La Lazio è Giuseppe Signori e non può non esser tale

Re Beppe incarna la Lazialità più profonda, più audace

Tra i tanti volti di tifosi che affollano gli stadi, i bar, i centri scommesse e i maxi schermi che trasmettono le partite di calcio, troverete una moltitudine di appassionati che sono divenuti tali grazie ad icone, a calciatori-simbolo. Tali supporters hanno avuto con questo sport un approccio che può definirsi netto e che non si può nemmeno spiegare, perché arriva, ti strega e ti rapisce, per non lasciarti andare mai più. Una generazione di appassionati deve ai palleggi con l’arancia di Maradona o agli elastici e agli stop di palla surreali di Ronaldinho (tra cui il sottoscritto che Vi scrive) la ragion d’essere di una passione che ha dell’ermetico (riferito all’ermetismo, scuola di pensiero e poesia occulta). Le schematizzazioni sociali per categorizzare e disegnare improbabili mappe del tifo sono ormai anacronistiche e prive di fondamento; eppure, del tifoso laziale si potrebbe fare un identikit. Di certo, in buon parte dei nati negli anni ’70-’80, troverete chi ama il calcio ed ha sposato la fede laziale grazie a Giuseppe Signori. Il ragazzo di Alzano Lombardo è uno dei volti più amati dell’emisfero a tinte celesti della Capitale, per lui ha tremato l’Olimpico e han tremato le strade, su di lui si è abbattuta la scure degli scandali italiani e nelle sue capacità di incidere si è acceso il dibattito pubblico dell’Italia pallonara, in quella calda e maledetta estate americana del 1994.

Signori nasce e cresce in una regione che sa di terra promessa per molti laziali: quella Lombardia che ha dato alla casacca biancazzurra bandiere come Luciano Re Cecconi e Renzo Garlaschelli, per finire ad oggi con il roccioso centrale di difesa Francesco Acerbi, una sorta di Terra Promessa che partorisce un talentuoso attaccante mancino dalla statura bassa, un gap per una punta degli anni ’80. Se nel calcio moderno i brevilinei si impongono per rapidità d’esecuzione e palleggio, quarant’anni fa in area contavano senso della posizione, fiuto del gol e fisico per prevalere; gli anni’ 80 sono quelli dei Paolo Rossi, arieti che puntano la porta e lottano per il controllo degli spazi aerei. Ma tant’è: l’Inter ci crede e dalle officine nerazzurre parte l’esperimento lungo quattro anni in cui Beppe colleziona un’esperienza vuota e che si arena nei dilettanti del Leffe, dove resterà per tre stagioni. I campionati interregionali a cui partecipa irrobustiscono il telaio osseo del futuro campione, il quale alterna allenamenti e lavoro negli stabilimenti tessili, in virtù del diploma di perito tecnico che ha conseguito nel comune di nascita. La formazione professionale del calciatore si materializza nella vicina Piacenza, nella stagione 86/87, giocando come mezz’ala e dove giocatori più esperti, come Madonna, Degradi e Simonetta gli offrono chicche e consigli per migliorarlo; Signori gioca 14 partite e segna 1 goal, la media realizzativa resta bassa e i Papaveri biancorossi lo cedono al Trento in serie C1. In Alto Adige Signori mantiene ancora una rapporto presenze/gol piuttosto esiguo, ma l’anno seguente, 1988/89, il Piacenza crede in lui e lo riporta in Serie B, dandogli 32 chances da titolare e raccogliendo 5 reti. E’ una stagione negativa per tutta la squadra, che retrocede in C1 e pianifica un rinnovo societario e dell’organico. Detta degregorianamente, il ragazzo si farà. Lontano da casa e in pieno Meridione, a Foggia, sotto l’attenta osservazione di un revolucionario del calcio europeo: il boemo Zeman ci crede e gli piazza il 10 sulle spalle, gli scarica addosso il peso dell’attacco trasformandolo in terminale di gioco e sposta follemente il baricentro di tutta la squadra in avanti. Follia. Ma c’è bisogno anche di questa per compiere le imprese. Il bomber ed ex laziale Meluso si fa male, il destino fa il nome di Signori, il quale prende così il posto in avanti e comincia a cercare più insistentemente la via del gol, trovandola 14 volte nel primo campionato in 34 incontri. Confermato l’anno successivo tra i satanelli, si rende protagonista della favola rossonera, salendo trionfalmente in Serie A e richiamando l’attenzione dei protagonisti del calcio nazionale: in 32 partite segna 11 goal e incrementa notevolmente la qualità delle giocate e delle prestazioni complessive, la cui regia è detenuta da Dzeman che, oltre e rivelargli le doti di goleador, lo rinforza nel fisico e lo abitua al tiro immediato. La prima statuetta in bacheca porta inciso il nome di Calciatore d’Oro per la stagione 1991/92, il giovane Beppe è pronto per spiccare il volo: il patron della Lazio Cragnotti sostituisce più che degnamente il beniamino Ruben Sosa e Signori diventa un’aquilotto nell’estate 1992, giungendo alla corte di Dino Zoff, allenatore ed ex calciatore di grande fama del calcio nazionalpopolare. Il biglietto da visita sa di mitologia ed effetti speciali: doppietta alla Sampdoria nel rocambolesco 3-3 di Marassi, chi ben comincia dunque è a metà dell’opera. Signori segna in tutti i modi, il suo mancino fa paura ai portieri, sul dischetto è glaciale e non prende la rincorsa, fornisce assistenza brillante a tutti i suoi partner offensivi, siano essi Riedle o Boksic e vince tre classifiche cannonieri consecutive, dal 1993 al 1996. Degli anni in biancoceleste, le cifre sono leggendarie: 1992/93 – 26 reti in 32 partite; 1993/94 – 23 reti in 24 partite; 1994/95 – 17 reti in 27 partite; 1995/96 – 24 reti in 31 partite; 1996/97 – 15 reti in 32 partite; 1997/98 – 2 reti in 6 partite, nelle coppe italiane, nei 6 anni trascorsi alla Lazio, disputa 24 incontri e segna 17 reti mentre nelle coppe europee mette a segno 3 reti in 19 partite. L’assenza di trofei con la Lazio è la nota amara della sua carriera nei club, ai quali si aggiunge l’incomprensione con un altro dei grandi del calcio: Arrigo Sacchi, teorico del calcio totale con il Milan degli Olandesi, guida la Nazionale Italiana nella spedizione mondiale americana relegando Signori dapprima sulla fascia, poi in panchina. Un disastroso equivoco tattico, coronato dalla delusione corale della semifinale persa ai rigori con il Brasile e preceduto da un’esperienza unica fino a quel momento nella storia del calcio.

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Il presidente Cragnotti non ha ancora in mente i progetti delle future epopee ma, soprattutto, necessita urgentemente di liquidità. Una scena già vista (ne parliamo qui: https://www.since1900.it/alessandro-nesta-ad-umbria24-il-mio-calcio-era-la-lazio/), un amaro resoconto che la vita ha già consegnato ai laziali. L’11 giugno 1995 Cragnotti raggiunge con la dirigenza emiliana del Parma l’accordo per la cessione del bomber ai ducali in cambio di 22 miliardi di lire. Oltre 5.000 persone si accalcano in via Novara, sotto la sede amministrativa della Società Sportiva Lazio. La protesta è veemente ma civile: i supporters laziali rivendicano il diritto di sognare. Per troppi anni hanno assaggiato la delusione, l’amarezza e l’umiliazione di una nobile costretta a lottare per non franare negli abissi del calcio provinciale. La Repubblica dell’11 giugno 1995 titola: “Roma si ribella. Signori non parte”. L’articolo prosegue: “La rivolta della Roma biancoceleste ha fermato la mano di Sergio Cragnotti. Al termine di una convulsa giornata, scandita da cortei di protesta che hanno attraversato la città, mentre un assedio dei tifosi circondava la sede della Lazio, e dopo che a Parma Calisto Tanzi aveva già rivelato l’accordo, è arrivato l’annuncio di Dino Zoff: Giuseppe Signori era ritirato dal mercato, era stato tutto un brutto sogno, l’atleta più amato dai laziali restava a Roma”. Qualche anno più tardi, i ragazzi del direttivo ultras Irriducibili organizzeranno una protesta contro la Federazione italiana, in seguito ai torbidi episodi della partita scudetto Parma Juventus; l’epilogo è noto a tutti. La carriera di Beppe conoscerà altri forti sussulti a Bologna, poiché la cessione da parte di Cragnotti arriverà poco più tardi in seguito a dissapori con Eriksson e il beniamino laziale soffrirà di problemi fisici legati a un’ernia che gli condizionerà per sempre la carriera.

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La storia di Signori è dunque la storia della Lazio. Talento, bellezza pura e sofferenza. Le vicende legate al calcioscommesse, i problemi fisici, la pesante ombra di campioni ben più considerati e iridati dalla stampa nazionale e un pizzico di fortuna in più che in carriera gli è mancata si intrecciano con i destini della squadra che più di tutti ha dato lustro alle sue capacità. Il legame con la tifoseria, che gli intona cori e gli dedica striscioni, rende idilliaco un rapporto negli anni consolidato e che non ha vacillato neanche davanti alle sentenze della Commissione disciplinare della FIGC. Il secondo marcatore più prolifico della storia biancoceleste, dopo Silvio Piola, ha l’anima laziale e ogni tifoso vorrebbe che il suo beniamino incarnasse lo spirito e l’essenza del club d’appartenenza, vorrebbe che corresse sotto la curva dopo un gol nel derby consapevole di beccarsi un rosso per somma di ammonizioni. Vorrebbe, insomma, che fosse Beppe Signori.

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Un ringraziamento speciale a Laziowiki per i dati forniti.