Il legame tra Aleksander Ceferin e Gabriele Gravina non è mai stato un mistero. I due condividono ruoli di primo piano nel calcio europeo – presidente UEFA il primo, vicepresidente il secondo – oltre a dossier fondamentali come l’organizzazione degli Europei 2032 e una linea comune sull’autonomia dello sport. Un rapporto solido, rafforzato nel tempo anche sul piano personale.
Proprio su questo rapporto, però, si riaccendono oggi i riflettori. Al centro della vicenda, come riportato da Il Fatto Quotidiano, c’è un appartamento a Milano, in via Lambro, nei pressi dei Giardini Montanelli. Un immobile di circa 80 metri quadrati acquistato nel 2019 dalla figliastra di Gravina per circa 650mila euro, attraverso un’operazione che in passato aveva già attirato l’attenzione degli inquirenti nell’ambito di verifiche legate al sistema dei diritti televisivi.
La questione torna oggi d’attualità per un nuovo sviluppo: lo scorso dicembre l’appartamento è stato venduto per circa 670mila euro a Neza Ceferin, figlia del presidente UEFA. Un’operazione che, formalmente, viene descritta da tutte le parti coinvolte come regolare e in linea con il valore di mercato. Lo stesso Ceferin ha sottolineato come si tratti di una transazione privata tra adulti, priva di legami finanziari o vantaggi occulti, evidenziando che la conoscenza personale tra le parti non rappresenta di per sé un elemento di irregolarità.
Anche la difesa di Gravina ha ribadito la correttezza dell’operazione, sottolineando come nelle indagini precedenti non sia mai stato contestato l’acquisto dell’immobile e come sia già stata dimostrata l’estraneità ai fatti ipotizzati.
Tuttavia, al di là del piano formale e giuridico, la vicenda solleva inevitabilmente una questione di opportunità politica. Il punto non è tanto la legittimità dell’operazione, quanto il contesto in cui avviene: un intreccio tra rapporti personali e ruoli istituzionali ai vertici del calcio europeo che, in una fase già delicata per il sistema italiano, alimenta interrogativi e perplessità.
Il momento, infatti, è particolarmente sensibile. Il calcio italiano attraversa una fase complicata, tra risultati sportivi deludenti e polemiche arbitrali sempre più frequenti. In questo scenario si inserisce anche il tema del possibile commissariamento della FIGC, ipotesi valutata dal ministro per lo Sport Andrea Abodi e osteggiata apertamente dallo stesso Gravina e da altre figure istituzionali.
Ed è proprio qui che il caso assume una dimensione più ampia. Perché se da un lato si parla di autonomia dello sport rispetto alla politica, dall’altro emergono dinamiche che rischiano di mettere in discussione la percezione di trasparenza e indipendenza del sistema. Il timore, evocato da più parti, è che eventuali decisioni future della UEFA nei confronti dell’Italia – in caso di tensioni istituzionali – possano essere lette anche alla luce di questi rapporti personali.
Il punto, in definitiva, non riguarda solo una compravendita immobiliare, ma il confine tra relazioni private e responsabilità pubbliche. Un confine che, nel calcio moderno, diventa sempre più sottile e delicato.
E la domanda che resta sullo sfondo è inevitabile: quando interessi istituzionali e rapporti personali si incrociano, è davvero possibile separare completamente i due piani?
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