È arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma fino a un certo punto. Ruben Amorim non è più l’allenatore del Manchester United. L’esonero del tecnico portoghese rappresenta l’ennesimo capitolo negativo di una storia che, ormai da anni, sembra non trovare via d’uscita a Old Trafford.
I risultati non sono mai realmente decollati. Nonostante investimenti pesanti, campagne acquisti faraoniche e continui cambiamenti strutturali, il Manchester United ha continuato a navigare in acque torbide. Amorim, arrivato con l’etichetta dell’allenatore giovane, moderno e innovativo, non è riuscito a incidere né sul piano del gioco né su quello dei risultati.
La decisione della dirigenza, però, non sarebbe legata esclusivamente all’andamento sul campo. A pesare in maniera decisiva sono state anche le dichiarazioni rilasciate dall’ormai ex tecnico dopo il pareggio contro il Leeds United, una squadra reduce da una lunga serie positiva in Premier League. Un risultato che, paradossalmente, aveva un peso specifico importante, ma che ha fatto esplodere definitivamente le tensioni interne.
In conferenza stampa, Amorim si è lasciato andare a uno sfogo durissimo:
“Io non sono l’allenatore del Manchester United, sono il manager. Sono stato preso per fare il manager e per i prossimi 18 mesi farò quello”.
Parole che hanno segnato una frattura profonda con la dirigenza. Un messaggio chiaro, diretto, che ha evidenziato un rapporto ormai deteriorato e una visione completamente divergente tra panchina e società. Quando i risultati non arrivano e la comunicazione si rompe, l’epilogo è quasi sempre lo stesso.
Il Manchester United, ancora una volta, cambia guida tecnica senza aver risolto i problemi strutturali che lo affliggono da anni. Dall’addio di Sir Alex Ferguson, il club non è più riuscito a individuare l’uomo giusto al momento giusto. Tentativi diversi, filosofie opposte, allenatori giovani e profili più esperti: il risultato, però, non è mai cambiato.
Secondo molti osservatori, Amorim non era il nome adatto per un club così prestigioso e complesso. Il Manchester United non è una piazza come le altre: richiede carisma, esperienza, capacità di gestione dello spogliatoio e resistenza a una pressione quotidiana enorme. Qualità che difficilmente si possono improvvisare, soprattutto arrivando da campionati dove il peso mediatico e ambientale è nettamente inferiore.
Il problema non è solo tecnico, ma culturale. Allenatori giovani e promettenti possono crescere, ma Old Trafford non è il luogo ideale per imparare. Servirebbe una figura abituata a vincere, a gestire grandi campioni, a lavorare in club dove ogni conferenza stampa è una prova di forza. Profili alla Carlo Ancelotti, Luis Enrique o allenatori con un curriculum internazionale pesante avrebbero forse garantito maggiore stabilità.
Nel frattempo, la società ha deciso di affidare temporaneamente la squadra a Darren Fletcher, in attesa di una scelta definitiva. Una soluzione tampone che conferma l’assenza di una strategia chiara anche nel post-esonero.
Il Manchester United continua a spendere, continua a cambiare, ma continua soprattutto a perdere identità. Amorim non ha convinto, l’esonero forse è tardivo, ma resta la sensazione che il problema sia molto più profondo di un singolo allenatore. Finché non verrà affrontata questa realtà, il club resterà lontano anni luce dai fasti dell’era Ferguson.
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