
L’assoluzione degli ex esponenti degli Irriducibili dall’accusa di tentata estorsione si arricchisce di dettagli a dir poco sconcertanti. Dopo aver scontato nove mesi di custodia cautelare, i tifosi sono stati scagionati, ma l’inchiesta condotta da Il Tempo sulle motivazioni della sentenza emessa dalla seconda sezione penale della Corte di Appello di Roma svela retroscena clamorosi sulle (mancate) prove portate in tribunale.
Le intercettazioni sparite e il server distrutto
Il primo elemento sollevato dal quotidiano romano riguarda la gestione del materiale probatorio. Risulta infatti che il server contenente le intercettazioni telefoniche, considerate in un primo momento la prova cardine delle presunte estorsioni ai danni del presidente Claudio Lotito, attualmente impegnato anche sul fronte Reggina, sia stato incredibilmente distrutto subito dopo il primo grado di giudizio.
Questa operazione ha di fatto impedito agli avvocati difensori di valutare il reale peso delle telefonate e, soprattutto, di poterne certificare l’autenticità. A questo si aggiunge la misteriosa mancanza di alcuni tabulati telefonici, documenti che sarebbero stati fondamentali per verificare la vera origine delle chiamate accusatorie.
Il giallo delle lettere e le telefonate “fatte in casa”
L’analisi della Corte si è poi concentrata sugli episodi specifici inseriti nel capo d’imputazione. Nel settembre 2005, ad esempio, furono recapitate a casa Lotito due lettere con chiare minacce rivolte alla moglie, Cristina Mezzaroma. Un episodio che lasciò perplesso lo stesso presidente, il quale aveva da poco assunto delle guardie giurate per sorvegliare l’abitazione, le quali curiosamente non notarono alcun movimento sospetto. Da qui è nata la tesi della difesa: le missive potrebbero essere state depositate dalla stessa moglie nel tentativo di indurre il marito, allarmato dal clima, a cedere le quote della società.
A rendere il quadro accusatorio ancora più traballante c’è l’episodio del novembre 2005. Lotito denunciò di aver ricevuto diverse telefonate anonime, mute e cariche di insulti. Tuttavia, stando a quanto testimoniato in aula da Giannini, all’epoca responsabile della DIGOS, quelle specifiche chiamate minatorie sarebbero partite proprio dalle utenze domestiche della casa dello stesso Lotito. Un dettaglio surreale che ha inevitabilmente contribuito a smontare il teorema accusatorio, certificando l’assenza di prove a carico della tifoseria.
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