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L’illusione del ‘top player arbitrale’ e il silenzio della Lazio

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Prima ancora di parlare dell’ennesimo episodio arbitrale ai danni della Lazio, bisogna fare un passo indietro. Bisogna tornare all’estate scorsa, quando in pieno mercato bloccato i sostenitori più fedeli alla linea societaria si affrettavano a difendere Lotito parlando di un grande acquisto. Non si trattava di un calciatore, perché di soldi per fare mercato non ce n’erano. No, l’investitura riguardava Riccardo Pinzani, nuovo club referee manager, figura chiamata a gestire i rapporti tra la Lazio e il mondo arbitrale. Per settimane ci è stato ripetuto che sarebbe stato “il top player dell’estate”, l’uomo che avrebbe cambiato tutto, perché ben introdotto tra gli arbitri di Serie A e Serie B.

Una favola. Lo era allora ed è ancora più evidente oggi. Pensare che l’arrivo di un dirigente possa magicamente impedire torti arbitrali è un atto di ingenuità, o molto più semplicemente un tentativo di difendere la società a prescindere dalla realtà. Pinzani non aveva — e non ha — alcun potere per indirizzare gli episodi. E infatti, appena iniziato il campionato, la narrazione si è dissolta: gli episodi contrari alla Lazio sono tornati puntuali come sempre.

Ma per capire la profondità del problema serve fare un altro passo indietro. A Open Var, lunedì scorso, il designatore Gianluca Rocchi ha espresso parole durissime sulla presunta simulazione di Isaksen in Lazio–Lecce: “L’episodio mi infastidisce”. Una frase pesante, anzi gravissima. Mai, in anni di dichiarazioni, Rocchi aveva detto di essere “infastidito” da una caduta di McKennie, da uno dei mille tuffi di Saelemaekers o dalle sceneggiate di Lautaro Martínez. L’unico che lo ha fatto irritare — guarda caso — è un giocatore della Lazio.

E qui emerge il vero problema: la Lazio non ha difeso se stessa. Una società seria, una società strutturata come Inter, Milan o Juventus, dopo quelle dichiarazioni avrebbe immediatamente mandato un dirigente in ogni redazione possibile, avrebbe preteso spiegazioni e ricordato al pubblico che, nell’azione del gol del Lecce, il VAR avrebbe dovuto rivedere un possibile fallo su Basic, proprio come lo scorso anno aveva annullato un gol a Rovella dopo un check di un minuto intero su un contatto nella metà campo opposta. Invece? Silenzio. Nessuna nota ufficiale. Nessuna presa di posizione. Nessuna difesa del proprio calciatore.

Quel silenzio ha preparato il terreno a quanto accaduto a Milano. Dopo le parole di Rocchi, l’odore dell’episodio negativo era forte. E infatti, contro il Milan, si è materializzato puntualmente: il clamoroso rigore non concesso al 95’, con Pavlović che colpisce la palla col braccio largo, dopo check al monitor, è stato trasformato in un fallo di Marusic. Un’inversione logica rara, un episodio che avrebbe meritato la protesta feroce di una società viva. Invece? Ancora silenzio. Nessun dirigente a fine gara. Nessuna voce forte. Nessun comunicato. La Lazio ha lasciato parlare gli altri, regalando spazio a chi sosteneva che “non era rigore”. Perché se la Lazio non difende sé stessa, perché dovrebbero farlo i media?

Nel 2025, il silenzio non è eleganza. È resa. È dire implicitamente: “Va bene così”. È permettere che la narrazione diventi quella degli avversari. È accettare che l’arbitro abbia ragione. È rinunciare al proprio ruolo. E questo, più di ogni torto arbitrale, è il fallimento della gestione Lotito.

La Lazio non ha una struttura dirigenziale all’altezza. Non c’è nessuno con autorevolezza e peso mediatico in grado di tutelare il club nei momenti critici. Nessuno che alzi la voce come avrebbero fatto Zoff, Paglia o Governato ai tempi di Cragnotti. Allora sì che la Lazio veniva rispettata. Perché aveva figure credibili, ascoltate, capaci di incidere. Oggi no. Oggi c’è un presidente solo, impegnato nelle sue guerre personali che ricadono sulla squadra, e una dirigenza senza ruolo, incapace di difendere i colori biancocelesti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Una Lazio derubata a Milano, una squadra lasciata sola, un ambiente sempre più frustrato e un club che non reagisce nemmeno davanti all’evidenza. Per questo, prima ancora degli errori in campo, la responsabilità più grave è di chi dovrebbe proteggere la Lazio e invece sceglie il silenzio. E se questo è il prezzo della gestione attuale, allora sì, è legittimo chiedere che Lotito faccia un passo indietro. Per restituire alla Lazio dignità, peso istituzionale e rispetto.




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