sulla storisa della finale della Supercoppa per rispolverare quell’immagine di uomo forte del calcio italiano.

Il meglio di sé, però, il novello Cacini lo dà quando affronta la platea dei giornalisti. Al contrario di quanto succedeva all’Ambra Jovinelli, dove il pubblico non aveva nessun timore reverenziale verso il vero Cacini e rispondeva agli insulti con gli insulti, arrivando a lanciare frutta e verdura e addirittura in segno di sfregio un gatto nero morto sul palco (scena poi riproposta da Fellini nel film “Roma”), quando parla il novello Cacini in quel di Formello come fuori dalla Lega o dalla Federcalcio la platea è silente e incassa qualsiasi cosa, anche i peggiori insulti. E non solo non fischia e non si ribella, ma si guarda bene anche dal fare domande scomode quando il Cacini del terzo millennio rivolta le cose, stravolge la realtà o le sue stesse roboanti dichiarazioni.

Lui chiede il rispetto delle regole, ma nessuno gli fa notare che le sta violando da due anni gestendo contemporaneamente due società professionistiche, salvato solo da deroghe su deroghe concesse dalla Federcalcio solo per evitare di dar vita all’ennesima guerra. Pretende il pugno di ferro, ma difende Preziosi condannato per l’ennesima volta per aver barato. Dopo le partite comprate e la bancarotta che ha portato al fallimento del Como, ora le tasse non pagate dal Genoa. Ma va tutto bene, anche perché uno che(da denuncia di Mauro Brinati, segretario Fisascat della CISL di Roma)si mette in tasca il quinto dello stipendio dei suoi dipendenti e poi non lo versa alle finanziarie, non può certo dare del delinquente a Preziosi per non aver pagato 8 milioni di Iva. Robetta…

E poi il mercato. Matri? No, perché non ha i tre requisiti. “Per noi i campioni sono persone che hanno requisiti tecnico-agonistici e morali. Un disco rotto, una teoria ridicola, perché stando ai bizzarri parametri del Cacini del terzo millennio Diego Armando Maradona non era un campione, perché fisicamente spesso non era al top e in quanto a moralità, insomma, la storia del “pibe de oro” è nota a tutti e lui stesso ha fatto mea culpa su tanti errori del passato. La cosa bizzarra, però, è che tra i campioni con i tre requisiti rientrava un anno fa uno come Breno che stava fisicamente a pezzi, che beveva una bottiglia di whisky e dieci birre al giorno, che era strafatto al punto da arrivare ad imitare Nerone dando fuoco alla casa in cui viveva e, per giunta, con la famiglia dentro. Quelli del nostro Cacini, quindi, sono parametri variabili. E la variabile spesso e volentieri (se non sempre) è legata al costo del campione. Se è zero o quasi, allora è campione di sicuro e c’ha pure i tre requisiti.

Non fa parte dei campioni, ma tra quelli comunque degni di far parte della famiglia-Lazio (perché rientrava nei tre parametri) c’era anche un certo Sculli, uno che in passato è stato squalificato per essersi venduto le partite e che stando alle intercettazioni (non a dei si dice senza riscontro) quel vizietto di vivere al di là della legalità non lo ha perso. E ora che si avvicina il processo sportivo, il suo problema non è tanto se Mauri è colpevole o innocente, ma solo il fatto che se lo condannano si macchia l’immagine della Lazio. Detto da uno che pur di raggiungere i propri scopi dell’immagine della Lazio se n’è sempre altamente fregato, la cosa fa un po’ sorridere.

“Io sono garantista”urla Cacini, “nessuno è colpevole fino a quando una sentenza non passa in giudicato”. Giusto, sacrosanto. Ma detto da uno che ha dato del bandito e del camorrista a Chinaglia, ancora prima dell’inizio di un processo, la cosa fa sorridere. Anche se in realtà dovrebbe far indignare. Ma il tempo dell’indignazione è finito. Il sospetto è che il Cacini del terzo millennio oltre che difendere Mauri e la Lazio stavolta difenda se stesso, però, è forte, visto che solo la prescrizione lo può salvare da una serie di condanne penali che gli pendono sulla testa come tante spade di Damocle: da Calciopoli all’aggiotaggio consumato in coppia con Roberto Mezzaroma per blindare la proprietà della Lazio a scapito degli altri azionisti e violando le regole del mercato. Ma nell’era del dopo-Lulic, chi se le ricorda queste cose?

Così, il Cacini del terzo millennio continua il suo show, almeno fino a quando qualcuno gli darà un palco da cui recitare e un microfono per arringare la folla. Poi, un giorno, anche per lui si spegneranno per sempre le luci della ribalta e allora saranno dolori. Il vero Cacini, ad esempio, è morto a Nettuno nel 1969, a 79 anni, solo e dimenticato nella clinica delle Ancelle del Buon Pastore.

LAZIOMILLENOVECENTO

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