Dalla favola Castel di Sangro al trono della FIGC: come un manager di provincia ha scalato il sistema calcio, sopravvivendo a due fallimenti mondiali e blindando una leadership che oggi appare assoluta.
Il naufragio del 2017: l’anno zero del calcio italiano
Tutto ha inizio dalle macerie di quella notte di San Siro nel novembre 2017. L’Italia fuori dai Mondiali non era solo un fallimento sportivo, ma il crollo di un intero sistema politico. Con le dimissioni di Carlo Tavecchio, la Federazione precipitò in una paralisi istituzionale senza precedenti, vittima di veti incrociati tra Leghe, calciatori e allenatori. In quel caos, mentre la nave del calcio italiano affondava senza bussola, emergeva la figura di Gabriele Gravina.
Non era un politico di palazzo, ma un manager che portava con sé il “miracolo” Castel di Sangro: la prova vivente che con programmazione e sostenibilità si potesse battere il gigantismo economico.
La scalata: dallo scacco matto al plebiscito
Il percorso di Gravina verso la vetta è un vero thriller politico. Il primo tentativo di elezione nel gennaio 2018 finì nel nulla: il 60% di schede bianche fotografò un sistema bloccato. Seguì il commissariamento, ma dietro le quinte Gravina tesseva la sua tela. In soli nove mesi, riuscì a unire le fazioni in guerra, presentandosi come l’uomo della stabilità.
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Il risultato fu storico: eletto con il 97,2% dei voti. Il suo programma, “A Vele Spiegate”, prometteva riforme profonde sulla giustizia sportiva e sulla sostenibilità economica. Ma la realtà si sarebbe rivelata un’altalena emotiva pazzesca.
Luci e Ombre: Il paradosso di un leader intoccabile
La gestione Gravina è un unicum nella storia del nostro sport, caratterizzata da picchi altissimi e baratri profondi:
- I Successi: Il trionfo a Euro 2020, il passaggio al professionismo per il calcio femminile e il rilancio delle nazionali giovanili.
- I Fallimenti: L’atroce esclusione dai Mondiali 2022 (la seconda consecutiva) e le tensioni mai sopite con la Lega Serie A.
Come ha fatto a sopravvivere a critiche che avrebbero travolto chiunque? La risposta sta nella sua abilità di stratega politico. Mentre in Italia veniva attaccato, Gravina costruiva un potere immenso all’estero, scalando i vertici della UEFA fino a diventare Vicepresidente. Questo prestigio internazionale lo ha reso, di fatto, intoccabile in patria.
“L’eredità di Gravina non si misurerà solo sui trofei, ma sulla capacità di aver trasformato la FIGC in una macchina di potere centrale e riformata.”
La riforma dello Statuto e il controllo totale
La mossa definitiva è stata la riforma dello Statuto federale. Cambiando i pesi interni e garantendo più autonomia (ma anche più responsabilità) alla Serie A, Gravina ha blindato il consenso dei club più potenti. La tabella delle sue rielezioni parla chiaro: dal 73% del 2021 (momento di massima frattura con i dilettanti) si è arrivati al plebiscito del 99% nel 2025.
Conclusione: Manager o Politico?
Gabriele Gravina lascia un’eredità complessa. È stato l’architetto della rinascita europea, ma anche il presidente di due Mondiali guardati dal divano. È stato un manager d’azienda applicato al calcio, ma soprattutto un politico sopraffino capace di riscrivere le regole mentre la partita era in corso. Il futuro del nostro calcio dipenderà dalla solidità di quelle riforme strutturali che, nel bene o nel male, portano la sua firma indelebile.
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