Romano Floriani Mussolini ha segnato il suo primo gol in Serie A con la Lazio. E ancora una volta, insieme alla prestazione del calciatore, è tornato inevitabilmente al centro dell’attenzione il suo cognome.
È successo dopo il 6-2 contro il Sassuolo, così come era già accaduto durante l’esperienza alla Juve Stabia.
Una situazione particolare, perché Floriani non è soltanto un giovane terzino cresciuto nel settore giovanile biancoceleste.
È anche un discendente di Benito Mussolini.
E ogni volta che segna, gioca bene o semplicemente viene nominato, il dibattito finisce spesso per spostarsi dal calcio alla storia e alla politica.
Ma a questo punto una domanda è legittima:
non sarebbe arrivato il momento di giudicare Romano Floriani Mussolini semplicemente per quello che fa sul campo?
Il primo gol in Serie A riaccende l’attenzione internazionale
Contro il Sassuolo, Floriani ha segnato il gol del momentaneo 3-1 della Lazio, il primo della sua carriera in Serie A. La prestazione è stata una delle conferme della sua crescita in questa prima parte di stagione.
La notizia ha avuto rapidamente eco anche all’estero.
Il quotidiano spagnolo Marca, ad esempio, ha dedicato spazio proprio alla parentela del calciatore con Benito Mussolini, ricordando anche le polemiche sorte durante la precedente esperienza alla Juve Stabia.
È comprensibile che un cognome così pesante dal punto di vista storico susciti attenzione.
Ma il rischio è che la biografia familiare finisca per sovrastare completamente quella sportiva.
Floriani non è responsabile della propria genealogia
Questo dovrebbe essere il punto di partenza.
Un calciatore non sceglie la propria famiglia.
Non sceglie il proprio cognome.
E soprattutto non può essere considerato responsabile delle azioni compiute da un proprio antenato.
Benito Mussolini e il regime fascista appartengono alla storia italiana e il giudizio storico sul fascismo non dipende certamente dalla carriera calcistica di Romano Floriani.
Separare i due piani non significa cancellare la storia.
Significa semplicemente riconoscere una responsabilità individuale.
Il precedente della Juve Stabia
La questione era già esplosa nel dicembre 2024.
Floriani segnò contro il Cesena e, come accade normalmente dopo un gol, lo speaker pronunciò il nome del giocatore mentre i tifosi risposero gridandone il cognome.
Le immagini fecero il giro del web e nacque una polemica sull’eventuale significato politico dell’esultanza.
La Juve Stabia respinse qualsiasi interpretazione politica, spiegando che il rituale era identico a quello utilizzato per tutti gli altri marcatori.
La Procura FIGC decise comunque di approfondire l’episodio e predisporre un rapporto per il giudice sportivo.
È importante però sottolineare una cosa:
l’attenzione riguardava il comportamento sugli spalti, non una condotta politica del calciatore.
Floriani ha già parlato dei pregiudizi
Il ragazzo stesso ha affrontato il tema in passato.
Dopo le polemiche legate alla Juve Stabia aveva spiegato che i pregiudizi sarebbero probabilmente rimasti, ma che il proprio lavoro non aveva nulla a che fare con quelle vicende.
Una posizione molto semplice:
io gioco a calcio.
Ed è forse proprio da lì che bisognerebbe ripartire.
Alla Lazio sta dimostrando di poter stare in Serie A
Sul piano sportivo, Floriani sta facendo parlare il campo.
Gattuso gli ha dato spazio.
L’infortunio di Marusic gli ha aperto inizialmente una possibilità, ma poi il giocatore ha dovuto meritarsi la conferma attraverso le prestazioni.
Ha retto partite importanti.
Ha giocato a Torino contro la Juventus.
Ha trovato il primo gol in Serie A contro il Sassuolo.
E soprattutto sta mostrando caratteristiche perfettamente adatte al calcio di Gattuso: corsa, intensità, capacità di accompagnare l’azione e grande disponibilità fisica.
Non stiamo parlando del nuovo Paolo Maldini.
Ma neanche di un giocatore presente in Serie A per il proprio cognome.
Floriani sta giocando perché se lo sta meritando.
Una carriera costruita senza scorciatoie
Il percorso, del resto, racconta una crescita graduale.
Settore giovanile della Lazio.
Prestiti.
Serie C con il Pescara.
Serie B con la Juve Stabia.
Poi la Serie A.
Non è stato catapultato direttamente nella prima squadra biancoceleste.
Ha dovuto costruirsi il proprio percorso.
E proprio la stagione alla Juve Stabia aveva già mostrato come potesse reggere il calcio professionistico.
Il cognome lo ha rallentato? Non possiamo saperlo
Si può avere la sensazione che un cognome così ingombrante abbia creato pressioni e attenzioni aggiuntive.
Questo è evidente.
Molto più difficile, invece, sostenere che la Lazio lo abbia fatto debuttare tardi a causa del cognome.
Non abbiamo elementi per dimostrarlo.
I prestiti possono essere interpretati anche semplicemente come parte del normale percorso di crescita di un giovane calciatore.
Quello che possiamo dire con certezza è che Floriani ha dovuto convivere con un’attenzione mediatica decisamente superiore a quella riservata normalmente a un ragazzo della sua età.
E la Nazionale?
Qui il discorso diventa interessante.
Il commissario tecnico dell’Italia è nuovamente Roberto Mancini, tornato sulla panchina azzurra nel luglio 2026.
Nelle convocazioni di settembre Mancini ha già dimostrato di voler osservare diversi giovani, chiamandone nove per la prima volta.
Floriani non faceva parte di quel gruppo.
Ma da allora ha continuato a giocare e a crescere.
La domanda sulla possibile convocazione, quindi, può essere assolutamente posta dal punto di vista tecnico.
Floriani merita almeno di essere osservato
L’Italia non vive certamente un periodo ricchissimo di terzini destri.
Mancini ha a disposizione giocatori come Di Lorenzo, Kayode e altri profili più giovani già entrati nel giro azzurro.
Floriani dovrà quindi guadagnarsi il posto attraverso continuità e rendimento.
Ma se continuerà a giocare come sta facendo con la Lazio, è legittimo considerarlo un candidato da monitorare.
Un’eventuale mancata convocazione, però, non potrebbe essere automaticamente attribuita al cognome senza elementi concreti.
Il criterio deve essere soltanto uno: il campo
È questo il punto centrale.
Se Floriani giocherà male, dovrà essere criticato.
Se ci saranno terzini italiani migliori di lui, Mancini dovrà convocare loro.
Se perderà il posto nella Lazio, sarà normale.
Ma se continuerà a giocare bene, il suo cognome non dovrebbe trasformarsi in un handicap.
Nel calcio professionistico dovrebbe contare soprattutto ciò che accade nei novanta minuti.
Non bisogna neppure ignorare comportamenti realmente politici
Allo stesso tempo, separare Floriani dalla storia del suo cognome non significa che ogni comportamento sugli spalti debba essere automaticamente considerato innocuo.
Un coro con il semplice cognome del giocatore e un gesto esplicitamente celebrativo del fascismo sono due cose differenti.
Il primo può appartenere normalmente al tifo calcistico.
Il secondo entra in un terreno politico e storico completamente diverso.
La distinzione è fondamentale.
Perché serve sia a non accusare ingiustamente il calciatore, sia a non minimizzare eventuali comportamenti che abbiano realmente un significato politico.
Floriani merita una carriera sua
Romano Floriani Mussolini ha 23 anni.
Ha appena segnato il primo gol in Serie A.
Sta giocando da titolare nella Lazio capolista.
E si sta guadagnando spazio con le proprie prestazioni.
La sua carriera dovrebbe essere raccontata per questo.
Per i cross.
Per le corse sulla fascia.
Per gli errori.
Per i gol.
Per le prestazioni.
Non per qualcosa accaduto molti decenni prima della sua nascita.
Romano Floriani Mussolini non può cambiare il proprio albero genealogico. Può però scrivere la propria storia. E quella, almeno nel calcio, dovrebbe dipendere soltanto da lui.
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