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Esclusiva Since1900: Intervista a Riccardo Cucchi

A tu per tu con il celebre e storico radiocronista Rai

La nostra redazione ha raggiunto Riccardo Cucchi. Il famosissimo radiocronista Rai, che decretò sulle frequenze radio la vittoria dello scudetto laziale.

D: Per prima cosa, dottor Cucchi, come ci si sente senza cuffie e microfono? Cos’è cambiato da quel 12 febbraio 2017?
R: Soddisfatto. Soddisfatto di aver realizzato un sogno di bambino. Un sogno durato 40 anni. Il microfono è stato per me uno straordinario compagno. L’ho amato e rispettato. Mi ha consentito di entrare in contatto con milioni di persone che, come me, si nutrivano di emozioni. Quelle straordinarie emozioni che solo il calcio sa regalare.
Nessuna nostalgia. Solo dolci ricordi ed irripetibili momenti. Sono stato fortunato. Lo sono anche oggi. Ricevo ancora attestati di stima ricchi di umanità. E sono tornato allo stadio gustandomi il piacere di ascoltare, non più la mia voce in cuffia, ma il commento partecipato e coinvolgente del pubblico. Avevo quasi dimenticato quanto fosse bello.

D: “Sono le 18:04…” la sua voce all’Olimpico quel 14 maggio del 2000 difficilmente c’è la dimenticheremo. Cos’ha provato quel giorno, riuscendo comunque a mantenere un’impeccabile parzialità professionale?
R: A riascoltare quella registrazione forse si può intuire una leggera increspatura della voce sulla ” o” di campioni d’Italia. Il segno della mia grande emozione, il segno di un groppo in gola che stava salendo potente ma che controllavo con decisione. Anche in quello straordinario pomeriggio non ho perso di vista la bussola che mi ha orientato in ogni radiocronaca: condividere la gioia dei vincitori, rispettare la delusione degli sconfitti. E’ la prima, forse più importante, delle regole alle quali mi sono attenuto. Sempre, anche quel 14 maggio.

D: Di tempo ne è passato, la Lazio di oggi è un’altra realtà. In rapporto alla sua dimensione nel calcio moderno, come la vede proiettata e quali sono le sue aspettative nel futuro prossimo?
R: Mi sono innamorato del calcio e della Lazio, quando i biancocelesti potevano esibire una Coppa Italia e una Coppa delle Alpi. E tifavo i miei eroi che difendevano la A, retrocedevano in B e risalivano. Sino a quella magica Lazio di Maestrelli che risalì in A e in due anni vinse lo scudetto. Guardiamo la bacheca biancoceleste ora. E’ prestigiosa. E il calcio è più difficile oggi, molto più difficile di allora. Mi auguro che la Lazio possa giocare ancora in Champions. Ma negare il bilancio positivo degli ultimi vent’anni è negare la realtà.

D: La banda di Inzaghi è attesa da un tour de force non facile per nessuno: quale, tra Siviglia, Milan e Roma è la squadra maggiormente pericolosa da temere? Se dovesse scegliere in base alla possibilità di successo, a quale competizione darebbe la precedenza?
R: Per la corsa Champions le avversarie sono agguerrite e numerose: Milan, Roma, Atalanta. Gli scontri diretti saranno decisivi. Temo il Milan che è cresciuto e che con Piatek e Paquetà ha aumentato la sua qualità. In Europa la Lazio deve giocare con convinzione e crederci, partita dopo partita. Ma il piazzamento Champions, secondo me, rimane l’obiettivo prioritario.

D: Discussioni, litigi e incongruenze imperano e incombono sulla classe arbitrale. Lei che consiglio darebbe agli addetti ai lavori e, in particolare, ai suoi colleghi?
R: Non mi permetto di dare consigli. Ma appartengo ad un’altra epoca. E il calcio fatto di polemiche sterili, veleni, insulti non mi appartiene. Se nemmeno il Var – strumento innovativo – riesce a placare gli animi, dovremmo farci qualche domanda. C’è molto lavoro da fare in termini di cultura sportiva, di accettazione del verdetto del campo e delle decisioni arbitrali, di rispetto degli avversari. Il var non renderà mai perfetto il calcio. Avremmo dovuto imparare la lezione con le interminabili polemiche Tv davanti alla moviola. Non saremo mai tutti d’accordo. Ma noi non dobbiamo decidere. L’arbitro si. Ci vuole maggiore equilibrio, anche e soprattutto da parte del giornalismo sportivo.

D: Domanda a bruciapelo: il miglior giovane italiano per prospettiva?
R: Secondo me Zaniolo. Ma occhio a Meret.

D: La Nazionale italiana di calcio: la passione un tempo di tutti, oggi risente molto delle recenti e scottanti delusioni. Avremo modo di riprenderci? Che speranze ci sono, secondo Lei, di rivederla giocare con dignità e vigore già dal prossimo europeo?
R: Mancini sta lavorando bene. E’ mancata una generazione di campioni, dopo quelli del 2006. Qualcosa sta cambiando e il CT sta seguendo i migliori giovani del nostro campionato. Credo che il calcio italiano abbia pagato un prezzo troppo alto ai cambiamenti recenti. Troppa preparazione atletica, troppa tattica, poca tecnica. Vorrei si ricominciasse da lì, nelle scuole calcio: più gioia di giocare, più dribbling, più muro e meno tattica. Come ha fatto la Spagna.

D: Ultima domanda, ma non per importanza. Cristiano Ronaldo sta facendo vedere, alla sua età, cosa è ancora capace di fare. Mbappe è un talento naturale, sta bruciando tutte le tappe. C’è una linea di continuità tra i due?
R: Mi auguro di si. Ma Ronaldo è ancora il numero 1, almeno per me. Mbappe è veloce e tecnico. Ma deve crescere. Il grande giocatore è quello che lascia il segno, che incide, che cambia la partita. Vedremo.

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