La Serie A cambia le regole del gioco, e non solo sul campo. L’apertura del prossimo calciomercato fissata al 29 giugno, due giorni prima rispetto alla tradizionale data del 1° luglio, ha acceso immediatamente il dibattito. Una scelta che, a prima vista, potrebbe sembrare marginale, ma che in realtà nasconde implicazioni economiche tutt’altro che banali.
Il punto chiave è legato ai bilanci. Anticipare l’inizio del mercato consente infatti ai club di chiudere operazioni in uscita già il 29 o il 30 giugno, inserendo eventuali plusvalenze nel bilancio dell’esercizio in chiusura il 30 giugno 2026. Un dettaglio tecnico solo all’apparenza, ma che può fare la differenza tra un bilancio in perdita e uno “aggiustato” all’ultimo momento.
Una dinamica che ricorda da vicino l’immagine dello studente in difficoltà che si gioca tutto nell’ultima interrogazione utile per evitare il disastro. In questo caso, però, non si tratta di scuola, ma di milioni di euro e sostenibilità finanziaria. Ecco perché la decisione viene letta da molti come un assist alle società, un modo per permettere di sistemare i conti in extremis.
Dietro questa scelta c’è la regia della FIGC, guidata dal presidente Gabriele Gravina, sempre più al centro del dibattito politico-sportivo. La tempistica della decisione non è passata inosservata e alimenta interrogativi più ampi sul sistema calcio italiano, sulle sue regole e sugli equilibri interni.
Un altro elemento che fa discutere è la disparità con le categorie inferiori. Mentre la Serie A potrà beneficiare di questa “finestra anticipata”, Serie B, Serie C e dilettanti continueranno a partire dal 1° luglio, senza alcuna possibilità di sfruttare questo meccanismo contabile. Una differenza che evidenzia ancora una volta la distanza tra il vertice del calcio italiano e il resto del movimento.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: si tratta di una semplice modifica organizzativa o di una scelta studiata per intervenire indirettamente sui bilanci dei club? Perché se è vero che due giorni possono sembrare irrilevanti, nel calcio moderno – dove ogni dettaglio economico pesa – possono diventare decisivi.
E in un sistema già spesso sotto osservazione per la gestione delle plusvalenze, questa novità rischia di alimentare ulteriori polemiche. Perché il sospetto, legittimo o meno, è che si tratti dell’ennesimo tentativo di “aggiustare” i conti senza intervenire realmente sui problemi strutturali del calcio italiano.
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