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Accadde Oggi: 21 Marzo 2004, il derby della vergogna sugli spalti

Il 21 Marzo 2004 accadde una cosa inaudita e inedita nella storia dei derby capitolini. La Lazio affronta la Roma davanti 60.000 persone. Il derby viene rinviato per una notizia falsa che riguardava la morte di un bambino nello stadio Olimpico di Roma. Un tam tam di voci partite dalla tifoseria calda per stoppare il match.

Il Corriere della Sera racconta:

È iniziato male il derby di ritorno del campionato. E la sua fine era, forse, già scritta nei primi tafferugli cominciati molto presto tra le tifoserie avversarie, intorno alle 17.30. Il calcio, lo sport, insomma Lazio-Roma, doveva ancora cominciare, e poco lontano dallo stadio gli ultrà biancocelesti e giallorossi si lanciavano bottiglie e petardi. Una prassi consolidata, che certo non ha colto di sorpresa polizia, carabinieri e finanzieri. Ad un certo punto però il lancio si è diretto verso le forze dell’ordine: è volato di tutto – scoppi potenti, sembravano bombe carta – e i celerini hanno risposto caricando. I tifosi si sono dispersi. Per quasi un’ora intorno all’Olimpico è tornato la calma. Ma è stata solo apparente. Alle 18.15 i lanci degli oggetti contro la polizia ricominciano, proprio sotto la Curva Sud. Alcuni gruppi di facinorosi tentano di sfondare. Vengono fermate sei persone, un ultrà viene arrestato. L’atmosfera diventa sempre più tesa. All’attesa partita cittadina manca solo un’ora e mezza: lo stadio inizia a riempirsi, c’è aria di festa, ci sono gli striscioni. Potrebbe essere un derby normale, come tanti. E invece durerà solo 47 minuti. Alle 20 ancora fuori dallo stadio accade uno degli episodi più gravi del prepartita: viene accoltellato dai laziali, alla coscia sinistra, Fabrizio Consoli, 27 anni, di Albano, romanista. Il ragazzo viene portato immediatamente al pronto soccorso dell’ospedale San Giacomo.

E lì saranno medicati anche altri quattro ultrà, tutti accoltellati: due romanisti e due laziali. Alla fine della nottata i feriti saranno 14, otto dei quali tra le forze dell’ordine. Ma nella loro gravità sembrano episodi che ancora rientrano in una certa normalità, la situazione è sotto controllo, la partita sta per cominciare. Finalmente la sfida sportiva prende il sopravvento su scontri, tafferugli, scaramucce. Il fischio iniziale attrae l’attenzione di tutti sul campo e sul pallone. Di quasi tutti: perché un gruppo di tifosi, invece di guardare Totti e Corradi, continua a scontrarsi all’interno dello stadio, nel piazzale tra i cancelli e le gradinate. La polizia fatica a tenerli sotto controllo, ma ci riesce: volano bottiglie, vengono divelte sedie, sbarre di protezione. Vengono danneggiate le infrastrutture interne dell’Olimpico come bagni e spogliatoi. Intanto i calciatori all’interno giocano. In curva, gradinata e tribuna si segue il pallone, si palpita con le proprie squadre, ma nonostante le voci degli speaker a metà del primo tempo si sente una fragore: una bomba carta, si pensa. O forse un petardo molto potente. Il tempo finisce, sembra tutto tranquillo, anche il pareggio, e lo zero a zero aiuta. Ma durerà ancora poco, pochissimo. Le squadre entrano in campo, dalle curve si sente urlare qualcosa, poi la voce diventa sempre più distinta: “Assassini / assassini / assassini”.

I giocatori stanno per ricominciare a giocare, guardano verso le curve, Capello si stringe il volto tra le mani. “Fermate la partita, c’è un morto”, urlano dall’alto. Totti sente, e con lui Cassano e Mihajlovic, Corradi, Fiore e Samuel, Panucci guardano le proprie curve. Separate dai tafferugli e dalle sassaiole esterne. Unite sugli spalti dalla richiesta, ai propri idoli, di sospendere la partita. I giocatori alzano le spalle non se la sentono. A nulla serviranno le rassicurazione di Maurizio Improta, capo ufficio-stampa della Questura, che scende in campo: “Non c’è nessun morto”. Né quella del prefetto Achille Serra, che ripete: “È tutto tranquillo, la partita può continuare”. La partita, lo sport si ferma, gli scontri no. Ore 23: auto distrutta, ragazza picchiata. Guerriglia, lanci di sassi, bombe carta e lacrimogeni. Spettatori terrorizzati presi in mezzo dal fuoco incrociato fra ultrà e forze dell’ordine. Automobilisti bloccati nelle loro auto davanti a ponte Duca d’Aosta mentre decine di teppisti provocavano i poliziotti in assetto antisommossa con razzi fumogeni e pezzi di marmo. Dopo la sospensione della partita la tensione è salita alle stelle. A farne le spese sono stati anche alcuni tifosi che stavano tornando a casa. Alle 23 circa una ragazza, Chiara F., 28 anni, è rimasta ferita dopo essere stata fermata dalla polizia nei pressi all’Obelisco dopo che aveva urlato “Assassini”“Stavamo passando per tornare a casa dopo essere usciti dallo stadio – racconta il fidanzato Francesco G., 31 anni – siamo passati davanti alla polizia e poi non so cosa è successo. Improvvisamente hanno cominciato a colpire la mia Volvo con i manganelli. Mi sono fermato subito e loro hanno spaccato tutti i finestrini e ci hanno tirato fuori dalla macchina. E’ stato terribile”.

La scena è durata una manciata di secondi e ha coinvolto un cameraman del Tgr Rai che aveva ripreso tutto. Anche lui è rimasto contuso. Chiara F., trasportata in ambulanza al Santo Spirito, è stata giudicata guaribile in pochi giorni. Ma per due ore dalla curva Sud alla Nord le forze dell’ordine sono state impegnate in una battaglia senza precedenti fuori dall’Olimpico. Quando l’altoparlante ha annunciato la sospensione della partita, davanti alla Sud si è riversata una folla di persone nella quale si sono confuse decine di teppisti con il volto coperto dalle sciarpe che hanno costruito barricate con le transenne. “Nassirya, ricordatevi di Nassirya”, hanno urlato più volte contro gli agenti. All’interno dello stadio è stato incendiato un gazebo alle spalle della biglietteria. Fuori invece la polizia e la finanza hanno caricato più volte con i lacrimogeni per disperdere gli ultrà armati di ordigni esplosivi riempiti con chiodi e bulloni. Lo stesso è avvenuto davanti alla Nord. Alle 22.30 gli agenti hanno rotto il “fronte” e respinto i teppisti prima alla “Palla” e poi all’Obelisco. Ma dietro di loro hanno lasciato molti poliziotti e finanzieri sanguinanti, soprattutto alle gambe. Gli scontri si sono trasferiti sul lungotevere intasato di auto incolonnate. Anche lì, fino a notte fonda, ci sono stati scambi di colpi da una parte e dall’altra. Sei-sette teppisti sono stati bloccati mentre fuggivano. Gli altri invece sono scomparsi nella nebbia dei lacrimogeni.

I primi scontri. Ultrà, quasi certamente di entrambe le tifoserie, danno l’assalto agli agenti di polizia, secondo un allucinante copione da guerriglia che ormai fa parte della “tradizione” delle grandi sfide. La polizia blocca un gruppo di violenti che volevano entrare gratuitamente, con la forza, in curva Sud: un arresto e sei fermi, ma il focolaio ultrà resta acceso fuori dello stadio Olimpico. Si accendono focolai dentro e fuori lo stadio, il bersaglio ancora una volta sono le forze di polizia. Gli scontri continuano fino a tarda notte: 14 i feriti, tra cui due finanzieri. Il primo segnale arriva nell’intervallo. In curva Sud ci sono diversi movimenti, proprio sotto lo striscione dei Fedayn tanta gente entra ed esce dalla curva in preda a grande agitazione. Ad un certo punto, i capi ultrà decidono di togliere gli striscioni dei gruppi: è un tam tam che si diffonde rapidamente in tutto lo stadio, e di conseguenza sul campo da gioco. Il grido è “assassini, assassini”, rivolto dai tifosi alle forze dell’ordine, e così, quando i giocatori di Lazio e Roma rientrano in campo trovano uno scenario agghiacciante. L’atmosfera è cambiata bruscamente, ci vuole poco a capire che è successo qualcosa. L’arbitro Rosetti fischia la ripresa del gioco, che però dura pochissimo. Passati 3′, infatti, un gruppetto di ultras romanisti chiede di parlare con Francesco Totti. Al capitano riferiscono le voci, spiegano che vogliono che la partita finisca lì: se avessero ripreso a giocare, loro non sarebbero rimasti in tribuna a guardare. Totti poi va dagli altri, prima da Capello, poi da compagni e avversari, e a sua volta riferisce. Dice Massimo Oddo: “Non abbiamo capito che era successo qualcosa di grave finché Francesco non ci ha riportato la voce che c’era un morto. Dobbiamo prenderci tutti le nostre responsabilità, dai giocatori ai politici. All’estero certe cose non succedono”. Il derby, in pratica, finisce lì. Rosetti prova a far riprendere la partita, ma sulla palla a due Cassano si rifiuta di giocare, e Liverani spedisce il pallone in fallo laterale. Ci si ferma di nuovo, stavolta definitivamente.

I giocatori delle due squadre si riuniscono a centro campo, mandano via le telecamere e i giornalisti che si trovano a bordo campo, parlottano fra di loro. Sono tutti d’accordo: si va via, basta calcio, basta derby, basta tutto. La notizia di una possibile vittima non è confermata, ma nell’incertezza decidono di sospendere la gara. “Ci hanno detto che era morto un bambino, come facevamo a giocare? Se fosse stato vero, sarebbe stato orribile”, ha detto Emerson. Fuori, intanto, c’è l’inferno. Giocatori, accompagnatori, dirigenti, allenatori vengono accompagnati nello spogliatoi, le squadre per un po’ restano chiuse dentro all’Olimpico. Fuori non si può uscire, perché oltre i cancelli c’è la guerriglia vera e propria: dalle tribune piovono pezzi di marmo, le fiamme divampano sul botteghino romanista davanti alla Monte Mario. Italo Galbiati, vice di Capello, è il primo a dirigersi verso l’uscita. Poi sfilano gli altri giocatori. Vincent Candela salta una transenna per guadagnare l’uscita, Vincenzo Montella allunga il passo, Corradi si limita a dire “C’è un comunicato della società, ma era giusto sospendere la gara”, Liverani non vuole parlare: è scosso, e si vede. Parla invece Sinisa Mihajlovic, e le sue sono parole dure, pesanti, di quelle che fanno riflettere. Gli chiedono: come si riporta la gente allo stadio? E lui, con un’ironia quanto mai amara: “Coi giubbotti anti-proiettile… Sembra di stare in Serbia, durante la guerra”. Tutto per una partita di calcio. “Stiamo calmi e andiamo a casa. È la cosa migliore da fare”. Il campo, intanto, svuotato dai giocatori, si riempie di tifosi che vengono fatti defluire dal terreno di gioco. È un’invasione che sa di fuga, scene che a qualcuno riportano alla memoria l’Heysel. Il rettangolo verde diventa il luogo più sicuro in cui stare: un centinaio di persone rimane lì, ad aspettare che la guerriglia finisca. Verso le 23.15, anche le ultime persone vengono invitate ad uscire. In Sud resta un mazzo di fiori; in Nord, sotto al tabellone, lo striscione “Toffolo libero”. Sembrano due simboli di una notte di follia.

I Dirigenti. Sensi: “È stato un incidente”. Longo: “Sospensione assurda”. Il d.s. giallorosso Baldini: “I ragazzi non hanno creduto alle smentite”. Incredulità, amarezza. E la consapevolezza che altro non si potesse fare. Lazio e Roma hanno deciso di comune accordo di non giocare questo derby. La volontà dei giocatori ha vinto sui regolamenti, sulle istituzione sportive e non. Il presidente Franco Sensi ha cercato di smorzare gli animi. “È stato un incidente. State tranquilli, spero di rivedere presto i tifosi allo stadio”. Il direttore sportivo della Roma, Franco Baldini, spiega i minuti successivi ai tre giocati nella ripresa. “Quello che è successo è un precedente di cui tenere conto. Prima di arrivare alla sospensione della gara c’è stato un intervento del prefetto per dire che non era successo nulla. La notizia dell’incidente, o presunto tale, è giunta ai giocatori che non hanno creduto alla smentita. Il dubbio è rimasto ed a quel punto non se la sono più sentita di giocare. Quando abbiamo visto togliere gli striscioni, subito abbiamo capito che qualcosa fosse accaduto. Una delegazione di tifosi è scesa in campo e ha detto alla squadra che nel caso avessero giocato loro non sarebbero rimasti a guardare. Ci avevano detto che era morto un bambino. Come si poteva giocare? Se fosse realmente accaduto, sarebbe stato terribile”.

Baldini tiene anche a precisare che sia Roma che Lazio non hanno fatto nulla in settimana per esasperare gli animi. “Noi abbiamo sempre tenuto i toni bassi”. Eppure l’arbitro Rosetti aveva fatto iniziare la partita. “Lui è un ufficiale di gara e si è attenuto al regolamento. Poi è arrivata la telefonata di Galliani ed è stato rispettato lo stato d’animo dei calciatori”. Il presidente della Lazio, Ugo Longo, non crede a quanto accaduto. “Nessuno ha compreso quanto realmente stava accadendo e le motivazioni che hanno indotto l’arbitro a sospendere la gara. È singolare quanto è successo. Visto che la notizia era falsa, non c’era motivo di sospendere la partita ed anche sugli spalti le cose erano abbastanza tranquille. Ripeto quello che è accaduto è assurdo ed incomprensibile anche perché la sospensione poteva creare problemi più gravi di ordine pubblico”. Il direttore generale biancoceleste Giuseppe De Mita: “I giocatori erano scossi. La situazione era talmente caotica che si è deciso di comune accordo di sospendere la gara. I due capitani non hanno avuto dubbi, era difficile farli tornare sulla loro decisione”.

Non a porte chiuse. La partita verrà ripetuta forse oggi, fissata la data. Parole al vento, mentre fuori infuriava la bagarre. E il prossimo derby potrebbe giocarsi a porte chiuse. Questa è l’ipotesi sulla quale, da ieri sera, stanno ragionando le massime autorità di sicurezza. Il prefetto di Roma Achille Serra ha annunciato l’apertura di un’inchiesta, per capire davvero cosa è successo all’Olimpico. In base ai risultati prenderà le sue decisioni. Ma quando si potrebbe ripetere il derby? Certo non questa settimana, visto che giovedì la Roma è impegnata contro il Villarreal. Poi dipenderà anche dal cammino giallorosso in Coppa Uefa: se Totti e compagni andranno avanti, la partita potrà slittare ancora. “È stata rimandata a data da destinarsi”, dice il direttore generale biancoceleste Giuseppe De Mita. Intanto, mentre fuori dai cancelli erano in atto gli scontri tra tifosi e poliziotti, in campo parlavano i rappresentanti delle due squadre: il capitano Totti e Mihajlovic, il presidente della Roma Sensi e l’amministratore delegato della Lazio Masoni. Un messaggio per rassicurare la gente e farla andare a casa serena. Che però non ha sentito quasi nessuno: le tribune, infatti, si erano già svuotate.