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Mulè accende la polemica: “Contestazione? Saranno tifosi della Roma”

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Contestazione Lazio Lotito: un dettaglio delle strade di Roma durante le proteste della tifoseria.

In un clima ambientale già incandescente, dove la frattura tra la piazza e la società sembra ormai insanabile, arriva una dichiarazione destinata a scatenare un vero e proprio terremoto mediatico di Mulè. La contestazione contro Claudio Lotito, spostatasi nelle ultime ore dai seggiolini dello Stadio Olimpico ai muri della città eterna, ha provocato la reazione immediata della politica. Ma è la natura della risposta, intrisa di sarcasmo e sfida, ad aver colpito nel vivo l’orgoglio della tifoseria biancoceleste.

Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e figura di spicco di Forza Italia, è intervenuto a gamba tesa sulla questione dei manifesti apparsi nella notte a Roma, liquidando il dissenso dei laziali con una battuta che suona come la peggiore delle offese per chi frequenta la Curva Nord.

La miccia: i manifesti contro il partito di Lotito

Il pretesto per l’accensione della nuova polemica è stato il blitz notturno che ha tappezzato alcuni quartieri della Capitale. I tifosi, esasperati da una gestione sportiva ritenuta inadeguata e da un mercato che ha lasciato la rosa incompleta, hanno deciso di colpire il presidente nel suo doppio ruolo di imprenditore e senatore.

I manifesti, recanti il simbolo di Forza Italia barrato e lo slogan “Finché c’è Lotito non avrete il nostro voto”, rappresentavano un salto di qualità nella protesta: non più solo cori da stadio, ma una minaccia concreta di dissenso elettorale. Un messaggio politico forte, che richiedeva una risposta altrettanto politica. Invece, la replica si è spostata sul piano del tifo, trasformando una rivendicazione sociale in uno sfottò da bar.

Le dichiarazioni Mulè Lazio: l’attacco alla tifoseria

Intervistato da Il Tempo, Giorgio Mulè non ha usato mezzi termini per difendere il compagno di partito, ma è la chiosa finale del suo ragionamento ad aver fatto deflagrare la rabbia sui social e nelle radio romane. Dopo aver condannato il gesto, il deputato ha lanciato la provocazione definitiva: “Saranno tifosi della Roma…”.

Queste specifiche dichiarazioni Mulè Lazio vengono lette dall’ambiente come un tentativo di delegittimazione totale. Etichettare i contestatori come “romanisti” significa negare l’evidenza di uno stadio vuoto (con 28mila abbonati che hanno disertato la prelazione di Coppa Italia) e ridicolizzare la sofferenza sportiva di migliaia di sostenitori laziali. Invece di analizzare le ragioni del malcontento, la politica sceglie la via della negazione, bollando la protesta interna come un’azione di disturbo esterna, quasi fosse un sabotaggio dei rivali cittadini.

“Fallo proibito”: la difesa politica del patron

Prima della stoccata finale, il vicepresidente della Camera aveva argomentato la sua posizione utilizzando metafore calcistiche per blindare la figura di Claudio Lotito. “È l’ennesimo fallo proibito nei confronti del presidente”, ha affermato Mulè, sottolineando come “mischiare politica e sport è la cosa più sbagliata che si possa fare”.

Una difesa d’ufficio che però si scontra con la realtà dei fatti: è stato lo stesso patron, nel corso degli anni, a rivendicare spesso i suoi successi politici parallelamente a quelli sportivi. La sensazione diffusa tra i tifosi è che la “commistione” venga accettata solo quando porta lustro, ma diventi un “fallo proibito” quando la base elettorale — che coincide in gran parte con quella del tifo — presenta il conto di una gestione deficitaria.

La reazione della piazza: benzina sul fuoco

Se l’obiettivo delle parole di Mulè era quello di spegnere l’incendio o di isolare i contestatori, l’effetto ottenuto rischia di essere diametralmente opposto. Definire “romanista” chi sta rinunciando ad andare allo stadio per amore della Lazio è una mossa che compatta ulteriormente il fronte anti-societario.

Questa uscita infelice rischia di inasprire i toni in vista dei prossimi appuntamenti. La tifoseria si sente ora sotto attacco non solo dalla propria dirigenza, ma anche dalle istituzioni che dovrebbero rappresentarla. In un momento in cui servirebbe diplomazia per ricucire lo strappo e permettere a Maurizio Sarri di lavorare con serenità, la politica ha scelto di gettare benzina sul fuoco, trasformando una legittima contestazione in una guerra di principio.



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