Mercoledì 29 aprile 1998: co tanto core, laziali!

Racconto dei 90 minuti che regalarono d’impeto la Coppa Italia ai tifosi biancocelesti

LAZIO: Marchegiani, Grandoni (50′ Gottardi), Nesta, Negro, Favalli, Fuser, Venturin, Jugovic, R.Mancini (88′ G.Lopez), Nedved (92′ Marcolin), Casiraghi. A disposizione: Ballotta, Rambaudi. Allenatore: Eriksson.

MILAN: Rossi, Daino, Desailly, Costacurta, Maldini, Ba (67′ Ganz), Albertini, Donadoni, Ziege, Savicevic (31′ Kluivert, 50′ Maini), Weah. A disposizione: Taibi, Cruz, Cardone, Maniero. Allenatore: Capello.

Arbitro: Sig. Treossi (Forlì).

Marcatori: 46′ Albertini, 55′ Gottardi, 58′ Jugovic (rig), 65′ Nesta.

Note: espulsi Fuser e Desailly all’80’ per reciproche scorrettezze. Ammoniti Rossi per comportamento non regolamentare, Daino, Kluivert e Weah per gioco falloso, Ganz per proteste.

Spettatori: 64.189 per un incasso di Lire 3.417.140.000.

In molti avrebbero accusato il contraccolpo psicologico, anche i più esperti atleti bravi a dominare i nervi e a tenere sotto controllo un risultato, seppur negativo. Non è facile giocare a calcio, da un punto di vista strettamente emotivo: è uno sport severissimo, spietato e ma i meritocratico, perché basta poco, una minima distrazione per dissolvere nell’aria minuti, se non ore di gioco diligentemente espresse sul campo. Figuriamoci se giochi bene perdendo la partita d’andata, passa un tempo di gioco a reti bianche e ad inizio dell’ultima frazione è già tiro e gol. Per quella Lazio, quell’allenatore e quei combattenti d’élite ci vuole ben altro per demolirne pazienza e capacità di ripresa.

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Ad ogni modo, scoprirsi e regalare metri ai dirimpettai già forti di un 1-0 può essere davvero pericoloso ed è così dunque che la Lazio di Eriksson intraprende con i rossoneri di Fabio Capello una lotta di trincea, specialmente a centrocampo, liddove i metri conquistati vengono subito persi e i duelli su ogni pallone sembrano anticipare un inerzia di gioco noiosamente spezzettata, a discapito di fluidità e velocità. Il mantra del primo tempo è questo e al Milan sta più che bene: tre quarti del lavoro già svolto e avversario che ha bisogno davvero di un’impresa per vincere la Coppa, nonché di una riorganizzazione tattica non indifferente, poiché quel modus operandi non avrebbe scalfito la linea Albertini-Donadoni-Ba-Ziege, preposta al blocco del settore di spinta laziale composto a sua volta da Mancini, Venturin, Nedved e Jugovic. Ed è quindi la mossa del mister svedese che dà il cambio di marcia: dentro Gottardi, fuori Grandoni e la Lazio spinge e trova varchi, solo parzialmente tamponati dall’arretramento di Savicevic, che ha comunque lasciato troppo solo Weah. Il primo tempo è dunque scialbo, tranne che per qualche episodio: è il 17’ e Rossi inizia a scaldare i guantoni, dapprima su Casiraghi che sta per approfittare di un suo stesso svarione tecnico e poi sull’inserimento di Pavel Nedved imbeccato da Fuser. Secondo tempo che si apre con una doccia gelida per i 60mila dell’Olimpico: Donadoni batte una punizione lateralmente su Albertini, Fuser e Jugovic si aprono, laterale rasoterra e Marchegiani è trafitto, come il cuore pulsante del tifo laziale che interrompe i suoi cori. Siamo stati abituati a soffrire, dal principio e chi indossa questa maglia lo sa bene. E infatti la reazione è di quelle rabbiose, feline. Assist al bacio del Mancio per Guerino Gottardi, il neo entrato che manderà in paranoia Capello e i suoi: il jolly difensivo di Eriksson spinge in rete un cioccolatino e si procura pochi minuti dopo il rigore del sorpasso, sempre su assist di un Mancini fino a quegli istanti pigro e isolato. Il fallo di Maldini è evidente, in netto ritardo e, per amor del vero, non nettamente avvenuto in area di rigore. Che dire, la fortuna aiuta gli audaci e l’arbitro vede male, nella confusione del momento, così indica il dischetto e dagli undici metri si presenta Jugovic: tiro forte, a fil di palo, Rossi battuto e qualificazione rimessa in discussione con i laziali infuocati di passione. Gottardi dialoga a meraviglia col Mancio, riceve un altro delizioso pallone che apparecchia per Gigi Casiraghi, il quale vede la gioia del gol infrangersi sul legno con Rossi battuto. La fascia sinistra è infiammata, Gottardi mette in serissima difficoltà la retroguardia milanese, che fino a quel momento sembrava una botte di ferro, uno scudo chiuso a mo’ di testuggine. Al ventesimo del secondo tempo la Lazio completa l’impresa: mischia furibonda in area, Rossi vede il pallone passare in area in tutte le direzioni, nessuno riesce a respingere e prevale allora la caparbietà del giovane Alessandro Nesta, romano e laziale che con la divisa rossonera vincerà tutto in un futuro non troppo lontano. Il difensore nato e cresciuto con l’aquila sul petto risolve la partita, la rimonta è completata in dieci minuti, la situazione è capovolta e i ruoli si invertono. Il Milan attacca stanco e con poca inerzia, la Lazio risponde con lucidità e brillantezza, dominando la più classica delle paure, quella di vincere e tenere in mano il risultato che scotta.

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Il signor Treossi di Forlì fischia la fine dell’incontro ed esplode la festa nell’impianto romano, la Lazio conquista di rabbia e ferocia, ma anche di testa e spirito la sua seconda Coppa Nazionale e cuce sul petto la coccarda tricolore.