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Pirateria e Serie A: Il Pezzotto è l’unico colpevole?

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Illustrazione concettuale che mostra il logo della Serie A diviso tra uno schermo digitale protetto e un'ombra che rappresenta la pirateria su sfondo finanziario.

L’Amministratore Delegato della Lega Serie A, Luigi De Siervo, ha individuato nel “pezzotto” il principale colpevole della crisi del calcio italiano. Ma un’analisi più profonda suggerisce che la pirateria potrebbe essere solo un comodo alibi per nascondere problemi strutturali ben più gravi.


La versione ufficiale: il j’accuse di De Siervo

Secondo i vertici della via Rosellini, il nesso è diretto e spietato: la pirateria sottrae risorse vitali ai club. Le parole di De Siervo sono taglienti e delineano uno scenario in cui, senza i proventi dei diritti TV erosi dall’illegalità, le società non hanno la forza economica per acquistare i grandi campioni, impoverendo lo spettacolo e il valore del prodotto Serie A.

I numeri del danno: quanto perde davvero lo sport?

Ma di quali cifre parliamo? Secondo lo studio Fapav/Ipsos di quest’anno, il danno economico stimato per tutto lo sport dal vivo in Italia è di 350 milioni di euro all’anno. Un dato alimentato da una fetta considerevole della popolazione: il 15% degli adulti italiani ammette di aver usufruito di contenuti sportivi in modo illegale. Una cifra importante, certo, ma sufficiente a spiegare il declino del nostro calcio?

Il confronto impietoso con la Premier League

Se allarghiamo l’orizzonte, il quadro cambia drasticamente. Confrontando i 350 milioni persi con il divario di ricavi che ci separa dalla Premier League, ci troviamo di fronte a un vero “Grand Canyon” economico. Il gap annuale con il campionato inglese, solo per i diritti TV, è di circa 2,7 miliardi di euro—quasi otto volte il danno stimato della pirateria.

“Nella stagione 2022/23, il Southampton, ultimo e retrocesso in Premier League, ha incassato circa 50 milioni di euro in più del Napoli Campione d’Italia.”

Questo paradosso evidenzia come il problema non sia solo ciò che viene rubato, ma quanto poco valga ciò che viene venduto rispetto ai competitor esteri.

Piracy Shield: una soluzione controversa

La risposta del sistema italiano si è concentrata sulla tecnologia con il Piracy Shield, una piattaforma pensata per oscurare i siti pirata in meno di 30 minuti. Tuttavia, esperti come il Professor Zanero del Politecnico di Milano l’hanno definita una misura “rozza”, simile a un firewall cinese che blocca interi indirizzi IP anziché singoli contenuti. Il rischio di “danni collaterali” è già realtà: il sistema ha recentemente bloccato per errore servizi legali come Google Drive.

Oltre la repressione: il modello Spotify e Netflix

La storia recente di musica e cinema insegna che la pirateria non si batte solo con i tribunali, ma con l’efficienza. Spotify, Steam e Netflix hanno vinto offrendo un’alternativa legale più comoda, accessibile e a un prezzo equo. In Italia, la necessità di sottoscrivere molteplici abbonamenti costosi per seguire la propria squadra è spesso la spinta principale verso l’illegalità.

Conclusioni: serve una riforma strutturale

Dare la colpa alla pirateria è la via più semplice, ma per tornare competitivi non serve un firewall più potente: serve una riforma coraggiosa del modello di business. Stadi moderni, una distribuzione dei ricavi più equa e un prodotto televisivo di maggior appeal internazionale sono il “masso” necessario per innescare una vera valanga di crescita.



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